Confucio (Kongzi) e la concezione etica dell’uomo

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In Cina nell’arco tra l’VIII e il V secolo, durante il periodo delle “Primavere ed Autunni”, avviene un declino politico e sociale ed i valori tradizionali vengono messi profondamente in crisi. I sovrani dei vari principati prendono maggiore autonomia dalla casa reale Zhou, che è in costante declino. Assumono il titolo onorario di “wang” che era stato fino a quel momento esclusivo per il sovrano Zhou. Inoltre, al fine di legittimare il potere, stabiliscono un rapporto diretto con le divinità ed in special modo con il Cielo (Tian). Proprio in questo momento storico di sfaldamento vive Confucio (Kong Zhong-ni, Kongzi).
Nato nel 551 a.C. a Lu, di origine intermedia (shi), appartiene alla classe di intellettuali indipendenti (ru), che con il passare degli anni andrà a separarsi dagli (shi) proprio per le competenze specifiche differenti. I ru sono interessati allo studio del patrimonio culturale del passato e per questo motivo hanno scelto l’insegnamento come scopo e professione principale. Confucio preoccupato dello scetticismo religioso che aveva riempito gli animi dei suoi conterranei, tenta di divenire consigliere del primo ministro, ma ottiene pochi risultati: occupa incarichi amministrativi subalterni ed anche la carica di ministro della giustizia. Dopo la rinuncia alla carriera politica, deluso dal sovrano, si dedica all’insegnamento ed è il primo a fondare una vera e propria scuola. I “Dialoghi di Confucio”, poiché il maestro non lascia fonti da lui personalmente scritte, è il principale mezzo per la comprensione del suo pensiero. Il testo, raccolto assemblando gli appunti dei suoi discepoli e seguaci, è ritenuto solo per alcune parti autentico. L’opera presenta per la storia cinese un’innovazione anche dal punto di vista dell’autore, difatti per la prima volta si sente parlare in prima persona. Il libro di vita evidenzia, negli spezzoni di conversazioni, l’attività ed un preciso messaggio. Il suo insegnamento rivolto indiscriminatamente a tutti nell’apertura dei Lunyu specifica l’importanza dell’apprendere: bisogna apprendere dagli altri, per sapere piuttosto il “come” che il “cosa, poiché la finalità pratica è la formazione di un uomo capace di servire la comunità, sul piano politico, ed essere un uomo di valore sul piano morale, perché l’individuo è in grado di perfezionarsi all’infinito.
Centrale e di grande importanza è il ruolo dei riti (li), Confucio infatti, ritiene necessaria la conoscenza specifica del patrimonio delle tradizioni culturali del passato (wen) ed in maniera particolare del rituale a queste legato. Si erge perciò a promotore del rituale, il quale considera unico garante per la stabilità dell’ordine politico e sociale. Ad ognuno è assegnato un ruolo preciso nella società, identificabile grazie al modello dell’ordine della natura e dell’universo, questo è garante del legame tra spirituale e soprannaturale nel mondo degli uomini. Il carattere li indica il complesso delle norme rituali e cerimoniali corrette e conserva nella sua etimologia la componente religiosa-sacrificale, questo è il veicolo che l’uomo deve avere per ottenere un comportamento conforme al rispetto del patrimonio culturale tradizionale (wen). Il grande pensatore sente forte il desiderio di ristabilire quest’ordine e perciò consiglia ad ogni individuo di comportarsi in ogni azione in conformità con il rituale. Essere umani significa essere in relazione con gli altri e comportarsi con umanità equivale a comportarsi ritualmente. Ma così di massimo rilievo diventa l’atteggiamento di colui che partecipa al rituale, perciò il filosofo cinese sostiene che lo spirito rituale si identifica totalmente con la sincerità dell’intenzione e può esserci bellezza esteriore della forma solo se vi è bellezza interiore dell’intenzione. Musica e danza, in questo periodo sono protagoniste nelle funzioni sacre. Primario per la loro perfetta esecuzione è l’armonia (he), di cui il Maestro diventa responsabile per la coordinazione di ogni componente del rito. Confucio è attento all’agire dell’uomo nella vita sociale e non nel suo esistere, infatti il termine xing, associato alla natura umana, è citato solo due volte e la seconda è per lo più ritenuta apocrifa. La prima, di più semplice interpretazione, riporta l’idea del filosofo sugli uomini: hanno in comune le inclinazioni naturali e per questo fatto sono simili, quindi appartengono tutti alla stessa specie. La seconda, meno chiara sulla concezione di Confucio, ha tre diverse interpretazioni: non vi sono differenze tra le qualità innate degli uomini, le influenze esterne determinano il comportamento; non vi sono elementi negativi ma positivi che se sviluppati ne migliorano la condotta; non vi sono elementi positivi ma tendenze negative che possono essere represse. La prima interpretazione sembra essere alla base delle teorie confuciane, la seconda è più attinente alla teoria di Mencio, mentre la terza è la teoria di Xun Qing. Questo passo indubbiamente segna la contrapposizione tra xing e xi ed inoltre riporta quella tra natura originaria (xing) e azione consapevole, artificiale, esperienza, realtà esterna a xing e perciò natura acquisita (wei). La massima attribuita al maestro orientale a riguardo risale al II-I a.C. e la definizione di xing come termine filosofico risulta avvenuta dopo la sua morte. Neppure i riferimenti nel “Lunyu” ne convalidano la paternità. La sua dottrina ha il compito di indicare all’uomo le modalità concrete di crescita interiore per favorire le qualità e condizioni per una vita morale, sociale e politica. Scopo della missione di Confucio è apprendere e trasmettere il principio che regola il mondo (dao). Egli è interessato al dao degli uomini (rendao); rispetta ma non si avvicina alla conoscenza del mondo divino. Il sacro, più che con il culto reso alla divinità, è rappresentato dalla conoscenza morale individuale e dalla fedeltà dalla via fonte di ogni bene (dao). La fedeltà implica l’aver ascoltato il Cielo che agisce nella sfera soprannaturale ed esprime la sua volontà assegnando ming ad ogni essere umano per dare la possibilità di interpretare i suoi voleri, perciò solo i rozzi (xiaoren) non comprendono il volere del Cielo (Tianming) e non lo temono. L’uomo deve conoscere il proprio ming per controllarlo, solo così potrà divenire un uomo superiore, perché chi comprende a fondo ciò che è nuovo su una scrupolosa analisi di quanto ha imparato dalle esperienze passate può avere l’onore di essere chiamato maestro. Lo studio (xue) e la riflessione (si) si aggiungono alle componenti indispensabili per elaborare la realtà sociale. Le due permettono di raggiungere la genuina comprensione e riconoscimento della realtà (zhi). Le basi che delinea quindi Confucio per la crescita morale ed intellettuale dell’individuo sono da trovarsi percorrendo la via di studio (xue) e riflessione (si) per arrivare alla comprensione (zhi). L’uomo (ren) è visto come un individuo con qualità da sviluppare nel rapporto con gli altri. Il valore semantico di ren nella letteratura anteriore a Confucio ha interpretazioni differenti ma complementari: gentilezza, attenzione affettuosa, benevolenza del sovrano per il popolo; fermezza, risolutezza, virilità, uomo più concettuale che formale. Il pensatore ne accentua il valore etico, facendo una reinterpretazione innovativa e porta (ren) a cardine della sua dottrina. Il carattere (ren), formato dal radicale uomo e dal segno due è quindi il senso dell’umanità, la possibilità individuale di raggiungere un’umanità sempre maggiore. Compare 105 volte nel “Lunyu” ed è citato in 58 aforismi su 499. Il ren è quindi per lui la qualità che funge da caratteristica distintiva dell’uomo. Nasce allora una differenza qualitativa tra “semplice” uomo (ren) e la caratteristica positiva (ren). Una necessità obbligatoria per appartenere al secondo ren è imparare a disciplinare se stessi (keji), ricercando i valori positivi dentro di sé.
ConfuciusIl concetto di benevolenza non è un’esclusiva del sovrano per il popolo, ma dell’uomo in generale verso la propria persona e per i suoi simili: spirito umanitario. Confucio ritiene che l’uomo sia per sua natura buono e il suo comportamento naturalmente rivolto verso il bene. Quando si esprime nella massima “Non imporre ciò che non desidereresti per te stesso.”, egli intende esortare l’individuo a non lasciarsi condizionare dalla realtà circostante (xi). Il metodo del (ren) deve essere considerare se stessi il metro di valutazione per gli altri (shu), è importante la reciprocità e l’altruismo. In questo ambito le norme di condotta tradizionali (li) se studiate ed osservate portano ad un assetto stabile della persona. Il metro (shu) garantisce una migliore valutazione e capacità di porre se stessi nella posizione dei ricettori delle nostre azioni, così che sia possibile capire le reazioni e gli effetti. La virtù che prescrive di far il proprio dovere con lealtà (zhong) è sempre legata a zhu così da trasformare l’uomo in una persona di grande virtù (renzhe). La virtù (zhong) ha il dovere di mantenere la corretta applicazione degli obblighi derivati dall’osservazione di li. Alcune virtù e alcuni doveri dell’uomo nella strada verso l’ascesa sono più importanti di altri, come il caso della devozione verso i genitori, amore filiale (xiao) ed il rispetto verso i fratelli (di). Per Confucio l’affetto ed il rispetto in famiglia sono dei valori primari. Vari sono gli stadi che l’uomo può varcare prima di raggiungere la saggezza e per questa strada il maestro indica di amare il prossimo (ren) senza limiti (fa ai).
Il gradino più basso dei vari livelli del processo dell’ascesa personale dell’individuo sono la persona rozza (xiaoren), seguito dalla persona raffinata (junzi), dalla quella di grande umanità e virtù (renren), da quella di valore (xianren), quella completa (chengren), da quella buona (shanren), dalla autorevole (daren) per arrivare al saggio (shengren). La persona nobile per crescita (junzi), letteralmente figlio del principe (jun), è una delle figure assieme a quelle di (renren) e (xianren) a cui si dovrebbe aspirare. Confucio vede un rapporto simbiotico tra sviluppo morale ed impegno nella società, perciò (junzi) e (renzhe) spesso possono essere sinonimi. Colui che ha raggiunto un elevato stato di conoscenza (zhizhe) viene associato a renzhe. Il filosofo vede un legame interdipendente tra lo spirito umanitario (ren) e la conoscenza superiore (zhi). Vede la persona esemplare (junzi) capace di arrivare a possedere contemporaneamente le qualità di (renzhe), (zhizhe) e (yongzhe), purché rimanga fedele alla virtù principale (ren). Questo (ren) di cui parla il filosofo cinese è inteso nel processo di maturazione del carattere dell’uomo e quindi è celato nel xin dove si trova la bontà innata. Questo concetto è espresso molto concretamente ed indica con precisione l’organo fisico del cuore. Allo stesso tempo però, ciò non significa che evidenzi solamente un lato fisico e corporeo, perché da lui è intesa anche la parte dove risiedono gli stimoli emotivi ed affettivi.
Poiché il ren ha dei limiti sono necessarie delle norme di condotta (li). Confucio diffonde la dottrina del disciplinare se stessi e del conquistare il proprio ego, poiché la vede indispensabile, come lo è ristabilire le norme di condotta. L’equilibrio perfetto viene raggiunto solo ristabilendo la concreta armonia tra ren e li. Questo è il fine a cui l’uomo deve auspicare. Confucio dice che ogni valutazione deve avere due stadi, la valutazione soggettiva, in grado di permettere la comprensione e l’apprendimento del valore morale, e sulla valutazione oggettiva, in grado di porre parametri generali di riferimento certi e concreti, ma entrambe devono avvenire contemporaneamente: il senso di ciò che è giusto (yi). Una posizione di giudizio basata su (yi) è in grado di tenere in considerazione delle condizioni in cui l’azione, conseguente alla decisione, si trova ad essere realizzata. Confucio vede un ferreo legame tra l’atto conforme e giusto (yi) ed il pronome di prima persona (wo), colui che da solo e per se stesso deve essere l’artefice e conscio. L’affrancamento del proprio ego (ji) è una condizione indispensabile per diventare una persona di virtù. L’atto appropriato corretto e giusto conforme alla situazione (yi) è paragonabile anche all’onesta integrità morale assolutamente obiettiva (zhi). Il sovrano è visto come chi incarna spontaneamente il (ren). Spesso è chiamato possessore di (de), poiché Confucio usa questo termine come sinonimo di (ren). Quando il sovrano si impone semplicemente con benevolenza dimostra di possedere virtù (de). Il “vero” governare significa quindi essere nella rettitudine (zheng). Nella sua dottrina risulta esemplare chi crea in un modo armonioso la propria personalità. Nell’arco della sua dottrina ha auspicato che l’attività del mantenere l’ordine sociale politico e governare, lui ritiene quest’ultimo termine con il senso di correggere, il tutto, (zheng), può procurare un armonia alla società. Ma tutto ciò accade se ogni individuo ritrova la propria gerarchia al’interno della famiglia. E’ necessario un ripristino di nomi e funzioni. Il tutto è possibile tramite la dottrina del (ren), dei (li) e di (yi). Confucio sostiene che l’uomo possiede qualità morali positive da svilupparsi con l’autodisciplina e lo studio, senza trascurare l’applicazione della prassi quotidiana nel rispetto delle tradizionali norme rituali e delle norme di buona condotta. La via confuciana è semplice e qundi può essere percorsa da tutti.