Intervista a Ivan Franceschini

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titleIvan Franceschini dal 2006 vive a Pechino, dove conduce ricerche sulla situazione dei lavoratori cinesi e lavora come giornalista freelance. Cura un blog sul sito web del quotidiano l’Unità.

1) Come mai hai scelto un argomento come lo scandalo delle fornaci cinesi per il tuo nuovo libro?

Nell’estate del 2007, quando è scoppiato lo scandalo delle fornaci, mi trovavo in Cina da quasi un anno per condurre delle ricerche su alcuni aspetti del diritto del lavoro cinese. Interessandomi da tempo alle varie sfaccettature del mondo del lavoro in Cina, sin dall’inizio ho sentito il bisogno di approfondire questa realtà. È stato leggendo gli articoli che all’epoca venivano pubblicati sulla stampa cinese che mi è venuta l’idea alla base di questo volume: perché per una volta non raccontare uno scandalo del lavoro in Cina partendo dal punto di vista dei cinesi stessi? Perché non utilizzare materiali originali per descrivere il flusso degli eventi, la psicologia dei personaggi, l’indignazione dei cittadini? Perché non approfittare di tutto ciò per estendere la riflessione al ruolo dei media nella società cinese contemporanea? E’ stato per questo che ho deciso di tradurre ed editare dei materiali direttamente dalla stampa cinese, figurando come curatore, piuttosto che come autore. Stanco di leggere le visioni stereotipate della realtà cinese che in genere venivano riportate sui media nostrani, ho pensato di ricorrere a questa particolare forma espressiva per cercare di dare al lettore italiano una minima idea di quella che è la vivacità della società civile cinese di oggi.

2) Ritieni che episodi come questo si possano ripetere?

Le fornaci clandestine continuano ad esistere e sono ancora molto diffuse nelle campagne cinesi, anche se magari ora hanno adottato qualche precauzione in più per non farsi scoprire. Sono rimasto in contatto con alcuni genitori i cui figli sono scomparsi: ancora oggi, nella generale indifferenza, essi sono alla ricerca dei loro ragazzi. L’anno scorso sono stato nello Henan per alcune interviste. In quell’occasione ho avuto modo di conoscere alcuni giovani che hanno vissuto l’esperienza delle fornaci. Nessuno ha dato loro alcuna assistenza psicologica e ad un anno di distanza si trovavano ad affrontare da soli i postumi di esperienze estremamente traumatiche. Se poi si seguono i media cinesi, ci si rende conto che di tanto in tanto emergono ancora storie di fornaci clandestine. Ad esempio, il 21 maggio 2009 l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua ha battuto la notizia che nella città di Jieshou nella provincia centrale dello Anhui, una delle aree più povere del paese, la polizia aveva da poco condotto un’operazione per salvare trentadue lavoratori con problemi mentali tenuti in schiavitù in due fornaci clandestine. In base ai resoconti pubblicati sulla stampa locale, questi disabili erano stati condotti nelle fornaci con l’inganno da trafficanti di esseri umani (in questo caso si parlava di un “tassista”), che per ogni persona “presentata” guadagnavano dai duecento ai trecento yuan, l’equivalente di poco più di venti-trenta euro. Sorvegliati a vista da guardiani che non esitavano a ricorrere alla violenza, questi schiavi di età compresa tra i venticinque e i quarantacinque anni vivevano rinchiusi in un cortile, costretti a lavorare oltre dieci ore al giorno senza percepire alcun salario oltre a quella decina di yuan che di tanto in tanto veniva loro concessa per le spese personali. In seguito all’indagine della polizia locale sono state arrestate dieci persone, tra cui il baogongtou e i padroni delle due fornaci. Purtroppo, se è vero che la storia ama ripetersi, essa non è mai uguale a se stessa: quello che due anni fa ha causato una sollevazione popolare, oggi non ottiene più di un trafiletto su una pagina interna di qualche giornale locale.

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3) Pensi che i media locali negli ultimi anni siano riusciti in qualche modo a raggiungere una maturità in grado di renderli più critici nei confronti della società cinese?

I media cinesi sono stati una grande sorpresa per me. Laureatomi in lingua cinese a Venezia, prima di arrivare a Pechino non ho mai avuto modo di sospettare l’esistenza di un certo tipo di giornalismo in Cina. Leggendo i giornali italiani e quanto veniva passato sui nostri media mi ero convinto che nella Cina di oggi la gente continuasse a leggere il Quotidiano del Popolo ed altri giornali “a senso unico”. A dire il vero, sono stato pure abbonato al Quotidiano del Popolo e al Quotidiano dei lavoratori, trovo che siano due strumenti importanti nel caso in cui si voglia fare un certo tipo di ricerca su temi giuridico-politici, ma non è questo il punto. Quando sono arrivato in Cina sono rimasto profondamente stupito della maniera in cui i media cinesi affrontavano questioni sensibili, come i problemi del lavoro, quelli dell’ambiente e quelli dei diritti civili. Gli articoli che leggevo dimostravano un’apertura che non mi sarei mai aspettato, e quando dico questo mi riferisco soprattutto ai giornali del Nanfang Jituan (Southern Group), vale a dire Nanfang Zhoumo (Southern Weekend), Nanfang Dushibao (Southern Metropolis Daily), Nandu Zhoukan (Southern Metropolis Weekly) e in parte Xinjingbao (Beijing News). Ritengo che in molti casi queste riviste facciano un giornalismo di gran lunga superiore a quello che abbiamo modo di leggere in Italia, soprattutto se si tiene conto degli ostacoli con cui questi giornalisti e redattori devono confrontarsi giorno dopo giorno. Se poi si parla dei media locali, penso che questi siano una vera e propria miniera di storie. Certo, a volte manca il quadro generale e le conclusioni vengono lasciate al lettore, ma credo che i giornalisti cinesi siano davvero in gamba nello sfruttare gli spazi che hanno a disposizione per far giungere un messaggio ai lettori. Purtroppo, quando all’estero si discute di media cinesi, ci si concentra sui silenzi (che pure sono molti) e si perdono di vista le varie circostanze in cui giornali, riviste e nuovi media hanno giocato un ruolo attivo nel portare alla luce problematiche sociali di enorme portata.

4) La Cina negli ultimi vent’anni ha intrapreso un cammino di riforme profondo che ha portato all’introduzione di numerosi diritti, fino a poco tempo fa, alieni alla maggioranza della popolazione. Ma questo cammino spesso e volentieri cozza contro la corruzione dilagante a tutti i livelli. Quali misure ha preso il governo cinese per fronteggiare quello che lo stesso Hu Jintao ha definito come uno dei maggiori problemi della società cinese?

Quello delle misure adottate nel governo cinese per far fronte al problema della corruzione è un discorso molto ampio, che meriterebbe un approfondimento che in questo momento non sono in grado di fare. Posso limitarmi ad esprimere qualche considerazione personale. La corruzione nel Partito e nel governo è estremamente diffusa, questo lo sanno tutti in Cina. Ricordo che qualche mese fa qui sul continente è uscito un rapporto sulla corruzione dei funzionari redatto da un avvocato di Shenzhen (si trattava del primo rapporto di questo tipo redatto dalla società civile) e che la notizia si era addirittura guadagnata qualche prima pagina. Al di là delle dichiarazioni trionfalistiche del Partito, l’impressione di fondo tuttavia rimane quella che negli ambienti politici cinesi ci si serva della lotta alla corruzione come un’arma per lo scontro politico interno. In questo modo ad esempio si può leggere la purga di diversi alti funzionari a Shanghai, città che, come si sa, è una roccaforte politica dell’ex presidente Jiang Zemin. In altri casi la lotta alla corruzione può essere uno strumento attraverso il quale guadagnarsi meriti per ascendere nella gerarchia del Partito e questo sembra essere ad esempio il caso di Bo Xilai e della sua recente campagna contro la corruzione a Chongqing. In entrambi i casi, la lotta alla corruzione non è altro che uno strumento con cui singole parti politiche cercano di raggiungere i propri fini. La scarsa sincerità del Partito in questo campo è dimostrata anche dal fatto che nel politburo continuano a sedere personaggi notoriamente corrotti come Jia Qingling, legato al tanto vituperato criminale in esilio Lai Changxing, e Li Changchun, segretario di Partito nello Henan ai tempi dello scandalo dell’Aids. Non si può poi trascurare il fatto che la lotta alla corruzione in Cina inevitabilmente si trova a scontrarsi con la rete di guanxi tra i vari funzionari: se cade una persona, allora si crea un effetto domino che arriva fino ai vertici. C’è un episodio relativo alle fornaci che dimostra chiaramente i limiti alla lotta alla corruzione: nell’aprile del 2008 si è sollevato un polverone quando si è scoperto che la signora Duan Chunxia, uno dei quadri dello Shanxi rimossi dal proprio incarico nel luglio del 2007 in seguito allo scandalo, in realtà era stata da poco reintegrata nella sua posizione. Solamente dopo che diversi siti internet hanno riportato la notizia del suo reintegro, il governo locale ha preso immediati provvedimenti e la signora in questione è stata rimossa ancora una volta.

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5) Lo scandalo Rio Tinto dimostra che nonostante sia in effetti presente una vena critica nei confronti del governo nei media cinesi, ancora si nascondono dietro una retorica nazionalista. Ovviamente questa sindrome è presente anche in molti media occidentali, ma quantomeno esiste una pluralità di visioni. Secondo te, quando riusciranno ad essere più distaccati, e meno partigiani?

I media cinesi hanno ancora molta strada da fare, ma sono ottimista sulle loro prospettive. Ad esempio guardo con grande fiducia ad Internet, uno strumento che indubbiamente, al di là del controllo a cui è sottoposto, può creare nuovi spazi di apertura e stimolare un cambiamento anche nei media tradizionali. Purtroppo però temo che per un cambiamento più profondo sarà necessario attendere che si manifesti una volontà politica dall’alto. Ciononostante, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Anche sui media cinesi esiste una pluralità di visioni, anche se questa certamente non va ad intaccare il punto di fondo, che è quello della legittimità del governo del Partito. Si pensi ad esempio a quanto è successo in seguito all’incidente tibetano del marzo 2008, quando Chang Ping, redattore del Nanfang Dushibao, in un editoriale aveva osato mettere sullo stesso piano la propaganda del Dalai Lama e quella del governo cinese. Il violento dibattito che è seguito a quell’editoriale può essere letto in due modi: da un lato può essere interpretato come un segnale del fatto che l’opinione pubblica cinese non è pronta ad accettare visioni differenti dall’ortodossia su alcune questioni particolari come quella tibetana; dall’altro però esso ben rappresenta il livello di relativa apertura a cui sono arrivati media cinesi. Personalmente preferisco questa seconda lettura.

6) Come sei arrivato a curare il tuo blog su una prestigiosa piattaforma come quella de l’Unità?

Nel febbraio di quest’anno ho aperto un blog, che ho deciso di chiamare “Il vecchio stolto sposta la montagna” (http://appunticinesi.blogspot.com). In esso ripubblicavo estratti dalle mie ricerche, traducevo articoli dai media cinesi e proponevo alcune letture dei fatti correnti. Ad un certo punto, credo fosse poco prima del ventesimo anniversario del Quattro Giugno,  Blogspot, l’host che ospitava il mio blog, è stato bloccato qui in Cina e aggiornare il sito si era fatto complicato, anche attraverso il proxy. Fortunatamente nel frattempo grazie all’aiuto di Loretta Napoleoni ero entrato in contatto con alcuni giornalisti dell’Unità che mi hanno offerto la possibilità di trasferire il blog (ribattezzato “Appunti Cinesi”) sulla loro piattaforma. Purtroppo negli ultimi due mesi non ho avuto modo di aggiornarne spesso il contenuto, ma conto di riprendere al più presto con una serie di post in cui cerco di raccontare l’emergere della società civile in Cina.

7) Quali sono i tuoi nuovi progetti?

Se ne avrò la possibilità, continuerò ad occuparmi di problematiche del lavoro in Cina, sia attraverso la ricerca che attraverso l’attività giornalistica. Allo stesso tempo però, cercherò di portare avanti il percorso di maturazione che ho avviato con il volume delle fornaci, spostando l’asse della mia analisi dall’aspetto prettamente giuridico a quello sociale. Credo che lo sviluppo della società civile sia uno degli aspetti più emozionanti della Cina di questi anni e spero davvero di aver occasione di continuare a raccontare questo processo, presentando ai lettori italiani le gesta di questi avvocati, giornalisti, attivisti e semplici cittadini che nel loro piccolo stanno lottando per cambiare questo paese.

Biografia
Ivan Franceschini è laureato in Lingue e Istituzioni Economiche e Giuridiche dell’Asia Orientale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dal 2006 vive a Pechino, dove conduce ricerche sulla situazione dei lavoratori cinesi e lavora come giornalista freelance. Cura un blog sul sito web del quotidiano l’Unità e ha pubblicato su Planet China (CinaOggi) un interessante articolo sulla nuova situazione contrattuale dei lavoratori cinesi. Recentemente ha scritto per l’editore Ca’ Foscarina “Cronache delle fornaci cinesi”.