Mencio: la pianta è tutta contenuta nel seme!

0
549

Il “Libro del maestro Meng Ke” (Mengzi) è una delle opere più preziose ed importanti per la storia della letteratura cinese classica, poiché offre la possibilità di capire ciò che è la preoccupazione per la politica e la società della Cina nel IV secolo a.C.

L’opera, la cui paternità spetta a Mencio, ma molto probabilmente è stata compilata dai suoi discepoli dopo la sua morte, arricchisce ed esplica quello che è il pensiero del grande maestro Confucio, al quale riconosce un ineguagliabile valore, ed offre concezioni originali di riflessione ed approfondimenti filosofici che portano Mencio ad essere diretto prosecutore del confucianesimo. Il testo presenta un accurato e ricercato linguaggio, che conferisce una globale omogeneità e marcato valore filosofico. Mencio, Mengzi, (380-289) originario di un paese ai confini con Lu, ha una vita di lunghi e continui pellegrinaggi di paese in paese, difatti in questo periodo la classe dei letterati (shi), a cui egli appartiene, è libera ed autonoma da quello che possono essere i legami con il potere politico, potendo decidere a quale principe o corte prestare i propri servigi o se e quando staccarsene. Nel Mengzi ricorrono spesso dialoghi tra Mencio ed il re Xuan di Qi, oppure altri personaggi della sua corte, dove è evidente l’influenza intellettuale nel periodo in cui il filosofo cinese ricopre la carica di Grande Ministro (qing) e di Primo Ministro Onorario (qing xiang). La concezione che il pensatore cinese sente nei confronti dell’epoca in cui vive è quella di un periodo di disordine, dove si sente un palese rifiuto nei confronti della religione; dove i letterati formulano discussioni assurde; dove gli aristocratici fanno il proprio comodo: perciò è indispensabile la figura di un vero sovrano (wang). Questa figura eletta ad attuare un governo unitario (ren), servendosi di forza morale (de), compare ogni cinquecento anni, poiché la storia procede a cicli che si alternano da momenti di disordine sociale a momenti di ordine. La sua epoca è proprio quella in cui dovrebbe rivelarsi questo sovrano, qualsiasi principe disposto a seguire i suoi insegnamenti di fedele consigliere può divenire wang. Mencio vede così nella figura di Xuan il possibile eletto, ma poiché egli non riesce a seguire i suoi consigli, il filosofo decide di abbandonare Qi e forse nel suo continuo errare è proprio alla ricerca di tale uomo. Mencio vede diverse possibilità di rapporti tra il principe (jun) e gli intellettuali (shi), le quali dipendono dal fatto che ciascuna delle due parti richiede fedeltà, è per questo che jun può comportarsi con gli shi da maestro, da amico o da servitore. Lui però si sente maestro e per questo motivo a tutti i principi (jun) che incontra nel suo cammino consiglia di rendere attivo il proprio senso dell’umanità (ren) per poter governare con coesione e stabilità. Se il sovrano regna con ren avrà modo di essere legittimato dal proprio popolo, ma quando ciò non accade egli facilmente può essere rovesciato, poiché il Cielo (Tian) esplica il suo volere tramite i cittadini. Inoltre ren giustifica moralmente il fatto che vi sia una gerarchia e quindi il motivo di una ripartizione tra lavoro manuale ed intellettuale. Il principe che si prefigge di educare moralmente il proprio popolo è un Vero Sovrano (wang) ed ottiene le benedizioni del Cielo (Tian). Mencio come primo scopo si prefigge il fine di riaffermare la validità del messaggio confuciano in modo tale da offuscare le dottrine moiste, che con l’amore indifferenziato mettono la figura dei genitori al pari delle altre, e quelle individualiste, che predicano l’egoismo. Il filosofo non apre un diretto dibattito con gli esponenti di queste scuole che vuole controbattere, ma predilige interloquire con i sovrani, poiché il suo carattere è poco disponibile al compromesso, dal momento che prova un senso di disprezzo per le opinioni altrui, quindi sono inutili gli incontri e scontri con gli altri capiscuola. Propone una dottrina intermedia con un punto di arrivo, il quale passa per due estremi opposti prima di giungere all’equilibrio.

Nella sua vita, il filosofo orientale si è prefisso come priorità il riaffermare la credibilità della scuola confuciana, la quale era stata malamente screditata dai moisti e dai taoisti, ed il riassegnare al Cielo (Tian) il suo valore reale e suprema dignità. Fondamentale per raggiungere il suo scopo è perciò ridimensionare il rapporto con i riti ed il comportamento della società. Mentre il maestro Confucio mette a fulcro del suo filosofare i riti (li), Mencio attribuisce un alto valore a “ciò che è eticamente giusto nella circostanza” (yi), questa è la categoria etica basilare, la quale conduce alla saggezza. E’ fondamentale nella vita dell’uomo la morale, poiché nel cuore delle persone di valore si situano le radici dell’educazione. La rettitudine è garantita dai sentimenti della vergogna e dell’indignazione, questi non sono altro che la consapevolezza del fatto che esistano azioni che si mettono in opposizione alla morale. Nella scuola confuciana yi e li spesso si sono sovrapposti, perciò l’opera di Mencio, il quale conferisce maggiore importanza ad yi, riequilibra la situazione creatasi di eccessivo valore dei riti (li) assegnata da Confucio, ma ciò provoca un forte dissenso all’interno della scuola confuciana. Per quanto riguarda la virtù (ren), invece il pensatore riprende l’interpretazione moista, dando così il valore di benevolenza e compassione. Questa virtù (ren) trova il suo fondamento nell’amore per i propri familiari (qin qin), infatti quando si aiutano i propri genitori (shi qin) si alimenta il ren. Affermando questo, riesce così a controbatte la dottrina dell’amore indifferenziato ed universale di Mozi. Per quanto riguarda la controversia con yanghisti e taoisti, in contrapposizione alla vita (sheng), Mencio ribadisce il ruolo delle tendenze naturali (xing) in quanto doni dati dal Cielo (Tian). Anche lui è convinto che sia lecito soddisfare i desideri e le passioni in quanto componenti della natura umana, infatti questa natura umana (xing) non solo è composta da esigenze materiali, ma possiede anche delle tendenze che volgono verso il bene, le quali sono propriamente situate nel cuore. Bisogna quindi, per poter vivere correttamente, soddisfare entrambe le esigenze, ma dare un occhio di priorità e riguardo verso il cuore (xin): è basilare nutrirlo (yang). Mencio ribadisce che si deve distinguere e riflettere (si) sulle esigenze materiali e spirituali ed il nostro unico organo atto a questo importante compito morale, regalatoci dal Cielo (Tian) per farlo è proprio il cuore (xin). La saggezza si può solo raggiungere tramite la decisione e la riflessione del cuore, il quale ha ogni autorità morale, perciò xin diviene la casa del ren. L’educazione si pone dunque a servizio dell’uomo, il quale cerca di riappropriarsi del suo cuore smarrito, che è anche la sede dell’energia vitale (qi), la quale necessita un continuo nutrimento (yang) per mantenere la sua integrità (cun). La persona esemplare (junzi) è quella che preserva integro il proprio cuore (cun xin) per mezzo dello spirito umanitario (ren) e delle norme rituali (li). Comprendere il Cielo (Tian) implica quindi comprendere la propria natura (xing) realizzando appieno il proprio cuore (jin qi xin), poiché è il Cielo che ha dato all’uomo numerosi valori. Tian ha infuso in ognuno delle tendenze positive: i quattro germogli (si duan), della benevolenza (ren), della rettitudine (yi), delle tradizionali norme di comportamento (li), della saggezza (zhi), i quali necessitano di continue cure e nutrimento per appagare le sue attese nei nostri confronti. Ribadendo questo concetto Mencio vuole spiegare come Yang Zhu si sia fermato ad osservare soltanto un aspetto da nutrire, quello materiale, tralasciando che la natura umana comprende anche il alto morale, infusa per volontà del Cielo (ming).

Inoltre all’interno dell’opera in una discussione dialettica con Gaozi ribadisce l’appartenenza all’interno della natura umana di un sentimento di empatia, il quale rende inaccettabile la sofferenza degli altri. E già questa idea dà le impronte della moralità dell’uomo. Sulla base dei quattro germogli (si duan) Mencio costruisce la teoria della bontà (shan) della natura umana, egli però si riferisce non a quella generale, ma alla componente più genuina ed istintiva (qing), la quale possiede sia i desideri (yu) e le qualità naturali (cai). Ne deriva una bontà innata, dove ren e yi insiti nell’uomo danno le radici alla moralità che è uno dei gradi di nobiltà conferiti da Tian. Lo sviluppo morale ha un rapporto simbiotico con lo sviluppo fisico. Fondamentale è anche il coltivare il proprio coraggio (yang yong), il quale come stato emotivo è parte dell’energia vitale (qi), la quale condiziona il carattere di un individuo. L’energia vitale (qi), la cui guida è l’intenzione (zhi), per questo motivo non può permettersi di essere in uno stato di disordine, poiché così si crea una confusione fisica e morale. L’autodisciplina è una delle pratiche da seguire per garantire una crescita interiore, ma si può essere sicuri che l’energia vitale (qi) è propensa a seguire l’intenzione (zhi) verso il bene, allo stesso modo in cui l’acqua è propensa a scorrere verso il basso. La vera imperturbabilità dell’animo viene garantita da risoluzione di animo ottenuta con autodisciplina ed auto coltivazione ed alimentazione della rettitudine (yi). Solo il saggio che si trova in sintonia con i principi della rettitudine e con i fondamenti della morale possiede l’essenza più pura dell’energia vitale (haoran zhi qi), che dà totale vigore ai quattro germogli. Yi è in grado di trasformare gli impulsi ed istinti innati di bontà in nobiltà spirituali, e se viene accumulato in grandi quantità nel cuore dell’uomo, può dare modo di arrivare a possedere un animo imperturbabile. L’uomo di Mencio è eletto e possiede in sè tutte le possibilità per raggiungere l’assoluto, infatti egli dice “Le diecimila cose (wan) sono complete in me (wo)“. Perciò ogni individuo può porsi come traguardo il raggiungimento dello stato di renzhe o di junzi, ma anche quello di Yao o Shun. Poiché la saggezza è data dalla conoscenza, la dote del distinguere vero da falso non può essere scissa da quella dell’agire moralmente. Il Saggio nella sua totale e completa sincerità, realizzando la sua umanità dà modo a chi è accanto a lui di realizzarsi e così facendo partecipa al processo di creazione del Cielo. La saggezza è una meta a cui chiunque può accedere grazie alla propria natura (xing) predisposta al bene e alla moralità. La crescita libera e spontanea di tali potenzialità dell’uomo, dà la capacità di completa e totale espressione, ma nel momento in cui ciò non ha modo di prendere il suo libero percorso, l’uomo inizia a coltivare in sè il male. Sono i fattori esterni che distorcono il corso propenso al bene della natura umana, poiché se si lascia che essa prenda la sua via, questa non perverrà mai al male. Quando si prende coscienza di avere una natura predisposta al bene e si lascia sviluppare e realizzare il fondo di bontà è impossibile l’arrivo del male, se invece dimentichiamo o perdiamo di vista la coltivazione della nostra natura e ci addentriamo nel male, questa non è una via definitiva, poiché essendo infusi nell’uomo i quattro germogli, non vi è mai una perdita irreparabile della propria bontà. E’ fondamentale quindi prendere la responsabilità di obbedire al decreto del Cielo (tianming) , poiché i germogli di moralità dati dal Cielo hanno necessità di essere sviluppati dall’uomo. Si crea così tra Tian e l’uomo un rapporto dialettico regolato da xing e ming, dove la natura (xing) deve essere attuata, e dove ciò che è decretato (ming), è anche ciò che spetta di diritto all’uomo. Questa responsabilità umana del mettere in piedi il proprio destino morale(li ming) vede ogni individuo responsabile della propria natura morale, infatti Mencio dice che “Il senso dell’umanità (ren) è l’uomo stesso (ren)”.