LA COLONIA ITALIANA A TIANJIN

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titleIl 7 giugno del 1902, in seguito alla Rivolta dei Boxer, fu garantita all’Italia, così come alle altre potenze europee, una concessione commerciale nella città di Tianjin, nel nord est della Cina. Già dal 1866, il Regno d’Italia aveva sottoscritto con l’Impero Celeste un trattato di Commercio e Navigazione, rendendo la città zona franca. Tianjin, grazie alla sua vicinanza al mare, a Pechino e a un grande fiume, sorge in una zona strategica.  La concessione assegnata dall’Imperatrice Cixi, riguardava un territorio poco distante dalla città, in una zona acquitrinosa formata da un’ansa del fiume Hai He, conosciuto anche con il nome Pei Ho. In seguito a numerose opere di bonifica dei terreni, venne edificato un nuovo quartiere caratterizzato da uno stile architettonico tipicamente italiano. Dopo 30 anni, l’area contava 17 strade, 2 piazze ed era dotata di un ospedale, una caserma, una cattedrale, una scuola, un parco e una serie di strutture sportive a ridosso della Banchina d’Italia, il piccolo porto fluviale. I principali edifici erano circondati da un quartiere residenziale costituito da villette e giardini in stile italiano. Il Regio Console governava la città, appoggiato da un parlamentino composto da italiani e cinesi. All’epoca, Tianjin era abitata da non più di 16000 persone. I 200 bersaglieri che dovevano difendere la concessione erano affiancati da un battaglione costituito da ex prigionieri austro-ungarici di origine italiana. Nel 1925 la guarnigione venne rinominata e ristrutturata in modo da formare il Battaglione Italiano in Cina. In seguito, Galeazzo Ciano, accompagnato dalla moglie Edda Mussolini, venne nominato ministro plenipotenziario italiano in Cina, avvicinando l’Italia alla Cina dei nazionalisti di Chang Kai Shek. L’influenza fascista crebbe a tal punto che lo stesso Chang Kai Shek individuò in Ciano il mediatore ideale, dopo lo scoppio della guerra Sino-Giapponese. Le relazioni italo–cinesi erano ottime: gli italiani regalarono alla Cina anche un trimotore Savoia-Marchetti, e in seguito inviarono un team di piloti, addestratori e tecnici al fine di convincere il governo nazionalista ad acquistare aerei italiani. Mussolini pensò addirittura di aprire una fabbrica aeronautica in Cina, ma alla fine il governo cinese optò per l’acquisto di una partita molto limitata di aeroplani di produzione italiana.

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La concessione italiana si estendeva per 46 ettari, risultando la più piccola fra le concessioni straniere in Cina

La situazione era tuttavia destinata a precipitare nel 1936, quando l’Italia firmò il patto Anticomintern assieme a Germania e Giappone. Secondo i termini del patto, le tre potenze, sostenute da Spagna, Ungheria e Manciuria, avrebbero dovuto annichilire il blocco sovietico e spartirsi l’Asia. Nel 1939, i Giapponesi conquistarono Tianjin. Nel 1943, alla firma dell’Armistizio italiano che ribaltava le alleanze in gioco, le truppe di stanza nella città restarono del tutto disorientate e, dopo una disperata resistenza, dovettero arrendersi alle soverchianti forze nipponiche. Circa 170 italiani decisero di continuare a combattere a fianco di Giapponesi e Tedeschi, mentre gli altri vennero imprigionati in Corea, Giappone o nella stessa Tianjin.

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Dopo la prima Guerra Mondiale, la concessione austriaca venne inglobata in quella italiana

Il restauro
Al giorno d’oggi, Tianjin è una megalopoli cosmopolita che conta oltre 10 milioni di abitanti. Gli edifici e le strade che si trovano nell’area della concessione, che si estende per circa 28 ettari, sono stati ristrutturati dagli italiani. Per parte sua, il governo cinese si è affidato al lavoro di architetti e progettisti italiani e cinesi al fine di ristabilire l’aspetto originario della concessione, abbattendo diversi edifici cinesi costruiti successivamente all’insediamento italiano.

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Durante la rivolta dei Boxer, vennero cooptati circa 2000 soldati italiani

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Anche il figlio “segreto” di Mussolini e di Ida Dalser, Benito Albino, venne inviato in Cina per un breve periodo