Liu Xiaobo e Mo Yan: Nobel a confronto

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Contrariamente ai pronostici che lo davano come sfavorito alla fine Mo Yan, ha ottenuto il premio per la letteratura 2012. Questo è il secondo premio Nobel che va alla Cina, nel giro di soli due anni.

L’8 Ottobre 2010 infatti, il giornalista e scrittore dissidente Liu Xiaobo fu insignito del premio Nobel per la pace, per il suo impegno non violento a difesa dei diritti umani in Cina. Fin da quando il suo nome apparve nella rosa dei candidati in lista per tale riconoscimento, l’atteggiamento del governo cinese è stato ed è dichiaratamente ostile. Secondo la dirigenza cinese infatti, Liu Xiaobo non avrebbe mai promosso la pace ma, al contrario, sarebbe semplicemente un ‘criminale’, incarcerato dal 2008 per “incitamento alla sovversione dei poteri dello Stato” in base a quanto previsto dalla legge 105 del codice penale cinese.
Il reato per il quale è stato condannato ad undici anni di prigione e a due di interdizione dai pubblici uffici è essenzialmente quello di aver aderito e firmato il manifesto di “Charta 08”, un testo redatto in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo (10 dicembre 1948- 10 dicembre 2008), ispirato alla Charta 77 promossa durante gli anni ’70 dai dissidenti cecoslovacchi (un leader dei quali, Václav Havel, è attualmente membro della giuria di assegnazione del Nobel).
In questo testo, pubblicato online e sottoscritto da oltre 10.000 persone, si auspicava l’entrata in vigore di alcune riforme democratiche nel sistema politico del paese (in particolare riguardo alla libertà di pensiero e di espressione) e il rispetto dei diritti umani fondamentali. Formalmente infatti, secondo l’articolo 35 della costituzione cinese, i cittadini hanno libertà di parola, di  stampa, di associazione, di manifestare e di protestare ma, in realtà, esiste una sorta di ‘zona grigia’ da non oltrepassare.
Gli intellettuali possono in linea teorica criticare il governo, fintanto che non minano le fondamenta sulle quali si regge (come ad esempio il monopartitismo): in tal caso diventano, come Liu Xiaobo, ‘nemici’ colpevoli di “propaganda ed istigazione controrivoluzionaria” o di “disturbo alla quiete pubblica” per i quali esistono speciali ‘campi di rieducazione’ (laogai), nei quali lo stesso Liu Xiaobo è stato rinchiuso per tre anni.
Sembrava che con l’assegnazione di questo Nobel, la commissione avesse voluto lanciare un segnale forte alla Cina: per adeguarsi al nuovo status di potenza economica mondiale, era necessario invertire la marcia sui diritti umani e sulle libertà fondamentali. A giudicare dai fatti però, l’appello è rimasto inascoltato: alla cerimonia di assegnazione, il posto d’onore era vuoto.
A due anni di distanza, la stessa Accademia assegna un altro Nobel alla Cina (questa volta prontamente ritirato e con tanto di cerimonia) scegliendo uno dei suoi scrittori più celebri: Mo Yan, nome d’arte che può essere tradotto come “senza parole/colui che non parla”.
Soprannome quantomeno interessante se si pensa che il mestiere dello scrittore è appunto quello di raccontare. Raccontare i fatti, gli eventi, i personaggi, far rivivere le storie, dare voce a tutti quelli che non ne hanno o non ne hanno abbastanza. Uno scrittore senza parole è, evidentemente, una contraddizione in termini.
Tanto più che Mo Yan si afferma nel panorama letterario negli anni ’80 pubblicando romanzi storici che lo rendono famoso anche all’estero. Sorgo Rosso (Hong gaoliang) in particolare, tradotto in tutto l’Occidente e vincitore di numerosi premi letterari in Cina, diventa il suo libro più conosciuto grazie anche all’adattamento cinematografico di Zhang Yimou, che ottiene l’Orso d’oro a Berlino nel 1988.
Mo Yan è forse lo scrittore più rappresentativo della corrente della “Ricerca delle radici” (xun gen): movimento letterario che si pone il proposito, dopo la Rivoluzione Culturale, di riscoprire/reinventare le radici della Cina, alla ricerca della definizione di un’identità nazionale resa ormai necessaria dal confronto con l’Occidente.
Ma quali sono appunto queste radici? Mo Yan, nell’introduzione al suo racconto “Fantasie” (Shen liao), scrive :”Chi vuole cercare le radici, le cerchi pure. Io cercherò la mia terra. Una volta che l’avrò trovata, non esiterò a piantarvi le mie radici.”
Le radici non sono dunque nient’altro che la terra, la ‘patria’: quella ‘Terra di Mezzo’ (traduzione letterale di Zhongguo, nome cinese per Cina) che dà i natali ai suoi personaggi e all’autore. Le radici sono la Cina stessa, come si legge nelle pagine di Sorgo Rosso: “Quelli che vivono in queste terre (…) hanno ucciso, saccheggiato e difeso lealmente il paese, muovendosi in una danza eroica e tragica che fa impallidire al confronto noi indegni discendenti e mi fa percepire chiaramente la regressione della specie che accompagna il progresso. (…)”
C’è quindi, se non una sorta di nazionalismo, un certo orgoglio patriottico nel ribadire le proprie radici cinesi, la propria appartenenza a quella terra rossa di sangue, di passione e di fede politica. Mo Yan è uno scrittore radicatamente e radicalmente cinese: lo testimonia il fatto che non critica mai l’operato del suo Paese, fino al punto di ritirarsi dalla Fiera del Libro nel 2009 a causa della presenza di scrittori cinesi dissidenti.
Con Mo Yan dunque, il Nobel è un vero e proprio riconoscimento e non un monito alla Cina. Se il premio a Liu Xiaobo era un chiaro segnale di solidarietà e di sostegno al dissenso, l’attribuzione a Mo Yan tenta di riparare quello che è stato percepito dal governo cinese come un ‘errore tattico’ che andava a rompere delicati equilibri economici e politici, in cui è evidente chi ha maggior potere . Un colpo di mano per raddrizzare i bracci di una bilancia che è importante mantenere stabile: se dovesse iniziare a pendere dalla parte sbagliata, chissà che prezzo e che tara dovremmo pagare.

Rita Barbieri