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Intervista a Simone Pieranni: riflessioni sulla gestione del coronavirus

Simone Pieranni, laureato in Scienze Politiche, nel 2009 ha fondato China Files, agenzia editoriale con sede a Pechino che collabora con media italiani con reportage e articoli sulla Cina.

Dal 2006 al 2014 ha vissuto in Cina, scrivendo per media italiani e internazionali. Dal 2014 lavora alla redazione esteri del Manifesto. Assieme a Giada Messetti, è autore del podcast sulla Cina Risciò, prodotto da Piano P. Il 14 maggio uscirà Red Mirror, il nostro futuro si scrive in Cina (Laterza, 2020). Tra i libri pubblicati Il nuovo sogno cinese (manifestolibri 2013) Cina Globale (Manifestolibri, 2017), il romanzo Genova Macaia (Laterza, 2017).

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Cosa ha fatto di buono, e cosa ha fatto di sbagliato il governo cinese per affrontare il coronavirus?

Di buono tutto quanto ha messo in piedi appena ha iniziato ad affrontare di petto la situazione: lockdown e chiusura totale, comprese fabbriche e trasporti al momento sembrano essere davvero le uniche soluzioni che hanno funzionato. Di sbagliato probabilmente il fatto di non essere intervenuti subito con le misure: il 30 dicembre Pechino ha comunicato all’Organizzazione mondiale della sanità l’esistenza di un ceppo anomalo di polmonite ma poi ha impiegato praticamente 20 giorni ad attuare le misure.

Giorni durante i quali probabilmente il virus si è diffuso in modo ampio (solo a Wuhan si ritiene che 5 milioni di persone siano andate via prima della quarantena)

Dopo la guerra commerciale (oggi più o meno in sospensione forzata), dopo i tentennamenti iniziali delle autorità locali cinesi, la leadership di Xi Jinping è ancora indiscussa? All’interno del PCC, dopo le numerose campagne “anti-corruzione” che hanno sostanzialmente eliminato molti dei suoi avversari politici interni, è ancora possibile un’alternativa al suo potere, o quanto meno un bilanciamento di potere?

Questi argomenti sono sempre piuttosto scivolosi perché in realtà nessuno, a parte forse Xi e pochi altri, conoscono come vanno davvero le cose all’interno della leadership del Pcc. Ora come ora, nonostante le critiche sui social e di alcuni professori, non credo che la leadership di Xi sia in discussione, considerando soprattutto il cambio di narrazione avvenuto, cioè la Cina da centro del contagio è diventato il centro degli aiuti internazionali.

Tutto dipenderà se la Cina riuscirà a non perdere troppo economicamente, perché in realtà la leadership cinese dipende tutto dal patto con la popolazione in corso dal 1989: voi potete migliorare le vostre condizioni economiche, a patto di rinunciare ad alcuni diritti. Se viene meno la crescita allora sorgeranno problemi.

Ma al momento mi pare che Xi anche grazie a tutta una serie di manovre (compresa la campagna anti corruzione) si sia circondato nei gangli vitali di partito di sui fedelissimi. Quando parliamo di rischi parliamo di golpe e al momento non c’è chi potrebbe farlo: sono tutti suoi alleati quelli nelle posizioni chiave.

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Nei social network cinesi, dopo i tweet di alcuni falchi come Zhao Lijian, abbiamo visto il proliferare di teorie complottiste che incolpano gli Stati Uniti oppure di notizie distorte volte ad allontanare le responsablità del governo cinese. I netizen cinesi credono a questa versione dei fatti? D’altro canto in occidente cominciano a circolare altrettanto deliranti fake news come quelle che collegano il network 5g alla proliferazione del coronavirus. Che fine ha fatto il buon senso nell’era dell’informatizzazione tecnologica?

Il buon senso era già bello che andato anche prima di questa epidemia, il proliferare di fake news purtroppo è un fenomeno cui dovremo abituarci anche perché, come ha dimostrato la storia del laboratorio di Wuhan dove per alcuni sarebbe nato il virus, ipotesi smentita dalla comunità scientifica mondiale, è stata propagata anche da media mainstream.

La storia dell’origine del virus e lo scambio di accuse tra Usa e Cina rientra a mio modo di vedere nello scontro anche dialettico da tempo in corso (Trump ha chiamato fino a poco tempo fa il covid “il virus cinese”). L’augurio è che in pochi credano a queste bufale, ma come sempre capita chi è alla ricerca di risposte semplici finisce per cavalcare notizie false.

Da più parti abbiamo ricevuto segnalazioni di come una parte del materiale sanitario giunto dalla Cina non sia conforme alle norme di legge o sia addirittura difettoso. Si tratta di disinformazione o c’è del vero?

Difficile da verificare, ma credo sia vero considerando che la stessa Cina ha specificato che il materiale “guasto” era stato comprato da aziende non autorizzate dallo stato cinese.

Abbiamo visto l’imbarazzante video di un ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità interrompere l’intervista online con una giornalista quando è arrivata la domanda sulla gestione di Taiwan della crisi del coronavirus. Come mai stiamo assistendo a questo genere di reazioni?

Il disimpegno americano da tutta una serie di ambiti e organizzazioni internazionali ha finito per dare alla Cina una grande agibilità di manovra. L’Oms ne è un esempio. Nel 2017 l’Oms era a Pechino per incontri sulla via della seta e ha fin da subito sponsorizzato e non poco “la via della seta sanitaria”.

La Cina è una potenza ormai equiparabile agli Usa e certe organizzazioni hanno bisogno di paesi guida anche solo per un mero discorso di finanziamenti e sostegno economico. Da questo derivano comportamenti senza senso come quello nei confronti di Taiwan (che per altro fin dall’inizio l’Oms ha considerato “Cina” tanto per ribadire da che parte sta).

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Il Giappone, gli Stati Uniti ed altri accusano più o meno apertamente l’OMS di essere troppo influenzata dalla Cina. Si tratta semplicemente di un capro espiatorio per deflettere le proprie responsabilità o c’è del vero in queste accuse? Non si rischia di danneggiare una risposta contro la malattia che dovrebbe essere comune?

Come dicevo prima può essere che Oms in questo momento sia molto vicino alla Cina. Però credo che in questo momento intanto sarebbe opportuno concentrarsi sulle risposte all’epidemia. Poi come in ogni cosa, alla fine si potranno trarre bilanci e anche magari andare a verificare certi atteggiamenti. Ora però le priorità sono altre.

Questa crisi dimostra invece che gli spazi di democrazia devono essere allargati e che il “pubblico” deve tornare centrale in alcuni settori come ad esempio quello della sanità. Lo abbiamo scoperto a nostre spese purtroppo.”

Se è vero che almeno per le prime settimane sia le autorità cinesi, che l’OMS hanno sminuito l’epidemia, numerosi governi occidentali hanno commesso lo stesso errore della Cina, anche dopo che Wuhan è stata isolata. Qual è la ragione per queste reazioni apparentemente irrazionali?

È quello che vorrei sapere. Credo che sapendo molto poco del virus, del tutto nuovo e a quanto dicono gli esperti particolarmente subdolo, un po’ tutti hanno creduto che mai sarebbero stati travolti da questa ondata. In più per l’Europa e gli Usa ad esempio, pesa il fatto che questo tipo di epidemie sono sempre state vissute come distanti: mentre l’Asia ha avviato da tempo protocolli di emergenza, in Occidente questo non è avvenuto. Il fatto che i contagi siano avvenuti per lo più negli ospedali dimostra che non si era preparati per quanto accaduto

I social network in occidente pullulano di fake news, notizie distorte, notizie riportate a metà, etc. Quali sono i rischi per le democrazie occidentali nel post coronavirus? Ne usciremo più forti o la voglia di autoritarismo potrebbe guadagnare consensi?

Ne usciremo diversi e in teoria mi auguro avremo la possibilità di cambiare qualcosa del mondo che viviamo. Di certo i risultati ottenuti da paesi come la Cina rafforzano l’idea che certe crisi siano gestite meglio dove non esistono dialettiche di tipo democratico. Ma credo sia un errore molto grave, anche perché in Cina (e in Asia) esistono sistemi valoriali diversi, diversi rapporti tra popolazione e potere, non siamo in presenza di modelli replicabili in Occidente.

Questa crisi – a mio avviso – dimostra invece che gli spazi di democrazia devono essere allargati (pensiamo all’utilizzo dei Big Data) e che il “pubblico” deve tornare centrale in alcuni settori come ad esempio quello della sanità. Lo abbiamo scoperto a nostre spese purtroppo.

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