E Google se ne va davvero

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title-googleCon una mossa anticipata da alcune indiscrezioni nei giorni scorsi, Google abbandonerà Google.cn dirottando i risultati delle ricerche sulla sua piattaforma a Hong Kong.
I server di Google.cn erano collocati all’interno dei confini della Repubblica Popolare Cinese, e pertanto erano soggetti alle leggi locali. Pertanto per poter operare nel suolo cinese, bisogna ottenere la licenza ICP (Internet Content Provider). Google, da quando era entrato nel mercato locale, si era dovuto adeguare alle normative. Ciò vuol dire auto censura per quanto riguarda una serie di argomenti scottanti: autonomia del Tibet, dello Xinjiang, della Mongolia Interna, Falungong, pornografia (la motivazione ufficiale con cui censurare questi risultati). In Cina è responsabilità dell’operatore il rispetto della normativa. Ma non solo, come vedremo. Da questa mattina però, ora americana, Google ha cambiato questo stato di cose, dirottando il traffico proveniente dalla Cina verso la versione di Hong Kong (google.com.hk). Come si sa, Hong Kong fa parte del territorio cinese, ma almeno fino al 2050, all’interno dei suoi confini è possibile godere dei diritti di libertà di parola e di stampa. Questi diritti sono stati sanciti con la celebre politica di “Un paese, due sistemi”. Pertanto, sebbene sia parte integrante della Cina, non c’è censura. Grazie a questa soluzione, Goole può quindi offrire risultati non censurati ai suoi utenti. La censura quindi viene dimandata al China Great Firewall, che può sconnettere o azzerare momentaneamente la connessione. I timori di Google sono quelli di vedere bloccato il dominio o l’internet protocollo legato a Google.com.hk. Questo stato di cose però riguarda esclusivamente le ricerche legate a News, Search e Immagini. Quelle legate ai video, alla musica, alle mappe e alle traduzioni fanno ancora capo ai server cinesi.

Le reazioni ufficiali

In queste prime ore si sono già inseguite le prime dichiarazioni ufficiali. Questa volta la dirigenza cinese non si è lasciata prendere in contropiede come due mesi fa. Un funzionario anonimo dell’Ufficio dell’Informazione del Consiglio di Stato cinese ha detto ad un giornalista di Xinhua che “le compagnie straniere che operano in Cina devono attenersi alla legislazione cinese. Google ha violato la promessa scritta che aveva fatto per entrare nel mercato locale. E’ totalmente errato fermare i filtri della censura del suo motore di ricerca e fare accuse verso la Cina per gli attacchi hacker. Ci opponiamo fermamente alla politicizzazione di questioni commerciali ed esprimiamo la nostra rabbia e la nostra insoddisfazione verso le accuse e le pratiche irragionevoli di Google.” Dopo l’ultimatum di Google dello scorso 12 gennaio, secondo il rappresentante del governo, vi sarebbero state almeno due occasioni di confronto con Google (il 29 gennaio e il 25 febbraio) dove sarebbero state fornite dettagliate spiegazioni. Il funzionario ha concluso il suo discorso affermando che “il governo cinese incoraggia lo sviluppo e la diffusione di internet e promuove l’apertura della rete al mondo. Le discussioni su internet in Cina sono molto vivaci e il commercio digitale si sta sviluppando rapidamente. I fatti dimostrano come la Cina sia un ambiente salubre per investire e sviluppare la rete. La Cina senza tentennamenti aderisce a delle linee guida di apertura, e da il suo benvenuto ad investimenti stranieri per sviluppare la rete cinese.

Su Xinhua è comparso nel frattempo un articolo dall’eloquente nome “Google, don’t politicalize yourself” (Google, non politicizzarti), dove la compagnia di Mountain View viene accusata di essersi lasciata strumentalizzare. Secondo l’articolo, in nessun paese esiste una rete realmente libera. Libertà totale vuol dire anarchia. Pertanto in occidente non sono tollerati contenuti che riguardano pornografia infantile, violenza, gioco d’azzardo, promozione di pratiche superstiziose, attività sovversive, razzismo, terrorismo e via di questo passo. La politica riformatrice cinese che è stata inaugurata più di trenta anni fa rimane immutata. Google ha beneficiato di questa situazione per i quattro anni che ha operato nel paese. Ad ogni modo la regolamentazione della rete cinese è un affare di stato. Google sbaglia quando cerca di imporre il suo sistema di valori in un altro paese. Infine solo una cosa è certa: la rete cinese continuerà a crescere e a prosperare con o senza Google.