Cina: le radici profonde. Intervista a Luca e Fernando Fidanza

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Intervista a Luca e Fernando Fidanza, autori di “Cina: le radici profonde”, edito dalla casa editrice Gattomerlino Edizioni.

Quando siete arrivati in Cina per la prima volta, e qual è stata la vostra esperienza nel paese?

Luca Fidanza: Sono andato per la prima volta in Cina nel 2006 in vacanza e una volta finita ho provato una grande nostalgia per tutte le sensazioni, le novità assolute dei costumi e delle conoscenze acquisite, al punto di ripromettermi, nei giorni immediatamente successivi al mio ritorno a casa, di ritornarci al più presto. E così è stato. Ci sono tornato infatti nel 2009 e ho cominciato a lavorare dopo appena un mese dal mio arrivo, in un ristorante internazionale nel centro di Pechino.

Fernando Fidanza: Finito il liceo scientifico, di fronte alla scelta riguardante la mia carriera universitaria, mi consultai con mio cugino Mauro, col quale ho da sempre un rapporto molto profondo, che al tempo studiava cinese. Amavo già da tempo l’inglese, passione nata dalla traduzione dei testi delle canzoni che avevano accompagnato, e che accompagnano allora, la mia vita. La cosa che mi colpì, parlando con Mauro, fu che non mi consigliò di studiare cinese perché era la lingua del futuro o perché avrei trovato facilmente lavoro, ma perché, secondo lui, era una lingua bellissima. Inoltre, Mauro, che già viveva da anni nella Terra di mezzo, mi disse che la scena musicale cinese si stava sviluppando molto velocemente e che quindi avrei avuto molte occasioni di suonare da vivo, la mia vera passione. Mi sono laureato in Lingue e civiltà orientali nel 2003, e nel 2005 mi sono trasferito in Cina. Ho vissuto otto anni a Pechino, quattro anni a Wei Hai e due anni a Wu Han. Ho insegnato italiano e inglese in varie università, ho composto colonne sonore per film e documentari, sono stato capo cuoco in tre ristoranti, e ho suonato in più di cento città.

In che modo è cambiata la Cina da quando siete venuti la prima volta?

Luca Fidanza: Quando sono tornato ho ritrovato le stesse sensazioni di tre anni prima con la differenza che, avendo cominciato da subito a lavorare ho avuto modo di conoscere d’impatto e profondamente i modi e le pulsioni del lavoro, in un paese che vive di frenesia a volte positiva e a volte invadente, le amicizie, i rapporti umani e il lavoro e il quotidiano. Ho compreso il cambiamento affrontando autenticamente la vita cinese di tutti i giorni nei quattro anni che ho vissuto lì. Ho avuto l’impressione che la Cina cambi e avanzi ogni giorno. Si sviluppa, si rigenera, mentre i cittadini seguono il corso di ogni cambiamento con forza, faticando certamente, convinti però di poter migliorare il proprio futuro e quello del paese.

Fernando Fidanza: Mi mette sempre in difficoltà parlare della Cina come di una realtà unica e uniforme. L’estensione del paese, la presenza di più di trenta etnie, i diversi dialetti, le diverse usanze, folklore e tradizioni non mi permette di dare una risposta esaustiva a questa domanda, cercherò quindi di rispondere riferendomi agli ambiti che ho conosciuto di più, quello dell’istruzione e quello della musica.

Ho insegnato per 10 anni in Cina e i cambiamenti, soprattutto per quanto riguarda il carattere e i comportamenti degli studenti, sono stati molto evidenti. Nei primi anni di insegnamento la prima cosa che saltava agli occhi era la dignitosa umiltà dei miei studenti e la loro totale mancanza di malizia. Insegnavo tutti i giorni, compresi sabato e domenica, e notavo che gli studenti cambiavano abbigliamento al massimo una volta a settimana, sempre stando molto attenti alla pulizia degli indumenti. Vivendo nel campus incontravo infatti spesso i miei studenti che andavano a lavare i loro abiti a mano.

I loro pasti erano sempre consumati nella mensa dell’università.

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Il rispetto per gli anziani in Cina ha radici profonde. Uno dei cardini della filosofia confuciana è quello della Pietà filiale, una virtù che viene esaltata e ritualizzata in uno tra i più importanti testi confuciani, il Classico della pietà filiale, il “孝经” (Xiao Jing). È interessante analizzare i due caratteri cinesi che formano il concetto di Pietà filiale “孝顺” (xiào shùn): 孝(xiào): è composto nella parte superiore da 老(lao), anziano, e in quella inferiore da 子(zi), bambino; 顺(shùn): è un verbo che significa obbedire, seguire. Gattomerlino Edizioni

La loro attitudine in classe era sempre di ascolto curioso, ma spesso passivo, accettavano sempre ogni mio insegnamento, linguistico o culturale, come oro colato. Difficilmente rischiavano una risposta a meno che non fossero sicuri che fosse giusta, la paura dell’errore li attanagliava.

Ogni qualvolta provavo a parlare di argomenti più intimi, relazioni amorose o sesso, mi scontravo con una chiusura totale, ricordo ancora quando per premio dopo un esame andato particolarmente bene decisi di proiettare durante una lezione “Il fantastico mondo di Amelie”, molti studenti si coprirono gli occhi scandalizzati e disgustati nella scena dei multipli orgasmi.

Un altro aneddoto che mi accompagnerà per sempre è quello di un giorno in cui mi apprestavo a svegliare uno studente che dormiva durante la lezione e i suoi compagni me lo impedirono raccontandomi che quello studente la notte consegnava il carbone per tutto il quartiere per pagarsi il corso di italiano.

Col passare degli anni queste caratteristiche sono cambiate sensibilmente. Vi racconto del mio ultimo anno di insegnamento, all’Università della tecnologia dello Hu Bei a Wu Han.

Tutti i miei studenti, ragazzi o ragazze, erano modelli, vestiti alla moda, di tutto punto, ognuno col suo stile personale. Ogni giorno vestiti diversamente.

Con l’avvento degli smartphone, l’arrivo dei rider di Mc Donald’s , KFC, Starbucks e via dicendo nel bel mezzo di una lezione, era diventato un evento giornaliero.

Sempre più spesso notavo che i miei aneddoti culturali erano contraddetti da frasi del tipo: “Ma io ho letto che…” “Ma un mio amico mi ha detto che…” “Ma io so che…”, e soprattutto i genitori degli studenti, che nei primi anni della mia esperienza accettavano e appoggiavano ogni dettame della scuola, erano sempre più presenti nell’ufficio del rettore per giustificare i loro figli o per chiedere per loro un trattamento migliore.

Sempre più spesso gli studenti facevano tra loro battute a sfondo sessuale.

Una cosa che non è mai cambiata in tutti questi anni è il rispetto e l’affetto verso i professori. Le dimostrazioni d’affetto e di rispetto dei miei studenti faranno per sempre parte di me e non mi stancherò mai di raccontarle.

Dopo una sola settimana dal mio arrivo in Cina ero già stato ingaggiato per suonare in vari locali di Pechino. Era bastata una mail, senza nemmeno un video o un file Mp3, bastava il fatto che fossi occidentale. Avere un musicista occidentale, anche se incapace, era un motivo di vanto per una live house cinese, e ne migliorava lo status. Col passare del tempo l’approccio delle grandi città nei confronti dei musicisti stranieri è cambiato profondamente. Non solo se ne considerava la qualità artistica, ma, e soprattutto, il fatto se avessero o no un seguito. Discorso totalmente diverso va fatto per le città che in Cina vengono denominate di seconda, terza o quarta fascia. Lì l’arrivo di musicisti stranieri, soprattutto per motivi logistici, è un evento straordinario. Il musicista viene trattato come una star e, soprattutto, si crea un rapporto di amicizia profonda tra il musicista e il capo del locale. Il capo del locale, ti porta in giro per la città, ti fa mangiare i prodotti tipici, ti racconta miti e leggende del posto e ti presenta la sua famiglia. Ancora oggi ho contatti frequenti con questi amici, mentre non mi sento mai con i capi dei locali delle grandi città.

Altro grande cambiamento si può notare nella collaborazione tra musicisti. Ho sempre collaborato con musicisti cinesi. Nei primi anni della mia permanenza in Cina, qualsiasi melodia, accordo, ritmo proponessi, veniva considerato rivoluzionario e perfetto. Negli ultimi anni, invece, l’accresciuta coscienza compositiva cinese portava spesso a interminabili discussioni, a pari livello, su come risolvere un ritornello, un bridge, o un’intera canzone.

Cosa ti ha ispirato maggiormente per la realizzazione di questo libro?

Luca Fidanza: La principale fonte di ispirazione è venuta dall’incontro con tutte le persone conosciute nel corso dei quattro anni in cui ho vissuto lì. Ed è cresciuto gradualmente grazie al confronto quotidiano con mio fratello e mio cugino Mauro, che già da molti anni vivevano in Cina. Questo rapporto è stato alimentato grazie ai loro consigli, agli aiuti e alle discussioni, grazie a cui ho potuto migliorare la comprensione della Cina e dei cinesi. La parte più importante dell’idea e dell’ispirazione deriva dalle immagini: dalla moltitudine di immagini a cui si è ovviamente sottoposti in un paese così grande. E alla fine le immagini che colpiscono sempre di più sono quelle dei volti. Volti di tutte le età, ovviamente, ma, come il libro vuole suggerire, i volti che mi sono rimasti più impressi, sono sempre stati quelli delle donne e degli uomini anziani; i lineamenti, le espressioni, i sorrisi soprattutto…gli anziani cinesi sorridono tanto, gioiosamente. L’ispirazione che ne è derivata si è poi tramutata in decisione pratica, parlandone così con mio fratello, con il quale ho condiviso il piacere, veramente divertente, di colloquiare, nel mio caso spesso tramite traduzione, con quegli anziani, che molte volte dividevano con noi, pranzi o cene, per le vie di Pechino e Wei Hai, le due città in cui ho vissuto.

Fernando Fidanza: L’ispirazione per questo libro ha radici principalmente affettive e personali. Appena arrivato in Cina ero ospite di mio cugino Mauro. Mauro aveva appena avviato una società di design, ed era quindi molto impegnato. Conoscendo la mia voglia di esplorare e di imparare meglio il cinese mi consigliò di andare in giro per le strade di Pechino e fermarmi accanto ai vari raggruppamenti di anziani cinesi che giocavano a scacchi. Mi assicurò che sarebbero stati molto affettuosi con me. E così fu. Ogni giorno mi sedevo su qualche muretto pechinese accanto a gruppi di anziani cinesi intenti a commentare, criticare o giocare una partita a scacchi o a Dou Di Zhu ( 斗地主), un gioco di carte, originario dello Hu Bei, che letteralmente si traduce in “Sconfiggi il padrone di casa”. Gli anziani scacchisti e giocatori di carte non solo mi accolsero con grande affetto, ma, pazientemente, mi insegnarono a bere tè, a giocare a scacchi, a giocare a carte e a parlare cinese. Posso quindi tranquillamente affermare che i miei primi amici/insegnanti cinesi siano stati gli anziani pechinesi, a cui non potevo non dedicare qualcosa.

Altro motivo per cui io e mio fratello abbiamo pensato di dedicare questo libro agli anziani cinesi è stato che, come raccontavo prima, sono stato accolto in molte famiglie cinesi durante i miei tour musicali. In molte città di terza o quarta fascia gli anziani non sono molto abituati a vedere occidentali. La loro prima reazione quando mi incontravano era pressappoco quella della piccola Drew Barrymore quando vede ET per la prima volta, ma appena gli sorridevo e dicevo una o due frasi in cinese, la risposta era sempre un sorriso solare, e un secondo dopo ero già un loro nipote. Venivo subito invitato a mangiare e bere qualcosa a casa loro. Non potevo non celebrare in qualche modo, nel mio piccolo, questo tipo di calore umano.

Cosa vi ha spinto a realizzare un libro sul tema della pietà filiale?

Luca Fidanza: Tutto questo ci ha spinti a recuperare il concetto della pietà filiale e a valorizzarlo come filo conduttore delle parole che compongono le poesie del libro.

Fernando Fidanza: Tanti elementi insieme. Per prima cosa la cultura cinese è impregnata, sia a livello filosofico che legislativo, di Pietà filiale, dal classico confuciano 孝经, che per secoli ha regolato i riti e i comportamenti da tenere verso i più anziani, alle leggi attuali.

Il nostro amore per la storia e per la conservazione della memoria ha anche influito profondamente. Gli anziani del nostro libro sono veri e propri libri di storia, alcuni di loro hanno vissuto l’invasione giapponese della Manciuria, la Seconda Guerra mondiale, l’ascesa di Mao, la Rivoluzione Culturale, il boom economico e il boom tecnologico, chi meglio di loro può raccontarci la Cina. Dal punto di vista affettivo poi, questo libro vuole anche essere un omaggio ai nostri anziani, i nostri genitori e i nostri nonni, che tanto hanno fatto per noi.

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Vi è ancora posto nella società cinese per la pietà filiale?

Luca Fidanza: Credo proprio di si. Con i ragazzi cinesi del ristorante, con cui ho collaborato, e con la mia compagna cinese conosciuta a Pechino, ho potuto convincermi, che le nuove generazioni, sentano profondamente, e continueranno a coltivare, l’amore per i propri genitori e per i nonni; questo sentimento reciproco, a mio parere, può rappresentare l’equilibrio ideale tra le vecchie tradizioni, gli insegnamenti morali della vecchia Cina, e le nuove pulsioni, le nuove esigenze, che i giovani dovranno affrontare all’interno dei rapidi movimenti sociali che continuano a susseguirsi nella Cina odierna.

Fernando Fidanza: Certamente.

Ad un primo disattento sguardo, vedendo pubblicità per il sociale che ricordano ai giovani cinesi, soprattutto sotto le feste, di non dimenticare di andare a trovare i loro genitori o nonni; sapendo che c’è una legge che punisce chi non si prende cura dei propri anziani o considerando che gli studenti universitari devono fare volontariato negli ospizi per raggiungere i crediti per laurearsi, si potrebbe pensare che questo rispetto per gli anziani sia imposto, che non sia sincero, invece secondo me non è così, anzi.

Osservando le foto sui social network dei miei studenti, vedevo i loro visi durante queste ore di volontariato, ed erano visi sinceramente felici. Gli studenti cinesi non saltano una lezione nemmeno con 40 di febbre, ma se i nonni stanno male o hanno bisogno di loro non c’è lezione o esame che tenga, loro vanno subito. I ventenni di adesso sono i figli dei protagonisti del boom economico, genitori che erano troppo impegnati al lavoro per poter prendersi cura di loro, e quindi sono cresciuti con i loro nonni. In ogni tema o in ogni conversazione riguardante la loro infanzia, i miei studenti ricordavano commossi un aneddoto, un profumo o un sapore legati al tempo passato con i nonni. Questa commistione tra la modernità soprattutto tecnologica in cui sono nati e il passato radicato nella tradizione che hanno imparato dai nonni, è una forza che rende i giovani cinesi unici.

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato durante la lavorazione?

Luca Fidanza: Non abbiamo incontrato particolari difficoltà. Direi al contrario che per entrambi è stato piacevole e divertente poter tornare su un sentimento, che ovviamente non abbiamo mai dimenticato, ma con più possibilità di elaborazione e articolazione. Ricordare e scrivere di quel sentimento è stato uno dei lavori più gratificanti che abbiamo mai fatto.

Fernando Fidanza: Nessuna difficoltà. Per prima cosa è stato molto bello confrontarci sulle storie che questi anziani ci hanno raccontato quando li abbiamo incontrati e fotografati, io e Luca abbiamo avuto esperienze diverse in Cina e quindi anche punti di vista diversi. E’ stato un dialogo stimolante. Inoltre Piera Mattei, che ha scelto di pubblicare queste nostre liriche per la Gattomerlino Edizioni, è stata sempre un appoggio molto solido e sensibile. L’unica difficoltà sarà magari durante le presentazioni del libro, quella di superare tanti inesatti pregiudizi sulla Cina.

Come mai avete scelto un connubio tra poesia ed immagini per raccontare la Cina?

Luca Fidanza: Credo che molte immagini siano in grado, spesso, di evocare poesia, e viceversa. Sinceramente mi viene naturale lavorare su quel connubio.

Fernando Fidanza: A dire il vero la prima idea era stata quella di raccontare le storie di questi anziani attraverso la musica. La musica accompagna le loro vite dal mattino, quando praticano Tai Qi Quan, attraverso il pomeriggio, quando si incontrano nei parchi per suonare e cantare, fino alla sera, quando ballano nelle piazze. L’idea è stata abbandonata perché per prima cosa con la musica non avremmo potuto mostrare i visi di queste persone, visi che spesso raccontano più delle parole, e poi, una musica in stile occidentale non avrebbe espresso in maniera corretta le atmosfere che avevamo vissuto. Abbiamo quindi pensato di omaggiare il Guo Hua, lo stile di pittura tradizionale cinese, in cui le immagini dipinte sono spesso accompagnate da poesie.

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Avete una foto o un momento preferito che potete condividere?

Luca Fidanza: Una sera in un ristorante di Wu Han, io e Fernando stavamo cenando, quando all’improvviso, senza chiedere, ma soprattutto senza degnarci di uno sguardo, questo signore si è seduto al nostro tavolo, con la sua bella scodella di zuppa, e ha cominciato a mangiare. Il ristorante era pieno, lui ha visto un posto e si è seduto, un’abitudine ben radicata in lui, derivante sicuramente dalle mense comuni di epoche andate. Noi lo abbiamo salutato, e lui subito ci ha detto: “Ma perché non avete ordinato questa zuppa? E’ la specialità della casa!”. L’abbiamo ordinata, era la famosa zuppa di costolette e loto dello Hu Bei. Abbiamo chiacchierato con lui che ci ha raccontato la sua storia, ha pagato e se ne è andato, e la sua storia è diventata la nostra poesia. La naturalezza di questo incontro mi è rimasta impressa, e inoltre le zuppa era buonissima.

Fernando Fidanza: Xiao Xiong, il cantante del gruppo punk WWW di Huai Hua, nello Hu Nan, dopo il mio concerto nella sua live house mi invita a pranzo a casa sua per il giorno dopo. La sua casa si trova in mezzo alla campagna e nel tragitto in mezzo ai campi dalla macchina a casa sua, noto subito come lui riconosca tutti gli alberi e le piante che incontriamo. Davanti casa sua, chino a raccogliere radici, c’è suo padre, che mi offre subito da mangiare una delle radici appena colte, che aiutano, mi racconta, i contadini a difendersi dal caldo. A pranzo mi racconta la sua storia, era il CEO di una società di IT della zona, ma un giorno, di punto in bianco, ha lasciato il lavoro perché gli mancava la campagna e perché si sentiva il Grande Fratello di 1984 di George Orwell. Questo suo ritorno alla natura, che mi ha fatto subito pensare ai Sette saggi della foresta di bambù, e il riferimento a uno dei miei libri preferiti, mi hanno colpito molto.

Immagini gentilmente concesse da Fernando e Luca Fidanza

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