Tra il V ed il VI secolo consolidamento del buddhismo in Cina: Madhyamika e Yogacara

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Il pieno riconoscimento del buddhismo indiano in Cina coincide con l’arrivo a Chang’an di Kumarajiva (344-413) nel 402. Egli esercita un ruolo di primo piano nel periodo di indianizzazione del buddhismo in Cina, collabora con monaci indiani e della Serindia (zona che comprende la regione dello Xingjiang, e una parte cospicua dell’Asia centrale, regioni lungo la via della Seta), alla interpretazione e traduzione delle opere di esegesi ed intraprende numerosi viaggi nei maggiori centri della Serindia. La traduzione del Sutra della “Terra pura”, uno dei testi più importanti del Canone buddhista cinese, il “Sutra del Loto”, il “Sutra di Vimalakirti” ed i tre trattati fondamentali della scuola Madhyamika, permettono al pubblico cinese che avere un passo contemporaneo della crescita del buddhismo in Cina parallelo a quello dell’India. La scuola Madhyamika, nata in India nel II secolo d.C. da Nagarjuna e dal suo discepolo Aryadeva, percorre una via mediana, accostandosi all’esistenza e alla non esistenza, all’affermazione e alla negazione, al piacere e al dolore, poiché ritiene che le cose non possiedono una propria natura (svabhava) e neppure indipendenza dalle cause e dalle condizioni che le producono. La contemplazione metodica (prajna) degli elementi di esistenza il cui flusso continuo compone la realtà (dharma), significa avere la possibilità di vederli nella loro natura vera e propria: vuota (sunya) la quale dipende da altre cose e non può fondare la realtà. Poiché il dharma è vacuo si arriva alla concezione di non dualità (bu er): il flusso delle esistenze (samsara) e l’estinzione (nirvana) , non essendoci la possibilità della dualità si uniscono nella vacuità (sunyata), la quale è la via mediana.

Nargarjuna determina due livelli di verità: quella relativa, la nostra, la quale viene vagliata da quella assoluta. La verità assoluta segue le regole della prajana ed è nell’ambito di questa verità che si annullano le differenze e gli opposti. Nel periodo del regno della Dinastia Liang (502-549) il buddhismo è fortemente patrocinato dall’imperatore Wu, il quale opera in modo tale che tra il V ed il VI secolo aumenti il numero dei templi e monasteri buddhisti e restaura il ruolo dei letterati confuciani. Ma l’ascesa del buddhismo non è vista di buon occhio da taoisti e confuciani, i quali si schierano assieme contro il nuovo avversario. Vengono stesi trattati dove la nuova filosofia arrivata dall’India è definita barbara ed inferiore. Il monaco Huilin componendo il trattato “Le tre dottrine sono egualmente valide” (Jun shan lun) mette l’accento sul rapporto paritario delle tre filosofie, ma critica la promessa di una vita migliore, che non è propria del reale insegnamento, ribadita dalla religione buddhista per creare nuovi seguaci. Huiyuan nel saggio “La forma corporea si estingue, ma lo spirito è indistruttibile” riprende la tematica della controversia tra corpo e spirito, così come faranno Zheng Xianzhi e Fan Zhen. Quest’ultimo espone delle tesi che spingono l’imperatore Wu dei Liang a stendere un saggio in difesa del suo credo buddhista. Lo stesso sovrano ha delle reazioni ben più severe nei confronti di Xun Ji, il quale considera i monaci buddhisti dei parassiti che hanno creato divisione e disordine in Cina. Queste critiche lo hanno infatti portato nel 547 ad una condanna a morte.

Nel Nord della Cina, sotto i sovrani Tuoba Wei, il buddhismo diviene religione ufficiale ed i monaci sono funzionari statali, dove c’è la figura di un capo dei monaci buddhisti (sramana) nominato dall’imperatore. Anche qui si creano delle fazioni contro il buddhismo, che portano ad una delle persecuzioni più grandi con la setta dei Maestri celesti, capeggiata dal taoista Kou Qianzhi (373-448) e dal confuciano Cui Hao (381-450). Dopo questa brutale azione per riappianare la situazione vengono scolpite nella pietra nella capitale Datong i Buddha e i Bodhisattva di Yungang. Con il trasferimento della capitale a Luoyang, anche la statuaria religiosa buddhista cambia loco, sviluppandosi nelle grotte di Longmen. La venerazione religiosa verso queste opere d’arte vede associati diversi paradisi e terre pure, dove i laici più che mirare al Nirvana, auspicano a ottenere tramite la devozione ed il culto una vita migliore.Questa connotazione laica porta un numero crescente di cinesi ad accostarsi al buddhismo, da religione elitaria e privilegiata, diviene veicolo della carità e compassione verso tutti. Ex voto incisi aumentano sempre più e l’iconografia buddhista presenta tratti della tradizione cinese. Ad opera dei sovrani della Dinastia Sui inizia un processo di riunificazione tra buddhismo del Nord e del Sud, in questo periodo c’è una maggiore accettazione nei confronti della dottrina indiana, la quale non è più una minaccia, tanto è che fioriscono scuole indiane uguali ed identiche a quelle originarie, come la scuola Madhyamika di Kumarajiva. Un’altra scuola importante è quella dello Yogacara con il monaco Xuanzang (602-664), il quale si dirige in un pellegrinaggio di 17 anni in India per approfondire le sue conoscenze sui testi buddhisti. Grazie all’appoggio dell’imperatore Taizong, ha la possibilità di tradurre 76 testi dei quali privilegia quelli della scuola Yogacara. Questa scuola, Faxiang, la cui dottrina principale è la via della facoltà cognitiva (Vijnanavada), vede l’insieme del mondo fenomenico come pensiero, in quanto il mondo esterno risulta essere frutto della coscienza e cioè pura illusione. Un’altra scuola è quella Kosa che percorre la via del Tesoro della scolastica (Abhidharma-kosa), dove il dharma è trasmesso negli oggetti e negli esseri passati a quelli presenti per giungere di seguito in quelli futuri. L’uomo risulta quindi un insieme di aggregati di fenomeni, così anche la facoltà cognitiva (vijnana), che però risulta essere ambivalente: conferisce apparenza di unità, illude ponendo la credenza dell’io; ambisce all’autonomia e alla purezza. Sono cinque le facoltà sensoriali derivate dall’analisi della scuola, a cui se ne aggiunge una sesta: la mano vijnana che sintetizza e mette a fuoco ciò che è stato captato dagli altri sensi; una settima, manas, rappresenta l’organo della mente dove risiede il pensiero, il quale è conscio di pensare. L’ottava facoltà, la coscienza di riserva o coscienza deposito (l’alaya-vijnana) è la radice di ogni attività cognitiva ed è la depositaria dei semi o effetti del karma. Nell’alaya vengono depositati sotto forma di energia gli atti ed i pensieri prodotti. L’alaya, non cosciente di sè, riflette il manas in modo tale da risvegliare la coscienza deposito che risulta essere il principio di individuazione dell’alaya. Il manas è anche ciò che illude l’io, poiché potenzia l’accellerazione dei germi verso il ciclo della trasmigrazione. Questo fatto porta il manas a disturbare la purezza dell’alaya, quindi è necessario forgiarla affinché purifichi i germi dell’alaya, così da trasformarla nella natura di ciò che fa conoscere e nient’altro (vijnapti-matrata), la quale si identifica perfettamente con la sicceità (tathata). Questa pratica di coltivazione dei germi di purificazione è alla base della tecnica dello yoga. Madhyamika e Yogacara percorrono due vie distinte: la prima, negativa, nella vacuità, mentre la seconda, positiva, nella vijnapti-matrata, ma nonostante in Cina vi sono più traduzioni di quest’ultima, ad opera di Xuanzang, l’atteggiamento marcatamente indiano la sfavorisce nell’ambito delle preferenze cinesi, i quali si avvicinano maggiormente alla scuola Madhyamika che prefigura il Chan.