La strana storia della macchina da scrivere in Cina

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Spesso per apprezzare la magnitudine delle distanze culturali e il fatto di come queste vengano abbattute dal progresso tecnologico bisogna pensare al quotidiano.

Per scoprire una storia ricca di fascino basta ad esempio domandarsi come si scriveva a macchina in Cina.

Mentre in Italia questo strumento veniva inventato e perfezionato da pionieri del settore, pochi realizzavano che questa evoluzione avrebbe avuto difficile diffusione in tutti i paesi che adottavano lingue non alfabetiche (e già allora si parlava di una fetta importante della popolazione mondiale).

Mentre alcuni stati asiatici avevano nel frattempo optato per una progressiva alfabetizzazione della scrittura (come la Corea ancora nel 1400), la Cina in particolare non poteva nemmeno concepire di abbandonare la sua lingua scritta logografica (in cui ad un carattere corrisponde un concetto, ma non necessariamente una pronuncia), che aveva fatto da collante per la popolazione del Celeste Impero per millenni.

Questa tipologia di scrittura, che impedisce di “formare” le parole componendo indicatori grafici dei loro suoni ma invece rende necessario inserire caratteri completi, a cui è collegato non un suono ma un significato, impedisce la realizzazione e l’utilizzo di strumenti come le macchine per scrivere a cui siamo abituati, a meno che queste non includano tutti i caratteri che servono per l’utilizzo quotidiano dello strumento (almeno 3.000, su un totale di oltre 50.000 caratteri nella lingua cinese, con alcuni dizionari che arrivano ad elencarne addirittura 100.000).

La Cina dunque, il paese che aveva inventato la carta, sul finire dell’800 si trovava ironicamente frenata dal proprio sistema linguistico, non potendo profittare di un avanzamento tecnologico che stava lasciando il segno nel resto del mondo.

Agli inizi del ventesimo secolo le prime soluzioni a questi problemi arrivarono dal Giappone, dove erano stati brevettati alcuni modelli di macchine da scrivere pensati sulla struttura della stampa a caratteri mobili, con una serie di caratteri metallici da selezionare da una matrice, per poi inserirli nella macchina da scrivere vera e propria che li avrebbe inchiostrati e riversati su foglio.

Il problema della scrittura logografica cinese si ripresentava infatti in termini simili anche in Sol Levante, i giapponesi però avevano dalla loro la semplificazione derivante dall’introduzione dei due alfabeti sillabici hiragana e katakana, che consentivano una produzione scritta paragonabile a quella europea per tutti i caratteri non kanji (i caratteri giapponesi ereditati dal sistema di scrittura cinese).

In Cina il problema si presentava invece “puro” in tutta la sua complessità.

Il primo modello di macchina da scrivere giapponese, inventato nel 1915 da Kyota Sugimoto, iniziò a diffondersi in Cina intorno al 1920 insieme alle altre macchine sviluppate e brevettate in Giappone. L’invenzione di Sugimoto comprendeva 2.400 caratteri nella matrice, che potevano essere scelti per comporre le frasi da stampare.

Macchina da scrivere giapponese
Dadiolli / Tilman Schalmey – Own work (CC BY-SA 3.0)

Altro problema era quello relativo all’ordine da dare ai caratteri.

I cinesi iniziarono dapprima a proporre un ordine basato sui radicali, ordinando poi per numero di tratti i vari caratteri accomunati dalla presenza di un singolo radicale. Questo sistema però, nell’uso, si rivelò subito poco pratico, e di fatto ogni ufficio sceglieva l’ordine dei caratteri sulla base della frequenza con cui doveva essere inserito. Così le macchine da scrivere in dotazione agli uffici di polizia presentavano più vicini alla riga di stampa caratteri come “agente”, “crimine”, etc, mentre quelle in dotazione ad un ospedale verosimilmente avranno avvicinato alla riga di stampa i caratteri delle malattie più frequenti insieme a “medico”, “paziente” etc..

Nella maggior parte delle tastiere poi, è facile immaginare che, il carattere “” Mao, ad indicare il Grande Timoniere, facesse capolino tra i più vicini alla riga di stampa (almeno fino al 1976, anno della sua morte).

Addirittura vennero impiegati ingegneri per studiare la disposizione dei caratteri più efficiente per velocizzare il lavoro dei dattilografi cinesi, utilizzando modelli predittivi per far sì che le sequenze di caratteri più probabili si trovassero il più vicine possibili, modelli basati su concetti che decenni più tardi avremmo visti impiegati sui nostri smartphone per velocizzare i nostri strumenti di instant messaging.

L’utilizzo delle macchine da scrivere, in ogni caso, era attività molto complessa e la produttività non era paragonabile a quella consentita dalle macchine da scrivere per lingue alfabetiche.

Gli strumenti poi erano pesanti e costosi e, a complicare ulteriormente il quadro, vietati!

Ovviamente infatti il partito voleva evitare che dei sovversivi potessero serializzare il loro lavoro di propaganda contro il regime ed aveva quindi posto dei severi vincoli alla diffusione di questi strumenti, ammettendone l’uso solo da parte di uffici pubblici o dietro autorizzazione.

Progressivamente queste macchine da scrivere vennero rese più economiche e leggere, ma senza nemmeno avvicinarsi alla portabilità delle loro controparti occidentali (i modelli più leggeri pesavano 18kg).

La complessità delle macchine da scrivere cinesi era ben nota in occidente, tanto da divenire sinonimo di estrema complessità e assurdità e da dare il nome ad una celebre mossa di danza chiamata appunto “Chinese Typewriter” inventata da MC Hammer per il video di “U can’t touch this”, dove il cantante si muove come se stesse lavorando ad un macchinario ingombrante e complesso.

Chinese typewriter mc hammer

Una evoluzione interessante della macchina da scrivere per caratteri cinesi venne brevettata negli Stati Uniti nel 1946, si trattava di una invenzione di Lin Yutang che si proponeva di suddividere i caratteri cinesi in un limitato numero di “glifi” da presentare sulla tastiera (glifi simili sono utilizzati ancora oggi su alcune tastiere di computer cinesi) i quali potevano essere composti fino a formare un carattere (nel caso in cui i caratteri che potevano essere formati dalla combinazione di tasti fossero più d’uno era possibile ricorrere ad un’apposita serie di tasti funzione con cui selezionare tra le alternative proposte il carattere desiderato). La macchina da scrivere poteva così comporre fino a 90.000 diversi caratteri!L'”anteprima” del carattere veniva presentata prima dell’impressione su carta in attesa del comando dell’utente. La tastiera veniva chiamata “MingKuai” che significa “Chiaro e Veloce” e veniva pubblicizzata come “L’unica macchina da scrivere cinese progettata per essere usata da tutti“.

Purtroppo il giorno della presentazione la macchina non funzionò a dovere e non venne mai commercializzata. In ogni caso il concetto della MingKuai venne ripreso in seguito da altri produttori.

L’idea fondamentale della macchina da scrivere MingKuai ci riporta però alla rivoluzione copernicana costituita dall’introduzione del computer.

Ancora oggi gli strumenti di input di scrittura cinese su PC, smartphone e tablet si basano tutti su una serie di input per individuare il carattere (es. scrivendone la romanizzazione, disegnando alcuni tratti, inserendone alcuni componenti), seguita dalla presentazione di un’anteprima (ovvero di una serie di alternative in anteprima) a seguito della quale l’utente conferma il carattere.

Questo passaggio intermedio fra input e output è la chiave per una sorta di “alfabetizzazione” sui generis della lingua cinese ed è lo strumento che ha consentito alla Repubblica Popolare di mantenere la propria scrittura unica al mondo in un mondo tecnologico dominato dai modelli occidentali, dovendo però subire un “purgatorio” durato quasi un secolo nel corso del quale i vantaggi portati dalla dattilografia sono stati ben poco percepibili in Cina.

In tutto questo c’è anche un riflesso normativo: il verboso italiano giuridico era un lusso che i cinesi, specie a livello locale, non potevano permettersi. Nè è nata (per questo e molti altri fattori) una normazione concisa ed una cultura giuridica fatta di slogan di pochi caratteri, di forte impatto e facilmente comprensibili (“Colpirne uno per educarne cento!“).

Volendo estendere oltre l’intenzione degli ideatori l’ipotesi della relatività linguistica di Saphir-Whorf, secondo cui lo sviluppo cognitivo è influenzato dalla lingua che si parla, potremmo affermare che lo sviluppo sociale e giuridico di una nazione è influenzato anche dagli strumenti con cui questa scrive, e che la fine dell’isolamento sociale cinese (un impero circondato da barbari che non condividevano i loro riti e loro la scrittura) è un percorso appena iniziato a livello culturale e sociale, sebbene sia già esploso a livello economico.

Altra conseguenza di questa corsa tecnologica per consentire la meccanizzazione prima e la digitalizzazione poi della scrittura cinese è il preoccupante fenomeno della “characteramnesia”. In una lingua alfabetica come quella occidentale l’utilizzo massiccio dei nostri computer e smartphone per scrivere e la dissuetudine all’utilizzo della scrittura manuale comporta, al più, un peggioramento della grafia ma non arriva a farci addirittura “dimenticare” le 21 lettere (+5) che compongono il nostro alfabeto. In un sistema di scrittura logografico come quello cinese invece lo scrivere comodamente a macchina (o su uno schermo) porta ad una progressiva diminuzione del bagaglio di caratteri mandati a memoria che una persona può ricordare e scrivere manualmente (basta pensare che i caratteri cinesi possono essere composti anche da 64 tratti).

Questo problema è amplificato dall’utilizzo sempre più diffuso di quei sistemi di scrittura basati sulla romanizzazione dei caratteri cinesi (invece di scrivere i tratti che compongono il carattere ne scrivo il suono in alfabeto romano e seleziono tra i vari omofoni che mi propone il sistema quello che fa al caso

Tastiera cinese

Autori:

Riccardo Berti

Riccardo Berti

Avvocato a Verona, con un Master alla Beijing Foreign Studies University, da lungo tempo si interessa di Asia, tecnologia e dei relativi aspetti normativi.

Mariagrazia Semprebon

Mariagrazia Semprebon

Giurista d’impresa, esperta di diritto ambientale e agroalimentare, con una passione per i paesi asiatici ai quali ha dedicato numerose relazioni, articoli e approfondimenti.

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