Xunzi ed il Cielo

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Eredi e discepoli della dottrina di Confucio, Mencio e Xunzi differiscono tra loro per il carattere di critico dedito al discorso del secondo, il quale è attento alla cura della forma. Xunzi, originario di Zhao, prende presto la sua strada verso l’Accademia Jixia, nel 255 occupa la carica di alto magistrato nel regno meridionale di Chu, da lì nel 249 assiste lucidamente alla caduta della Dinastia Zhou. L’Accademia Jixia, fondata da Xuan di Qi per dare la possibilità di illuminare la corte con le menti più importanti della Cina, in cambio di agi e della possibilità di proseguire nei loro studi e ricerche, vede Xunzi in fermento totale. Questo luogo risplende dei più grandi intellettuali del momento, che divengono sempre più i detentori del sapere ed iniziano a farsi chiamare maestri (xiansheng). La classe shi (i letterati) a cui appartengono si eleva al punto tale che sono trattati al pari di alti funzionari politici e per discutere sul Dao percepiscono una retribuzione, poiché il potere imperiale intuisce che per ottenere i risultati che vuole dal suo popolo deve mettere in atto le menti più prestigiose al fine di dare una soluzione morale più consona alla questione. Queste discussioni, che insorgono tra le varie fazioni di pensatori cinesi nell’Accademia, i quali professano tutti di garantire l’unico e reale Dao, danno modo a Xunzi di sentire la necessità di un principio d’ordine (zhidao). L’opera che egli stende, la quale assieme all’Han Feizi rappresenta un corpus dal discorso continuo ed intrecciato, è suddivisa in trentadue capitoli, dove ognuno crea un trattato su uno specifico argomento che viene chiarito dal dibattito tra un finto obiettore e l’autore. Il diciassettesimo capitolo è interamente dedicato al rapporto con il Cielo (Tian), il quale è basilare in un momento così delicato, quale la decadenza della Dinastia Zhou. L’ambito etico politico dell’uomo nella sua dottrina non si associa all’ambito cosmologico del Cielo, le due entità sono il primo il completamento del secondo formando un continuum. L’uomo ha una posizione indipendente poiché rappresenta una terza potenza cosmica distinta dalle altre due: Cielo e Terra. L’uomo ha il compito di erigersi e gestire al meglio quanto è in suo potere, deve determinare l’ordine dell’universo (LI). Perciò accade che da un lato si trova il Cielo che crea e dall’altro l’uomo che ordina. Xunzi è fermamente convinto che la natura umana è fatta di istinti animali, perciò il senso morale non le è proprio, ma lo acquisisce artificialmente. Essa non ha nulla di etico al suo interno e perciò ne deriva la sua malvagità. Egli si pone quindi agli opposti della filosofia di Mencio il quale afferma che la natura umana è buona poiché deriva dal Cielo, il quale offre in dono i germi di moralità. Anche Xunzi, ritiene che il Cielo dia la natura umana, ma sostiene che questa entità sia amorale. L’uomo creato dalla natura ha la possibilità di essere saggio ed armonioso, caratteristiche che non sono state date a lui dalla natura, il pensatore asiatico riesce così a costruire nella sua opera un doppio paradosso che risolve spiegando che l’umanità dell’uomo risiede non nella natura, ma nel cammino che egli compie per fare di sè un essere umano, è dunque un’intelligenza fatta di buon senso (zhi), che lo porta alla moralità e all’ordine. E’ dal cuore (xin), giudice di ciò che può essere ammissibile (ke) o di ciò che è possibile (neng), che parte quest’intelligenza (zhi). Xin come una bilancia è in grado di captare pro e contro, poiché ha la capacità di operare delle distinzioni. L’uomo indipendente deve conquistare la sua moralità che risiede nella cultura. La moralità, per Xunzi, è creata (sheng) dai santi come la nostra natura lo è dal Cielo (Tian). L’uomo indipendente da Tian può trovare la moralità nella fede e nei riti (li). Importante e basilare è il principio di ripartizione rituale (fen), il quale dà la possibilità di limitare i desideri e di stimolare un senso di produttività. I riti (li), i quali sprigionano bellezza poiché linee di forza per eccellenza della cultura, equilibrano gli impulsi degli individui. Il mondo di Xunzi è un campo di cose naturalmente ordinate in gruppi, da norme di identità e diversità, le quali sono captabili da ogni individuo. Designare dei nomi implica la capacità di distinguere e perciò conoscere, quindi è il Santo, la persona che per capacità è in grado di distinguere, ripartire (fen) e quindi comprendere le situazioni così da comportarsi nella maniera più consona e rituale. I riti ed il rituale ritornano costantemente come fulcro della filosofia del pensatore cinese, poiché l’organizzazione dei riti rievoca e riflette quella della natura. La natura infatti non è fonte di valori morali, ma vi è una continuità tra natura normativa e umanità che segue i riti. Anche in Xunzi ritorna la metafora dell’acqua, la quale limpida e calma dà la possibilità di comprendere, mentre torbida e agitata impedisce qualsiasi distinzione, la stessa cosa accade all’animo umano che lasciandosi guidare dal principio strutturale (LI) comprende e distingue il reale dall’irreale, se invece è distratto non può colmare i suoi dubbi e le sue incertezze. Per questo è importantissimo purificare il proprio animo in modo che non sia cieco alla grande struttura d’insieme (dali) e capti il vero nel suo completo ordine senza interferenze.