Perché Taiwan alle Olimpiadi partecipa con il nome di “Chinese Taipei”

Taiwan, Taipei Cinese o Formosa?

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Come per ogni Olimpiade, per i taiwanesi la cerimonia di apertura si trasforma in una pubblica umiliazione.

Nel 1971 difatti, alla Repubblica di Cina (ROC), ovvero il nome ufficiale con cui è conosciuta Taiwan, fu proibito di usare il termine Taiwan e il suo inno nazionale, dopo una mozione delle Nazioni Unite che riconosceva solo alla Repubblica Popolare Cinese (ovvero la Cina continentale) il diritto ad usare il termine Cina nell’ottica della politica di una sola Cina (一个中国政策, yīgè Zhōngguó zhèngcè), sancita nel 1972 a Shanghai. Secondo questo principio, esiste un solo stato che si chiama Cina, nonostante l’esistenza di due governi che dichiarano di rappresentare la Cina e che costringe a livello diplomatico tutte le nazioni che vogliano intessere relazioni con la Cina a non riconoscere Taiwan (e viceversa).

Storicamente, sia Taipei che Beijing sono in effetti Cina, ma di fatto, sono nazioni separate dal 1949 (dal 1895 fino al 1945 Taiwan è stata una colonia giapponese), ovvero da quando Chiang Kai-Sheck fuggì a Taiwan insieme ai suoi seguaci del Kuomintang (Guomintang), ovvero il partito nazionalista, uscito sconfitto dalla guerra civile con il partito comunista. Nonostante da un punto di vista meramente pratico, Taiwan sia a tutti gli effetti una nazione vera e propria, dotata di un suo nome ufficiale, di una sua bandiera, di una sua moneta, di un suo esercito e di un suo inno nazionale, non è uno stato riconosciuto legalmente dalla comunità internazionale, eccezion fatta per un piccolo gruppo di stati che la sostengono e la riconoscono. In realtà la questione è molto complessa dal punto di vista geo politico, e le minacce cinesi spesso rimangono confinate alla carta stampata e alla propaganda mainstream: Taiwan difatti, rimane uno dei maggiori investitori in Cina e grazie proprio alla sua indipendenza, si sono salvate molte delle tradizioni cinesi che rischiavano di scomparire durante gli anni deliranti della Rivoluzione Culturale, nel cui mirino finirono proprio tutti i simboli del passato. Così, una volta passata la tempesta, la cultura tradizionale cinese, rientrò in patria proprio attraverso Taiwan, Hong Kong e Singapore.

Oltre all'umiliazione del nome, la nazionale di Taipei cinese ai giochi invernali di Sochi era stata eletta come la squadra peggio vestita. Foto: Reuters
Oltre all’umiliazione del nome, la nazionale di Taipei Cinese ai giochi invernali di Sochi era stata eletta come la squadra peggio vestita. Foto: Reuters

Da un punto di vista politico però, ogni tentativo di riconoscere Taiwan come una nazione indipendente, è fortemente osteggiato dalla Cina. E anche il mondo dello sport non fa eccezione. Secondo la Commissione Olimpica della “Taipei Cinese”, l’adesione alle organizzazioni internazionali è stata fortemente marginalizzata proprio da parte di Pechino dal 1971. Taiwan ha boicottato le Olimpiadi del 1976 e del 1980 dopo che le nazioni ospitanti si sono rifiutate di concedere alla Repubblica di Cina di competere utilizzando il suo nome. Nel 1979 la Commissione Internazionale per i Giochi Olimpici passò la Risoluzione di Nagoya, conferendo a Taiwan il ridicolo nome di “Taipei Cinese” e vietando alla sua commissione olimpica di competere utilizzando il nome originale e l’inno nazionale. Dopo una serie di resistenze iniziali, Taipei Cinese finalmente si piegò ed accettò il difficile compromesso nel 1981. Nel 1984 esordì alle sue prime olimpiadi invernali, a Sarajevo (all’epoca in un altro stato che oggi non esiste più), con il nuovo nome.

Questo compromesso non è mai stato digerito dai taiwanesi. Soprattutto perché durante le ultime tre decadi i cittadini dell’isola ribelle sono diventati ancor più indipendentisti. Secondo un sondaggio condotto dall’Università Nazionale di Chengchi, solo il 13,6% si dichiarava taiwanese nel 1991; nel 2004, questo numero era cresciuto oltre il 45%. Nel 2016 secondo un altro sondaggio, questa percentuale ha raggiunto l’80%. Questo è particolarmente sentito dalle giovani generazioni, molte delle quali hanno partecipato alle proteste del Movimento dei Girasoli, contro un’ulteriore integrazione economica con la sorella cinese, ed hanno attivamente supportato la candidatura della presidentessa Tsai Ing-wen. L’attivista Hang Kuo-chang ha detto alla CNN a gennaio che il suo movimento vuole intessere una relazione pacifica con la Cina, ma questo non vuol dire che debba essere sacrificato lo stile di vita taiwanese. Soprattutto dopo le attesse sconfessate di Hong Kong che è ritornata (anzi è entrata, dato che era stata fondata ed edificata dalla Gran Bretagna su un pugno di scogli) sotto il controllo cinese. Essendosi ormai radicalizzata l’identità taiwanese come un’entità indipendente, a Taipei in molti si domandano come mai anche all’estero non possa essere riconosciuta ufficialmente questa nazione, considerando anche che Taiwan è un partner economico fondamentale per tutto l’Occidente.

Secondo Coen Blaauw, direttore esecutivo dell’Associazione di Formosa per gli Affari Pubblici che combatte per l’indipendenza taiwanese (Formosa è difatti il nome storico dell’isola), il nome fittizio danneggia la dignità del paese ed è un’autentica umiliazione per i suoi 23 milioni di abitanti che in occasione di ogni olimpiade, debbono assistere impotenti a questa farsa.

Autore: Matteo Damiani