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I Millennials Cinesi: Intervista con Eric Fish

Attraverso il racconto delle sfide, dei problemi e delle disillusioni di alcuni giovani, il libro mette in discussione l’idea che questa generazione sia sedata dal comfort materiale e dal nazionalismo.

Eric Fish al momento sta lavorando al suo prossimo libro, dedicato agli studenti cinesi che studiano nelle università americane.

Intervista di Matteo Damiani

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CinaOggi: Come mai hai deciso di scrivere un libro sulle giovani generazioni cinesi?

Eric Fish: È tutto cominciato con un articolo che ho scritto nel 2011 sull’allenamento militare annuale junxun 军训, che tutte le matricole dei college devono sostenere.

L’allenamento cominciò ad essere organizzato in scale più ampie dopo il movimento di Tiananmen del 1989 e il conseguente massacro, ed io sono rimasto affascinato dai messaggi che sembrava cercare di mandare agli studenti: siate collettivisti, patrioti, leali al Partito Comunista, e obbedienti verso le autorità.

Sono rimasto anche affascinato da come alcuni di questi messaggi sembravano imprimersi, ma anche quanto di questo talvolta veniva ricevuto con una sottile (ed altre volte meno) resistenza da parte degli studenti.

Realizzare l’articolo mi ha spinto ad interessarmi alla gioventù cinese e alle loro relazioni con il partito in maniera più diffusa.

I millennials cinesi (secondo la mia definizione, nati attorno alla metà degli agli ‘80 fino alla metà degli anni ‘90) portavano ancora i pannolini o nemmeno erano nati quando sono accaduti i fatti di Tiananmen del 1989.

Sebbene molti non lo abbiano capito, quegli eventi hanno avuto una profonda influenza sul modellamento del mondo in cui sono cresciuti.

Dopo questi eventi, la narrazione nazionale, e la giustificazione per il mantenimento del potere del Partito Comunista, si sono spostate dal solo uso dell’ideologia socialista, al sostegno di un racconto spiccatamente nazionalista intriso di eccezionalismo storico, vittimismo, ed infine “ringiovanimento nazionale”, condotto dal partito.

L’altro grande fattore che traspare dopo Tiananmen è stata la rapida privatizzazione e l’integrazione dell’economia a livello internazionale tra il 1990 e i 2000, che ha portato ad un’incredibile crescita, al collasso del danwei 单位, il sistema basato sulle unità di lavoro, la ritirata dello stato dalle vite private dei cittadini, il massiccio influsso di informazioni dal mondo esterno e le sue influenze.

Per questo libro, ho voluto guardare alla generazione che è nata in questo contesto, e a quella narrazione nazionale, per cercare di capire se possa continuare ad esistere tra i giovani che sono cresciuti in questo lasso di tempo e che hanno sempre dato per scontati la stabilità economica e la libertà personale.

Non cerco di dare una risposta definitiva a questa domanda, nessuno può farlo, ma ho provato a raccontare le storie di diversi giovani di varie parti della Cina per cercare di dare un po’ di stimolo intellettuale.

Ciò che ho ottenuto è una storia molto più complicata di quella di una generazione pacificata dal nazionalismo e dal materialismo – che è il modo in cui vengono spesso raffigurati.

Quali sono le sfide principali che deve fronteggiare la gioventù cinese?

Da dove cominciamo? Era stato loro promesso che se fossero sopravvissuti al gaokao 高考, l’esame di ammissione al college famoso per stroncare lo spirito, e se avessero ottenuto l’istruzione, avrebbero trovato le porte spalancate, ma ogni anno il panorama occupazionale per i laureati diventa sempre più cupo.

E per coloro che provengono da zone rurali, la discriminazione, il nepotismo e il sistema di residenza hukou 户口, continuano a limitare l’istruzione e le opportunità di lavoro; queste diseguaglianze stanno aumentando in vari modi diversi.

Questa generazione inoltre si trova dalla parte sbagliata di uno dei più devastanti squilibri demografici del mondo, grazie alla “politica del figlio unico”.

Si tratta di un bacino di persone artificialmente ridotto che oggi deve risolvere la situazione del dover mantenere l’ampia platea generazionale dei Baby Boomer di epoca maoista che sta rapidamente invecchiando.

La politica di pianificazione familiare e gli aborti selettivi, hanno anche creato decine di milioni di giovani uomini in più, che non troveranno mai una partner femminile, ed ogni anno crescono di un milione.

Poi c’è il problema delle case: comprare una casa modesta in una città di seconda o terza fascia può costare decadi di uno stipendio medio.

Combinando tutti questi fattori, si capisce quanta pressione venga esercitata sui giovani per studiare duramente, fare un sacco di soldi, comprare una casa, sposarsi, ed avere figli il più presto possibile per assicurare a loro (e ai loro genitori) un futuro.

Ma questi traguardi diventano per alcuni troppo difficili da raggiungere.

E questo giunge in un momento in cui i giovani vogliono o si aspettano di più dalle loro vite che la sola prospettiva della sicurezza economica.

Ma quando diventa difficile riuscire a soddisfare persino le necessità di base, ottenniamo tutti gli ingredienti per la ricetta del disincanto e dello sconforto.

Penso che questa sia una delle maggiori sfide che la gioventù cinese, e il partito comunista, stiano cercando di domare.

Questa generazione inoltre si trova dalla parte sbagliata di uno dei più devastanti squilibri demografici del mondo, grazie alla “politica del figlio unico”.

Il movimento del 1989 ha lasciato qualche traccia nella memoria dei giovani cinesi?

Eric Fish

Ho intervistato approfonditamente circa 130 giovani cinesi nel corso della realizzazione del libro, oltre ad avere avuto un’infinità di conversazioni informali, e sono rimasto sorpreso da quanti avessero espresso qualche genere di conoscenza e opinione riguardo al 1989, una volta che avevo passato un po’ di tempo costruendo un rapporto con loro.

Vi era un ampio spettro di opinioni: alcuni pensavano che si trattasse di una farsa assoluta, alcuni pensavano che le vittime dovessero necessariamente aver fatto qualcosa di sbagliato se si erano fatti sparare, ad alcuni non importava abbastanza da avere un’opinione.

Poi c’erano quelli che pensavano che fosse stata una tragedia che fossero morti in così tanti, ma le decadi di “stabilità” che sono seguite hanno giustificato il massacro alla fin fine.

La maggior parte dei pensieri erano piuttosto abbozzati per quanto riguardava i dettagli di quanto effettivamente accaduto, e c’era poca connessione emotiva tra i giovani di una generazione che non ha sperimentato direttamente questi eventi.

Aggiungo però che la maggior parte di queste interviste sono state condotte tra il 2011 e il 2014. Ho l’impressione che la conoscenza degli eventi stia peggiorando di anno in anno.

A volte l’argomento veniva toccato nelle scuole, se non altro per sottolineare quanto fossero in torto i manifestanti.

Ma sotto l’attuale contesto politico, sembra che questo argomento sia quasi scomparso.

Sto lavorando a un progetto sugli studenti cinesi negli Stati Uniti, e quando intervisto qui i ragazzi di 18, 19 anni, sempre più spesso dicono che non avevano mai sentito parlare di quanto accaduto nel 1989 prima di venire all’estero.

Tuttavia penso che si possa ottenere un effetto collaterale da questa “amnesia” storica, un effetto che è spesso trascurato.

L’intero punto del massacro è stato quello di fermare i movimenti di protesta e le sfide al governo che si andavano via a via accumulando dal 1985 fino al 1989.

Il movimento di Tiananmen avrebbe potuto essere fermato con una forza non mortale, come era accaduto con altre proteste in precedenza, ma Deng Xiaoping avrebbe razionalizzato un massacro dicendo:”Duecento morti potrebbero portare a 20 anni di pace in Cina”.

Ci è quasi riuscito.

Si è dovuto aspettare sino al 2007, quando è avvenuta la successiva grande manifestazione che ha coinvolto decine di migliaia di persone per una protesta ambientale a Xiamen.

Da allora, ci sono stati diversi movimenti – molti online, alcuni per le strade – guidati da giovani che suggeriscono la paura istintiva della protesta che il massacro del 1989 aveva lo scopo di instillare.

La manifestazione più recente è quella degli studenti marxisti che hanno manifestato per conto dei lavoratori.

Sembra che, lentamente, ma inesorabilmente, molti giovani cinesi dimostrino ancora una volta di restare uniti per un cambiamento sociale.

Penso che l’enorme rafforzamento della repressione degli ultimi anni sia stata in parte una reazione a questo.

Sembra che, lentamente, ma inesorabilmente, molti giovani cinesi dimostrino ancora una volta di restare uniti per un cambiamento sociale.

Come è cambiata la gioventù cinese da quella degli anni Ottanta?

La gioventù cinese di oggi è senza dubbio più istruita, più individualista, e probabilmente, per quanto strano possa sembrare, meno nazionalista.

Per quanto attenzione ci possa essere sulla “Campagna di Educazione Patriottica”, penso che le influenze socio-culturali che arrivano da Hollywood passando per il K-Pop fino a Weibo, e la contro-cultura online, abbiano lasciato un’impronta importante nella formazione della visione del mondo e delle identità delle giovani generazioni.

Va bene essere diversi, strani ed esplorare stili di vita alternativi, credenze, e sessualità che in un modo che semplicemente non era possibile negli anni ‘80.

Non accetto nemmeno l’idea che questa generazione sia più apatica o materialista della gioventù degli anni ‘80.

Vi erano numerosi fattori politici ed economici, ed alcuni eventi totalmente eccezionali, che hanno condotto al movimento di Tiananmen.

Vi sono numerosi meccanismi per cui eventi del genere non sarebbero possibili oggi, ma non direi che l’attitudine dei giovani è uno di questi.

Ricordo sempre la storia del docente della UC Irvine, il professor Jeffrey Wasserstrom, di quando si recò in Cina nel 1986 con un interesse per i movimenti giovanili.

Gli fu detto che era davvero un peccato che si fosse recato proprio in quel momento così sfortunato, perché gli studenti erano presumibilmente “troppo concentrati su cose frivole e preoccupati di andare avanti (nella vita di tutti i giorni) per intraprendere qualsiasi tipo di azione collettiva idealista”.

Non accetto nemmeno l’idea che questa generazione sia più apatica o materialista della gioventù degli anni ‘80.

I millenials cinesi hanno una coscienza politica? Il giovane cinese è interessato alla questione dei diritti umani?

È così difficile generalizzare.

Ma se lo chiedi, la maggior parte dei giovani in Cina ti risponderà che probabilmente non sono interessati alla politica.

Ma quando indaghi più a fondo, a loro importano cose che mi sembrano piuttosto politiche: la disuguaglianza delle ricchezze, l’ingiustizia sociale, le relazioni internazionali, Taiwan, l’uguaglianza di genere …

Quello dei diritti umani è un concetto piuttosto ingarbugliato in Cina.

È stato con successo dipinto dal sistema educativo di stato e dai media come uno strumento dell’ipocrisia dei paesi Occidentali, in particolar modo gli Stati Uniti.

Il Partito Comunista si è sempre presentato come campione dei diritti umani accreditandosi di avere sollevato centinaia di milioni di persone dalla povertà, “civilizzando” le regioni ai confini, e sviluppando il paese da un punto di vista economico, ed in qualche modo questo messaggio è stato ben assorbito.

Alcuni dei giovani che ho intervistato hanno detto alcune cose tra le righe “Certo, i diritti di alcuni individui dovevano essere calpestati per farlo accadere, ma il paese collettivo è migliore per il modo con cui è stato condotto dal Partito Comunista. Guarda quanto siamo migliori rispetto alla democrazia della porta accanto, l’ India “.

Sembra che molte persone all’estero non possano accettare l’idea che molti, probabilmente la maggior parte dei giovani cinesi, siano fondamentalmente a posto con il sistema politico nel suo complesso, anche se molti vorrebbero vedere riforme sostanziali all’interno di quel sistema.

È vero che l’immagine sarebbe probabilmente molto diversa se non ci fosse una così stretta censura e repressione del dissenso, ma ci sono molti giovani non sottoposti a lavaggio del cervello molto ben informati che tuttavia sostengono il governo di un partito unico.

Finora, ha effettivamente prodotto una crescita costante e la “stabilità” che è così apprezzata nel paese, ed è stata così rara nel corso della sua storia.

La domanda da un milione di dollari è se il supporto continuerà se l’economia subirà una frenata.

Senza la crescita economica, gli unici strumenti che il Partito sembra davvero aver lasciato sono il nazionalismo e la coercizione grezza, ed entrambi possono ritorcersi contro in modo spettacolare.

Il nazionalismo ha direttamente alimentato quasi tutti i movimenti giovanili della Cina in passato, quando si è visto che i leader nazionali non riuscivano a difendere gli interessi della Cina.

E come ha dimostrato l’Umbrella Movement di Hong Kong del 2014, i tentativi di disperdere con forza le proteste possono effettivamente aiutare a raccogliere più simpatia e sostegno per loro.

Ci sono un sacco di questioni sociali, economiche e ambientali molto serie, e non penso che sia inverosimile che le condizioni possano allinearsi in un modo che possano portare alla coagulazione di un altro importante movimento guidato dalla gioventù ad un certo punto.

Questo non vuol dire che il Partito Comunista non possa sopravvivergli, o che la gente possa andare fino al punto di chiedere il suo rovesciamento, ma i movimenti giovanili possono spuntare abbastanza rapidamente e apparentemente dal nulla.

Senza la crescita economica, gli unici strumenti che il Partito sembra davvero aver lasciato sono il nazionalismo e la coercizione grezza, ed entrambi possono ritorcersi contro in modo spettacolare

C’è qualche storia che ti ha particolarmente impressionato?

Una delle storie più interessanti che ho trovato è stata quella di una giovane funzionaria.

Era stata una brillante studentessa, un tempo era molto idealista e voleva fare una carriera in legge.

Ma una volta che ha iniziato a studiare al college, si è davvero disillusa.

“È ridicolo parlare di legge in Cina”, mi ha detto. “Ciò che determina il vincitore di un caso non è la legge”.

Ha finito per sostenere l’esame per la pubblica amministrazione e ha ottenuto un lavoro molto ambito nell’ufficio doganale di Pechino.

Era essenzialmente una burocrate, ma i benefici erano buoni e il lavoro della “ciotola di riso d’oro” era considerato molto sicuro, con molte opportunità di reddito “supplementare”.

Nell’ufficio avvenivano casi di corruzione, di nepotismo, e abbozzati mercimoni di favori di ogni tipo.

Si rifiutò di prenderne parte, il che voleva dire che sarebbe stata esclusa dai vari appuntamenti lavorativi e che non sarebbe mai stata promossa.

Nel giro di poco tempo era diventata completamente disillusa, non solo verso il suo lavoro, ma anche verso il paese attorno a lei.

“Più sei idealista, più è doloroso”, mi ha detto. “Alcune persone non vogliono cambiare la società perché ne beneficiano. Non mi piace la società e voglio cambiarla, ma non posso, quindi qual è il punto di pensarci? “

Alla fine, fu cullata dal compiacimento.

Da una parte, sembrava impossibile cambiare qualcosa o vivere la sua carriera ideale, e dall’altra, poteva semplicemente continuare a fare un lavoro incredibilmente facile per una buona busta paga e grandi benefici.

Pensavo che la sua storia fosse così indicativa di come il Partito mantenga alcuni dei migliori e più brillanti del Paese dal rimestare il piatto.

Dopo alcuni anni, questa brillante aspirante avvocata, un tempo idealista, era stata quasi completamente cooptata dal sistema e incentivata a perpetuarlo.

Mi ha detto: “Ero preoccupata di perdere il lavoro a causa del cambio di regime. Ma le possibilità sono poche. Forse il Partito Comunista non crollerà, ma forse la Cina diventerà veramente migliore e non avrà più bisogno di questo lavoro ridicolo “.

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