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It’s all Chinese to me! Ma il cinese è davvero una lingua così difficile?

La lingua cinese è nota per essere una lingua complessa e ostica da affrontare, specie per il discente occidentale, soprattutto perché deve affrontare un sistema di scrittura logografico (ovvero basato su una rappresentazione di singole parole attraverso grafemi).

I sistemi di scrittura possono infatti essere ricondotti a tre categorie principali, ovvero i sistemi logografici (appunto come quello cinese), quelli sillabici (come la lingua cherokee) e quelli alfabetici (ad esempio quelli basati sull’alfabeto latino, greco, cirillico, etc.).

Molti sistemi di scrittura presentano delle caratteristiche ibride rispetto alle classificazioni appena viste, ad esempio i sistemi di scrittura ebraico ed arabo vengono definiti “abjad”, o “alfabeti consonantici”, per la loro caratteristica di rappresentare con segni sillabe ma senza la vocale, con l’indicazione sulla sua pronuncia che viene al più sostituita da segni diacritici (ovvero segni che hanno lo scopo di “incidere” su una parola per modificarne il suono la pronuncia, o il significato, come ad esempio accade in italiano per distinguere la preposizione “da” dal verbo dare alla terza persona singolare dell’indicativo presente “dà”).

Un sistema logografico utilizza, invece di componenti grafici che indicano un suono, componenti grafici che hanno oltre a un valore fonetico, anche un valore semantico.

Così non abbiamo un insieme di lettere (che non hanno di per sé alcun significato) da utilizzare come pezzi di puzzle per comporle in un insieme dotato di significato, ma abbiamo unità di linguaggio che già contengono in sé il significato, così il carattere 马 indica il cavallo e non può che essere utilizzato per altro se non indicare la parola “cavallo” o suoi composti.

Per fare un parallelo sarebbe come pensare che in italiano la lettera “a” significasse solamente “cavallo” e non potesse essere utilizzata per null’altro che indicare un cavallo e i suoi eventuali termini composti (ad esempio se “b” fosse “carro”, “ab” potrebbe indicare “calesse”). E’ evidente che così facendo avremmo bisogno di ben più di 21 lettere per comporre il nostro alfabeto, ed infatti il Cinese comprende oltre 50.000 caratteri, con alcuni dizionari che arrivano ad elencarne addirittura 100.000 (anche se nell’uso quotidiano sono sufficienti “solo” dai 3.000 ai 5.000 caratteri).

Questo sistema non è molto efficace ed infatti oltre al cinese sono davvero poche le lingue del mondo moderno che utilizzano sistemi di scrittura logografici (li usano in parte il coreano, il giapponese, e il vietnamita, perché li hanno ereditati dal cinese, ma anche queste tre lingue si sono dotate di alfabeti complementari ai caratteri, con il Vietnam che è arrivato ad abolirne l’uso in favore dell’alfabeto latino). Gli unici esempi significativi di lingue logografiche devono quindi essere ricercati nel passato, come ad esempio la scrittura geroglifica o cuneiforme.

Cangjie ministro dell’Imperatore giallo e mitico inventore dei caratteri cinesi

Secondo la leggenda fu l’Imperatore Giallo (imperatore divino della mitologia cinese) che incaricò il suo funzionario Cangjie (dotato di quattro occhi) di creare una lingua per il suo popolo dopo aver unificato la Cina. Cangjie osservò la natura e creò questo sistema di scrittura basandosi sul mondo che lo circondava. Gli dei piansero miglio sulla terra tanto era la gioia per la creazione di un simile sistema di scrittura.

Se solo Cangjie avesse chiuso i suoi quattro occhi, guardato un po’ meno la natura e avesse pensato ad un sistema alfabetico, forse oggi il cinese non sarebbe così difficile da imparare!

Eppure proprio questa refrattarietà della lingua cinese alle variazioni di pronuncia (il segno grafico rimane tendenzialmente lo stesso a prescindere dai dialetti o dalle evoluzioni della lingua) ha fatto da collante fondamentale per una nazione davvero unica per estensione e popolazione, in cui tutti (o, meglio, tutti quelli che sapevano leggere e scrivere) potevano capirsi a prescindere dallo sviluppo del dialetto locale.

E’ mancato quindi in Cina quello che è accaduto in Europa dove la lingua latina a un certo punto non rappresentava più la lingua parlata dal popolo, costringendo le varie nazioni del mondo cattolico a una ricodifica linguistica divisiva e che contribuì ad identificare e successivamente contrapporre le varie unità nazionali.

Se la scrittura cinese è difficile, anche la lingua parlata presenta degli ostacoli, in particolare il cinese è una lingua basata sugli accenti, e distingue la pronuncia dei caratteri sulla base dell’accento (tono) destinato al suono del carattere.

Altro problema del cinese, che mette in difficoltà il discente occidentale, è quello delle frequenti omofonie, con pochi suoni ad indicare numerose diverse parole, costringendo l’interprete a far riferimento al contesto per incasellare il discorso che si sta ascoltando.

Queste omofonie ed accenti hanno portato allo sviluppo di virtuosismi tesi alla creazione di poesie o testi con una sola componente fonetica variamente accentata, come ad esempio il noto poema “Il poeta mangiatore di leoni”, e si riporta di seguito nel testo cinese:

 
 “施氏食狮史”
 石室诗士施氏,嗜狮,誓食十狮。
 氏时时适市视狮。
 十时,适十狮适市。
 是时,适施氏适市。
 氏视是十狮,恃矢势,使是十狮逝世。
 氏拾是十狮尸,适石室。
 石室湿,氏使侍拭石室。
 石室拭,氏始试食是十狮。
 食时,始识是十狮尸,实十石狮尸。
 试释是事。 

Qui di seguito invece la traslitterazione in pinyin:

Shī Shì shí shī shǐ”
 Shíshì shīshì Shī Shì, shì shī, shì shí shí shī.
 Shì shíshí shì shì shì shī.
 Shí shí, shì shí shī shì shì.
 Shì shí, shì Shī Shì shì shì.
 Shì shì shì shí shī, shì shǐ shì, shǐ shì shí shī shìshì.
 Shì shí shì shí shī shī, shì shíshì.
 Shíshì shī, Shì shǐ shì shì shíshì.
 Shíshì shì, Shì shǐ shì shí shì shí shī.
 Shí shí, shǐ shí shì shí shī shī, shí shí shí shī shī.
 Shì shì shì shì. 

Il cinese è anche una lingua “facile”.

A fare da contraltare alle difficoltà del sistema linguistico cinese c’è senz’altro la semplicità della grammatica, dove mancano coniugazioni, declinazioni e desinenze per indicare il maschile e il femminile, il singolare e il plurale.

Inoltre, la costruzione della frase in cinese segue la struttura Soggetto-Verbo-Oggetto come in italiano.

A fronte di tutte le complessità appena viste ci sono allora numerose semplificazioni nell’apprendere il cinese, anche se va premesso che la questione della difficoltà della lingua può essere affrontata con due diversi approcci.

Quando una lingua è “difficile”.

Il primo approccio è di tipo oggettivo, ovvero quanto tempo un discente che non conosce alcuna lingua impiega per imparare una lingua piuttosto che un’altra.

Sul punto non ci sono molte evidenze a livello di studi, anche perché chi impara da zero una lingua sono i bambini e loro giovano di quell’istinto linguistico” (come lo definisce Noam Chomsky) che gli consente di bruciare le tappe dell’apprendimento, che sia dell’italiano o del cinese.

Dobbiamo quindi ripiegare sul secondo approccio, che è di tipo soggettivo, ovvero quanto tempo impiega un occidentale ad imparare le diverse lingue?

E’ infatti chiaro che se il cinese è difficile per uno studente di lingua italiana o inglese (quantomeno rispetto alle altre lingue occidentali), non altrettanto può dirsi per uno studente coreano o giapponese, che verosimilmente considereranno più abbordabile lo studio del cinese rispetto a quello dell’inglese.

In ogni caso il cinese ha conquistato numerosi “podi” negli studi relativi alla difficoltà di apprendimento per uno studente di lingua inglese.

Una classifica stilata dal Foreign Service Institute del governo USA include il cinese fra le lingue “super difficili” per un discente madrelingua inglese, assieme a coreano, giapponese e arabo. Per imparare queste lingue servono 88 settimane (2200 ore di lezione) mentre per l’italiano ne bastano 24 (600 ore di lezione).

Alcuni studi hanno evidenziato come la criticità principale del cinese riguardi proprio il sistema di scrittura, ma questo non basta per farne la lingua più difficile, ad esempio l’arabo ha senz’altro un sistema morfologico (ovvero la struttura grammaticale) più complessa di quella del cinese, mentre il turco ha un sistema sintattico particolarmente ostico.1

Alcuni evidenziano che il cinese, in termini assoluti, non è più difficile dell’inglese, in quanto i caratteri cinesi sono tutti composti da poche centinaia di tratti o gruppi di tratti sempre uguali (quelli che “ordinano” la presentazione dei caratteri nei dizionari cinesi, operazione necessaria vista l’assenza di un alfabeto) paragonabili alle “lettere” del nostro alfabeto, e mentre l’inglese combina questi grafemi in modo spesso inconsistente con la loro pronuncia e presenta una grammatica complessa (relativamente a quella cinese), il cinese è coerente con la pronuncia dei caratteri e presenta una grammatica estremamente semplificata.2

Il cinese, poi, legando un concetto a un singolo carattere, consente allo studente di ricollegare quel significato a tutte le composizioni che traggono origine dal carattere, sia a livello di unioni di caratteri (quindi abbiamo “马” che indica il cavallo, mentre “走马” indica cavalcare e “人马” (uomo+cavallo) che indica le truppe) che a livello di radice di caratteri più complessi (ad esempio albero “木” legna “林” e foresta “森”).

Non bisogna poi pensare al cinese come la lingua più complessa in assoluto, basta pensare alla difficoltà per gli occidentali di pronunciare le “consonanti clic” delle lingue khoisan, o alla lingua ubykh (lingua che era parlata in Turchia fino al 1992 e che secondo un modello matematico sviluppato nel 2016 da Michael Campbell supera di larga misura la difficoltà del cinese per uno studente anglofono3).

Il fatto è che la lingua cinese è una tra le più difficili lingue con una diffusione significativa nel mondo (anzi, stiamo parlando della seconda lingua più parlata al mondo e della prima per numero di madrelingua).

It’s all Chinese to me”

Un interessante (anche se poco significativo in termini accademici) “test” sulla difficoltà della lingua è quello che si può fare confrontando le varie espressioni che indicano, facendo riferimento ad un’altra lingua particolarmente “ostica” la difficoltà di comprensione di un testo o un concetto.

Se per noi italiani è l’arabo la lingua indice di incomprensibilità (è da segnalare che gli arabi non ricambiano il favore e per indicare un qualcosa di incomprensibile si rifanno proprio al cinese), in inglese è molto diffusa l’espressione It’s greek to me” che pare abbia radici latine nell’idioma: “Graecum est; non legitur”, ma è anche molto diffuso il detto che dà il titolo a questo articolo: “It’s all Chinese to me”.

Confrontando le varie espressioni raccolte sulla pagina di Wikipedia “Greek to me” alcuni studiosi hanno creato la tabella parziale che segue, dove da ogni lingua si dipanano delle frecce per indicare a quale lingua straniera i parlanti di una lingua fanno riferimento quando devono indicare un testo incomprensibile e, di converso, dove ogni lingua a cui fanno riferimento i parlanti di lingua straniera è raggiunta dalle frecce.

Più “frecce” arrivano su una lingua, più è diffuso il riferimento a tale lingua come sinonimo di difficile comprensione.

Possiamo notare dall’immagine che le due lingue più richiamate sono il Cinese e il Greco, tra le due “vince” questa singolare sfida il cinese, con ben tredici frecce “a carico”.

Le lingue che richiamano il Cinese quando si trovano di fronte a testo o parole incomprensibili sono il francese, il finlandese, il russo, l’ungherese, il lettone, il lituano, il romeno, il turco, lo spagnolo, il greco, l’olandese, il polacco e l’ebraico.

Lo schema manca però di considerare l’espressione diffusa in lingua inglese (“It’s all Chinese to me”) nonché l’espressione araba che fa riferimento al cinese (l’espressione riferita alla lingua hindi, riportata nell’immagine, è infatti tipica solo dell’Egitto) e l’espressione portoghese “Isto para mim é chinês”.

Non solo, anche altre lingue, non riportare nello schema, fanno riferimento al cinese come lingua incomprensibile, come l’albanese, il filippino, il giapponese, il serbo e l’ucraino.

La preponderanza del cinese come archetipo della lingua oscura e impenetrabile è quindi globale e significativa della meraviglia provata dagli occidentali (ma anche da popoli vicini a quello cinese come i filippini e i giapponesi) di fronte ad una lingua così complessa e ricca.

Possono essere molte le ragioni di questa preminenza del cinese (che verosimilmente ha offuscato la fama di altre lingue molto complesse come coreano e giapponese solo per la sua dimensione) e del greco (la cui “fama” verosimilmente deriva dall’originaria espressione latina, in quanto l’espressione è diffusa solo in lingue europee), quel che è certo è che stiamo parlando comunque di due lingue davvero complesse, quindi il richiamo diffuso nel parlato di numerose altre lingue non è sicuramente sbagliato.

E in cinese?

I cinesi a quanto pare non hanno deciso di partecipare a questo “gioco” delle lingue poco comprensibili e si affidano ad espressioni come “lingua degli uccelli” (niǎoyǔ 鸟语) o “testo del cielo” (tiānshū 天书) o ancora “lingua dei fantasmi” (guǐhuàfú 鬼画符).

Esiste anche un’espressione (ma solo in dialetto cantonese) con cui si fa riferimento all’inglese (e sono gli unici quindi a considerare l’inglese una lingua incomprensibile!) ovvero l’espressione “intestini di gallina” (gaicoeng 雞腸) la cui forma dovrebbe richiamare le parole scritte in alfabeto latino in inglese.

Insomma la lingua cinese è senz’altro difficile da imparare – anche se forse non così tanto come pensiamo – ma ripaga con un’immersione in una cultura unica e con l’esperienza di apprendimento di un sistema linguistico ricco di storia e di particolarità.

(1) https://www.nsa.gov/Portals/70/documents/news-features/declassified-documents/cryptologic-spectrum/foreign_language.pdf

(2) Evaluating merit – the evolution of writing reconsidered, Writing Systems Research 2009 vol. 1, no. 1, pp. 5-17

(3 ) https://ai.glossika.com/blog/language-difficulty

Autori:

Riccardo Berti

Riccardo Berti

Avvocato a Verona, con un Master alla Beijing Foreign Studies University, da lungo tempo si interessa di Asia, tecnologia e dei relativi aspetti normativi.

Mariagrazia Semprebon

Mariagrazia Semprebon

Giurista d’impresa, esperta di diritto ambientale e agroalimentare, con una passione per i paesi asiatici ai quali ha dedicato numerose relazioni, articoli e approfondimenti.

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