Cina: cosa ci dimostrano i casi di NBA e Blizzard

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Se vogliamo fare affari con la Cina, dobbiamo rinunciare alla libertà di parola in patria per non urtare i sentimenti del PCC

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Venerdì scorso il general manager di Houston Rockets Daryl Morey aveva postato su Twitter un’immagine che supportava le proteste di Hong Kong.

Twitter è attualmente oscurato in Cina, come molte altre piattaforme staniere come Facebook, Youtube, Pinterest, etc.

Per ritorsione, martedì tutte le dirette televisive della NBA in Cina sono state cancellate, e i prodotti legati agli Houston Rockets sono stati rimossi dagli store online.

Nel frattempo la NBA ha reagito chinando il capo, scusandosi per il tweet di Morey, ed unendosi al nutrito gruppo di compagnie occidentali che si sono arrese alle richieste della censura cinese.

La lega americana negli ultimi anni ha speso milioni di dollari per promuoversi in Cina attraverso la costruzione di nuovi palazzetti, concedendo talvolta i diritti televisivi gratuitamente, e portando le stelle del basket in Cina.

Il mercato cinese costituisce per ora il 10% dei ricavi della NBA, secondo un’analisi, e per il 2030 questa quota dovrebbe raggiungere il 20%.

Queste scuse hanno però un costo di immagine anche in occidente.

Il commissario Adam Silver della NBA in una dichiarazione rilasciata martedì durante una conferenza stampa, ha cercato di fare retromarcia.

La rabbia verso il tweet di Morey è stata generata da un account di Weibo piuttosto popolare, seguito poi da una tempesta di indignazioni a comando alimentate dai media di stato.

Gli utenti online non sono inoltre in grado di disinnescare queste campagne contro brand occidentali di volta in volta accusati di insultare il popolo o il governo cinese, senza esporsi a ritorsioni seguendo le linee guida dei crediti.

I brand legati alla NBA nel frattempo sono costretti a dissociarsi e a distanziarsi dagli Houston Rockets per non attirare le ire delle folle inferocite online, come ad esempio ha fatto Nike che ha rimosso i prodotti legati alla squadra dagli store in Cina.

Pertanto se si vogliono fare affari in Cina in questo periodo, si deve necessariamente sottostare ai voleri del PCC.

Oggi dunque si è difronte ad un dilemma: per fare affari con la Cina, si deve rinunciare alla libertà di parola in patria, come è accaduto per Morey che è stato colpito per avere scritto una cosa che pensava su una piattaforma censurata in Cina?

blitzchung

Mentre cresceva la polemica attorno alla NBA, si addensava una seconda polemica, non meno ridicola: un giocatore professionista, Blitzchung, al secolo Chung Ng Wai, di Hearthstone un videogioco pubblicato da Blizzard, compagnia americana di videogiochi, creatrice di titoli molto popolari in Cina, ed in parte controllata da Tencent, il gigante delle telecomunicazioni cinesi, è stato escluso da una competizione per avere supportato le proteste di Hong Kong, ed anche i due streamer che lo hanno intervistato sono stati licenziati.

Blitzchung è stato escluso per avere urlato: “Liberare Hong Kong, la rivoluzione della nostra epoca” in cinese, durante una partita a Taiwan.

La risposta di Blizzard in cinese è stata più forte di quella in inglese.

I manifestanti di Hong Kong pertanto hanno ideato una campagna per danneggiare Blizzard, trasformando un personaggio del suo popolare videogioco Overwatch, Mei, in un’eroina delle proteste di Hong Kong e portatrice delle 5 richieste dei manifestanti.

Lo scopo è quello di portare alla censura di Overwatch in Cina, associandolo alle proteste di Hong Kong, e pertando dimostrando le contraddizioni in cui è incappata Blizzard.

Innumerevoli altri sono gli esempi di compagnie occidentali che si sono inchinate ai voleri del governo di Pechino: da Apple, a Vans, passando per Cathay Pacific, e molti altri.

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