XI CHUAN

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Xi Chuan (pseudonimo di Liu Jun) è nato nel 1963 nella provincia del Jiangsu, ma si è trasferito a Pechino in giovane età, cominciando a studiare la pittura cinese tradizionale ad inchiostro.

Si è laureato alla Bei Da con una tesi sull’utilizzo della letteratura cinese da parte di Ezra Pound. Insieme a Chen Dongdong e a Ouyang Jianghe, Xi Chuan ha fondato, alla fine degli anni ottanta, una rivista non ufficiale che, nonostante la breve vita ha avuto parecchia influenza in Cina: Tendency (Qingxiang). Ha lavorato come editore per la rivista Huanqiu (Globe) , e recentemente ha insegnato Inglese e letteratura cinese classica all’Istituto Centrale di Belle Arti. Dalla metà degli anni ottanta ha collezionato parecchie comparse letterarie in Occidente. Nell’arco della decade scorsa, il lavoro di Xi Chuan si è manifestato in modo più distinto in una serie di sequenze in prosimetro, come Zhijing (Saluto, 1992), Eyun (Avversità,1996), Ying de Huayu (Discorsi di un’aquila, 1999). Raccolte delle sue opere racchiudono Zhongguo de meigui (La rosa cinese 1991), Yinmi de huihe (Convergenza segreta ,1997), Rang mengmianren shuohua (Lascia parlare l’uomo mascherato, 1997), Dayi ru ci (Questa è l’ Idea ,1997), Xugou de jiapu (Genealogia fittizia, 1997) .

Rifiuta di essere annoverato tra i poeti nuovi, si considera un “poeta indipendente” e quelle che seguono sono le sue considerazioni circa la poesia contemporanea in Cina: “[…] Per tutti i poeti il 1989 è stato un anno fondamentale. I fatti di Tiananmen hanno infranto il narcisismo e il puerile eroismo individuale dei giovani, hanno trasmesso alla gente un senso di enorme spossatezza e al tempo stesso hanno fatto perdere ogni valore a molta poesia che aveva l’apparenza della <>, o anche della <>. I poeti hanno capito che è finita la poesia intesa come movimento.[…]

Da oltre un decennio, i poeti più giovani hanno intrapreso numerosi esperimenti sulla lingua; questo certamente è legato all’influenza della poesia straniera, ma in linea di principio trae origine dalle esigenze spirituali dei poeti stessi e dalla struttura tipica del cinese. Il cinese non assomiglia affatto alle lingue logiche dell’Occidente: esso considera il singolo carattere come l’unità semantica fondamentale; non ha tempi né coniugazioni; v’è anche chi dice che non ha flessioni e che ha tratto dall’Occidente la struttura dei suoi periodi complessi. Per questo nel cinese, una volta aperte le barriere dell’irrazionale, la violenza della lingua è ancor più evidente ovunque. Per questo motivo alcuni studiosi sia cinesi che stranieri, in particolare quelli che non hanno esperienza di scrittura, non comprendono perché la poesia cinese sia così confusa, e la lingua poetica sia così impetuosa, densa, e difetti di norme stabilite.

Ma i critici attenti oggi scoprono che in questa confusione esiste anche una laboriosità rivolta alla produzione classica. Ciò si deve al fatto che la nuova poesia cinese ha una storia di meno di ottant’anni, e che non ha preso avvio da un’opera grande, ma da alcune concezioni piuttosto rudimentali; per questo il suo distacco dalla poesia cinese tradizionale è di gran lunga più netto di quello della poesia occidentale contemporanea da quella tradizionale. Un poeta occidentale oggi può ancora scrivere nella forma del sonetto; ma un poeta cinese non può più scrivere wulü oqilü in lingua moderna. Inoltre, poiché la Cina contemporanea non ha una vera e propria filosofia, la poesia è la filosofia dei poeti; poiché non vi è una fede comune, la poesia è la fede dei poeti. In questo paese la poesia sopporta forse un peso maggiore che in Occidente; l’enorme forza spirituale che essa esige dai poeti è tanto gravosa che essi non riescono a respirare. Perciò dico che la poesia cinese contemporanea, pur nella ricerca di una voce individuale, ha ancora un tono illuministico: qui stanno le sue incongruenze, ma anche la sua singolarità. In questo senso la poesia cinese contemporanea si muove in una direzione abbastanza diversa da quella della poesia mondiale contemporanea.[…]”

Leggendo una vecchia rivista del 1926

Sfoglio le pagine, rade fucilate

Attraversano lontane il fiume disseccato,

senza angoscia guardo il tramonto cadere

nel 1926 v’era un giovane

che sfogliava una rivista ancora più consunta

masticando arachidi come giada

sulla riva occidentale del Pacifico,

sui campi di arachidi incolti il monsone

piegava il cappello di paglia del poeta

molte cose vanno masticate lentamente

anche per anni, quelle cose

sono ancora fresche

sono tutte accanto a noi

il giorno e la notte, pavimento sotto

i nostri piedi, tetto sopra la testa

all’inizio della primavera sto alla finestra

leggo una vecchia rivista fino all’alba

(trad. di A. Russo)

Nel 1926 i fermenti del Quattro Maggio sfociarono in una rivolta contadina, il poeta si ricollega a quell’anno tramite le pagine sgualcite di una vecchia rivista e ne sente ancora gli spari, spari che attraversano il passato, metaforizzato in un fiume disseccato, proprio come nella poesia sopra riportata di Mo Mo. Xi Chuan sembra percepire una certa vicinanza con gli eventi di quell’anno, e si immedesima in un giovane poeta del tempo, che a sua volta cerca le proprie radici ancora più indietro nel tempo. E qui avviene la magia, in una subitanea illuminazione che ricorda lo Zen, il tempo ad un tratto non esiste più, gli eventi passati e quelli presenti si compenetrano, il pavimento sotto i piedi (reso con un astuto enjambement) è il medesimo.