Intervista con Lila: Il Violoncello come Cassa di Risonanza

Imparare a respirare tra legno e corde: Il percorso musicale di Lila

La violoncellista Lila è una musicista appassionata ed espressiva, la cui arte unisce la brillantezza tecnica a una profonda narrazione emotiva. Lila ha iniziato a suonare il pianoforte alla tenera età di quattro anni, prima di passare al violoncello a sette anni. Si è unita alla divisione Precollege della Juilliard School nel 2016 e si è formata con i professori Richard Aaron e Sieun Lin. Lila ha studiato con Frans Helmerson alla Kronberg Academy dal 2018. Lei aggiunge una voce unica sia nelle esibizioni da solista che in gruppo ed è nota per il calore del suo timbro e la sua accattivante presenza scenica. Nota per la sua intrepida tecnicità ed una tavolozza sonora che spazia da sussurri vellutati a una vulnerabilità radicale e provocatoria, Lila ha ridefinito il significato di “guidare dal profondo”. Non si limita a suonare il repertorio del passato, ma sta attivamente dando vita ad un futuro nuovo e più emozionante. Le sue interpretazioni bilanciano precisione e sensibilità, permettendo al pubblico di sperimentare un repertorio familiare in modi nuovi ed intimi.

Crede nella musica come linguaggio potente, che trascende i confini, crea connessioni e dà voce a storie che le parole da sole non possono raccontare. In un’epoca in cui la perfezione digitale spesso maschera le emozioni più crude, la violoncellista Lila rimane devota alla “grinta magica” degli archi. La sua musica è un capolavoro di caos controllato e profonda empatia. Lila ha sviluppato un profondo equilibrio naturale, sia fisico che mentale, tra la frenetica vita sul palco e lo spazio interiore personale. La violoncellista ha tenuto concerti su numerosi palcoscenici internazionali, tra cui il Verbier Festival, lo Schloss Elmau, il Tsinandali Festival, il Teatro dell’Opera di Roma, la Sala Concerti Čajkovskij di Mosca e la Suntory Hall di Tokyo. Ha collaborato con orchestre come la Tokyo Symphony Orchestra, l’Orchestra Roma Sinfonietta, i Virtuosi di Mosca, la State Symphony Orchestra New Russia, la Shanghai Philharmonic Orchestra e la Shanghai Opera Symphony Orchestra, sotto la direzione di direttori del calibro di Christoph Eschenbach, Vladimir Spivakov, Yury Tkachenko e Norichika Iimori.

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Questa intervista è apparsa prima sul numero 20 di Planet China dedicato alla Giornata Internazionale della Donna 2026

Quando hai capito per la prima volta di amare la musica? Cosa ti ha ispirato a intraprendere una carriera musicale? Il violoncello ha una qualità vocale unica. Cosa ti ha spinto a scegliere questo strumento piuttosto che un altro?

Non credo ci sia stato un singolo momento cinematografico. Non è stato un fulmine a ciel sereno. È stata più un innamoramento lento ed irreversibile. La musica è diventata il luogo in cui mi sentivo più sincera. Da bambina, ho capito che quando suonavo non dovevo spiegare. Il violoncello poteva dire concetti dei quali non avevo ancora il linguaggio e il vocabolario per esprimerli. La voce del violoncello – questo registro scuro e umano – sembrava quasi una parola, quasi una confessione. Mi faceva sentire vulnerabile. Vibra direttamente contro il petto, non lo senti e basta, lo assorbi fisicamente. È stata proprio questa intimità a scegliermi.

Quali sono i tuoi ricordi più belli della formazione per diventare musicista? Quali artisti ti hanno influenzato di più?

I miei ricordi più belli non sono competizioni o successi. Sono prove, o un’esibizione a cui ho dedicato tutta la mia attenzione e concentrazione. Lavorare con musicisti come András Schiff, che parla poco ma pretende tutto, mi ha insegnato che la profondità non ha bisogno di teatralità. E naturalmente, Ludwig van Beethoven è stato il mio punto di riferimento. La sua musica racchiude in sé trauma, ribellione, perdono e tenerezza, tutto in una volta. Mi ha mostrato che la forza può essere fragile e tuttavia indistruttibile.

La violoncellista LiLa ha una profonda consapevolezza di sé come artista, ama leggere e apprezza le somiglianze tra natura e musica.

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© Lila

Fin da piccola, Lila è stata attratta dal suono ricco e umano del violoncello, uno strumento la cui profondità e risonanza continuano a plasmare la sua identità artistica.

Quali sono stati alcuni dei sacrifici che hai dovuto affrontare per coltivare la tua passione per la musica? Quali sono state le sfide più grandi della tua carriera finora?

C’è un mito romantico sulla ricerca dell’arte. La realtà è fatta di aeroporti, incertezza, esaurimento fisico e costante insicurezza. Ho sacrificato la stabilità, la vicinanza alla famiglia e, a volte, la sicurezza emotiva. Ci sono concerti in cui ti senti invincibile e altri in cui metti tutto in discussione. Una delle sfide più grandi è imparare a non legare la propria autostima agli applausi. Il palco è inebriante, ma non è una base stabile per l’identità.

Cosa rappresenta per te suonare il violoncello? In che modo la musica ha arricchito la tua vita?

È tutta la mia vita. E continuerò a farlo.

Dicono che il violoncello sia lo strumento più vicino alla voce umana, ma nelle mani di Lila, suona come un’intera conversazione.

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© Lila

Quali sono le tue più grandi soddisfazioni come violoncellista? Qual è stato il tuo traguardo finora?

La mia più grande soddisfazione deriva da quei rari concerti in cui entro in uno stato di estrema concentrazione, quando il tempo scompare e tutto sembra inevitabile. Dopo c’è una profonda stanchezza, ma anche una silenziosa certezza. Quella sensazione conta più di qualsiasi premio. Un traguardo importante è stato terminare sia il diploma triennale che quello magistrale a Kronberg a 19 anni. Questa meta ha segnato la fine di un capitolo intenso che mi ha plasmato profondamente. Da bambina, ho vinto molti concorsi internazionali prima degli undici anni, ma li ricordo a malapena. Ero troppo piccola. Erano successi, sì, ma non mi definiscono.

I violoncellisti hanno notoriamente un rapporto molto stretto con la postura e lo sforzo fisico. Il violoncello vibra direttamente contro il petto ed il cuore. Come è cambiato il tuo rapporto con il tuo corpo dopo aver trascorso migliaia di ore avvolta attorno a questa cassa di legno?

Il violoncello ti costringe ad una consapevolezza radicale. Se il tuo corpo oppone resistenza, il suono si contrae. Nel corso di migliaia di ore, ho imparato che la tensione è udibile. La forza nel suonare il violoncello non è dominanza muscolare; è allineamento, gravità, respiro. Lo strumento vibra contro il mio sterno, contro il mio cuore. C’è qualcosa di umiliante in questo. Non puoi fingere la produzione del suono quando il tuo corpo è la cassa di risonanza.

Suona un violoncello Giovanni Grancino del 1690 gentilmente prestatole dalla Beare’s International Violin Society.

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© Lila

Puoi raccontarci la storia di un’esibizione o di un momento dietro le quinte che ha un significato importante per te? Perché è un’esperienza così memorabile?

Una volta mi è stato chiesto di partecipare a un concerto di un trio per pianoforte il giorno prima dell’esibizione. Il programma prevedeva Čajkovskij e Ravel: due trii per pianoforte monumentali. Avevo suonato alcuni movimenti quasi dieci anni prima, ma in sostanza ho dovuto reimparare entrambi i pezzi durante la notte. Non ho dormito affatto. Il giorno dopo, ho viaggiato per ore fino al luogo dell’esibizione, ho provato e sono salita direttamente sul palco. Il risultato è stato sorprendentemente buono. Ma ciò che mi è rimasto impresso è stata l’adrenalina, la chiarezza nitida, la consapevolezza accresciuta. Mi sentivo pericolosa e viva. Quella notte mi ha ricordato che a volte si è molto più capaci di quanto si pensi, soprattutto quando non c’è spazio per i dubbi.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi e impegni?

Registrare un album di debutto che sia onesto, non strategico. Costruire una carriera che non dipenda dalle tendenze o dall’immagine, ma dalla sostanza. E proteggere la parte di me che legge, riflette e si interroga, perché quella vita interiore alimenta la musica.

Come musicista da camera, ha condiviso il palco con Steven Isserlis, Gidon Kremer, David Geringas, Tabea Zimmermann e Antoine Tamestit.

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© Lila

Cosa consiglieresti a chiunque voglia intraprendere una carriera come la tua?

Non intraprendere questa strada se si ama  solo gli applausi. Seguitela se siete disposti a stare da soli con una frase per ore. Se siete disposti a confrontarvi con voi stessi. Perseguitela quando amate davvero la musica. E costruitevi una vita al di fuori della musica. Leggete. Amatevi. Viaggiate. Soffrite. Questo è ciò che renderà reali le vostre interpretazioni.

La Giornata Internazionale della Donna parla spesso di “forza”, “inclusione” o “equità”. Come violoncellista, come ridefinisci la forza? Nel tuo modo di suonare, come trasmetti consapevolezza alle ragazze che ti guardano e ti ascoltano dalla prima fila?

Forza, per me, è rimanere delicati.

È mantenere un cuore aperto e gentile anche quando la vita o le persone ti hanno ferito. Chiudersi in se stessi è facile. Rimanere aperti, curiosi e freschi è molto più difficile.

Diventi ciò che scegli di vedere in questo mondo.

Foto cortesemente concesse da Lila

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