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La storia (dimenticata) della colonia italiana in Cina

Pochi ricordano che nel 1901 l’Italia partecipò con un contingente alla spedizione internazionale per sedare la rivolta dei Boxer, scoppiata l’anno precedente in Cina.

Per comprendere le ragioni di un dispiegamento di forze dall’altra parte del mondo da parte dell’esercito italiano, tradizionalmente poco impegnato nel Pacifico, bisogna ricordare che in quel periodo la politica estera nel nostro paese era molto aggressiva e che la sconfitta di Adua del 1896, che aveva costretto alle dimissioni il principale fautore di questa politica imperiale, ovvero Francesco Crispi (che legò in maniera indissolubile la sua carriera politica alle alterne fortune della politica coloniale italiana), rendeva vitale per l’orgoglio nazionale una vittoria su uno scenario internazionale.

La rivolta dei boxer

L’affascinante storia della rivolta che il corpo di spedizione italiano si troverà a fronteggiare affonda le radici nella politica coloniale europea (e in particolare inglese) in Cina, e nelle guerre dell’oppio che avevano inaugurato la “stagione” dei trattati ineguali, ovvero quella serie di accordi di pace in cui, al termine di un conflitto armato con le potenze coloniali la Cina (ma con essa anche la Corea e, inizialmente, anche il Giappone), sostanzialmente sconfitta, dovette cedere alle potenze occidentali quanto di loro interesse.

La suddivisione della Cina in “sfere d’influenza” delle potenze europee (cui si aggiunse il Giappone dopo la prima guerra sino-giapponese del 1894-1895) generò un forte sentimento di insofferenza da parte della popolazione cinese, insofferenza rivolta anche al tentativo di “colonizzazione religiosa” portato avanti dai missionari cattolici.

Le scuole di arti marziali cinesi funsero da catalizzatore di questo malcontento popolare e attorno a tali scuole si sviluppò il seme della rivolta che scoppiò nel 1899.

Il movimento dapprima assunse il nome di 义和拳 “Yihequan” ovvero “pugni” (o “pugili”) “di giustizia e concordia”.

E’ interessante notare come sia il concetto di giustizia, rettitudine (yi 义), sia quello di concordia, armonia (he 和) sono tra i pilastri della dottrina confuciana e che quindi già nel nome gli insorti intendevano richiamare i fasti della tradizione cinese e l’idea non di un atto di aggressione, quanto di una giusta rappresaglia contro un nemico invasore (tra l’altro il nome è in realtà più antico e pare risalire ad alcune rivolte cinesi del 1700 e 1800).

Gli stranieri delle legazioni e i missionari tradussero però solamente il terzo carattere (quan 拳 “pugno”, “pugile”) in molti carteggi, così l’insurrezione prese il nome, in occidente, di rivolta dei boxer.

La rivolta sfociò in uno scontro militare solamente nel 1900 e culminò con l’assedio al quartiere delle legazioni del giugno 1900.

Le potenze occidentali (l’Italia dietro a sinistra) cercano di “covare” l’enorme uovo cinese, con qualche difficoltà, in una stampa del 1901. Da lontano osservano Giappone e Stati Uniti.

L’alleanza delle otto nazioni

La reazione dell’occidente (che non attendeva altro per imporre un altro “trattato ineguale” alla debole Cina) non si fece attendere e diede vita ad un’alleanza inedita e trasversale che avrebbe raccolto su un unico fronte potenze che fino a poco prima erano in guerra fra loro (e sarebbero tornate ad esserlo poco dopo).

Le potenze occidentali si raccolsero nell’Alleanza delle otto nazioni, che includeva Austria-Ungheria, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti.

L’alleanza fu significativa in particolare perché segnava l’inizio di un nuovo corso per la politica estera giapponese.

La restaurazione Meiji, iniziata solo trent’anni prima, aveva portato il Sol Levante al livello tecnologico dell’Europa con un percorso a tappe serrate che consentiva ora al paese, per la prima volta, di partecipare ad una spedizione internazionale al pari delle potenze europee.

Questa alleanza fu il trampolino di lancio per la successiva alleanza anglo-giapponese del 1902 (prima alleanza paritaria tra una potenza occidentale e una orientale) e per la guerra russo-giapponese del 1904-1905, una delle prime vittorie di una potenza asiatica su una europea nell’era moderna, famosa anche per la folle impresa della flotta russa, che partì dal Mar Baltico per raggiungere Vladivostok, attraverso il Capo di Buona Speranza, navigando per 30.000 km solo per venire sconfitta a Tsushima.

Questo eterogeneo gruppo di nazioni, abituate a battersi fra di loro, di fronte all’aggressione a danno dei cittadini europei (e giapponesi) da parte dei “barbari” cinesi fecero fronte comune, attaccando la Cina (che a quel punto reagì militarmente, inquadrando i boxer fra i suoi reparti) e marciando verso Pechino.

La guerra durò ben poco e si chiuse con il “corpo di liberazione” occidentale che conquistò la capitale cinese e si diede anche al saccheggio dei tesori della capitale (saccheggio a cui, pare, gli italiani non parteciparono).

Il contingente italiano

Il contingente italiano inviato in Cina era composto di 2.000 uomini ed era “armato” di quadrupedi, per lo più muli visto che le strade cinesi erano considerate impraticabili per i cavalli.

Le truppe italiane, impegnate a dire il vero in uno scenario dove gli scontri furono meno violenti, persero 18 uomini.

I resoconti del contingente italiano raccontano comunque di come le potenze occidentali non collaborassero in maniera cristallina, con i vari comandi nazionali che si “contendevano” la liberazione di porti e paesi.

Il Protocollo dei boxer e le concessioni

I cinesi furono quindi costretti, nel settembre del 1901, a firmare il Protocollo dei boxer (che andava così ad aggiungersi alla serie dei trattati ineguali) in cui alle potenze intervenute venivano riconosciuti pesanti indennizzi, l’Imperatrice Cixi fu costretta al ritiro dalla vita politica e, soprattutto, alle potenze occidentali fu concesso il controllo diretto del quartiere delle legazioni a Pechino e di altri territori in Cina.

La Concessione italiana di Tientsin

Agli italiani toccò un appezzamento di 458.000 metri quadri (uno dei più piccoli concessi alle potenze straniere) ai margini della città di Tientsin (Tianjin).

Tientsin allora, come oggi, era una città strategica per l‘impero cinese, costituendo lo sbocco sul mare della capitale Pechino (non per niente oggi Tianjin è diventata una delle “mega-città” cinesi, conta oltre 15 milioni di abitanti ed è tra le quattro città a godere dello status di municipalità insieme a Pechino, Shanghai e Chongqing).

Nella “selezione” delle concessioni però l’Italia -che oltre a dover cedere il passo alle potenze più importanti non conosceva i territori oggetto delle concessioni- non fu molto fortunata, la zona controllata era costituita per larga parte da un’area paludosa, adibita a cimitero dalla popolazione locale.

Ciononostante, gli italiani realizzarono da subito un piano regolatore dell’area, finanziato vendendo i lotti pianificati (concedendo condizioni vantaggiose agli italiani) e che prevedeva la bonifica della palude.

L’operazione di bonifica e costruzione, che avrebbe portato alla realizzazione di un quartiere residenziale in stile liberty, non fu così semplice da portare avanti e richiese anche iniezioni di capitali dalla madrepatria.

Il risultato fu comunque di tutto rispetto tanto che fra i cinesi la concessione era conosciuta come la “concessione aristocratica”.

La concessione era dotata di un contingente militare che venne tempo per tempo ampliato o ridotto a seconda della temperie politica e delle disponibilità di mezzi ed economiche e si distinse inoltre per la presenza di un’efficiente delegazione del corpo dei pompieri che fu impegnata in numerose occasioni anche a sostegno delle altre concessioni.

Un’altra storia interessante è quella vissuta dalla concessione durante la Grande Guerra, con l’arrivo di 900 italiani dalle “terre irredente” (Trentino, Alto-Adige e Venezia Giulia).

Questi italiani, abitanti in territorio austro-ungarico al tempo e quindi inquadrati nell’esercito asburgico, erano stati mandati a combattere sul fronte russo (per evitare facili cambiamenti di fronte nel caso di loro dispiegamento contro l’esercito italiano).

Di lì molti erano stati catturati e imprigionati nei campi siberiani. Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi i prigionieri erano stati liberati… a migliaia di chilometri da casa!

A quel punto il pezzetto di madrepatria più vicino per questi italiani era proprio la concessione di Tientsin e gli “irredenti” riuscirono a raggiungerla con non poche difficoltà.

Gli stessi vennero subito armati e i loro ranghi integrati per andare a combattere proprio contro coloro che li avevano poco tempo prima liberati.

L’Italia infatti, al seguito delle potenze dell’Intesa, sosteneva i russi bianchi contro i bolscevichi, in parte per la paura di una diffusione delle idee comuniste in Europa, in parte con la speranza che una restaurazione del potere dello Zar (o comunque di stampo menscevico) potesse riportare la Russia a combattere contro la Prussia, che intanto profittava della chiusura del fronte orientale per concentrare le proprie forze a occidente.

Il Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente, con base appunto nella concessione di Tientsin, combatté fino all’estate del 1919 per tenere aperte le linee di comunicazione e approvvigionamento con i russi bianchi che passavano dalla Manciuria.

Le concessioni a Tianjin in una mappa del 1912, la piccola concessione italiana è visibile a sinistra, sull’ansa del fiume Hai-He (Hai-Ho sulla mappa). “Madrolle’s Guide Books: Northern China, The Valley of the Blue River, Korea.” Hachette & Company, 1912

A quel punto però le forze bolsceviche, divenute soverchianti, costrinsero le potenze dell’Intesa alla fine delle ostilità.

L’assetto definitivo della concessione vide l’accorpamento della vicina concessione austro-ungarica, tornata alla Cina dopo la fine della Prima guerra mondiale ma “presa” dall’Italia fascista nel 1927.

L’Italia mantenne il controllo della concessione fino al 1943, quando venne occupata dai giapponesi.

Le altre legazioni erano già passate sotto il controllo giapponese nel 1940 mentre agli italiani, alleati dei giapponesi, fu consentito di mantenere il controllo della concessione, questo almeno fino all’8 settembre del 1943 quando i giapponesi presero la concessione e circondarono la caserma. In seguito, gli italiani che non manifestarono la loro adesione alla Repubblica di Salò furono internati, gli altri inquadrati.

Dopo la guerra la concessione tornò alla Cina e alcuni edifici sono resistiti al progresso che d’intorno travolgeva la città e le altre concessioni, tanto che i nomi di alcune vie conservano la doppia declinazione italiana e cinese.

Per questo è stato portato avanti un progetto per una riqualificazione secondo criteri di sostenibilità dell’antica foresteria costruita nel 1912 (progetto inaugurato a 100 anni di distanza dalla costruzione, nel 2012) che ora ospita una sede di rappresentanza e di esposizioni del “made in Italy”.

Autori:

Riccardo Berti

Avvocato a Verona, con un Master alla Beijing Foreign Studies University, da lungo tempo si interessa di Asia, tecnologia e dei relativi aspetti normativi.

Mariagrazia Semprebon

Giurista d’impresa, esperta di diritto ambientale e agroalimentare, con una passione per i paesi asiatici ai quali ha dedicato numerose relazioni, articoli e approfondimenti.

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