Intervista al Fotografo Cheng Gong

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Cheng Gong è un artista e fotografo che lavora a New York. Nato a Hunan, in Cina, ha conseguito un diploma in Environmental Art of Design presso l’Università di Donghua, Shanghai nel 2012. Cheng Gong ha conseguito un master in Project Management presso la Northeastern University, Boston nel 2016, ed un master in Fotografia, video e media correlati, alla School of Visual Arts di New York nel 2019. Le sue opere riguardano principalmente le differenze culturali ed alcune situazioni specifiche del mondo occidentale viste da una prospettiva asiatica. La sua serie più recente di immagini “I dieci precetti del buddismo”, è stata selezionata da numerose mostre negli Stati Uniti e anche in Cina. Ha ottenuto una nomination alla sesta edizione dei Fine Art Photography Awards, 2020.

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La serie “I dieci precetti del buddismo” di Cheng Gong è stata presentata al Barret Art Center di New York per una mostra personale dal 16 maggio al 21 giugno 2020

Come e quando ti sei appassionato di fotografia? Perché hai deciso di sceglierla come tua forma d’espressione creativa?

Dato che la mia specializzazione all’università è l’arte ambientale del design, ho frequentato un corso di fotografia quando ero solo una matricola, e ho ottenuto la mia prima macchina fotografica nel 2008, che mi ha dato l’opportunità e un altro modo di vedere la mia vita. Mi sono reso conto che mi piace fotografare così tanto e avrei portato la macchina fotografica sempre con me. Durante il secondo anno del college, sono diventato assistente di un fotografo commerciale a Shanghai. Ho imparato molte cose più pratiche sulla fotografia. Per molto tempo, la fotografia, per me, è stata un modo per registrare la mia vita. D’altra parte, potevo lavorare come fotografo commerciale per guadagnare soldi. Ho scoperto che non ero soddisfatto del modo in cui scattavo le foto per i miei clienti e volevo capire di più e approfondire la teorica della fotografia. Quindi ho fatto domanda per il dipartimento di fotografia della School of Visual Arts di New York. Voglio che nella mia fotografia vi sia un modulo che esprime le cose a cui tengo.

Chi ti ha influenzato come persona e come fotografo?

Il signor Qian, che fu il mio insegnante di pittura al college, mi ha influenzato a diventare un fotografo. In realtà, quando ho iniziato ad interessarmi di fotografia, la mia famiglia era contro di me. I miei genitori volevano che li aiutassi nelle loro attività, non che fossi un fotografo. Questo è il motivo per cui ho conseguito il mio primo master in Project Management. Il signor Qian è l’unico che mi ha incoraggiato ad inseguire la mia passione e fare ciò che volevo. Ha comprato molti album fotografici per me, per aiutarmi a saperne di più sulla storia della fotografia. Ricordo ancora che il primo album fotografico che ha comprato per me sono stati i ritratti di August Sander. Era la prima volta che vedevo un potere incredibile nella fotografia. Da allora ho iniziato a esplorare il mondo dell’arte della fotografia. Dopo aver conseguito il mio primo master, ho deciso di imparare la fotografia e diventare artista.

Quali sono i tuoi soggetti preferiti quando scatti foto? Preferisci lavorare su progetti fotografici di set o su scatti spontanei?

Mi piace fotografare la natura morta. Per un po’, sono stato molto interessato agli oggetti normali della nostra vita quotidiana, come idranti, torri d’acqua e contatori del’acqua, ecc. Penso che questi oggetti sembrino ordinari e poco appariscenti, ma sono molto importanti per le persone e sono anche belli a modo loro. Di solito li fotografo come se scattassi dei ritratti, quindi esco di notte e li illumino. Possono sembrare tutti uguali nella nostra vita quotidiana, ma ai miei occhi sembrano individui specifici. Mi piace anche scattare foto sulle differenze culturali o trattare alcuni problemi sociali. Preferisco lavorare a foto di set programmate, perché posso controllare tutto, come gli oggetti, il tempo, l’illuminazione, ecc. In questo modo, posso esprimere pienamente ciò che voglio mostrare al pubblico.

La serie “I dieci precetti del buddismo” di Cheng Gong è stata presentata al Barret Art Center di New York per una mostra personale dal 16 maggio al 21 giugno 2020

Puoi condividere con noi il retroscena o una storia di una foto che è diventata speciale per te?

La prima foto che mi viene in mente è quella chiamata “No false speech”, che è uno dei “Dieci precetti del buddismo”. All’inizio, volevo scattare questa foto in una corte in stile americano, perché è diversa da quella cinese ed ho trovato strano che negli Stati Uniti, le persone possano andare in tribunale solo per un biglietto di parcheggio non pagato, o qualsiasi altra cosa anche se non si sentono in colpa. In Cina, andare in tribunale è un grosso problema. Ho scoperto che è davvero difficile per uno straniero, come me, contattare un tribunale solo per realizzare un set di foto. Ho anche provato a contattare la facoltà di legge per vedere se potevo affittare un “finto” tribunale, ma il preside mi ha liquidato rispondendomi “No”. Alla fine, ho deciso, come posto di compromesso, di fotografare questa immagine / idea in un centro psichiatrico abbandonato. Sono stato in questo posto diverse volte prima, e ho trovato molte persone che scattavano foto lì, perché vi sono molti letti e strutture in questo edificio.

Il giorno dello shooting, mentre stavamo spostando i nostri oggetti di scena e le attrezzature in quell’edificio, siamo stati segnalati da un passante, e successivamente un poliziotto è arrivato a fermarci. Ci disse che l’edificio era un’area riservata e che non ci era permesso entrare. Ha dato a ognuno di noi un biglietto e ci ha detto di presentarci in tribunale il mese successivo. Mi sono sentito di scattare l’edificio da fuori ed ho messo questo biglietto d’ingiunzione nella cornice, perché fa parte del percorso della foto. Quindi abbiamo trascorso un’intera giornata ad aspettare in tribunale, senza alcuna possibilità di dire nulla, e fortunatamente il giudice ci ha a mala appena considerati per congedarci. Andare in tribunale, per questo motivo, sembrava una cosa irrisoria per il giudice. E ho anche scoperto che il poliziotto ha messo per errore il mio nome e cognome nel posto sbagliato. Quindi, sono stato mandato in tribunale a causa di una foto che volevo scattare in tribunale. Ho pensato a tante cose dopo essere stato in tribunale. Perché così tante persone vanno nell’edificio, dove mi sono recato per scattare delle foto, ma solo noi siamo stati segnalati ed abbiamo ricevuto un biglietto? Perché il poliziotto ha insistito per dare ad ognuno di noi un biglietto? Andare in tribunale era necessario? Perché abbiamo dovuto aspettare in tribunale per quasi un giorno intero, ma il giudice si è beffato di noi e ci ha respinto senza dire altro? È un’esperienza assurda ed indimenticabile e non si tratta solo di un biglietto. Quindi questa è la storia del retroscena di una foto che voglio condividere.

La serie “I dieci precetti del buddismo” di Cheng Gong è stata presentata al Barret Art Center di New York per una mostra personale dal 16 maggio al 21 giugno 2020

Puoi parlarci del tuo progetto fotografico “I dieci precetti del buddismo”? Da dove viene l’idea?

È una serie di dieci foto a cui ho dedicato quasi un anno. In questa serie di immagini sono presenti cibo e oggetti cinesi, ma gli sfondi sono in stile occidentale. Per questa serie, ho volevo imitare il vecchio stile di pittura a olio olandese. Tuttavia, i soggetti principali sono cinesi, e creano così un’atmosfera confusionale. Questa serie non riguarda solo il buddismo, ma riguarda anche le differenze tra la cultura orientale e quella occidentale e anche le differenze affrontate tra le religioni. In termini d’ispirazione per questo lavoro, prima di tutto, ho scoperto che non ho cambiato le mie abitudini e concetti come persona di nazionalità cinese. Anche se sono negli Stati Uniti da più di 5 anni, la cucina cinese è ancora la mia prima scelta e vado solo nei supermercati cinesi a fare la spesa. Ho scoperto che non si tratta solo delle mie abitudini personali, ma di un fenomeno sociale nella società occidentale, che vivono molti asiatici.

Ho anche scoperto che nel mondo occidentale vi sono alcuni malintesi sul popolo cinese e sulla sua cultura, come ad esempio che alcuni occidentali pensano che il cibo cinese sia disgustoso ed economico. Non sono d’accordo. I conflitti d’opinione tra la cultura cinese ed occidentale influenzano notevolmente me ed il mio lavoro. Ultima cosa ma non meno importante, la mia famiglia crede nel buddismo. Sono quindi influenzato da mia madre e mia nonna, credo pure io nel buddismo a modo mio. Ogni volta che torno in Cina, mia madre mi porta in un tempio situato in una montagna vicino alla mia città natale per stare lì diversi giorni. mi piace davvero la vita pacifica e disciplinata che c’ è lì. Avevo sentito parlare di alcune storie sui precetti, quindi ho deciso di renderli il mio progetto.

I tuoi progetti fotografici “One Child” e “One Elder” in un certo senso possono essere le due facce della stessa medaglia quando si pensa alla “politica del figlio unico”. Le due opere sono collegate? Puoi parlarci delle idee che ti hanno spinto a crearli?

In realtà, questi due progetti sono scollegati. “One Elder” parla di un problema sociale della Cina: sempre più giovani delle aree rurali si trasferiscono nelle città per vivervi e lasciano i genitori nella loro città natale. Questo perché gli anziani sono abituati alle loro vite, alle loro case e alle aree rurali. Anche se la città ha una vita più comoda e condizioni migliori, semplicemente non vogliono vivere in città. Da un lato, è difficile per loro vivere in un ambiente sconosciuto, dall’altro non vogliono disturbare la vita dei loro figli. Gli anziani di questa serie sono nati negli anni ’20. Potevano avere tutti i bambini che volevano all’epoca, quindi le sedie vuote rappresentano il numero dei loro figli assenti. Come possiamo vedere dalle foto, alcuni dei loro figli hanno lasciato il nipote o la nuora a casa affinchè si prendesse cura di loro. Tuttavia, la maggior parte degli anziani è a casa da sola. Ho realizzato questa serie pensando a mio nonno, ha avuto sei figli, incluso mio padre. I suoi figli vivono tutti in città adesso, ma mio nonno preferisce vivere in campagna, dove si sente molto più a suo agio.

Il progetto intitolato “One Child” invece è stato realizzato dopo il secondo anno dal mio trasferimento negli Stati Uniti. Abbiamo una politica molto severa in Cina secondo cui una famiglia può avere un solo figlio. Siamo sotto la “protezione” dei nostri genitori e non abbiamo “competizione” nella nostra vita quotidiana. Tuttavia, qui negli Stati Uniti, ho scoperto che la maggior parte delle persone ha fratelli. Qui, non avevo amici stetti o parenti, quindi mi sono sentito solo ed isolato. Questa serie di immagini è ciò che la mia immaginazione vede come una vita ideale: vivere con i fratelli e prendersi cura l’uno dell’altro. Beviamo, mangiamo e giochiamo insieme. Le immagini di me nell’effetto trasparenza rappresentano la mia immaginazione ed io, al centro sono la realtà. Il vero me è infelice, solo e indifeso, e questi sentimenti sono esagerati. Siccome vivo all’estero ho deciso di fare questo progetto.

Quali sono le principali differenze culturali che hanno mosso la tua attenzione creativa quando sei arrivato dalla Cina agli Stati Uniti? Quali argomenti e temi hai trovato diversi?

La principale differenza culturale, negli Stati Uniti, forse riguarda la diversificazione. Soprattutto a New York City, ci sono persone diverse da tutto il mondo. Qui c’è molta più libertà, le persone possono dire tutto ciò che vogliono. Ho scoperto che le persone della stessa parte del mondo preferiscono stare insieme. Ho partecipato a diverse cerimonie nuziali in questi anni e ho constatato che i matrimoni delle persone asiatiche sono principalmente costituiti da persone asiatiche, i matrimoni delle persone bianche sono principalmente costituiti da bianchi, ecc. Proprio come la divisione di diverse aree: gli asiatici vivono in alcune aree, i neri vivono in alcune aree, gli ebrei vivono in alcune aree, ecc. A differenza della Cina, dove non abbiamo certe distinzioni. Riesco a malapena a fare amicizia con gli stranieri, i miei amici sono tutti cinesi. Questo non è un mio problema personale, ma vedo che lo stesso accade per la maggior parte delle persone che vive qui.

Cosa desideri e speri comunicare attraverso le tue foto?

Gran parte del mio lavoro riguarda le differenze culturali. Mi interessa la comprensione di alcuni problemi sociali. Quindi vorrei che il pubblico potesse avere questo messaggio, o che potessero prendere in considerazione di pensare l’argomento. Voglio anche far conoscere agli occidentali qualcosa in più sulla cultura orientale. Voglio esprimere la mia posizione su alcune questioni sociali e allo stesso tempo, che il pubblico possa in qualche modo percepire il mio punto di vista, o possa riflettere di più grazie al mio lavoro.

Recentemente gli Stati Uniti sono passati dalla pandemia alle proteste per la morte di George Floyd. Pensi che la nuova generazione farà un cambiamento significativo in merito ai temi della lotta per i diritti? Cosa ne pensi di questo argomento?

Per quanto ne so, questo tipo di problema sociale non è un incidente ma un problema di lungo termine nella storia. Credo che questo problema sarà superato in futuro, ma non so se possa scomparire del tutto. Come ho detto prima, ho scoperto che la maggior parte dei neri vive in determinate aree, che si trovano ai margini della città. Ogni volta che prendo volo negli Stati Uniti, riesco a malapena a vedere i neri. Ricordo che una volta che ho partecipato ad una mostra d’arte a Boston, c’erano solo due persone di colore tra un centinaio di spettatori. Penso che la lotta per i diritti sia necessaria, ma il cambiamento totalmente ha bisogno di tempo.

Foto cortesemente concesse da Cheng Gong

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