Cina, un film già visto

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Taiwan mostra un documentario sulla leader uigura Rebiya Kadeer e la invita sull’isola. Ma le pressioni della Cina si fanno sentire.

Comunque lo si guardi, è un film già visto. Un Paese straniero dà spazio, invitandoli o esponendo punti di vista che contrastano con quelli ufficiali, a leader delle minoranze che la Cina considera “terroristi e criminali”; Pechino reagisce facendo pressioni e con misteriosi attacchi di hacker; il nazionalismo cinese ne esce ancor più rafforzato, mentre all’estero la prepotenza del gigante asiatico intimorisce. Stavolta la situazione è ancora più delicata, perché il Paese che osa disobbedire a Pechino è Taiwan, considerata una provincia ribelle dai cinesi. E di mezzo c’è un film. Già visto, appunto. Rebiya Kadeer vive a Washington dal 2005. Si tratta di “10 Conditions of Love”, un documentario australiano sulla leader uigura Rebiya Kadeer, che la Cina accusa di aver sobillato le rivolte dello scorso luglio a Urumqi (circa 200 morti, tra cinesi Han linciati dai rivoltosi e vittime uigure nella repressione delle forze armate). La pellicola, proiettata in agosto al festival di Melbourne, avrebbe dovuto essere in scaletta da metà ottobre in una rassegna di Kaohsiung: una città roccaforte del Partito Democratico, che chiede a gran voce l’indipendenza anche formale di Taiwan dalla Cina. Le proteste dei rappresentanti diplomatici cinesi sull’isola, nonché gli attacchi informatici al sito dell’evento – insulti, slogan pro-cinesi, un fotomontaggio della Kadeer e del Dalai Lama abbracciati, con didascalia che li accusava di attività promiscue – hanno però convinto gli organizzatori a fare una parziale marcia indietro: il film non farà parte del festival, ma è stato anticipato a questa settimana e mostrato in quattro diverse proiezioni. Sulla decisione devono aver pesato anche le proteste di diversi tour operator taiwanesi, che lamentavano la cancellazione di prenotazioni di turisti cinesi. Nel frattempo, un gruppo indipendentista ha invitato la Kadeer a Taiwan, e la leader uigura ha accettato. Ma le autorità di Taipei non le hanno concesso il visto: una decisione che in patria molti hanno interpretato come la prova che Taiwan è sempre più schiacciata sotto il peso politico-economico della Cina. Poche settimane fa, in seguito al devastante ciclone Morakhot, l’isola era stata visitata dal Dalai Lama per portare un po’ di conforto alla comunità buddista; Pechino aveva tuonato già all’epoca. Le proteste contro il film sulla Kadeer erano state simili in coincidenza del festival di Melbourne: in quel caso, attacchi coordinati di hacker avevano messo fuori uso il sito, facendo credere che non ci fossero più biglietti disponibili. Gli organizzatori avevano ricevuto diverse intimidazioni, fino alle minacce di morte. Sono intimidazioni di Stato, coordinate, o di singoli individui in un contesto sempre più nazionalistico? Secondo il quotidiano ufficiale China Daily, il responsabile dell’attacco al sito del festival è un solo hacker, che viene anche intervistato dal giornale. Ma anche mettendo che sia così, di sicuro le autorità cinesi non pongono ostacoli a queste proteste. Dopotutto, lo stesso ministero degli Esteri aveva chiesto al festival di Melbourne di togliere il film dalla scaletta, sostenendo – espressione vista innumerevoli volte – che esso “feriva i sentimenti del popolo cinese”. In quell’occasione, quattro registi cinesi ritirarono le loro pellicole dal festival. Nei confronti di Taiwan, dove nel 1949 ripararono i nazionalisti cinesi in fuga dai comunisti di Mao Zedong, Pechino può inoltre far valere tutto il suo peso. Nell’ultimo anno, i due Paesi si sono riavvicinati: sono stati istituiti voli diretti, e la Cina ha intensificato i suoi investimenti nell’isola, fatto che ha parzialmente protetto Taiwan dagli effetti della recessione economica mondiale. Ci vorrebbe poco a troncare il crescente flusso di denaro e turisti cinesi, in caso di seria crisi tra i due Paesi. Altrimenti, per ricordare la situazione, ci sono pur sempre centinaia di missili puntati verso l’isola.

Alessandro Ursic

Fonte: www.peacereporter.net