SHU TING

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Shu Ting (pseudonimo di Gong Peiyu) nasce nel 1952 a Jinjiang, nella provincia del Fujian.

Non riesce a terminare le scuole superiori a causa della rivoluzione culturale e viene mandata a lavorare nella povertà delle campagne fino al 1973. Quando torna nel Fujian, intraprende le occupazioni di operaia edile, operaia tessile e operaia in una fabbrica di lampadine. Nonostante queste dure esperienze, la sua ferma fede nello spirito umano la porta alla poesia. Ella viene associata ai menglong quando i suoi versi appaiono su Jintian. La sua prima raccolta, Shuangwei chuan (barca dai due alberi) e un’altra raccolta, in collaborazione Gu Cheng vedono la luce nel ’82. Smette di scrivere durante il periodo del movimento contro l’Inquinamento Spirituale, colpita da attacchi contro la sua persona e i suoi lavori; ritorna a scrivere verso la metà degli anni ’80, momento in cui ella comincia a sperimentare l’imagismo, anche se la sua poesia rimane ben identificabile. Pubblica altri due libri, Hui changge de weihua (l’iris cantante) e Shizuniao (Archaeopteryx). Negli ultimi anni ha anche pubblicato svariate raccolte in prosa, a scapito, però, della poesia ed è stata fra i redattori di Jintian. La sua voce, prettamente femminile, delinea un’elegante consapevolezza emozionale in cui facilmente si identifica la generazione dominata dalla Rivoluzione Culturale.
Ah, madre, del ’75, è una delle sue più note poesie:

Ah, madre

Le tue pallide dita mi accarezzano le tempie
E come da bambina non riesco a fare a meno
Di afferrare un lembo del tuo vestito.
Ah, madre,
per trattenere la tua ombra che pian piano si nasconde,
benché l’aurora abbia tagliato il sogno in fili di fumo,
a lungo non oso aprire gli occhi.

Conservo preziosa quella sciarpa rosso vivo
temendo che lavandola possa
perdere il tuo profumo speciale.
Ah, madre,
lo scorrere del tempo non è forse altrettanto spietato?
Temendo che anche la memoria scolori,
posso forse osare alla leggera aprire il suo paravento?

Anche per una spina venivo da te a piangere
Adesso che porto la corona di spine, io non oso,
nemmeno un gemito oso emettere.
Ah, madre,
spesso contemplo afflitta la tua foto,
a se anche chiamando potessi attraversare la terra gialla,
come oserei disturbare il tuo sonno tranquillo?

Ancora non oso mostrare così i doni amati,
benché io abbia scritto molti canti
per i fiori, per il mare, per l’aurora.
Ah madre, il mio tenero intimo ricordo
Non è una cascata, non è una corrente,
è un antico pozzo, coperto di fiori e legno, incapace di cantare.

(trad. C. Pozzana)

La lirica si apre mentre si chiude un sogno, all’alba, quando l’ombra della madre scivola via leggera come il lembo del vestito, stretto dalla mano dell’autrice, per non lasciare fuggire ancora quell’ombra sacra. L’abito ricorda quello ritratto da Guo Lusheng in “questa è Pechino alle 4 e 08 minuti”: ancora una volta agito la mano verso Pechino/ penso di afferrare l’orlo del suo abito, versi in cui affiora l’incipiente struggente nostalgia per la città/madre la quale si allontana ad ogni ritmico giro delle ruote del treno; Shu Ting preferisce rimanere nella penombra dell’aurora, per non lasciare sbiadire i colori dei ricordi, colori alimentati forse anche dal profumo emanato dalla sciarpa, ancora vivo come il suo rosso. Al momento in cui scrive, la poetessa si sente ormai adulta, ha imparato a soffrire senza più lamentarsi, anzi il tormento è costante presenza, pende sul capo come corona di spine, la corona del poeta “eroe e martire” (analoga a quella di Yang Lian in Confessione); tuttavia, nonostante ciò, il dolore per la perdita della madre è così forte da ostruire la benché esperta vena creatrice dell’autrice, lacrime e gemiti non ardiscono più di nascere c’è solo spazio, fra le numerose e spesse virgole, di qualche profondo sospiro “ah, madre”.