Il valore del Discorso

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Durante l’epoca degli Stati Combattenti la pratica del discorso si cementa nelle basi e nelle nozioni fondamentali del dao e dell’energia vitale (qi). Il periodo tra il IV ed il III secolo a.C. è caratterizzato dall’emancipazione totale della classe shi. Un tempo questa era relegata a categoria inferiore con compiti di gestione degli affari assegnati dalla Dinastia Zhou, ora però, proprio grazie alla pratica del discorso, si porta alla ribalta rispetto alle classi dei contadini, artigiani e mercanti. Il sapere diventa il suo strumento principale di promozione, sono gli unici depositari del patrimonio letterario e rituale che chiamano dao. Il loro rapporto con la gestione di questo sapere ed il discorso li porta a dividersi in varie correnti di idee. Il discorso per i confuciani, Mencio e Xunzi è un importantissimo strumento; per i logici è una tecnica fine a sé; per Laozi e Zhuangzi bisogna screditarlo per un fine maggiore: il dao della natura e della spontaneità. Solo la corrente cosmologica, che si sviluppa verso la fine degli Stati Combattenti non profila tesi a riguardo. Il logico Hui Shi è convito che la risoluzione delle problematiche del IV secolo a.C. possa essere in un discorso corretto, infatti la scuola da cui proviene vede nell’argomentare (bian) il mezzo più efficace per qualsiasi risoluzione. Anche nella tarda scuola moista si trovano teorie logiche che ribadiscono la ricerca di norme e criteri che possano guidare la conoscenza e l’azione e che possono quindi trovarsi nel discorso. Il lato sperimentale, che si trova nella ricerca della scuola logica, ha dato modo alle altre correnti di screditare le sue elaborazioni, poiché considerate perdita di tempo, invece gli esploratori del linguaggio sentono il loro impegno come un compito di grandissima importanza. Difatti è grazie al cammino che intraprendono che possono giungere all’idea che la definizione non è un mezzo per accedere alla realtà. La definizione, non solo è carente perché può risultare limitativa e limitata, ma non corrisponde alle prospettive diverse che possono essere vissute, perciò la descrizione è misera, rispetto al valore normativo che può dare il linguaggio. Per questo motivo i logici distinguono ciò che quadra (dang) e che quindi rappresenta una proposizione vera adeguata alla realtà, da ciò logicamente possibile (ke) e perciò una proposizione ammissibile. Il “Gongsun Longzi“, il testo più autorevole di logica della Cina antica, della cui paternità è stato designato il sofista Gongsun Long, ma più certamente l’autore è un altro, contiene i testi di logica più famosi e più problematici della filosofia orientale. Le ipotesi che si sono formulate a riguardo di alcuni dei testi, non sono riuscite a dare una reale chiave di lettura dei ragionamenti, così da far apparire il Gongsun Longzi un mero intrico di argomenti forbito. Molti hanno cercato di spiegare e capire come fossero strutturate le idee che sono presenti nel Gongsun Long: Hansen, trascurando il fatto che i pensatori orientali hanno captato la realtà come un unico le cui parti si compenetrano fino ad assumere forme (xing) sempre più particolari, e che il mondo è, per loro, il risultato di un processo di diversificazione, vede un concepire la realtà in termini di identità indefinibili, e quindi seguendo delle basi aristoteliche, comportando così il mondo delle cose e quello delle idee. Una posizione nominalistica invece vede la risoluzione nel concepire i nomi come mezzi per l’analisi della realtà. L’interesse si poggia sulle relazioni che intercorrono fra i nomi (ming) e la realtà (shi). Il linguaggio diventa allora lo strumento in grado di sezionare (fen), per distinguere la realtà percepita come un continuum. Zhuangzi critica fermamente questa tesi poiché l’interpretazione porta ad un linguaggio che demarcando dei confini divide ed associa, allontanandosi così dalla visione globale e totale dell’unicità che c’è nella realtà. Dare dei nomi è operare delle distinzioni convenzionali. La filosofia cinese non è protesa a cercare regole o sillogismi, perché considera importante partecipare al discorso e alla sua evoluzione. I confuciani vedono i nomi come convenzionali, atti alla creazione di un linguaggio ideale in modo tale da riequilibrare l’armonia nelle relazioni sociali; invece Zhuangzi e Laozi sono le distinzioni delle varie realtà che mettono tramite il linguaggio i nomi; la posizione tardo moista, dichiaratamente nominalista, è convinta che i nomi prelevino (ju) una cosa o una porzione di realtà. Il famoso paradosso del Gongsun Longzi “Cavallo bianco non è cavallo”, diventa più chiaro per Hansen, pensando in termini di “nomi di massa”, cioè ritenendo che il rapporto fra la classe e i membri che ne fanno parte è una semplice variante del rapporto fra il tutto e le sue parti. Quindi il rapporto classe membro non è pensiero primario da cui partire per la comprensione del paradosso. Gongsun Long nella discussione che riguarda “Cavallo bianco non è cavallo”, cerca di portare il suo interlocutore a prendere le posizioni della prima interpretazione, così da potersi concentrare sulla seconda. Il suo presupposto è che il tutto non è una delle sue parti, avendo chiara dentro la tesi moista che “‘Bue e cavallo‘ non è bue”, così che l’insieme “Cavallo bianco” si mostra come la combinazione di due parti di cui l’una non è cavallo. Oltre a dimostrare che non è possibile denominare una combinazione con una sola delle sue parti, le due appartenenti alla combinazione non vengono soltanto addizionate, ma questa combinazione dà ciò che è l’una e ciò che è l’altra parte. L’obbiettare paradossale di questa formula la rende paradossalmente inattaccabile. “Cavallo bianco ” però potrebbe perdere di valenza se non fosse chiaro che non deve essere affrontato con le due parti sullo stesso piano, poiché una è subordinata all’altra. Il termine zhi ha valenza di puntare il dito, indicare e designare nella letteratura filosofica pre-imperiale, mentre Xunzi lo attribuisce alla rettificazione dei nomi. Nel Gongsun Longzi ciò che è designato (zhi) è collegato alle cose (wu) e al mondo come totalità (tianxia), quindi vicino al concetto dello Zhuangzi dove il mondo è costituito dal senso in cui i diecimila esseri non sono uno. Il tutto non è di facile designazione, mentre ogni parte di esso lo è, Zhuangzi per questo fa beffa di chi è fermo sostenitore del discorso. Forse la questione da definire è se le parole siano o non siano disegnatrici di parti o se possano designare parti.