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Ching Shih, storia della piratessa che comandò una flotta da 80.000 uomini

Sebbene la filmografia statunitense ci abbia ormai portato a collocare istintivamente l’epopea piratesca nel Mar dei Caraibi, in realtà la pirateria ha vissuto le sue (alterne) fortune in tutti i mari, con esempi significativi e storie appassionanti che vanno dal Mediterraneo, al Golfo del Bengala, al Mar Cinese per finire tra gli atolli del Mar dei Coralli.

Tra queste storie spicca quella di Ching Shih, la regina dei mari, piratessa cinese che comandò una flotta immensa e arrivò a rivaleggiare con le nazioni locali e le stesse potenze coloniali.

Da prostituta a piratessa

Ching Shih era una donna di umili origini nata nel 1775 nella provincia di Canton. Prima di darsi alla pirateria lavorava come prostituta in uno dei bordelli galleggianti che al tempo popolavano le acque della regione cinese di Canton.

Tra i suoi clienti affezionati vi era anche il famigerato Cheng I, pirata appartenente ad una dinastia di pirati risalente addirittura all’epoca Ming e fondatore della Red Flag Fleet.

Nella seconda metà del 1700 era iniziata quella che fu l’epoca d’oro dei pirati cinesi, che spadroneggiavano nel Mar Cinese meridionale, sfruttando come base per le loro scorrerie il regno del Vietnam, il cui sovrano stringeva accordi con i pirati pur rimanendo di fatto uno stato satellite dell’Impero Cinese, che questi pirati regolarmente depredavano.

All’inizio del 1800 però il regno vietnamita, che aveva fino ad allora favorito i pirati, venne rovesciato dalla dinastia Nguyễn (quella che sarebbe stata l’ultima dinastia vietnamita prima della colonizzazione francese).

Quest’ultima casa regnante non aveva certo in simpatia la “classe” pirata essendo che questa aveva combattuto a fianco del regime precedente.

Ciò spinse i pirati a spostarsi all’interno dell’impero cinese, nella zona di Canton, creando però una feroce competizione per le risorse fra i pirati, costretti a questa migrazione e a rinunciare al sicuro porto franco vietnamita che li aveva sempre ospitati.

Tra i pirati che seppero approfittare di questa situazione di crisi, consolidando la propria posizione e unendo sotto il loro controllo fazioni di pirati in conflitto fra loro, vi fu proprio il futuro marito di Ching Shih, che riunì sotto il suo comando ben 300 navi.

Ching I a quel punto rimase ammaliato da Ching Shih, allora prostituta in un bordello galleggiante e nota per gli intrighi e i ricatti consumati tra le lenzuola del suo letto, con i suoi ricchi e influenti clienti che la mettevano a parte di importanti segreti.

Non è chiaro come fece Ching a conquistare il pirata e se il loro fosse un matrimonio fondato sull’amore o su un calcolato consolidamento di potere, ma è chiaro che il carisma della futura piratessa aveva incantato Cheng, che accettò le condizioni proposte da Ching per la loro unione, concordando con la futura moglie che al matrimonio avrebbe fatto seguito una equa suddivisione al 50% di tutti i bottini che sarebbero stati depredati nel corso delle scorrerie della Red Flag Fleet.

Nonostante fosse merito del marito aver introdotto Ching Shih alla pirateria, la sua consorte aveva decisamente un dono naturale per questo mestiere, ed ebbe molto più successo in questo campo rispetto a Cheng I.

Appena sei anni dopo il loro matrimonio, Cheng I morì in Vietnam, forse vittima di un incidente o di un tifone, lasciando alla moglie Ching Shih in eredità la sua flotta che, nel frattempo, si era consolidata ed era arrivata a contare 1800 navi e circa 40.000 uomini.

Ching Shih, il cui nome cinese (郑氏) significa letteralmente “Vedova Cheng”, riuscì a farsi accettare come capo dai pirati della Red Flag Fleet, stringendo un sodalizio con suo figlio adottivo, Cheung Po Tsai.

Anche Cheung Po Tsai, il cui nome cinese (張保仔) significa letteralmente “Il giovane Cheung Po”, esattamente come Ching Shih non era stato sempre un pirata, lui infatti era figlio di un pescatore, ma fu rapito in giovane età da Cheng I e costretto ad unirsi alla sua ciurma. Vista l’innata attitudine alla pirateria del ragazzo, Cheng finì poi per adottarlo.

Dopo la morte di Cheng, Ching coltivò abilmente una relazione con il figliastro, arrivando a dissuaderlo dal perseguire una posizione di maggiore potere all’interno della flotta, lasciando a lei il comando.

Nonostante ciò, le “convenzioni” piratesche dell’epoca stabilivano fosse un maschio ad avere il controllo delle navi, quindi l’investitura formale di capitano venne affidata a Cheung, anche se di fatto era la vedova Ching a detenere il controllo e il potere effettivo sugli uomini.

Il codice dei pirati

La piratessa prese sul serio i codici e le regole del mestiere e questo può spiegare, in parte, il suo successo. Ogni nave ed ogni pirata sotto il suo comando era vincolata e protetta da una serie di regole, inclusa una divisione equa del bottino.

La nave che avesse “guadagnato” la refurtiva avrebbe avuto diritto a tenerne il 20%, mentre il restante 80% sarebbe stato destinato ad un fondo collettivo a servizio dell’intera flotta.

Per garantire buoni rapporti con i villaggi che ospitavano e rifornivano la flotta, Ching Shih vietò ogni atto di violenza o saccheggio contro di loro.

Inoltre, qualsiasi pirata sotto il comando di Ching che avesse violentato una donna prigioniera sarebbe stato condannato a morte.

Infine, per garantire che la catena di comando venisse rispettata, qualunque membro della flotta che avesse dato degli ordini propri indipendenti, sarebbe stato decapitato sul posto.

La flotta guidata da Ching Shih diventò sempre più potente fino ad attirare l’attenzione dell’Impero Qing. Nel 1808, Ching non dovette più solo preoccuparsi di combattere contro le flotte concorrenti, ma dovette iniziare a fare i conti con la flotta dell’Impero cinese. Lo fece saccheggiando e conquistando le navi Qing inviate per distruggerla.

Attirò anche l’attenzione di portoghesi e britannici, che inizialmente non rappresentarono un grosso problema per Ching. In quel periodo Ching Shih riuscì ad aumentare le fila dei suoi pirati, arrivando a creare una flotta che secondo alcune fonti contava 80.000 uomini.

Alla fine, però, una serie di battaglie tra la sua flotta e la marina portoghese, che culminarono nella Battaglia della Bocca della Tigre, una serie di scontri nelle acque intorno a Macao che si conclusero con la resa di Cheung Po Tsai e lasciarono la piratessa indebolita.

La resa

La vedova Ching decise quindi di approfittare, nel 1810, dell’amnistia concessa dall’Impero Cinese ai pirati che si fossero arresi e negoziò con i funzionari imperiali una resa che le consentì di salvare quasi tutti i suoi pirati e di ritirarsi a una vita agiata, mantenendo per sé e per Cheung Po Tsai oltre centoventi navi, da reimpiegare per traffici leciti.

Oltre a ciò Ching Shih ottenne per numerosi dei suoi comandanti un reinserimento tra i ranghi dell’esercito cinese, con Cheung Po Tsai in particolare che divenne un colonnello della marina cinese.

Ching ottenne poi di sposare lo stesso figliastro Cheung Po, ottenendo un’apposita licenza dal governo cinese, e gli diede poi un figlio, Cheung Yu Lin, e una figlia.

Dopo la morte di Cheung, avvenuta in mare all’età di 39 anni, Ching Shih si trasferì a Macao dove aprì un bordello ed una casa da gioco, e dove morì pacificamente all’età di 69 anni.

Nel suo massimo periodo di gloria, Ching Shih comandava una flotta di 80.000 pirati e possedeva tesori immensi, rendendola una dei pirati di maggior successo della storia.

Nella provincia di Canton e a Macao si rincorrono ancora oggi le leggende dei tesori che Ching Shih e il figliastro Cheung Po Tsai avrebbero nascosto, e alcune grotte portano i loro nomi perché per secoli sono state indicate come possibili nascondigli delle loro ricche refurtive.

Ching Shih riuscì però ad entrare nella leggenda senza una fine tragica, valorizzando, in puro stile cinese, un ingresso nell’armonia della società civile con il perdono dell’Imperatore.

Una scena tratta dal film di Ermanno Olmi ‘Cantando dietro i paraventi’,

Come nella chiusura del film di Ermanno Olmi che narra la vita e le gesta di Ching Shih, Cantando dietro i paraventi, la storia di Ching Shih insegna qualcosa sulla riconciliazione e ci dice molto sul pensiero e sulla società cinesi.

Nella scena finale del film infatti la vedova Ching incontra l’imperatore, che le chiede perché continuare a combattere essendo il perdono più forte della legge.

Autori:

Riccardo Berti

Avvocato a Verona, con un Master alla Beijing Foreign Studies University, da lungo tempo si interessa di Asia, tecnologia e dei relativi aspetti normativi.

Mariagrazia Semprebon

Giurista d’impresa, esperta di diritto ambientale e agroalimentare, con una passione per i paesi asiatici ai quali ha dedicato numerose relazioni, articoli e approfondimenti.

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