Abbiamo intervistato Marco Fumian, che insegna lingua e letteratura cinese all'Università Orientale di Napoli a proposito de 'Il Podestà Liu e altri racconti' del grande scrittore cinese Yan Lianke.

Intervista di Matteo Damiani

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Cosa ti ha spinto a tradurre le opere di Yan Lianke?

Ho scelto di tradurre Yan Lianke perché è un autore che amo e stimo molto, uno dei pochi scrittori cinesi contemporanei, a mio avviso, disposto a rappresentare la realtà cinese di oggi senza edulcorarne gli aspetti più drammatici. Circa due anni fa la ricerca accademica, per lo più in lingua inglese, a un certo punto mi aveva logorato, così avevo deciso di tornare temporaneamente alla pratica della traduzione per ritrovare un contatto più vivo e creativo con la lingua, quella cinese così come la mia. Avevo scoperto che Yan Lianke non aveva scritto solo dei romanzi, ma anche delle novelle di gran pregio. Così era nata l’idea di farne una raccolta, che è diventata poi il progetto pubblicato per Asiasphere.

Come hai affrontato la traduzione? Che difficoltà hai incontrato? Come sei riuscito a riprodurre lo stile letterario di Yan Lianke?

Anzitutto, devo dire che ho scelto di tradurre delle novelle, e non un romanzo, perché il mio obiettivo era quello di fornire una panoramica sulla poetica e sul mondo letterario dell’autore. Avevo pensato a un lavoro che permettesse al lettore di approcciarsi all’opera di Yan Lianke comprendendola in modo approfondito, alla luce delle specifiche esperienze storiche su cui questa riflette e a cui dà rappresentazione. Una grossa difficoltà dei nostri lettori – e qui ci metto anche quelli con un’infarinatura sinologica (gli studenti di cinese, per esempio) – è capire di che cosa vogliono davvero parlare i singoli testi letterari cinesi, e come. A mancare sono in genere i riferimenti ideologici, culturali ed estetici in cui i testi sono avviluppati; e le scelte di molti editori e traduttori, che spesso optano per rendere le opere cinesi in un italiano standardizzato, di facile lettura, di certo non aiutano.

Perciò, proprio perché il mio scopo era quello di ricostruire il mondo poetico dell’autore, era fondamentale lavorare per trovare uno stile che catturasse questo mondo, nei limiti del possibile, in tutta la sua densità. Naturalmente è impossibile “riprodurre” lo stile di un autore, tanto più se questo scrive in una lingua distantissima dalla tua; ritengo, tuttavia, che il compito di ogni traduttore debba essere comunque quello di provarci. Io ci ho provato duramente e, prevedibilmente, alla fine ho fallito. Il fatto è che Yan Lianke per dare vita al suo mondo letterario si è inventato un cinese tutto suo, un cinese da un lato “dialettale”, che imita le parlate locali dei contadini dello Henan per dare maggiore forza mimetica alla sua narrazione realista, e dall’altro “modernista”, un cinese sperimentale, fortemente autoconsapevole della propria artificialità, che spesso altera i codici standard della lingua al fine di creare effetti bizzarri e grotteschi.

Impossibile pretendere di riprodurlo! Inizialmente avevo tentato di utilizzare un italiano regionalizzato che attingesse soprattutto ai dialetti centro-meridionali, ma poi mi sono accorto che c’era sempre qualcosa che mi risospingeva nella direzione di un italiano abbastanza letterario, di stampo verista. Così alla fine mi sono accontentato di foggiare un italiano dal tono vernacolare, con accenti qua e là più “letterari”, corredato da un pastiche di termini ed espressioni di origine dialettale di varia provenienza, cercando nel contempo di rispettare le torsioni linguistiche di stampo modernista presenti nei racconti (vedi in particolare i cortocircuiti percettivi che l’autore cerca sistematicamente di creare nell’ultima novella tradotta, Risveglio fra i peschi).

Marco Fumian - Il Podestà Liu e altri racconti
La copertina del libro 'Il Podestà Liu e altri racconti' di Yan Lianke

Hai mai avuto modo di incontrare Yan Lianke?

Sì. L’ho incontrato per la prima volta nel 2005, per puro caso. Poi due anni fa l’ho contattato per proporgli il mio progetto e lui ha subito accettato. È stato assieme a lui che ho individuato le sei novelle che compongono la raccolta, ed è stato lui a chiarirmi molti degli aspetti della sua poetica. Con grande puntualità ha sempre risposto alle mie richieste di chiarimento, per esempio quando gli presentavo per email dei passaggi del testo che mi sembravano oscuri.

Come si riflettono i cambiamenti della Cina del post-1978 negli scritti di Yan Lianke?

Di questo parlo proprio nella postfazione, che ho scritto appunto per rendere più chiare le coordinate storiche e i motivi ricorrenti della narrativa di Yan Lianke. Diciamo che in buona parte dei suoi romanzi Yan Lianke cerca di rappresentare soprattutto gli effetti, per lo più nefasti, che la modernizzazione ha avuto sulla vita e sulla psicologia della popolazione rurale. La Cina, come è noto, a partire dagli anni Ottanta ha intrapreso la via del cosiddetto “socialismo con le caratteristiche cinesi”, che ha condotto, a partire dall’inizio degli anni Novanta, alla “costruzione dell’economia socialista di mercato”.

Ciò ha innescato una prodigiosa crescita economica, grazie alla quale la Cina è diventata la potenza che sappiamo. Ma mentre le città e buona parte dei loro residenti hanno enormemente beneficiato delle riforme economiche e dell’espansione dirompente del mercato, le campagne e i loro abitanti sono per lo più rimaste al palo, e anzi hanno spesso subito le conseguenze negative della modernizzazione sulla propria pelle. Yan Lianke è uno scrittore di origine contadina, nato in un distretto rurale dello Henan nel 1958, l’anno in cui Mao lanciava il Grande Balzo in Avanti.

Quest’ultimo avrebbe causato, l’anno dopo, una terribile carestia destinata a mietere milioni di vittime, molte delle quali proprio nello Henan. Fin da piccolo perciò ha sviluppato una forte sensibilità nei confronti delle discriminazioni subite in Cina dalla classe dei contadini, e, una volta divenuto scrittore, si è fatto carico di dargli voce.

Avidità, rapacità e indifferenza sembrano essere la cifra della Cina rurale così come essa appare agli occhi dell’autore.

Quali sono i motivi ricorrenti dei suoi romanzi?

Nei romanzi che ho trattato, Anni nel sole (1998), Shouhuo (2003), Il sogno del villaggio dei Ding (2006) ed Esplosione (2013), troviamo sempre delle allegorie della modernità cinese, dei tentativi, ritratti come fatiche di Sisifo, spesso illusori, fallimentari e tragici, di intraprendere la via dello sviluppo da parte della Cina rurale.

Di solito le imprese modernizzatrici sono scatenate dall’alto, per ambizione di leader ambiziosi quanto vanagloriosi, che mobilitano le comunità dei contadini costringendoli a prendere parte alle loro assurde utopie. Il risultato, spesso, è che questi ultimi finiscono per essere cannibalizzati. Descrivendo questi processi, Yan Lianke mostra mirabilmente come opera la psicologia del potere nella Cina di oggi, sia a livello politico, sia, in modo più sottile e capillare, a livello interpersonale.

Un altro dei temi ricorrenti di Yan Lianke è la corruzione della natura umana, o più precisamente la degenerazione culturale e morale che la smania dell’arricchimento avrebbe provocato nella psiche dei contadini. Avidità, rapacità e indifferenza sembrano essere la cifra della Cina rurale così come essa appare agli occhi dell’autore.

Chi sono i protagonisti delle sue opere?

Se nei romanzi troviamo soprattutto raffigurazioni collettive di intere comunità rurali e del loro destino, nei racconti Yan Lianke si focalizza soprattutto sul destino personale di coloro che, nella lotta per la sopravvivenza del mondo rurale dominato dal potere e dalla cupidigia, rimangono sopraffatti o emarginati.

Così, se la novella che dà il titolo alla raccolta è una satira del miracolo cinese che racconta come un politico mitomane, che ricorda il Čičikov delle Anime morte, riesce ad arricchire il proprio villaggio mandando le donne a prostituirsi in città e gli uomini a rubare, gli altri racconti sono tutte storie di disagio ed emarginazione: abbiamo infatti un poveraccio “cornuto e mazziato” che si fa giustizia da solo e viene giustiziato, un trentenne ancora scapolo e “calabraghe” disposto a farsi incriminare ingiustamente al posto di un politico locale pur di farsi aiutare da questo a trovare moglie, un’orfanella che viene minacciata non tanto dallo spettro della violenza sessuale quanto dall’insensibile avidità dei suoi compaesani, una recluta diciottenne che viene raggirata dal suo “tutor” politico-ideologico per impedirgli di andare al funerale della madre morta di cancro, e quattro giovani lavoratori migranti, afferrati da una cieca forza autodistruttiva, che inizialmente cercano di vittimizzare le mogli per sfogarsi delle loro frustrazioni, ma poi finiscono per vittimizzare se stessi.

Come ha affrontato la censura?

Questa è una domanda estremamente complessa. Essendo un autore critico, che tocca spesso temi assai sensibili, Yan Lianke è stato spesso censurato. Servire il popolo, in cui dissacra le icone del partito, è stato censurato, Il sogno del villaggio dei Ding, che tratta delle epidemie dell’AIDS che hanno devastato le campagne dello Henan verso la fine degli anni Novanta, è stato censurato, e I quattro libri, che parla (mi pare, dal momento che non l’ho ancora letto) della repressione degli intellettuali a seguito della campagna anti-destrista del 1957, è stato censurato.

Ma la censura in Cina generalmente non segue uno schema prevedibile e lo stesso Yan Lianke mi ha detto, per esempio, che è rimasto sorpreso quando Il sogno del villaggio dei Ding è stato censurato. Avesse saputo che avrebbe avuto questa sorte, mi ha spiegato, l’avrebbe scritto meglio. Con ciò immagino volesse dire che, per evitare la censura, aveva “aggiustato” la narrazione per inserirla in una cornice più accettabile, e difatti il romanzo è più una parabola moralistica di colpa e punizione che una vera e propria denuncia dello scandalo dell’Aids.

Gli scrittori cinesi generalmente sanno come districarsi in queste cose. Ma siccome la linea di confine fra lecito e proibito in Cina è sottile e sempre oscillante, a volte può succedere che, soprattutto per uno scrittore come Yan Lianke che questa linea tende spesso a lambirla, scatti la tagliola del governo. C’è da dire, in ogni caso, che quando uno scrittore cinese è censurato in patria, può essere comunque pubblicato a Taiwan. Ciò è avvenuto, per esempio, sia per il Sogno del Villaggio dei Ding, sia per I quattro libri. E c’è da dire, inoltre, che spesso, se un libro è censurato in Cina, le sue chance di essere pubblicato in Occidente, e magari di vendere bene, diventano molto più alte.

Paradossalmente, la censura in Cina aumenta il capitale simbolico degli scrittori, dandogli un prestigio che, conquistato prima in Occidente, si riverbera poi sulla loro fama nella madrepatria. Yan Lianke è a tutt’oggi un dipendente dell’Università del Popolo, dove, a quanto ho avuto modo di vedere, è ben protetto da patroni di alto rango, e può contare su una cerchia molto robusta di colleghi e intellettuali che fanno quadrato attorno a lui anche perché sanno che, in futuro, potrebbe essere lui uno dei prossimi vincitori cinesi del premio Nobel…

Esiste qualche analogia con il realismo magico?

Assolutamente sì. Il realismo magico è stato una grandissima fonte di ispirazione, per moltissimi scrittori cinesi, fra cui Mo Yan e Han Shagong, sin dalla metà degli anni Ottanta. Nel realismo magico gli scrittori cinesi hanno da subito trovato un modo di scrivere nuovo, congeniale, che gli ha permesso da un lato di riagganciarsi alle tendenze della letteratura mondiali, dall’altro di rielaborare senza sensi di colpa schemi narrativi e modalità di rappresentazione attinti dalla propria tradizione. Il realismo magico è stato lo stile che ha permesso agli scrittori cinesi di diventare globali e locali nello stesso tempo, aiutandoli a trovare una via d’uscita alle strettoie del realismo, un modo di espressione alternativo che li ha aiutati ad articolare un’identità più riconoscibilmente cinese.

C’è da dire che Yan Lianke, pur ammettendo il suo debito con il realismo magico, preferisce parlare, per definire il suo stile, di “pararealismo” (c’è chi ha parlato, al riguardo, di “mitorealismo”). Il pararealismo consisterebbe nell’inserire, all’interno di intrecci narrativi che rimangono comunque in buona parte realistici, degli elementi di improbabilità, esagerazione, o distorsione, allo scopo di esprimere gli aspetti più incongrui e assurdi della realtà sociale. Lo scopo, in questo caso, non è tanto quello di affermare la presenza nella realtà di una logica fantastica, per così dire “paranormale”. Semmai è quello di criticare più efficacemente, attraverso i significati che si celano dietro le distorsioni, le aberrazioni della Cina di oggi.

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