La Porta della pace celeste

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“Dopo Tienannmen, la mia generazione è come abbandonata. Non abbiamo più riferimenti. E non sappiamo più quale sia lo scopo della vita. Il giorno dopo il massacro per la prima volta ho avuto il sentore della vita e della morte. E allora ho capito che la libertà non è nient’altro che la possibilità di vivere”.

di Shan Sa

Con queste parole la ventotenne Shan Sa presenta la sua coraggiosa opera prima, “La porta della pace celeste (La porte de la Paix cèleste)”.
Si parla di Ayamei e di Zhao. Lei è una leader del movimento studentesco che protesta a Tienanmen. Lui è un ufficiale ricettivo, in servizio lontano da Pechino.
Ayamei sta fuggendo dai disordini della capitale, poco prima del massacro degli studenti, si ritrova sola per le strade della metropoli, finché viene aiutata da un amico. Zhao, che nella città rischia di essere linciato dalla confusione generale, si ritrova con un gruppetto di soldati ad inseguire la fuggitiva.
Lei vagherà in un viaggio misto di ricordi, dolore e speranza, abbandonando frammenti di sé. Zhao coglierà questi frammenti, fino a dare un volto ad Ayamei. Un volto che non potrà scordare.

Nata nella capitale cinese nel 1972 (ma ora residente in Francia), la giovane ed ambiziosa Shan Sa coltiva fin da piccola l’amore per la scrittura e la poesia (pubblica precisamente i suoi primi racconti su varie riviste cinesi a soli 8 anni, una raccolta di poesie a soli 11, ed entra quattro anni più tardi nell’Associazione degli scrittori di Pechino), che già nel primo romanzo trovano la loro personale maturità. Il tocco è facile ma attento, politico, certo, ma molto intenso e umano soprattutto. Forse c’è qualche eccesso di lirismo nelle 103 pagine, ma questo non ha evitato gli applausi della critica ed il prestigioso premio francese Goncourt per l’opera prima (successivamente ha scritto “Qatre Vies du saule” non pubblicato in Italia, e “La giocatrice di Go” nel 2001, ambedue vincitori di premi letterari). Emozionante il capitolo finale: leggere per credere.