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Il ministro degli esteri della Nuova Zelanda: la ‘tempesta’ cinese sta arrivando

– Il ministro degli esteri della Nuova Zelanda Nanaia Mahuta ha avvisato gli esportatori della Nuova Zelanda di diversificare i commerci per proteggersi da potenziali raffreddamenti dei rapporti con Pechino, in un’intervista rilasciata a The Guardian.
– A inizio mese, il premier Jacinda Ardern aveva affermato che le differenze con la Cina stanno diventando inconciliabili.

Gli alleati occidentali della Nuova Zelanda stanno pressando il governo ad adottare una posizione più intransigente per quanto riguarda le violazioni dei diritti umani e la censura che il governo di Beijing sta attuando nei confronti delle minoranze etniche uigure e musulmane nella regione nord occidentale dello Xinjiang, e contro i movimenti pro democratici ad Hong Kong.

La vicina Australia sta da tempo ormai affrontando una guerra commerciale con la Cina. “Non possiamo ignorare ciò che sta accadendo in Australia. Se loro sono al centro del ciclone, dobbiamo legittimamente chiederci quando la tempesta ci raggiungerà”.

L’economia della Nuova Zelanda presenta delle vulnerabilità molto evidenti nei confronti della Cina, dal momento che la Cina assorbe circa il 28% delle esportazioni della Nuova Zelanda, per un valore di circa 33 miliardi di dollari, compreso un quarto delle esportazioni di prodotti lattiero-caseari, più del 60% dei prodotti forestali e circa il 50% della carne. Prima del COVID, la Cina era la seconda fonte di turismo per la Nuova Zelanda, dietro solo all’Australia. Gli studenti cinesi rappresentano il 47% degli studenti internazionali nelle università della Nuova Zelanda.

La Nuova Zelanda, proprio per questa sua dipendenza economica nei confronti cinesi, fino ad adesso ha cercato di adottare un atteggiamento più conciliante nei confronti della Cina, a differenza degli altri partner dell’alleanza Five Eyes, composta da Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Canada e Regno Unito.

La Nuova Zelanda è stata incalzata per adottare una posizione più forte sulla questione dei diritti umani in Cina. I gruppi per i diritti umani hanno descritto gli abusi compiuti dal governo di Beijing nei confronti della minoranza uigura. Oltre un milione di cittadini uiguri sono detenuti in campi di rieducazione, e sottoposti a lavoro forzato, sterilizzazione di massa delle donne, violenze, abusi psicologici, nonché a restrizioni per quanto riguarda l’uso della lingua, della cultura e della religione tradizionale.

Il giro di vite sui movimenti pro-democratici ad Hong Kong è tuttora in corso, con l’arresto di dozzine di attivisti e politici a marzo.

I governi dell’Australia e della Nuova Zelanda hanno accolto positivamente le sanzioni annunciati da Regno Unito, Stati Uniti ed Unione Europea per quanto riguarda gli abusi sugli Uiguri, ma il governo neo zelandese a maggio si è dovuto difendere per non avere voluto utilizzare la parola genocidio in una mozione discussa e adottata all’unanimità dal parlamento, preferendo un più blando “abusi sui diritti umani”. Mahuta aveva detto che la Nuova Zelanda non ha utilizzato il termine genocidio a causa delle implicazioni legali internazionali che il suo uso comporta.

Il ministro per il commercio Damien O’Connor aveva ammesso che l’uso di questo termine avrebbe danneggiato i rapporti commerciali con Beijing. Ma secondo la leader dell’opposizione Judith Collins, le relazioni commerciali con la Cina sono il classico “elefante nella stanza”.

Secondo un rapporto dello scorso anno, le sanzioni cinesi in rappresaglia contro l’Australia sono costate al governo di Canberra AU$47.7bn (£26.5bn) l’anno scorso. Finora l’impatto è stato parzialmente tamponato dalla dipendenza cinesi delle materie prime australiane, a cominciare dal ferro. Ma Beijing sta esplorando alternative, contemplando di sostituire l’Australia con il ferro brasiliano o della Guinea. Se questa sostituzione dovesse avere successo, l’Australia potrebbe essere danneggiata pesantemente.

La Nuova Zelanda ad ogni modo non ha il monopolio di una risorsa da utilizzare nella diplomazia con la Cina, tutto ciò che la Nuova Zelanda produce, può essere ottenuto tramite altre vie, ha detto il professore di diritto internazionale Alexander Gillespie.

L’economia neo zelandese è fortemente dipendente da quella cinese. Alla fine del 2020, il valore delle esportazioni del paese verso la sola Cina sorpassava il valore delle esportazioni degli altri più importanti partner commerciali della Nuova Zelanda (USA, Regno Unito, Giappone e Australia) messi assieme.

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