Xinjiang, nulla sarà più come prima

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A qualche giorno dal massacro di Urumqi, dove sono morte 184 persone, 137 di etnia Han e 46 uiguri, il governo cinese sta cercando di normalizzare una situazione senza ritorno.
Individuare i responsabili e punirli esemplarmente. Queste sembrano essere le direttive inseguite da Pechino per ristabilizzare una regione che da sempre non ha mai accettato di buon grado la presenza cinese. Si invocano misure eccezionali, ma difficilmente si potrà ritornare indietro, anche perché il banale incidente che ha dato origine ai tumulti di Urumqi è cartina tornasole di una situazione difficile che da un lato ha scoperto la sostanziale diffidenza di molti han nei confronti dei gruppi etnici minoritari, in particolar modo gli Uiguri, che non hanno mai accettato di buon grado la dominazione cinese e dall’altro ha dimostrato l’odio covato da anni da parte di molti giovani musulmani nei confronti del potere centrale. Inoltre, a un livello universale, questo incidente dimostra una volta di più la sostanziale pericolosità delle folle inferocite, guidate dall’irrazionalità, che finiscono sempre per accanirsi sugli innocenti (i due operai uiguri, i 137 cinesi uccisi a Urumqi, ed estendendo il ragionamento i 20 cinesi uccisi negli incidenti dell’anno scorso in Tibet).

L’inizio di questa strana vicenda è da ricercarsi in un grottesco incidente accaduto a fine giugno in una fabbrica di giocattoli di Shaoguan, nel sud del Guangdong, la gloriosa macchina economica incastonata nella Cina Meridionale e cresciuta esponenzialmente grazie alla presenza della vicina Hong Kong. La teenager, Huang Cuilian, al centro di un caso di molestie sessuali perpetrato da un operaio uiguro, ha candidamente ammesso che si è trattato di uno spiacevole equivoco. Non c’è stato affatto alcuno stupro. Huang Cuilian, originaria del Guandong, è una operaia diciannovenne che ha cominciato a lavorare nella fabbrica da poco più di due mesi. Di seguito alcune dichiarazioni rilasciate all’agenzia di stampa Xinhua, dove vengono chiaramente spiegate le cause all’origine del massacro: “Mi sono persa, e sono entrata per sbaglio nel dormitorio maschile, ed ho urlato quando ho visto alcuni giovani uiguri nelle loro stanze”. Ammette di non sapere perché ha urlato e aggiunge che “ho sentito la loro ostilità, mi sono girata e sono scappata”. Ricorda che uno si è alzato in piedi e ha sbattuto i piedi per terra come se la stesse inseguendo. “Più tardi mi sono resa conto che mi stavano prendendo in giro”. Passò la notte con un insegnante che accompagnava lei e i suoi compagni di classe al lavoro, senza sapere che nel frattempo si era scatenato un furibondo scontro tra i lavoratori Han e Uiguri che alla fine ha portato prima alla morte di due operai uiguri e poi ai durissimi scontri di Urumqi.

La provincia del Guangdong solo da maggio ha assunto circa 800 giovani uiguri per lavorare nelle fabbriche locali. Qui i giovani possono guadagnare in un mese l’equivalente di uno stipendio di un anno ottenuto nello Xinjiang. Ma sono piuttosto restii a instaurare rapporti amichevoli con gli Han, isolandosi in una comunità chiusa.