Tensioni tra i tibetani e Pechino dopo il terremoto

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titleMentre il Dalai Lama chiede al governo cinese di poter visitare la zona colpita dal forte sisma, i monaci tibetani della zona contestano l'esercito che agirebbe secondo fini propagandistici.
Il Dalai Lama ha richiesto a Pechino di permettergli di visitare la zona di confine tra Qinghai e Tibet colpita dal recente terremoto. "Per soddisfare i desideri di molte delle persone laggiù, sarei desideroso di potermi recare nella zona per offrire conforto", ha detto il leader spiritual in esilio a Dharamshala. Il Dalai Lama ha anche aggiunto di essere nato proprio nella zona terremotata. Intanto sale il bilancio del disastro, portando la conta dei morti a 1.339. I feriti sarebbero almeno 12.000. Ha aggiunto di avere apprezzato la pronta risposta delle autorità cinesi, in particolar modo nella persona di Wen Jiabao, che non sono ha offerto conforto personalmente alle comunità colpite, ma ha anche supervisionato i lavori di soccorso.

Ma non tutti i tibetani condividono questa opinione. Da Jiegu, ovvero Yushu, arrivano le lamentele dei monaci buddhisti verso l'azione dei militari cinesi, che secondo le loro accuse, agirebbero solo per fini propagandistici. Vengono così raccontati diversi episodi indicativi del clima che si respirebbe nella zona. Alcuni monaci stavano cercando dei superstiti tra le macerie di una scuola. Tra i resti, hanno scorso un braccio. Ma prima che i monaci potessero terminare il loro lavoro, ecco alzarsi un gruppo di militari armati di telecamera, che hanno allontanato i monaci e hanno continuato il lavoro di fronte alla macchina da presa. Ga Tsai, uno dei monaci ha detto: "Non vogliamo vedere videocamere quando lavoriamo, vogliamo salvare vite. Questi vedono la tragedia come un'opportunità per fare propaganda." Viene raccontato anche un altro episodio indicativo dello stato d'animo che serpeggia tra i tibetani della zona. I monaci avevano recuperato 50 cadaveri di bambini nel crollo di una scuola elementare. Quando un ufficiale è arrivato, ha chiesto quanti morti erano stati trovati. Il poliziotto poi quando ha comunicato alla stampa le cifre, ha rivisto al basso la stima comunicandone la metà. "Penso che abbiano paura di far sapere al mondo quanto brutta sia la situazione quaggiù" ha detto Gen Ga Ja Ba, un monaco di 23 anni. Un'altra critica sollevata verso le autorità è stata quella di ignorare i bassi edifici di fango, collassati anch'essi durante il terremoto, focalizzando la propria attenzione sulle strutture più grandi. Ancora, secondo alcuni monaci, i militari avrebbero di fatto impedito loro di prestare soccorso, durante i primi giorni della tragedia.

Gli sforzi dei soccorsi cinesi sono stati davvero enormi. Nell'area sono giunti migliaia di soldati e di camion con viveri, generi di prima necessità e vestiti. Più di 600 feriti sono stati portati negli ospedali della capitale della provincia. Nonostante questo, il sisma ha aperto anche un'altra ferita, facendo riemergere le tensioni tra le due etnie. Dal momento iniziale della calamità, migliaia di monaci sono giunti nell'aera, molti provenienti dal Tibet, per portare soccorso agli abitanti. I cadaveri sono stati portati nelle vicine colline per la cremazione. Il fuoco è arso per un'intera giornata, accompagnato dalle preghiere dei tibetani. Alla cerimonia erano totalmente assenti le autorità cinesi, probabilmente per non alimentare le proteste.

Fonte: New York Times, Xinhua, Yahoo