Mozi

0
157

Il pensatore Mozi (480-390 a.C.), originario di uno dei piccoli stati feudali della pianura centrale, è a capo di una scuola numerosa di rigida struttura gerarchica, i cui membri provengono dalla classe degli artigiani. Egli ha come modelli le dinastie precedenti: Xia e Shang. Yu, fondatore della dinastia Xia è per lui di esempio come eccellente ideale, per le sue capacità tecniche, le doti lavorative ed il saper apprezzare la vita semplice e frugale. Mozi attribuisce al lavoro la massima importanza, in quanto fonte primaria di benessere e condizione obbligatoria per l’esistenza. E’ una capacità esclusiva dell’uomo che lo contraddistingue dagli animali. Secondo alcune fonti si ritiene che è stato allievo di Confucio, però è più ovvio che abbia frequentato dei suoi discepoli. Il suo pensiero è difatto una continuazione agli insegnamenti di Confucio, ma anche una critica radicale del suo umanesimo. La dottrina di Mozi è articolata in 10 distinte branche, presenti nel “Libro del maestro Mo” (mozi), compilato tra il V e il III secolo a.C. dai suoi discepoli, divisi in 3 correnti principali. Una sezione più tarda, tra il IV e il III secolo a.C., è rappresentata dal mojing che comprende i capitoli 40-45. L’opera ripetitiva e priva di umorismo ci dà pochi spunti sulla sua figura, ma è rappresentativa dei diversi stadi della corrente moista. La prima parte parla delle tesi a cui aderiscono i moisti. Nella parte centrale, detta “Canone moista”, si parla di logica e del periodo di sviluppo del III secolo a.C. L’ultima parte del testo è rivolta alle tecniche militari per la difesa della città in caso di pericolo e non per l’offesa, dal momento che la scuola da lui fondata ha forti convinzioni pacifiste. Questa parte del mozi per lo più ha sviluppato questo lato anche perché i discepoli di questa corrente sono per la maggior parte esperti in tecniche di difesa e si organizzano per le spedizioni d’intervento antimilitarista. Le tesi della scuola sono innovative soprattutto per il fatto che affermano di non voler sottomettersi al potere e all’autorità. Mozi dà importanza all’uomo capace, di valore ed è convinto che una società per funzionare debba basarsi su un gruppo volenteroso e non su legami familiari nobili. Appare per la prima volta il termine discutere, argomentare (bian), collegato a distinguere (bian). Il rifiuto all’autorità è così forte nella sua dottrina che non sente la necessità di citare l’autore di tesi che cita o confuta. Però è per lui importante provare che tutto ciò che afferma è verità e perciò cerca sempre di dimostrarne l’universalità o l’omogeneità. I suoi criteri risultano di ordine pratico e comportamentale, è importantissimo il valore funzionale del discorso e la sua utilizzazione. Egli è convinto che non esista un ordine prestabilito e che gli uomini allo stato naturale non abbiano buoni sentimenti. Il disordine è frutto della mancanza del fattore primario che risiede nel senso dell’unificare il senso del giusto in tutto l’universo. Mozi a differenza di Confucio, che pensa che è importante sentirsi degni di sè e quindi il Cielo (Tian) abbia una secondaria importanza, crede che la possibile punizione ed il timore religioso siano il metodo migliore per far sentire il senso del giusto, necessità fondamentale per la sua società. Riconosce al Cielo (Tian) e agli spiriti: occhi onnipotenti in grado di scrutare tutti, anche nel profondo del cuore, la facoltà di ricompensare il bene e punire il male. Nega così l’idea confuciana di un Tian impersonale. Ne consegue un comportamento dell’uomo dato dalle aspettative verso Tian e non in base al proprio mandato (ming). La dottrina moista rimprovera ai confuciani il mancato riconoscimento del ruolo attivo del Cielo (Tian), l’ingiustificato scetticismo nei suoi confronti, la passiva indifferenza e l’eccessiva importanza dei riti (li). I moisti pensano che la dottrina di Confucio inoltri l’idea che se non si fanno sforzi in ogni modo il risultato delle azioni sarà uguale. Mozi ha insegnato che non è possibile affidarsi solo da una scommessa sull’uomo e sulla sua perfezione. L’obbiettivo di una giusta politica per i moisti è il creare una società basata sull’ordine e sull’armonia, così da garantire per tutti la possibilità di lavorare e di produrre in tranquillità. L’amore universale (jian ai) ha un ruolo importante, è indifferenziato ed uguale per tutti. Questa è intesa anche come equità ed è una sollecitudine per l’assimilazione. Il termine (jian) mette così la precisa distinzione dalla teoria confuciana che invitava ad usare (shu) come metro nelle decisioni. Ora con Mozi è importante assimilare, equiparare (jian): gli altri a sè. Il senso del rispetto del lutto familiare differenziato, tre anni circa, rispettando i gradi di prossimità della parentela, al centro del ritualismo confuciano, vede da parte del maestro Mo un rifiuto totale poiché egli è fermamente convinto che tutti debbano essere posti ad un livello di egualianza. Questo lungo tempo è artefice di gravi danni all’economia, non c’è nessuna utilità, poiché risulta offensivo verso chi non ha mai smesso di compiere il suo lavoro e quindi è rimasto vicino al popolo e alle fatiche quotidiane. Questo rifiuto per questa pratica del confucianesimo è nata anche perché nella società cinese il funzionamento delle istituzioni si è enormemente aggravato a causa di sentimenti di nepotismi, favoritismi, imbrogli e fazioni che sono nate sviluppando proprio questo lato oscuro della dottrina. Mencio, fiero seguace di Confucio, criticherà questo livellamento dell’amore filiale che auspicano i moisti. Il ren confuciano secondo Mozi non è obiettivo e neppure razionale, che invece risultano essere le caratteristiche principali di jian ai, il quale dimostra un interesse generale ed è così la messa in pratica del senso dell’umanesimo. Per questo applica ren come sollecitazione all’assimilazione in ambito semantico e concettuale: diventa compassione e benevolenza. La soggettività è per lui migliore dell’oggettività, perché è importante raggiungere un bene comune. Appare nella sua dottrina la possibilità di un compromesso quale comune multiplo con degli interessi per tutti e quindi c’è per la prima volta l’idea di un contratto sociale tra sovrano e sudditi. Infatti ritengono che la saggezza dei regnanti derivi dalla l’utilità che il popolo ne ha ricavato e dal profitto. Un altro cardine è ciò che si ritiene giusto per il benessere collettivo (yi). La dottrina dell’amore indifferenziato è conforme alla politica utilitaristica. L’interesse individuale se non è compatibile con l’interesse collettivo deve essere eliminato. Il senso del giusto (yi) diventa per Mozi la ragione oggettiva (ren). Non crede nella bontà innata della natura dell’uomo, forse anche per questo evita il termine natura umana (xing) infatti per lui è auspicabile indurre la natura umana a consentire un interesse generale, poiché nel bene di tutti ci può essere il bene proprio. L’armonia che cerca di ristabilire Confucio, ha poco valore per Mozi, il quale non apprezza la simbiosi fatta tra musica e piacere e perciò ne confuta le tesi per un intero capitolo della raccolta dei suoi insegnamenti.

Dominique Musorrafiti