Christine Chen: Quando il Linguaggio Diventa un Bisturi Contro l’Ingiustizia

Christine Chen: il Tuono Silenzioso, il Risveglio e la Geometria del Linguaggio

La Dott.ssa Christine Chen (On.) è una poetessa, traduttrice, curatrice e studiosa transpacifica il cui lavoro interroga il linguaggio, il potere e le politiche dell’incarnazione. La sua scrittura è nota per la sperimentazione, l’intensità intellettuale e il rifiuto di facili soluzioni. Attraverso una sintassi frammentata e un lirismo carico, esplora il genere, il lavoro e le condizioni di visibilità. La sua opera insiste sulla complessità della vita delle donne, al di là della celebrazione o del cliché. La sua poesia affronta i sistemi di potere, lasciando spazio all’ambiguità, alla rabbia, alla vulnerabilità e alla resistenza. La sua scrittura contribuisce in modo significativo al dibattito contemporaneo, poiché è formalmente innovativa. Attraverso un linguaggio rigoroso e scelte audaci, Chen si interroga su cosa significhi abitare un corpo plasmato dalla storia e su come la poesia possa rivendicare la propria capacità di agire all’interno di quel territorio. La sua scrittura spesso danza tra lingue, geografie e le sensazioni viscerali del corpo, poiché richiede un delicato equilibrio tra l’esplorazione della tecnica dei suoi versi e l’identità culturale/personale che li informa.

Ha vinto il 30° Premio Italiano Ossi di Seppia come Miglior Scrittore Straniero (2023) ed è stata nominata Poeta Eccezionale al Sydney International Poetry Festival del 2025. Le sue opere sono state tradotte in più di venti lingue e sono presenti in importanti raccolte internazionali. Per quattro anni consecutivi, le sue poesie sono apparse su “Chinese Language and Literature” (Taiwan), una prestigiosa pubblicazione di riferimento per gli educatori. La sua ultima raccolta bilingue, “Before Blossoming” (cinese-italiano), è stata pubblicata in Italia nel gennaio 2025; “Once upon a time” è stata pubblicata in India nel febbraio 2026. Nel 2024, Chen ha rappresentato l’Oceania al Medellín International Poetry Festival. Dal 2023 è membro del comitato e coordinatrice continentale dell’Oceania del World Poetry Movement e attualmente è caporedattrice della rivista di poesia neozelandese Global Muse. Attualmente vive in Nuova Zelanda.

Lei è un professionista sanitaria, editorialista di un quotidiano neozelandese e anche poetessa. Può raccontarci di più su queste carriere parallele? Cosa l’ha spinta a iniziare a scrivere? Come riesce a creare un equilibrio tra di loro?

Ho sempre creduto che la scrittura e il lavoro professionale non siano mondi separati, ma due fiumi paralleli che si alimentano a vicenda. Come professionista sanitario, assistendo quotidianamente alla nascita, all’invecchiamento, alla malattia e alla morte – spostandomi tra reparti ospedalieri e sale operatorie – mi confronto sia con la fragilità che con la dignità della vita. Queste esperienze di prima mano mi hanno dato una comprensione più profonda e autentica dell’esistenza umana. Permettono alla mia scrittura di trasmettere un innato senso di compassione e calore. Non nasce solo dall’immaginazione, ma cresce da respiri e battiti cardiaci reali.

All’inizio, scrivere era semplicemente un atto impulsivo, quasi casuale, come parlare a me stesso, solo che i sussurri del cuore venivano trascritti sulla carta. Eppure, attraverso la registrazione e la riflessione continue, ho gradualmente capito che scrivere era più di una semplice liberazione emotiva; era diventata una pratica estetica consapevole ed un’esplorazione. Le parole hanno iniziato ad assumersi una responsabilità più profonda: mettere in discussione, decostruire e ricostruire.

La vita stessa è un lungo viaggio di esplorazione e guarigione. I guadagni, le perdite e le ferite della giovinezza possono sembrare delicatamente avvolti dal tempo, eppure non sempre sono veramente guariti. Per me, la penna è come un bisturi chirurgico: riapre ferite che sono state semplicemente soccorse ed esegue un’operazione completa e lucida. La differenza è che questo intervento chirurgico non è sul corpo, ma sulla mente, sullo spirito e sul sé emotivo. Come professionista sanitario, pratico la compassione; come scrittore, divento il medico di me stesso.

Ora mi sto gradualmente allontanando dal lavoro a tempo pieno, concedendomi più tempo per viaggiare e scrivere. Nel movimento e nelle parole, continuo a osservare, a riflettere e a guarire: guarire gli altri e guarire me stesso.

Quando ha capito di essere appassionata di poesia? Chi l’ha influenzata come persona e come poetessa? Quali poeti o pensatori hanno plasmato il suo approccio alla scrittura?

Sono nata in un’antica città della Cina meridionale, un luogo dove uno dei più grandi poeti cinesi, Su Shi (Su Dongpo), fu esiliato. Per oltre mille anni, una tradizione letteraria viva ha permeato quella città. La poesia non è mai stata distante o elitaria; persino la gente comune, giovani e anziani, aveva familiarità con i versi classici. Era qualcosa di intessuto nella vita quotidiana.

All’età di tre anni, mi è stato chiesto di recitare poesie classiche davanti all’anziano del clan. Durante il Capodanno lunare, sotto la guida di mia madre, leggevo i distici attaccati alle porte per le strade della città, studiandone il ritmo, le immagini e la sottile arte. La poesia, quindi, non è mai stata qualcosa che ho “scoperto”: era già nelle mie ossa. Leggere e cantare versi mi sembrava naturale come mangiare e bere. Fu solo all’università, quando mi trasferii nel capoluogo di provincia, che incontrai sistematicamente la poesia cinese moderna e i poeti occidentali. Ricordo ancora vividamente i sonetti di Elizabeth Barrett Browning. La passione e l’intensità emotiva diretta della poesia occidentale erano in netto contrasto con la sobrietà e la sottigliezza delle tradizioni orientali. Questo contrasto ampliò la mia comprensione di cosa potesse essere la poesia.

Motivata da questo risveglio, tornai ai classici con rinnovata attenzione: dalla prima antologia cinese, il Libro dei Canti, alla bellezza lirica delle scritture buddiste come il Śūraṅgama Sūtra. Oltre alla loro eleganza estetica, fui profondamente colpito dalle loro profonde indagini sulla vita, l’universo e l’esistenza umana.

In seguito, mi immersi nella storia intellettuale occidentale, in particolare nel Rinascimento e nei suoi sviluppi filosofici e religiosi. “Storia della filosofia occidentale” di Bertrand Russell mi ha lasciato un’impressione duratura, mentre “Sapiens: Breve storia dell’umanità” di Yuval Noah Harari mi ha condotto a una profonda riflessione sulla civiltà e sul destino dell’umanità. Ho anche a lungo amato le opere del poeta indiano Rabindranath Tagore, in particolare “Uccelli randagi“, così come le luminose poesie in prosa di Khalil Gibran.

Tutte queste letture diverse e stratificate sono gradualmente confluite in una filosofia personale della vita e del cosmo. Non esistono separatamente nella mia mente; piuttosto, permeano organicamente la mia poesia. La mia scrittura è così diventata un’espressione naturale del dialogo continuo tra pensiero, emozione e spirito.

Quando scrive, inizia con un suono, un’immagine, un concetto o qualcosa di meno definibile? Quali sono le sue fonti di ispirazione?

Nei miei primi anni, la mia scrittura era spesso ispirata dalle canzoni: da bellissime melodie e testi toccanti che guidavano silenziosamente il flusso delle emozioni e permettevano alle parole di crescere naturalmente. In seguito, la mia ispirazione si è gradualmente spostata verso la pittura e la fotografia. L’interazione di luci e ombre, la composizione e la bellezza cristallizzata di un momento catturato mi hanno insegnato a costruire i miei versi con una maggiore sensibilità visiva.

Oggi, tuttavia, gli impulsi più profondi alla base del mio lavoro provengono da una lettura continua e approfondita. Molte poesie non nascono nel momento stesso della lettura; piuttosto, emergono dopo lunghi periodi di osservazione e contemplazione nella vita quotidiana. Poi, una particolare parola o immagine in una poesia altrui agisce come un catalizzatore medicinale, aprendo improvvisamente le porte del pensiero e del sentimento. In quell’istante, esperienze a lungo sopite si accendono e il linguaggio inizia a fluire.

Oltre al suono, al testo e alle immagini, la mia più grande fonte di ispirazione rimane la natura. Vivendo in Nuova Zelanda, una terra che sembra quasi un santuario umano, con i suoi cieli celesti e limpidi, le nuvole bianche che fluttuano e la gente gentile e modesta, ho iniziato a riesaminare il rapporto tra umanità e cosmo. La mia poesia si è gradualmente orientata verso quella che la filosofia orientale descrive come l’unità tra regno del cielo e umanità. Più precisamente, questo è il regno spirituale a cui continuo a aspirare e a cui cerco di avvicinarmi.

La rabbia ha mai agito come una forza creativa inaspettata, trasformandosi in un testo che andava oltre il sentimento negativo iniziale?

Sì, la rabbia ha effettivamente agito come una forza creativa inaspettata nella mia scrittura. Ma ho imparato a non scrivere al culmine del suo vigore. Piuttosto, la lascio vagare per un po’, come una pentola di zuppa bollente che deve raffreddarsi leggermente prima di poterne assaporare il vero sapore.

Questo intervallo è essenzialmente un processo di riflessione e sedimentazione, un passaggio dalla reazione superficiale ad un’indagine più profonda. Nel pensiero buddista, esiste il principio di causa ed effetto: la rabbia è l'”effetto” e dobbiamo cercare la “causa”. Solo quando l’emozione è stata delicatamente deposta possiamo andare oltre la sua intensità e percepire le ragioni e le strutture sottostanti.

L’onda d’urto prodotta dalla rabbia può davvero avere la forza di un tuono e di un fulmine. Può squarciare il torpore, risvegliare pensieri dormienti e persino provocare una sorta di risveglio primordiale. Quando temperata e trasformata, questa energia cessa di essere semplicemente un’emozione negativa; Diventa una delle forze trainanti della scrittura, un catalizzatore per l’introspezione e la svolta spirituale.

Ha un quaderno per gli schizzi dove annota l’ispirazione e raccoglie idee per creazioni future o ha appunti di carta sparpagliati? Lei è ancora analogico nell’era digitale?

Conservo l’abitudine di scrivere con carta e penna, anche se non li porto con me ovunque. Li tengo invece nel mio spazio dedicato alla meditazione. Negli ultimi dieci anni, ho meditato quasi ogni giorno nella sauna. È un momento di isolamento dal mondo esterno ed un punto d’incontro con il mio io interiore. L’ispirazione spesso bussa più delicatamente in quelle ore di silenzio, ed annoto rapidamente qualsiasi cosa mi baleni in mente, a volte solo una singola parola, un verso di poesia incompiuto o un’immagine non ancora completamente formata. In seguito, torno al computer o al telefono per sviluppare quelle scintille sparse in opere complete. Per me, la scrittura è sia tradizionale che moderna. Apprezzo il calore tattile di carta e penna, pur abbracciando la comodità e l’efficienza dell’era digitale. In un certo senso, sono uno scrittore che cammina tra due mondi temporali, consentendo alle antiche modalità di contemplazione di fondersi con gli strumenti tecnologici contemporanei.

Potrebbe condividere un retroscena che l’ha ispirata a scrivere una poesia particolarmente speciale e che racchiude in sé un sentimento significativo?

Land of the White Cloud” è una poesia che intreccia la storia e la realtà attuale della Nuova Zelanda. Dai primi Māori che per primi si stabilirono e si radicarono qui, agli arrivi europei che seguirono, e ora alle ondate di nuovi immigrati che portano capitali e progetti di sviluppo, questa terra è stata continuamente ridefinita e riscritta nel corso del tempo.

Ogni giorno vivo sotto cieli celesti e nuvole bianche, circondata da uccelli e foreste. Tale vastità e purezza evocano naturalmente riverenza e amore. Eppure è proprio perché amo questa terra che provo un silenzioso disagio di fronte al continuo innalzamento e all’espansione dello skyline urbano. Capisco che l’industrializzazione e la commercializzazione sono forze difficili da resistere; fanno parte della marea della storia. Ma quando vedo macchie di verde gradualmente inghiottite dal cemento e dalle case, non posso fare a meno di provare un profondo dolore. Un giorno, un riccio che visitava il mio cortile quasi ogni giorno fu accidentalmente investito dalla mia auto. Rimasi lì a lungo, rendendomi conto che forse nessun altro riccio sarebbe mai più tornato a vagare su quel prato. Non fu un semplice incidente; mi sembrò una metafora, un emblema della crescente distanza tra umanità e natura.

So che questo destino alla fine raggiungerà ogni terra, incluso questo luogo un tempo chiamato la “Terra della Nuvola Bianca”. Quel piccolo riccio divenne il punto di partenza più pesante e veritiero della poesia.

Nella sua poesia “Luce”, scrivi di “linee rette e sezioni trasversali”. Crede che la poesia debba essere una “sezione trasversale” che parla con le “linee rette” dell’ingiustizia, camminando sul sentiero delle emozioni umane che si scontrano con la lotta sistemica?

Ogni poeta sviluppa una voce distintiva plasmata dalle sue letture, dalla sua formazione intellettuale e dal suo modo di pensare. La mia formazione universitaria è stata scientifica, e questo background ha silenziosamente influenzato il mio modo di osservare il mondo, attraverso la struttura, l’analisi e la dissezione. Di conseguenza, nella mia scrittura spesso gravito verso una modalità espressiva quasi tridimensionale e geometrica, stratificando e sezionando le idee per rivelarne la struttura interna.

Credo che questo approccio “anatomico” consenta una maggiore precisione: come un bisturi chirurgico, calmo ma incisivo, che taglia le superfici per scoprire ciò che si cela sotto. Non è un’esibizione di razionalità fine a se stessa, ma uno sforzo per avvicinarsi alla verità. Quando mi confronto con l’ingiustizia o l’oppressione sistemica, preferisco questa forza lineare, che colpisce i punti critici, né evasiva né decorativa, ma che affronta la crudezza della realtà vissuta.

Per me, la poesia può essere sia una dolce consolazione che un’incisione netta. E quando la realtà richiede illuminazione, sono disposta a lasciare che il linguaggio diventi quella luce chiara ed esigente.

Nella sua “Trilogia della Rinascita”, descrive una donna che diventa “il nucleo di tutto” attraverso azioni come annaffiare i fiori, fare il bucato e cucinare.

Negli insegnamenti buddisti, anche lavare i panni e cucinare sono forme di pratica spirituale. Ho sempre creduto che la poesia nasca dalla vita, ma la trascenda anche. Solo coloro che vivono con attenzione e con tutto il cuore possono essere veramente definiti praticanti, individui risvegliati.

Tutte le cose possiedono uno spirito. Quando amiamo l’erba e gli alberi che ci circondano, quando ci prendiamo cura di un pasto semplice o di un piatto umile, stiamo di fatto entrando in una relazione autentica con il mondo. In questi momenti, i nostri occhi, le nostre orecchie, il nostro naso, la nostra lingua, il nostro corpo e la nostra mente sono pienamente svegli, pienamente vivi nella consapevolezza. La vita stessa porta già con sé una radiosità poetica.

Per me, la poesia non è qualcosa di costruito artificialmente; è semplicemente una registrazione di questo stato di risveglio, una testimonianza della sacralità e della completezza racchiuse nella vita quotidiana.

Sta chiaramente parlando di un amore donato gratuitamente. Come possiamo sfidare un sistema patriarcale che maschera la devozione in dovere, facendo apparire una donna che ama come una schiava, convincendo allo stesso tempo la donna schiava che stia scegliendo liberamente il proprio ruolo?

L’ideologia della superiorità maschile perdura da migliaia di anni, eppure il risveglio delle donne è una missione continua altrettanto duratura. Il vero cambiamento inizia dalla consapevolezza delle donne stesse; e la consapevolezza richiede modelli di riferimento vivi e tangibili.

Sono stata fortunata ad avere mia madre così presente nella mia vita. Negli anni ’50, in una società relativamente chiusa, era tra le poche donne in grado di accedere all’istruzione superiore. Per il suo eccezionale contributo all’industria del cemento cinese, è stata onorata come “Donna Eccezionale Nazionale” dalla Federazione Femminile di Tutta la Cina. Nella mia memoria, lavava i panni, cucinava, ricamava e si prendeva cura della famiglia, ed era anche un’abile ingegnere. Questi ruoli non sono mai entrati in conflitto; anzi, hanno approfondito il suo amore per la vita e per il lavoro.

La chiave sta nella scelta. L’amore deve nascere dall’interno, non dalla coercizione. Una donna possiede una propria chiarezza interiore; condizionamenti esterni e indottrinamenti non possono mai oscurare completamente la genuina consapevolezza. Il risveglio, in definitiva, è il coraggio di riconoscere se stessi e di vivere autenticamente.

Pensa che le poesie possano aiutare a guarire, curare e aiutare durante un periodo di stress? Le poesie possono essere terapeutiche? In che modo la lettura di poesie può arricchire la vita di tutti i giorni?

La poesia è una forma di bellezza, proprio come il cinema, la musica e la pittura: ognuna è un’espressione essenziale dello spirito umano. L’arte è nutrimento per l’anima. Ho visto persone di ogni estrazione sociale trovare conforto nella poesia, scoprire intuizioni nei suoi versi e liberare emozioni a lungo represse.

In certi momenti, la poesia è come una sorgente nel deserto, che disseta silenziosamente un cuore assetato. Potrebbe non risolvere direttamente problemi pratici, ma offre un sostegno interiore e una fonte di luce.

Per alcune persone, la poesia è più di uno strumento terapeutico: è indispensabile come la luce del sole e l’aria. Io sono una di queste persone.

La Giornata Internazionale della Donna 2026 ci chiede di riflettere non solo sul progresso, ma anche sulla persistenza della disuguaglianza strutturale. Come poetessa la cui opera coinvolge la voce, l’incarnazione e la resistenza, come vede il funzionamento della poesia in questo momento: come testimonianza, come rifiuto, come solidarietà o come qualcosa di completamente diverso? E cosa pensa e sente con più urgenza per le donne e le persone emarginate in questo momento?

Se riflettiamo sul tema della Giornata Internazionale della Donna 2026 – riconoscendo sia il progresso che la persistenza della disuguaglianza strutturale – direi che la poesia, in questo momento, è prima di tutto una forma di testimonianza. In un’epoca di sovraccarico di informazioni e memoria corta, la poesia permette di vedere e preservare l’esperienza individuale. Dà forma a vite sommerse dalle statistiche e permette a chi è messo a tacere di parlare. Registra come i corpi vengono disciplinati e come risorgono. Essere testimoni, di per sé, è un atto di resistenza.

In secondo luogo, la poesia è un rifiuto. Un rifiuto di essere semplificato, di essere definito, di essere consumato. Attraverso la precisione e la singolarità del linguaggio, sfida le narrazioni dominanti prodotte dalla disuguaglianza strutturale. Quando le istituzioni usano la grande retorica per oscurare le ferite individuali, la poesia apre delle crepe – attraverso i dettagli, il respiro, la cruda consistenza del dolore vissuto.

Allo stesso tempo, la poesia è solidarietà.

Non sempre grida, ma crea una risonanza silenziosa e profonda tra i lettori. Quando una donna, a tarda notte, legge la poesia di un’altra donna e si rende conto: “Non sono sola”, l’isolamento si spezza. La poesia costruisce comunità emotive, e tali comunità sono terreno fertile per resistere all’oppressione strutturale.

Ma la poesia non è solo uno strumento o una posizione. È anche una pratica di consapevolezza.

Quando impariamo a parlare di noi stessi con maggiore precisione e onestà, iniziamo a ricostruire la nostra soggettività. Per le donne e le persone emarginate, il compito più essenziale non è semplicemente quello di essere emancipate, ma di riaffermare: chi sono? Come mi chiamo? Ciò che sento con più urgenza in questo momento è questo:

Che le donne non siano più costrette a scegliere tra dedizione e individualità. Che gli emarginati non debbano barattare il silenzio con la sicurezza. Il vero progresso non è l’inclusione simbolica, ma la trasformazione strutturale; non solo il permesso di parlare, ma la volontà di ascoltare voci che i sistemi hanno a lungo ignorato.

E la poesia, forse, continua a brillare attraverso queste voci piccole ma costanti.

Infine, spero di vedere più donne consapevoli parlare apertamente, perché il potere dell’esempio è incommensurabile. Che le nostre figlie e nipoti crescano con più madri che osano alzarsi in piedi e parlare.

Foto cortesemente concessa da Christine Peiying Chen

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