Franceso De Luca ci parla della situazione degli immigrati cinesi in Italia

0
389

Intervista a Franceso De Luca, studioso di lingua e cultura cinese, interprete e traduttore,  scrittore e giornalista.

 

Buongiorno Francesco, vorresti presentarti ai nostri lettori?

Buongiorno a voi. Ho vissuto in Cina per circa 9 anni, soggiornando stabilmente a Pechino, Tianjin e sulla lussureggiante isola tropicale di Hainan. Ho studiato per due anni alla storica università BLCU, base pechinese di gran parte degli studenti stranieri che si gettano nel baratro dello studio del mandarino. Mi fu raccomandata dal mio caro Prof. Giorgio Trentin e dall’amico e Prof. Davide Vona, che purtroppo ci ha lasciato pochi mesi fa. Durante i miei primi anni in Cina (parliamo del 2005-2007) ho intrapreso anche attività di commercio internazionale specializzandomi in rivestimenti ed arredamento moderno ed etnico. Importando mobilio ed oggettistica anche da Tibet, Qinghai, Sichuan, NeiMenggu ed anche esportando, per un breve periodo, il noto marchio nostrano Cressi Sub. Ho quindi qualche modesta nozione di import-export. Una volta apprese le basi della lingua mi sono parallelamente dedicato ad interpretariati e traduzioni, collaborando o lavorando anche con il Dipartimento del Turismo Italiano e diverse Associazioni non governative, in Italia e soprattutto in Cina, ove ero di base. Nel 2011, assieme ad altri professionisti per lo più avvocati, ho fondato l’Associazione Sviluppo Italia Cina (ASIC) che si occupa di promozione dei rapporti amicali, culturali, sportivi e turistici tra i nostri due Paesi. Nel contempo mi sono dedicato al giornalismo scrivendo su Outside Magazine, Cosmopolitan, Traveller ed altre riviste internazionali in Cina. Una vera avventura è stato creare il primo webmagazine dedicato al surfing da onda contribuendo a dar vita ad un vero movimento innovativo dal punto di vista del lifestyle tradizionale. Avvicinare i cinesi al mare è già difficile, fargli domare le onde ancor di più ma, se posso dirlo, è stato un successo. Ci sarebbe molto altro ancora. Posso dire di aver dedicato una buona parte della mia vita allo studio del pianeta Cina, soprattutto affascinato dal pensiero ed alla lingua, di cui amo profondamente l’estetica. Tornato in Italia l’anno scorso ho pubblicato un libro “Anomalie” (Terre Sommerse, 2015), mi occupo di interpretariati e traduzioni a supporto dei cittadini cinesi richiedenti asilo politico in Italia. Ultimamente traduco anche poesia cinese in italiano. Insegno cinese. Riesco a gestire tutto abbastanza bene, almeno al momento.

Quali sono le attività che deve svolgere un mediatore culturale?

Credo debba posizionarsi come cuscinetto culturale, a mo’ di filtro, tra le controparti. Dovrebbe avere però un ruolo attivo, dinamico, ma ciò difficilmente è possibile, specialmente in contesti ufficiali e formali. L’interprete-mediatore dovrebbe avere un ruolo chiave e non essere solo un mero esecutore di “trasposizioni linguistiche di contenuti”. Questa figura dovrebbe conoscere la psicologia, il linguaggio non verbale, i dialetti, la cultura generale, ecc è un ruolo molto importante e difficile, ritengo. Di responsabilità. Nel mio passato ho incontrato diverse persone che, mi spiace dirlo, in maniera del tutto irresponsabile hanno “giocato” con le vite altrui. Con questo non voglio offendere nessuno, ma quanto meno sollevare la questione etica.

Da quanti anni svolgi questa mansione?

Ho cominciato a fare l’interprete dal 2006. Forse timidamente anche prima, ma erano interpretariati facili, col tempo ho avuto modo di affrontare diverse circostanze. Sicuramente l’apice è stato sostenere un intervento in lingua cinese, di fronte al Ministro dello Sport ed alla TV cinese durante la Fiera CIFTIS 2014, a Pechino. Ero molto emozionato ma sono contento di averlo fatto. Certamente la strada è ancora lunghissima, senza fine…

Da dove vengono la maggior parte degli immigrati cinesi?

Dalla regione del Zhejiang.

Quali sono le storie che più ti hanno toccato?

Purtroppo non posso rivelare nulla al riguardo per via del segreto di ufficio. Sicuramente ci sono storie toccanti, di sofferenza, di fuga e di privazione. Non potremo mai, almeno il sottoscritto, sapere se siano inventate o romanzate. Certo è che in molti angoli di mondo ed in particolare in Cina, il popolo spesso si trova abbandonato. Oscurato. C’è molta ignoranza in Italia al riguardo e disinteresse. Non vediamo ormai neanche più il nostro vicino di casa o ci curiamo dei rapporti umani, veramente. Figuriamoci pensare o aiutare gli altri popoli. Ma ci sono persone, una minoranza, che cerca di barcamenarsi a testa alta spostando laghi con un cucchiaino.

Quali sono le comunità cinesi dove più si manifestano problemi di ordine legale?

Sicuramente a Prato, almeno nella mia esperienza diretta.

Come giudichi il livello di integrazione degli immigrati cinesi?

Assente. I cinesi atavicamente hanno sempre prediletto la propria genìa e teso ad influenzare più che ad essere influenzati. I cinesi sinizzano, là dove non possono farlo si isolano. Questa è l’idea che mi sono fatto in base al sentito, al visto ed all’esperito. Sicuramente la lingua, così distante, gli usi così diversi non aiutano e non ne facilitano l’integrazione. Ma colpa anche un poco nostra, direi.
Loro vengono a casa nostra, in questo caso, è vero. Ma in un ottica di globalizzazione il non fare mai il primo passo comporta una chiusura sempre maggiore da entrambi i lati. Loro non lo fanno anche per timore. Spesso sono clandestini, i cinesi sono molto timorosi, attenti, silenziosi e, rispetto a molte altre popolazioni e culture, diffidenti. Difficile trovare cinesi che infastidiscono per strada, ubriachi o che irrompono in casa per derubare o assassinare. Certo, hanno modi diversi.

Cosa si può fare per migliorare queste condizioni?

Questa domanda mi sta a cuore particolarmente, anzi ti ringrazio per avermela fatta. Forse il mio pensiero sembrerà banale, ripetitivo, ritengo che il modo migliore per avvicinare le distanze sia sempre la comunicazione. Comunicare, comunicare, comunicare. Solo tramite la comunicazione potrà avviarsi il processo di comprensione (badate bene, nessuno deve necessariamente cambiare nessuno, nè noi loro nè loro noi!) . Questo processo necessita di molto tempo, va digerito, meditato. Specialmente quando si confrontano ed incontrano due culture cosi millenariamente differenti quali quella latina e quella cinese. Da buoni osti, padroni di casa, dovremmo (perchè no?) cominciare insegnando loro la nostra lingua che è poi la chiave per liberarsi dal muro opprimente, da incubo dell’incomunicabilità. Siete mai stati da soli in un paese straniero senza parlare la lingua a vagare per le strade? Unico straniero senza sapere a chi rivolgersi, come rivolgersi, cosa volessero dire le insegne, le strade, le coordinate..tutti i suoni, gli odori, il brusio di fondo, le sensazioni tutte nuove e profondamente diverse. Questo vale credo in tutti i paesi che non usano il nostro alfabeto. Non si riesce ad afferrare nessun significato, numeri a parte. Bene, lo stesso vale per loro qui. Loro che ormai sono qui ed invaderanno sempre più il mondo.

Ci sono 1.5 miliardi di cinesi sul pianeta terra. Non possiamo girare lo sguardo dall’altra parte. Sarebbe ridicolo, castrante ed altamente sciocco. Quindi cosa dovremmo fare? Porgere loro la mano, con attenzione. Tornare ad essere culla di civiltà, per le civiltà. Così forse potremo sicuramente anche riprenderci economicamente. Ma tornando alla tua domanda, cosa fare quindi?

Sarebbe auspicabile l’istituzione gratuita (obbligatoria volendo) di corsi di lingua e cultura italiana, per cittadini cinesi – anche e soprattutto clandestini!- che si trovano sul territorio nazionale. Il Ministero degli Interni potrebbe in sinergia con le istituzioni cinesi facilmente fornire il necessario per liberarli dall’oscurità dell’incomunicabilità e dalla morsa della mafia cinese ed italiana. Mafie che li usano a discapito dell’economia globale. Se tutta la manodopera cinese, schiavizzata, che viene rinchiusa nelle fabbriche cinesi-italiane venisse messa in condizioni di poter parlare con le forze dell’ordine, con gli italiani, ecc con il tempo si avvicinerebbero le distanze e molti lati indecriptabili si rivelerebbero per quello che sono. L’ignoranza è un mostro, uno dei mostri da cui scaturisce razzismo, emarginazione, paura e, soprattutto, errore.
Non esportiamo, quindi, solo vino e pasta, ma condividiamo la nostra lingua e la nostra cultura. I cinesi simpatizzano, a dire il vero, per noi e l’immagine riflessa che hanno del Bel paese è tendenzialmente positiva.
Non facciamogliela cambiare, da questo può dipendere anche la sorte della nostra minuscola seppur immensa Italia.
Grazie mille a Cinaoggi per avermi concesso questo palcoscenico su cui condividere alcuni pensieri.

Per contatti info at sviluppoitaliacina.org