Le armi invisibili

Gli orrori degli esperimenti giapponesi durante la seconda guerra mondiale e la controversa eredità americana nella Guerra di Corea.

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L’ uccisione di un capitano giapponese e lo scoppio di una bomba contro la ferrovia Sud-Mancese offrì il pretesto all’Armata Imperiale giapponese del Kwantung per attaccare la Manciuria.

Di Matteo Mazzoni
mail: wobeef@hotmail.com

RINGRAZIAMENTI

 Desidero esprimere i miei sinceri ringraziamenti al professor Franco Graziosi che più volte ha accolto nella sua casa un giovane e sconosciuto studente, regalandogli preziosi consigli. La sua collaborazione, oltre ad essere stata una profonda esperienza personale, è stata fondamentale per la realizzazione del mio lavoro. Il professor Graziosi, con estrema gentilezza e disponibilità, mi ha aiutato nella raccolta dei testi e dei documenti da me utilizzati per redigere questa tesi, mettendomi a disposizione tutto il suo materiale. Lo ringrazio per aver condiviso con me parte della sua vasta e importante esperienza che negli anni cinquanta lo vide tra i protagonisti di alcuni fatti su cui ho cercato di far luce.

INTRODUZIONE

La guerra biologica ha una lunga storia alle sue spalle, soprattutto ha lasciato dietro di sé numerosissime vittime. Per guerra biologica si intende l’uso di malattie infettive e altamente contagiose per uccidere o ferire il nemico e la popolazione civile. Le malattie sono diffuse tramite virus, batteri ed ogni sostanza viva e attiva prodotta da un microrganismo come spore o tossine. Questi microrganismi possono essere diffusi attraverso testate missilistiche, bombe, cosparsi in forma di aerosol oppure dispersi nelle risorse umane primarie, come cibo e acqua.

L’uso delle armi biologiche è d’estrema efficacia per la sua terribile letalità: un milionesimo di grammo di antrace costituisce una dose letale per l’uomo, un chilogrammo, potenzialmente, potrebbe uccidere centinaia di migliaia di persone in un’area metropolitana. Altro enorme e assolutamente non trascurabile vantaggio della guerra biologica è il suo bassissimo costo: colpire un chilometro quadrato di territorio con armi convenzionali costerebbe oltre i 2000 euro, 800 euro con armi nucleari, 600 con quelle chimiche, ma appena un euro usando agenti biologici, la cui produzione è agevole a qualsiasi nazione con un’industria farmaceutica e una ricerca medica relativamente avanzata; la messa a coltura di agenti patogeni è rapidissima: in alcuni giorni, partendo da un solo batterio, se ne possono ottenere a tonnellate.
L’effetto delle armi convenzionali, nella maggior parte dei casi, termina dopo la loro esplosione; le armi biologiche invece trasformano ogni contagiato in una bomba viva, sebbene l’impiego di determinati microrganismi richieda specifiche condizioni ambientali che ne consentano e favoriscano la sopravvivenza, ma soprattutto la diffusione. Un attacco biologico riuscito provoca uno spontaneo diffondersi dell’epidemia che, in assenza di adeguate contromisure sanitarie, tende a propagarsi in maniera esponenziale senza intaccare il potenziale economico del territorio colpito, lasciando intatte le infrastrutture e colpendo solamente l’ambiente umano.

La Direzione Generale della Prevenzione del Ministero della Salute ha considerato agenti biologici ad alta priorità (categoria A) i microrganismi del vaiolo (Variola major), dell’antrace o carbonchio (Bacillus anthracis), della peste (Yersina pestis), del botulino (tossina di Clostridium botulinum) e dei virus di febbri emorragiche. Tutti questi virus e batteri rappresentano seri rischi per la sicurezza nazionale perché

  • possono essere disseminati agevolmente e trasmessi da persona a persona;
  • causano alta morbosità e mortalità, con il rischio di un gravissimo impatto sulla sanità pubblica;
  • possono provocare panico e perturbamento sociale;
  • richiedono azioni speciali per la preparazione della sanità pubblica (1).

Altre malattie infettive e agenti patogeni utilizzati negli attacchi biologici sono il colera, la dissenteria, organismi rickettsiali (simili ai virus, ma di dimensioni più ridotte) come il tifo, la brucellosi, tularemia, cancrena gassosa ed altri ancora.

Uno dei primi usi documentati di guerra biologica avvenne nel 1346 nel presidio genovese di Caffa ad opera delle truppe tartare che catapultarono all’interno della città assediata cadaveri di appestati. Le navi in fuga e di ritorno a Genova portarono con loro il batterio della peste bubbonica che, secondo alcuni storici, da lì a cinque anni propagò la “Morte Nera” in Europa mietendo circa venticinque milioni di individui. Alcuni secoli dopo, nel 1763, durante la Guerra dei Sette Anni il governatore generale inglese delle colonie nordamericane, Sir Jeffrey Amherst (a cui fu intitolata anche un’università e una città), diede ordine di distribuire alle tribù indiane della Pennsylvania e dell’Ohio, sospettate di fiancheggiare i francesi, coperte intrise di germi prelevate dagli ospedali dove venivano curati i malati di vaiolo. In poco tempo questa terribile malattia decimò le forze indigene. Durante la Prima Guerra Mondiale, la Germania Guglielmina diede il via ad un programma di guerra biologica con l’intento d’infettare con antrace e morva il bestiame e gli animali da macello destinati alle forze alleate.

Dopo gli orrori generati dall’uso delle armi chimiche e tossiche durante la Prima Guerra Mondiale, si sentì il bisogno di limitare la prolificazione di tali armi di distruzione di massa. L’utilizzo di agenti biologici e batteriologici come arma di offesa fu vietato dal Protocollo di Ginevra del 1925 (Proibizione dell’Uso in Guerra di Asfissianti, Veleni o Altri Gas e dei Metodi di Guerra Batteriologica), nel corso della Conferenza Internazionale di Ginevra sul Commercio di Armi promossa dalla Società delle Nazioni e ratificato da 128 nazioni, compreso il Giappone. Tuttavia civili cinesi, per la maggior parte, ma anche alcuni prigionieri di guerra russi, mongoli, coreani, forse anche statunitensi ed europei furono utilizzati come cavie umane dallo staff di scienziati guidati dal generale di divisione Ishii Shiro, per lo sviluppo di un vasto programma di guerra biologica e sperimentazione sull’uomo. Negli anni che vanno dal 1932 al 1945, vennero costruite della vere e proprie fabbriche della morte (2) in numerose località della Cina occupata e negli altri stati del Sud-Est Asiatico sotto il giogo nipponico. In queste Unità (Togo a ??? Beiyinhe, 731 o Ishii a Pingfan, 1644 a ?? Nanjing, 100 a ?? Changchun, 1855 a ?? Beijing, queste le più conosciute) venivano studiati i batteri e i virus più violenti e letali quali peste, antrace, morva, tifo, colera, dissenteria, virus delle febbri emorragiche, tubercolosi e inoculati nei maruta (così venivano chiamate le cavie umane, pezzi di legno) in modo da poterne isolare i più virulenti e studiarne con estrema precisione gli effetti e la loro applicazione nelle operazioni di guerra biologica. La maggior parte dei soggetti infettati veniva poi dissezionata senza anestesia, per non alterare le osservazioni degli organi interni, ed i resti dei cadaveri inceneriti nei crematori.

Con tutta quella quantità di materiale umano a disposizione i migliaia di medici, tra le menti più brillanti del Giappone, dell’equipe di Ishii potevano sbizzarrire la loro fantasia e curiosità sottoponendo i loro “pazienti” a trapianti di organi animali; trasfusioni di sangue equino per poter sopperire all’estrema carenza di sangue umano; studi sui rimedi al congelamento (il Giappone voleva prepararsi ad un’eventuale guerra alla Russia); cura e prevenzione delle malattie veneree come la sifilide, molto diffusa tra i soldati dell’esercito imperiale; sperimentazione e produzione di vaccini su larga scala.

Nel 1939, iniziarono le sperimentazioni di guerra batteriologica direttamente sul campo. Al confine tra Unione Sovietica e Cina furono gettati in un fiume, nei pressi degli accampamenti nemici, batteri della febbre tifoide. Nel 1940, l’Unità 731 nella provincia cinese dello ?? Zhejiang disperse nei pozzi d’acqua 70 chili di batteri del tifo. La città di ?? Ningbo fu bombardata con i batteri della peste bubbonica, facendo scoppiare una micidiale epidemia provocando la morte del 99 per cento dei contagiati. La peste si diffuse anche nelle zone limitrofe a Ningbo, portata dagli abitanti in fuga dalla città appestata. In almeno 13 città dello Zhejiang scoppiarono epidemie di tifo e peste. Sempre in questa provincia, gli scienziati dell’Unità 731 fecero cadere piume pregne d’antrace e dispersero uccelli vivi cosparsi d’antrace che trasferirono i germi alle persone. Nel 1942, un terzo della popolazione del paesino di Chongshan morì di peste o vivisezionata in loco dai medici nipponici giunti per esaminare gli esiti dell’attacco. Nel maggio del 1942, bombe al colera (bombe Yagi) fecero scoppiare un’epidemia nella provincia dello ?? Yunnan causando oltre 200.000 morti (mai prima di allora si erano avuti casi di colera in questa provincia). Nel 1943, le stesse bombe colpirono la provincia dello ?? Shandong; le province dell’ ?? Hebei e dell’ ?? Henan furono decimate dagli sfollati che portavano in corpo i terribili effetti degli attacchi giapponesi, delle vere e inconsapevoli bombe biologiche umane, causando anche qui circa 200.000 morti. Si presume che siano circa 600.000 gli individui morti a causa del programma di armamento biologico giapponese. Il progetto di sperimentazione della guerra biologica fu un’idea del dottor e generale di divisione Ishii Shiro che ottenne l’appoggio dai massimi vertici dello stato, compreso l’imperatore Hirohito, e ingenti finanziamenti per realizzare i suoi atroci esperimenti in Cina.
Al momento della resa, nell’agosto del 1945, l’equipe delle Unità di Ishii, dopo aver distrutto le varie strutture e ucciso i prigionieri che ancora erano in vita, fuggì in Giappone. Lì, i membri dello staff furono interrogati per diversi mesi dagli scienziati statunitensi che cercavano di assicurarsi l’esclusivo possesso dei dati delle sperimentazioni sull’uomo e delle ricerche sulle armi biologiche dei nipponici. Nel gennaio del 1947, lo Stato Maggiore USA (massimo organo militare degli Stati Uniti) ordinò al generale Douglas MacArthur (comandante in capo dello SCAP, Comando Supremo delle Potenze Alleate) di mantenere segretissime le rivelazioni degli scienziati giapponesi, in cambio, Ishii e la sua equipe, avrebbero ottenuto l’immunità ufficiale da qualsiasi forma di persecuzione e di processo per crimini di guerra e contro l’umanità.
Nessuno scienziato giapponese fu quindi portato davanti ad una giuria internazionale per rispondere delle ferocissime colpe di cui si era macchiato, ad eccezione di dodici medici ed ufficiali dell’Unità 731 che furono giudicati nel 1949 al Processo di Khabarovsk nell’ex Unione Sovietica. I dodici furono tutti condannati a pene che andavano fino ad un massimo di 25 anni di reclusione, ma poi rimpatriati in Giappone nel 1956.

Durante la guerra di Corea (1950-1953), i governi della Repubblica Popolare Cinese e Corea del Nord accusarono pubblicamente gli Stati Uniti di utilizzare armi batteriologiche. I comunisti cinesi e coreani chiesero l’intervento di una Commissione Scientifica Internazionale (ISC) per valutare le accuse mosse contro gli USA. Il solo osservatore e consulente era il microbiologo professor Franco Graziosi, un italiano all’epoca ventinovenne e oggi unico testimone vivente dei fatti concernenti la Commissione. Non ebbe modo di compiere indagini sul campo, ma poté visionare e studiare i vari documenti e referti, giungendo alla conclusione che “il popolo coreano e quello cinese sono stati oggetto di attacchi con armi biologiche da parte dell’esercito statunitense (3) ” (Appendice 1, p. 211). Il rapporto stilato dall’ISC (oltre 600 pagine) cita anche il nome di Ishii Shiro come uno dei consulenti scientifici del programma degli attacchi batteriologici nella guerra di Corea e afferma che “i popoli della Corea e della Cina sono stati effettivamente l’obiettivo delle armi batteriologiche. Queste armi sono state impiegate da unità delle forze armate degli Stati Uniti, utilizzando una grande quantità di sistemi, alcuni dei quali sembrano essere evoluzioni degli armamenti impiegati dai giapponesi durante il Secondo Conflitto Mondiale (4)“.

I membri dell’ISC interrogarono anche alcuni aviatori statunitensi prigionieri di guerra che dichiararono di aver compiuto attacchi di guerra batteriologica, ma una volta rimpatriati, furono accusati di alto tradimento. Alla fine le accuse vennero ritirate e tutto fu messo nel dimenticatoio.
A tutt’oggi è molto difficile risalire alla verità: gli archivi cinesi, russi e statunitensi relativi alla guerra biologica non sono ancora del tutto accessibili agli studiosi, sebbene in molti ne abbiano richiesto l’apertura (tra i quali il professor Graziosi (5) e Joseph Needham, altro membro dell’ISC). Tutto ciò che riguarda i terribili avvenimenti sopra sommariamente descritti, è nascosto sotto la coltre del silenzio e bollato come top secret. Molte prove emerse dalle indagini dell’ISC che dimostrano gli attacchi di guerra biologica e successivamente confutate con ogni mezzo dalla leadership statunitense e dalla maggior parte delle potenze occidentali, possono essere confermate e ampliate solamente dall’apertura degli archivi militari dei paesi coinvolti.

1 Ministero della Salute - Direzione Generale della Prevenzione, Ufficio III; Malattie infettive e profilassi internazionale - Osservatorio Epidemiologico Nazionale.

2 Sheldon H. Harris, Factories of Death. Japanese Biological Warfare, 1932-45, and the American Cover-up, Routledge, London 1994.

3 Rapport de la Commission Scientifique Internationale Chargee d’Examiner les Faits Concernant la Guerre Bacteriologique  Coree et en Chine (avec Annexes), Pekin 1952, p. 621.

4 Ivi., p. 64.

5 Lettera di Franco Graziosi alle autorità cinesi, Encl. 2 - List of Documents in Franco Graziosi Archive, depositato al London Imperial War Museum.

Gli uomini dietro al sole

Ishii Shiro

L’ uccisione di un capitano giapponese e lo scoppio di una bomba contro la ferrovia Sud-Mancese offrì il pretesto all’Armata Imperiale giapponese del Kwantung per attaccare la Manciuria. Il governo di Tokyo, pur dichiarando la propria estraneità ai fatti non avendo ordinato l’attacco, tuttavia lasciò fare. Le potenze occidentali, dopo il crollo della borsa di Wall Street nel 1929, erano in fortissime difficoltà e del tutto incapaci di porre un adeguato freno alla spinta eversiva dei circoli militari nipponici. Inoltre, la Società delle Nazioni aveva già dimostrato tutta la sua inefficacia nel contrastare l’uso della forza da parte delle grandi potenze ai danni delle minori.
Fu proprio in questa provincia cinese che il dottor Ishii Shiro cominciò gli esperimenti sull’uomo per lo sviluppo e la produzione di un vasto programma di guerra biologica.
Ishii Shiro nacque il 25 giugno del 1892 nel villaggio di Chiyoda Mura, un piccolo paesino nei pressi di Tokyo, da una famiglia aristocratica di antiche tradizioni feudali. Fin dall’infanzia la sua intelligenza strabiliante e il suo fisico possente lo fecero distinguere dai suoi coetanei e persino dai suoi fratelli maggiori. Brillante studente, venne ammesso nelle più esclusive istituzioni scolastiche del paese, come l’Università Imperiale di Kyoto. Qui, nel 1916, si iscrisse a medicina, dove venne notato immediatamente dai suoi professori che gli assegnarono esclusivi progetti di ricerca ben più complessi di quelli che affrontavano i compagni di corso. Nel 1920, si laureò ed entrò nell’esercito come assistente sociale del Terzo Reggimento della Divisione della Guardia Imperiale. Dopo appena cinque mesi, fu promosso al grado di tenente e distaccato come medico chirurgo al Primo Ospedale Militare di Tokyo.
La sua veloce ascesa sociale e militare fu dovuta, oltre che alla sua straordinaria intelligenza, alle importanti amicizie di cui si era saputo circondare. Sposò Araki Kyoko, figlia dell’illustre rettore dell’università di Kyoto, Araki Torasaburo, medico illustre e affermato, che gli assicurò l’appoggio e l’influenza di personaggi importanti e potenti. Fece conoscere il proprio nome nell’ambiente medico durante gli anni del suo dottorato in patologia umana, sierologia e batteriologia a Kyoto quando, nel 1924, diede un importantissimo aiuto alla missione medica e scientifica nel distretto di Kagawa, dove era scoppiata un’epidemia di encefalite emorragica (encefalite B giapponese). Ishii ne isolò il virus con la messa a punto di un efficace sistema di filtraggio.

Nel 1927, dopo aver conseguito il dottorato in microbiologia, venne assegnato dall’esercito all’Ospedale Militare di Kyoto con il grado di capitano. Fu qui che per la prima volta, dopo aver letto un articolo riguardante il Protocollo di Ginevra, venne letteralmente folgorato dall’idea di dotare l’esercito imperiale di armi biologiche. Ben consapevole della potenza dei microbi, cominciò a sondare tutti i suoi ex professori e colleghi, cercò di convincere gli alti vertici militari dell’enorme potenziale strategico e distruttivo delle armi biologiche e si impegnò per ottenere appoggi e sovvenzioni per lo sviluppo di laboratori di ricerca e produzione di virus e batteri letali. Ma i vertici governativi e militari non erano ancora pronti ad accettare la sfida e le proposte di Ishii. Endo Saburo, generale del Ministero della Guerra, ricorda nei suoi diari che “il volto di Ishii era ben conosciuto […] enfatizzava sempre il ruolo della guerra batteriologica nei nostri piani tattici1”.
Nell’aprile del 1928, Ishii partì per un tour scientifico di due anni in giro per il mondo in cerca di notizie utili sulla ricerca relativa alle armi biologiche. Non ci sono però documenti utili e attendibili per stabilire ciò che egli vide o chi incontrò, ma è sicuro che visitò Francia, Italia, Germania, Ungheria, Belgio, Svezia, Danimarca, Finlandia, Svizzera, Turchia, Polonia, URSS, Lituania, Estonia, Stati Uniti, Canada, Egitto, Singapore, Ceylon. Sembra che Ishii abbia compiuto questa ricerca a proprie spese, ma è molto strano che l’esercito giapponese, allora rigidamente strutturato, avesse dato il permesso ad un capitano di assentarsi per due anni dall’esercito per compiere ricerche all’estero per proprio conto, se effettivamente non era interessato alle proposte di un armamento biologico.
Nel 1930, quando Ishii ritornò dal suo viaggio, la situazione politica interna stava cambiando: il gabinetto governativo, ma soprattutto i nuovi giovani ufficiali del Ministero della Guerra premevano per azioni più decise ed espansionistiche per estendere il dominio nipponico nell’Asia orientale e vedevano nella Manciuria una posizione strategica ottimale da cui partire. Il Ministro della Guerra, Araki Sadao, divenne un fervido sostenitore dei progetti di Ishii Shiro, insieme al generale Nagata Tetsuan, che spingeva per un ammodernamento dei mezzi offensivi dell’esercito. Dopo soli quattro mesi dal ritorno dal viaggio solitario per il mondo, Ishii fu nominato preside del Dipartimento di Immunologia all’Istituto di Medicina dell’esercito di Tokyo e promosso al grado di maggiore all’età di trentasette anni. Questa promozione fu fortemente appoggiata da Koizumi Chikahiko, un pioniere della ricerca medica e delle armi chimiche che godeva di amicizie molto in alto. Fu proprio lui a trovare a Ishii i fondi necessari per iniziare la ricerca sulle armi biologiche che iniziò nel 1931 all’Istituto di Medicina dell’esercito a Tokyo. Insieme ad una piccola équipe di scienziati fidati, lavorò, di notte, nei laboratori del suo dipartimento alle colture di batteri letali come peste bubbonica, colera, tifo e antrace. Nel 1932, gli venne assegnato un laboratorio di due piani all’Istituto di Medicina dove sviluppò molti vaccini per immunizzare le truppe nipponiche dalle epidemie che potevano scoppiare in caso di guerra e contemporaneamente lavorare allo sviluppo e allo studio dei più terribili flagelli che l’uomo abbia mai conosciuto.
Ci sono due tipi di ricerca sulle armi batteriologiche, A e B. A è la ricerca offensiva, B è la ricerca difensiva. La ricerca sui vaccini è di tipo B, e può essere fatta in Giappone. Tuttavia, le ricerche di tipo A possono essere fatte solamente all’estero2”, in questo modo Ishii cercava di spiegare ai suoi diretti superiori gli scopi della sua ricerca e le potenzialità di un esercito dotato di armi batteriologiche. Con l’occupazione della Manciuria (1932) e la creazione dello stato fantoccio del ??? Manzhouguo, Ishii vide la grandiosa possibilità di poter realizzare quelle ricerche di tipo A che da anni cercava di portare avanti: “è giunto il momento di dare inizio alla sperimentazione. Chiediamo di essere mandati in Manciuria per sviluppare nuove armi3”.
2 Sheldon H. Harris, Factories of Death, p. 21.

3 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante. Gli Esperimenti Segreti Giapponesi. 1932-1945, Rizzoli, Milano 2004, p. 50.

1 Sheldon H. Harris, Factories of Death, op. cit., p. 18.

L’ Unità Togo

Nel 1932 l’armata del Kwantung diede al maggiore Ishii Shiro 200.000 yen di finanziamento per creare, in una distilleria di sakè abbandonata ad ??? Haerbin, un centro per la ricerca e lo sviluppo di armi biologiche, sebbene lo scopo iniziale fosse quello di compiere ricerche di tipo B, studio e produzione di vaccini. Ma, fin da subito, la scelta del luogo non si rivelò adatta ai lavori del nuovo centro: Haerbin era una città abitata da quasi 400.000 persone di varia nazionalità e la segretezza, che la ricerca imponeva, non poteva certo essere mantenuta a lungo. Perciò, nell’estate del 1932, Ishii trasferì il centro di ricerca in un piccolo paesino a cento chilometri a sud-est di Haerbin, ben collegato dalla ferrovia e al riparo da occhi indiscreti: Beiyinhe.
Il nuovo centro venne chiamato Unità Togo, in onore dell’ammiraglio Togo Heihachiro che nel 1905 aveva sconfitto la flotta russa a Tsushima, durante la guerra russo-giapponese (1904-1905). L’esercito giapponese fece evacuare quasi due chilometri quadrati di area per la costruzione della Fortezza di Zhong Ma (come veniva chiamata dei cinesi). I contadini del luogo furono costretti a lavorare per l’edificazione dei fabbricati, ricevendo in cambio soprusi, torture e un misero salario con cui a stento cercavano di sopravvivere. L’Unità era cinta da un muro di mattoni alto tre metri sormontato da reti di filo spinato ad alto voltaggio elettrico con, ai quattro angoli, torrette di sorveglianza. Sentinelle armate delimitavano una zona off limits di 250 metri quadrati al di fuori del perimetro dell’Unità. In meno di un anno, vennero costruiti dagli operai cinesi circa cento edifici, quello più importante era al centro della struttura e diviso in due ali. La prima comprendeva le prigioni, i laboratori per gli esperimenti sull’uomo e il crematorio; l’altra ala era costituita da uffici, baracche, una mensa, magazzini, un parcheggio.
La prima ala poteva contenere fino a mille prigionieri anche se, di norma, non se ne tenevano che un massimo di 600. I primi reclusi furono essenzialmente maschi adulti e sotto i quarant’anni, prigionieri politici che lottavano contro l’occupazione nipponica, banditi e membri della guerriglia o, in mancanza di questi, criminali comuni prelevati dalle prigioni e condotti a Beiyinhe.
I detenuti erano relegati in anguste celle e ammanettati per la maggior parte del tempo, ma ben nutriti e obbligati ad eseguire continui esercizi fisici per mantenere le loro condizioni di salute ad un livello ottimale, anche se per poco tempo. Ogni tre o cinque giorni, a tutte le cavie venivano prelevati cinquecento centimetri cubici di sangue, pratica che spesso portava ad una progressiva invalidità (l’organismo umano contiene dai quattro ai sei litri di sangue).
Le malattie testate sulle cavie umane furono peste bubbonica, antrace, morva, tifo, dissenteria, vaiolo. Karasawa Tomio, un maggiore catturato ed interrogato dai sovietici nel 1946, dichiarò che Ishii tra il 1933 e il 1934 aveva sperimentato l’effettiva efficacia del batterio della peste bubbonica nel suo impiego nella guerra batteriologica. Alcuni documenti, pubblicati successivamente dal governo cinese, descrivono nel dettaglio gli esperimenti. In uno di questi vennero prese le pulci che veicolano il batterio della peste da topi raccolti nel nord della Manciuria dove la malattia era endemica (fenomeno in cui una malattia rimane circoscritta in un’area geografica limitata). I batteri, una volta isolati e messi a coltura, vennero iniettati in tre prigionieri comunisti cinesi che morirono vivisezionati dopo un’atroce agonia di quasi tre settimane.

Il generale Endo Saburo registrò nel suo diario un’ispezione a Beiyinhe nel novembre del 19331:

la Seconda Squadra era responsabile dei gas e dei liquidi velenosi; la Prima Squadra era responsabile degli esperimenti sull’elettricità. Vennero usati due banditi per ogni squadra. 1. Gas fosfogene ? 5 minuti di iniezione con gas all’interno di una stanza di mattoni; il soggetto è rimasto vivo per un giorno dopo l’inalazione del gas; condizioni critiche con polmonite. 2. Cianuro di potassio ? al soggetto ne sono stati iniettati 15 milligrammi; perdita di conoscenza dopo approssimativamente venti minuti. 3. 20.000 volt ? diverse scariche a questo voltaggio non sono sufficienti ad uccidere il soggetto; si è obbligati ad un’iniezione per ucciderlo. 4. 5000 volt ? diverse scariche non sufficienti; dopo diversi minuti di scariche continue, è morto carbonizzato. Partito alle 13.30. […] ho fatto fatica ad addormentarmi e non ho dormito bene.

Anche il comandante in capo dell’Armata del Kwantung, Okamura Yasutsugu, visitò il campo di Beiyinhe nel periodo compreso tra il 1932 e il 1934 rimanendo particolarmente impressionato dagli esperimenti sul congelamento: in inverno in Manciuria si può arrivare anche a trenta gradi sotto lo zero ed il freddo rappresentava per l’Armata Imperiale un nemico terribile.
Nella maggior parte dei casi, i prigionieri dell’Unita Togo non sopravvivevano più di un mese, chi riusciva a sopravvivere veniva ucciso con un’iniezione letale. Lo staff di Ishii aveva a disposizione un’enorme quantità di materiale umano, perennemente sostituibile. Molti esperimenti furono condotti solamente per mera curiosità scientifica come per esempio vedere fino a che punto poteva essere prelevato sangue umano prima che sopraggiungesse la morte. La maggior parte dei  prigionieri furono dissezionati per poter essere studiati e i loro organi raccolti in vasi immersi in formalina (soluzione per la conservazione dei pezzi anatomici); le cavie, una volta infettate da qualche morbo letale, venivano vivisezionate senza anestesia per non alterare le condizione del sangue, degli organi e per non pregiudicare la raccolta dei dati degli esperimenti. Un veterano dell’Unità 731 disse che “non si possono ottenere dati accurati sugli effetti di un’infezione dopo il decesso di una persona, poiché a quel punto entrano in attività i batteri responsabili della putrefazione. Questi sono più forti di quelli patogeni. Quindi per ottenere risultati accurati è importante sapere se il paziente sia vivo o morto2”. Ci furono casi in cui i maruta furono uccisi con un colpo d’ascia secco alla testa per prelevarne il cervello. I resti dei corpi venivano immediatamente bruciati nel crematorio.
I campioni di organi umani erano regolarmente spediti all’Istituto di Medicina dell’esercito di Tokyo3; nel tentativo di coinvolgere le alte sfere militari e politiche governative e per ottenere fondi più consistenti, Ishii fece filmare molti esperimenti sugli uomini da far visionare agli ufficiali dell’armata del Kwantung.
Durante la festa d’Autunno (inizio ottobre) del 1934, un prigioniero cinese di nome ?Li, approfittando dell’ebbrezza delle guardie, ne tramortì una, rubandogli le chiavi e aprendo le celle4. Pochi furono coloro che riuscirono ad uscire dalle celle, debilitati dalle malattie o dai continui prelievi di sangue. Grazie ad una tempesta che aveva mandato in cortocircuito l’impianto elettrico, trenta prigionieri riuscirono a raggiungere il muro di cinta, ma Li, insieme ad altri nove, fu ucciso dalle guardie ormai allertate. Fuori dalle mura di cinta otto furono catturati o assassinati, gli altri dodici riuscirono a fuggire e ad unirsi ad un gruppo di partigiani cinesi. I testimoni raccontarono la loro storia e gli strani esperimenti che venivano eseguiti all’interno della Fortezza di Zhong Ma, ma nessuna informazione arrivò agli alti canali ufficiali.
Non si può sapere con certezza quante siano state le persone utilizzate negli esperimenti, ne la portata di questi all’interno dell’Unità Togo, ma si sa per certo che lavorò dall’estate del 1932 alla fine del 1934, cioè fino a quando il velo di segretezza fu strappato. Ciò spinse i vertici militari a costruire un altro centro di sperimentazione sull’uomo e di sviluppo del programma di guerra biologica altrove, a Pingfan.
L’impianto di Beiyinhe fu distrutto, i prigionieri rimasti in vita uccisi.

1 James Yin, The Rape of Biological Warfare, Northpole Light, San Francisco 2001, p. 7.

2 Hal Gold, Unit 731 Testimony, Tuttle Publishing, Tokyo 1996, p. 44.

3 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p. 61.

4 Hal Gold, Unit 731 Testimony, op. cit., pp. 37-38.

L’Unità 731

Il primo agosto del 1935, Ishii Shiro fu promosso al grado di tenente-colonnello medico a soli quarantatre anni, per le scoperte ottenute a Beiyinhe. Esattamente un anno dopo, fu nominato capo del Boeki Kyusui Bu, Ufficio per la prevenzione delle epidemie e la purificazione dell’acqua, noto come Ufficio per la purificazione dell’acqua. Molte filiali di questa sorta di “Uffici” sorsero in Manciuria, nelle altre province cinesi e nelle zone dell’Asia orientale sotto il controllo nipponico (Birmania, Filippine, Singapore, Nuova Guinea, Thailandia); ognuna di queste strutture utilizzò cavie umane per condurre ricerche sulla guerra biologica. Ishii Shiro era l’elemento a capo del progetto e aveva posto il suo quartier generale a Pingfan, piccolo villaggio a circa venticinque chilometri a sud-ovest da Haerbin, ben collegato dalla ferrovia Sud-Manciuriana e distante appena cinquanta minuti d’automobile dal centro della città.
La grande compagnia giapponese Nihon Tokoshu Kogyo Kabushiki Kaisha fornì ogni equipaggiamento necessario alla nuova Unità, mentre Ishii riceveva ingenti mazzette per tutte le fatture gonfiate1. Al contrario della sua apparenza ligia e severa, Ishii era sempre pronto ad intascare il suo tornaconto. Per la società un uomo onesto e sposato, ma, nel privato, un assiduo frequentatore di casa chiuse e di geishe, grande bevitore e scialacquatore incallito. Molti lo descrissero come un pazzo e un “fuori di testa”, come quando, per dimostrare l’efficacia di un suo nuovo filtro per la purificazione dell’acqua, offrì all’imperatore Hirohito un bicchiere della sua urina filtrata; quando questi rifiutò il gentile invito, Ishii ne tracannò il contenuto, persino con una certa aria di soddisfazione.

Veduta aerea di Pingfan

I sovrintendenti della Nihon Tokoshu Kogyo assunsero manodopera cinese a bassissimo costo, sottoponendo gli operai a massacranti turni di lavoro. I sei chilometri quadrati di strutture vennero ultimati nel 1939, dopo tre anni di lavori, ma senza mai fermare gli esperimenti e i test sugli uomini. Oltre seicento famiglie furono costrette ad evacuare la zona e a vendere i loro piccoli terreni a prezzi irrisori. Gli edifici della nuova fabbrica della morte erano circa centocinquanta e comprendevano uffici, dormitori, abitazioni per gli ufficiali, laboratori scientifici, baracche, un magazzino per le armi, stalle per gli animali usati negli esperimenti, un edificio per le vivisezioni e dissezioni, serre per sperimentare l’uso delle piante nel loro utilizzo nella guerra biologica, prigioni speciali per i test sulle persone, tre crematori per eliminare le carcasse degli animali e ciò che restava delle cavie umane sottoposte ai test. C’era persino una piscina, delle sale per la ricreazione e un tempio shintoista. Una speciale ferrovia collegava il campo ad Haerbin, insieme ad una pista di decollo ed atterraggio. Un ampio fossato circondava la struttura e un muro alto cinque metri, sopra al quale erano state installate diverse recinzioni di filo spinato elettrificato ad altissimo voltaggio, delimitava l’Unità.

I cinesi addetti ai lavori di costruzione, in alcune zone della struttura, venivano incappucciati con delle ceste di vimini, altri, ultimati i lavori, furono uccisi per mantenere la più totale segretezza. Si suppone che più di un terzo dei lavoratori impiegati a Pingfan tra il 1936 e 1945 siano morti a causa dei maltrattamenti a cui furono sottoposti al campo.

La segretezza era ormai diventata la condizione essenziale e maniacale per poter continuare i lavori scientifici. La zona di Pingfan venne dichiarata Zona Militare Speciale e l’accesso negato a qualsiasi civile, sia giapponese o cinese, salvo speciali lasciapassare rilasciati solamente in situazioni del tutto particolari ed eccezionali. Tre diverse forze di polizia si occupavano della sicurezza della zona: il Kempeitai2, la polizia dell’armata del Kwantung e la gendarmeria dell’imperatore fantoccio del Manzhouguo, Pu Yi. Lo spazio aereo sopra Pingfan fu interdetto a tutti i voli civili.

Paragonata alla ricerca di laboratorio a cui voi siete abituati” disse Ishii ai medici presenti nella sala conferenze di Pingfan nell’autunno del 1936 “quella di Pingfan non è inferiore a nessuna e possiamo essere orgogliosi di avere molte più strutture delle grandi università. Chi mai ? al di fuori di voi qui riuniti ? potrebbe immaginare, persino nei suoi sogni più ottimistici, che un simile laboratorio di ricerca culturale esista qui, in questo luogo sperduto? Inoltre noi non abbiamo alcuna preoccupazione, di nessun tipo, sulla disponibilità di fondi destinati alla ricerca3”. Ishii aveva l’appoggio dell’esercito e del governo, gestiva un budget annuo di oltre dieci milioni di yen, le strutture del centro erano le più all’avanguardia e comprendevano laboratori di microbiologia, di patologia, laboratori per la messa a coltura dei batteri letali; gli strumenti e i prodotti farmaceutici erano i migliori disponibili. La prigione (detta Ha) era situata in una palazzina di tre piani circondata da un edificio di cinque, che la nascondeva, chiamato Ro. Queste due strutture erano anche contraddistinte da due numeri, rispettivamente 6 e 7.

Le prigioni poteva “ospitare” fino a quattrocento maruta; erano le parti più sorvegliate dell’intera Unità, la cui supervisione fu affidata a Ishii Takeo, fratello di Shiro. Le cavie arrivavano agli edifici 6 e 7 attraverso due tunnel segreti sotterranei, uno conduceva alle prigioni e ai laboratori, l’altro ai forni crematori. Nel numero 6 vi erano solo maschi adulti, nell’altro uomini, donne e bambini. Le anguste celle erano insonorizzate e separate le une dalle altre da pareti molto spesse; un buco nel pavimento funzionava da latrina; la temperatura all’interno sempre ben controllata in modo da non interferire con la verifica dei test; le porte blindate delle celle avevano due fori dai quali la cavia doveva sporgere le braccia, se ci riusciva, per i continui prelievi di sangue. Non sempre i detenuti erano isolati: ciò dipendeva dalle disposizioni del medico e dal tipo di esperimenti che dovevano essere effettuati. Celle e corridoi venivano sempre disinfettati per impedire agli agenti patogeni di infettare gli altri prigionieri e il personale in servizio. L’edificio 7, oltre alle celle, comprendeva i laboratori di coltura e produzione dei batteri letali e i laboratori di ricerca per le malattie infettive.

Ishii divise la sua Unità in otto sezioni. La Prima comprendeva tutti gli impianti di ricerca e produzione degli agenti patogeni da utilizzare contro il nemico: peste, colera, febbri del tifo e del paratifo, dissenteria, antrace, morva, tetano, cancrena gassosa (infezione tossica delle ferite aperte), tubercolosi. Si occupava anche dei problemi derivanti dal congelamento. Due camere di raffreddamento contenevano oltre cento coltivatori, che potevano produrre anche fino ad un massimo di 40.000.000 di miliardi di agenti patogeni in un solo ciclo di produzione. Questa sezione era anche responsabile della gestione degli edifici 6 e 7.

La Sezione Seconda si occupava degli esperimenti: gli scienziati sviluppavano e testavano sugli uomini l’effettiva efficacia dei vari tipi di bombe biologiche e batteriologiche. Era responsabile della produzione attraverso due boilers, dalla capacità di due tonnellate ciascuno, di alcuni agenti patogeni. Il generale Kawashima Kiyoshi affermò che “quando la sezione I e II operavano al massimo delle loro capacità, si potevano produrre 300 chilogrammi di batteri della peste, 500-600 chilogrammi di germi dell’antrace, 800-900 di tifo, paratifo o dissenteria e oltre 1000 chilogrammi di germi del colera. Tutto questo si sarebbe potuto fare in un solo mese4”. La Sezione Seconda era inoltre responsabile della gestione del campo di esperimenti presso l’aeroporto di ??Anda a 146 chilometri a nord di Pingfan.
La Sezione Terza era l’Unità per l’Approvvigionamento dell’Acqua e la Prevenzione Epidemicache dal 1944 fu incaricata di produrre i contenitori per le bombe biologiche.
La Sezione Quarta era la Divisione per la Produzione e la Fabbricazione per l’Unità 731. Si occupava degli impianti di produzione e assortimento degli agenti patogeni, era inoltre responsabile dell’immagazzinamento e mantenimento dei microrganismi.
La Sezione per l’Educazione aveva il compito di formare il personale appena dislocato all’Unità 731. Finito il corso di addestramento Ishii metteva in guardia le reclute, “fate particolare attenzione alla vostra salute nel momento in cui andate a ricoprire il vostro incarico. Il corpo medico non si deve ammalare a sua volta. E ancora, non dovete morire a causa di malattie o sotto al fuoco nemico. Dovete vivere, dovete sopravvivere in onore del Giappone; dovrete affrontare le avversità per il futuro del Giappone5”.
La Sezione degli Affari Generali era incaricata della tesoreria del centro; la Sezione Materiali costruiva e metteva a punto le bombe biologiche e batteriologiche, preparava e forniva il materiale per la messa a coltura degli agenti patogeni; la Sezione Diagnosi e Trattamento si occupava dei vari problemi medici che potevano colpire il personale dell’Unità.

A Pingfan lavorarono microbiologi, patologi, chirurghi, chimici, infermieri, biologi, entomologi, veterinari, specialisti e tecnici tutti impegnati nel produrre terribili armi biologiche sperimentate su migliaia e migliaia di civili cinesi. Naito Ryoichi (scienziato veterano dell’Unità 731) affermò che i medici civili impegnati nel programma di sperimentazione della guerra biologica erano talmente tanti che ormai tutta la comunità scientifica doveva per forza esserne a conoscenza, “in Giappone, la maggior parte dei microbiologi era in qualche modo collegata al lavoro di Ishii. […] Divenne noto ben presto a tutti che nel centro di Haerbin si usavano esseri umani per le sperimentazioni6”.

La nostra missione divina di medici è di sfidare tutti i microrganismi patogeni; di bloccare loro tutte le possibili vie di accesso al corpo umano; di annientare tutta la materia estranea che vive nel nostro corpo e di individuare la terapia più efficiente possibile. Tuttavia, il lavoro di ricerca che noi intraprenderemo è all’esatto opposto di questi principi e potrà essere causa di tormento per le nostre coscienze di medici. […] Ciò nondimeno, io vi chiedo di condurre queste ricerche mosso da una doppia aspirazione: in primo luogo, in quanto medico, dal desiderio di fare qualsiasi sforzo per trovare la verità nelle scienze naturali, nella ricerca e nella scoperta del mondo sconosciuto; in secondo luogo, in quanto soldato, dalla volontà di costruire con successo un’arma potente contro il nemico7.

Queste le parole di Ishii al discorso inaugurale dell’Unità Ishii (cambiò nome in Unità 731 nel 1941, per questioni di sicurezza. E’ con questa designazione numerica che passò alla storia). Migliaia furono gli scienziati che vollero sfruttare le possibilità di una ricerca senza limite e l’opportunità di studiare le varie fasi di una malattia vivisezionando un essere umano, ottenendo così i risultati sperimentali più certi e puri. I prigionieri deliberatamente contagiati, un volta insorti i primi sintomi del morbo, venivano portati nei laboratori di patologia, spogliati e lavati. Senza anestesia, gli veniva praticata un’incisione a forma di “Y” sull’addome. Molto spesso la cavia rimaneva cosciente mentre i medici facevano le loro fredde osservazioni o ne esaminavano gli organi interni. La vittima moriva in seguito alla grande perdita di sangue e di tessuti corporei. Se un cavia moriva prima di essere vivisezionata, il cadavere veniva immediatamente sottoposto ad autopsia e, dopo essere stati asportati gli organi interessati, cremato.
Sebbene la maggior parte degli esperimenti prevedessero l’utilizzo di giovani cavie di sesso maschile, in diverse occasione vennero usate donne, soprattutto incinte. Una donna sovietica fu imprigionata a Pingfan8, dove partorì il proprio figlio. Per due anni furono sottoposti a continui esperimenti e poi uccisi.

Le donne erano utilizzate soprattutto per i test riguardanti le malattie veneree, come la sifilide. Le malattie a trasmissione sessuale rappresentavano un grave flagello per l’Armata Imperiale giapponese: la prostituzione militare era molto diffusa insieme ai continui stupri perpetrati a bambine, donne e anziane nelle nazioni sotto il giogo nipponico9. Un assistente personale di Ishii confessò che “all’inizio, infettavamo le donne con la sifilide praticando un’iniezione. Questo metodo però, non produceva risultati reali. La sifilide si trasmette normalmente per contatto diretto. Le indagini sul decorso della malattia non possono dare risultati utili a meno che non venga contratta in quel modo. Di conseguenza adottammo un sistema per infezione diretta attraverso contatti sessuali10”, naturalmente erano i prigionieri, uno dei quali affetto da sifilide, ad essere costretti ad avere rapporti sessuali. Oltre a poter verificare il decorso della malattia attraverso l’osservazione degli organi sessuali, i tecnici dell’Unità potevano ricorrere alla vivisezione per controllare lo stato degli organi interni. Spesso le donne “stuprate” dagli altri prigionieri rimanevano incinte: si verificava come la malattia si trasmetteva da madre a embrione, poi i medici uccidevano e dissezionavano madre e feto.

Tra il 1938 e il 1943, il dottor Tabei Kanau testò diverse specie di germi del tifo e paratifo su alcune centinai di soggetti. Nella maggior parte dei casi, dava da bere alle cavie una soluzione di acqua, zucchero e bacilli del paratifo; in altri casi i maruta furono sottoposti all’esplosione di bombe che contenevano pallettoni di argilla mescolati a dieci milligrammi di bacilli riportando positivi esami di laboratorio.
Nella maggior parte degli esperimenti, le cavie venivano infettate con differenti dosaggi di microrganismi per poter poi stabilire la quantità necessaria che doveva essere usata in vista di un futuro utilizzo in guerra. Il contagio avveniva tramite iniezione oppure attraverso il contatto con oggetti cosparsi con germi letali: tessuti, attrezzi da lavoro e qualsiasi altro utensile di comune utilizzo. Molti furono i prigionieri costretti a trangugiare liquidi o cibi ripieni di tifo, antrace o peste.
I maruta erano spesso usati come veri e propri boiler: gli agenti patogeni venivano coltivati iniettandoli direttamente nei prigionieri, isolati e messi a coltura i batteri che avevano dato i sintomi e le manifestazioni più virulente. Ciò dava la possibilità ai medici nipponici di ottenere ceppi virali sempre più letali.
La curiosità scientifica dei medici giapponesi è una grande sfida all’immaginazione umana: urina di cavallo fu iniettata nei reni di alcuni detenuti solamente per osservarne le conseguenze; “misi più di un grammo di eroina in un dolcetto per un civile cinese arrestato. Circa trenta minuti dopo perse conoscenza e rimase in quello stato per 15-16 ore. Sperimentai 5-6 volte l’effetto dell’eroina11”; le conseguenze della tubercolosi (la tubercolosi non incide su larga scala e perciò non è utilizzata nella guerra biologica) vennero testati su alcuni bambini manciuriani; ad un detenuto furono amputate entrambe le mani e subito trapiantate la destra al posto della sinistra e la sinistra al posto della destra; alcuni furono bolliti vivi o centrifugati, appesi a testa in giù fino a provocarne la morte per soffocamento o uccisi da massicce dosi di radiazioni.

Tra il 1938 (anno in cui Ishii Shiro fu nominato colonnello) e il 1945, Ishii e Kitano Masaji, a comando del programma di sperimentazione dal 1942 alla resa del Giappone, studiarono e testarono su civili cinesi le reazioni umane alla peste bubbonica, tifo, paratifo A e B, antrace, botulino, vaiolo, tubercolosi, salmonellosi, meningite, epatite A e B, febbri emorragiche, dissenteria, pertosse, scarlattina, morva, colera, salmonella, encefalite, febbre gialla, malattie veneree, cancrena gassosa, febbre maltese, tularemia (provocata da un batterio simile alla peste, ma con effetti meno gravi), febbri ricorrenti, difterite, congelamento, malattie endemiche delle province in cui operavano le varie Unità di Ishii e colleghi, e dozzine di altre patologie. La ricerca scientifica non si basava solamente nell’infettare con malattie letali cavie umane, ma aveva anche lo scopo di individuare i metodi di coltura di agenti biologici e batteriologici più adatti all’offensiva e di sviluppare un programma di disseminazione efficace dei microrganismi.

Venivano effettuate anche ricerche di tipo B (studi difensivi): a Pingfan oltre venti milioni di dosi di diciotto differenti vaccini venivano prodotte ogni anno. Tra il maggio e il giugno del 1940, venti persone, tutte di età compresa tra i venti e i trent’anni, furono utilizzate per testare l’efficacia di un nuovo vaccino contro il colera. A otto persone fu iniettato il nuovo vaccino ottenuto con gli ultrasuoni, ad altri otto il vaccino tradizionale, i restanti non furono sottoposti a nessuna immunizzazione. Dopo venti giorni furono tutti costretti a bere grandi quantità di latte e colera. I quattro non vaccinati morirono entro pochi giorni, alcuni dei giovani immunizzati con il vaccino tradizionale si ammalarono e morirono, negli otto vaccinati con il vaccino anti-colera prodotto con gli ultrasuoni non si riscontrò alcun sintomo della malattia. Lo stesso tipo di esperimento fu compiuto utilizzando il batterio della peste bubbonica. Dopo la verifica dei test, Ishii ordinò alla sua Squadra Vaccini (Squadra A) di produrre solamente vaccini per mezzo di ultrasuoni.

Furono compiuti diversi esperimenti per trovare un rimedio efficace al congelamento e all’assideramento. Il dottor Yoshimura Hisato fu direttamente convocato da Ishii come esperto delle cure al congelamento. Nishi Toshihide, a capo dell’Unità 673 a Sunyu (Distaccamento della 731), confessò che Yoshimura gli raccontò che “nei periodi di grande gelo, con temperature inferiori ai meno 20°C, i prigionieri venivano condotti all’aria aperta. Venivano loro scoperte le braccia e vanivano fatte congelare con l’aiuto di una corrente d’aria o con dell’acqua. Questo finché gli arti, percossi con una bacchetta non producevano lo stesso suono di una tavoletta di legno12”. Venne costruito a Pingfan un edificio a due piani con un laboratorio di congelamento degli esseri umani con attrezzature tali da poter raggiungere artificialmente la temperatura di -70°C; in questo modo gli esperimenti potevano essere condotti non solo durante l’inverno.

Una volta che parti del corpo del prigioniero erano state congelate, il maruta veniva ricondotto nella propria cella. Ad alcuni venivano amputati gli arti, altri morivano per le cancrene dovute al gelo. Si scoprì, sulla pelle di molti civili cinesi innocenti, che il miglior rimedio era scongelare le parti colpite con acqua ad una temperatura compresa tra i 38°C e i 50°C.

Molti altri test furono effettuati per osservare gli effetti della denutrizione e della disidratazione. “Scoprire quanto a lungo riuscisse a resistere un uomo solo con acqua e gallette. Due maruta furono usati per questi test. Dovevano percorrere continuamente un tragitto stabilito all’interno del campo, portando un sacco di sabbia di venti chilogrammi sulle spalle. L’esperimento durò due mesi. Venivano date loro solo gallette dell’esercito e acqua, cosicché non potessero sopravvivere troppo a lungo. Non li lasciavano nemmeno dormire molto. Morirono uno dopo l’altro13”.

La maggior parte dei maruta utilizzati dall’Unità 731 furono prelevati da Haerbin. Per lo più cinesi, ma anche russi, prigionieri di guerra, mongoli, coreani, europei accusati di vari crimini, ma, comunque, tutti condannati alla pena capitale, elementi criminali anti-giapponesi incorreggibili. In mancanza di materiale umano, venivano rapiti lungo le strade vagabondi o persone sole, senza famiglia. Le persone che venivano inviate nei campi di sperimentazione erano criminali la cui “tipologia del crimine è tale che, se si intraprende un’azione legale, l’individuo può essere prosciolto oppure condannato a un breve periodo di detenzione, e potrebbe lasciare presto il carcere; l’individuo è un vagabondo, senza fissa dimora, senza parenti. E’ un fumatore d’oppio (sebbene l’uso di oppio ed eroina fosse stato legalizzato in Manciuria dalle autorità nipponiche, a volte veniva persino usato per pagare gli operai cinesi); l’individuo ha idee affini a quelle che rientrano nella categoria di custodia speciale; individui il cui rilascio sia indesiderabile, nonostante la minima entità del crimine14”. Molti sospetti arrestati furono inviati alla fabbrica della morte senza alcun processo. I maruta venivano caricati su furgoni Dodge neri con i finestrini oscurati, destinazione Pingfan. Una volta arrivati, si effettuavano tutti i controlli medici necessari, venivano destinati alle rispettive celle e assegnato un numero di tre o quattro cifre (era solamente un pezzo di legno, un oggetto per esperimenti), partendo da 101 fino a 1500, per poi ripartire dal 101. Questo sistema di identificazione numerica non permette, ancora oggi, di stabilire con precisione il numero delle vittime dei medici giapponesi. Il generale Kawashima affermò che “il numero dei prigionieri del Distaccamento 731 che morirono dopo essere stati infettati con malattie letali fu non meno di circa 600 l’anno15”. Il generale lavorò insieme a Ishii dal 1941 al 1945 e, se si tiene fede alle sue parole, si possono stimare un numero di almeno 3000 morti, ma senza contare gli anni dal 1936 al 1938 e senza contare le vittime delle altre “Unità anti-epidemiche” e tutti i prigionieri-testimoni uccisi prima dell’arrivo delle armate comuniste cinesi e sovietiche in Manciuria nel settembre del 1945. L’unica certezza è che il sistema creato da Ishii Shiro con l’approvazione dei vertici militari e delle più alte cariche dello stato, compreso, è bene ricordarlo, l’imperatore Hirohito, non prevedeva assolutamente sopravvissuti. Le prove del coinvolgimento dell’establishment politica giapponese si possono trovare nel telegramma top secret, datato 6 maggio 1947,destinato a Washington e inviato dal quartier generale di MacArthur a Tokyo: “dichiarazioni riluttanti di Ishii Shiro indicano che egli ebbe l’autorizzazione per il suo programma dai suoi superiori (probabilmente dallo Stato Maggiore)16”. Qualsiasi Unità, per quanto speciale e segreta essa sia, deve essere approvata e finanziata e necessariamente qualcosa deve pur trapelare alle autorità politiche e militari. E’ quasi impossibile ritenere che un qualsiasi gruppo privato possa realizzare delle strutture di tale portata (oltre venticinque Unità in tutta l’Asia estremorientale), di assoluta e spietata efficienza ed in totale segretezza senza il nullaosta dei propri superiori. Nelle attività delle fabbriche della morte erano impegnati migliaia di medici sia civili che militari, il Kempeitai, grandi compagnie private giapponesi, membri del gabinetto governativo (lo stesso Tojo, Viceministro della Guerra e Primo Ministro, visionò più volte i filmati sugli esperimenti sugli esseri umani), alti vertici militari (come i generali dell’armata del Kwantung), università ed istituti pubblici di medicina giapponesi, militari di vario grado che garantivano la sicurezza delle Unità nipponiche. Non è possibile che tutto ciò sia potuto avvenire all’oscuro delle autorità pubbliche, governative e dell’esercito, soprattutto in una nazione dove vigeva una rigidissima gerarchia sociale e militare.

1 Sheldon H. Harris, Factories of Death, op. cit., p. 47.

2 Polizia militare dell’esercito giapponese, controllata dal Ministero della guerra. Aveva pieni poteri di arresto e di indagine su civili e militari.

3 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p. 80.

4 Sheldon H. Harris, Factories of Death, op. cit., p. 55.

5 Ivi, pp. 55-56.

6 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., pp. 76-77.

7 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit, pp. 81-82.

8 Documents Relatifs au Procès des Anciens Militaires de l’Armée Japonaise Accusés d’Avoir Préparé et Employé l’Arme Bacteriologique, Edition en Langues Etrangères, Moscou 1950, p. 117.

9 Per un maggiore approfondimento consultare: George Hicks, The Confort Woman: Sex Slaves of the Japanese Imperial Forces, Allen & Urwin, London 1995 e Iris Chang, Lo Stupro di Nanchino, l’Olocausto Dimenticato della Seconda Guerra Mondiale, Casa Editrice Corbaccio, Milano 2000.

10 Hal Gold, Unit 731 Testimony, op. cit., pp. 163-164.

11 Sheldon H. Harris, Factories of Death, op. cit., p. 63.

12 Documents Relatifs au Procès, op. cit.

13 Documents Relatifs au Procès, op. cit.

14 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., pp. 99-100.

15 Documents Relatifs au Procès, op. cit.

16 John W. Powell, “ Japan’s Biological Weapons: 1930-1945. A Hidden Chapter in History”, Bulletin of Atomic Scientists, ottobre 1981.

 Le altre fabbriche della morte

Mappa della dislocazione delle maggiori Unità giapponesi per la sperimentazione di armi biologiche.

Come è già stato detto, Pingfan era il quartier generale di un’enorme struttura di sperimentazione per lo sviluppo di armi biologiche che comprendeva varie filiali in Cina e nelle altre zone del Sud-Est Asiatico sotto il controllo nipponico. Con le ingenti somme messe a disposizione dal governo, Ishii assicurò la creazione di molte basi satellite dove lavorarono centinaia di medici giapponesi e dove veniva addestrato il personale per compiere i test sugli uomini. In ogni fabbrica della morte venivano prodotti in quantità germi, batteri, virus e tossine necessari alla contaminazione di vaste aree di territorio.

L’Unità Songo (Unità 673) presso Sunyu era specializzata nelle ricerche sulle cause delle febbri emorragiche e sulla peste bubbonica. Molti roditori selvatici vennero catturati in Manciuria, allevati e infettati con le pulci appestate e coltivate nei laboratori. Questi ratti vennero utilizzati nelle successive sperimentazioni e operazioni di guerra biologica. L’Unità 673 si occupò anche di molti test umani sul congelamento. Altre basi più piccole erano situate ad ??? Hailaer (Unità 543), vicino alla frontiera con l’URSS, e in altre zone remote della Manciuria. A ?? Dalian nella provincia del ??Liaodong, sorse l’Istituto sanitario delle ferrovie della Manciuria del Sud dove venivano prodotte enormi quantità di vaccini per l’immunizzazione delle truppe dell’Armata Imperiale. Distaccamenti urbani dell’Unità 731 sorsero ad Haerbin, a ?? Shenyang, dove venivano studiati i microrganismi letali e le sostanza chimiche tossiche da utilizzare in un eventuale scontro con l’Unione Sovietica.

A Changchun si stabilì l’Unità 100, detta anche Unità Wakamatsu (il veterinario Wakamatsu Yujiro fu a capo del centro di sperimentazione dal 1936 al 1945) o Unità amministrativa per la protezione anti-epizootica equina dell’Armata del Kwantung. Venivano portati avanti gli esperimenti sulle armi biologiche contro animali, piante e raccolti. L’Unità si estendeva per una superficie di quasi venti chilometri quadrati che comprendeva, oltre ai vari laboratori, estesi terreni coltivati dove venivano sperimentate sostanze chimiche, batteri e funghi per la distruzione e la contaminazione dei raccolti di grano e riso. Sviluppò anche numerosi progetti di contaminazione del bestiame da spingere dietro le linee sovietiche1.
Agli ordini di Wakamatsu c’erano ottocento fra scienziati e soldati; gli edifici dell’Unità di Changchun erano numerosi e, come a Pingfan, la sede amministrativa, le prigioni e i laboratori erano accorpati e vi si accedeva tramite tunnel sotterranei segreti.

Le malattie trasmissibili dal contatto con gli equini furono le più studiate, come morva, l’anemia infettiva equina (malattia che distrugge il sistema immunitario) e la pirosplasmosi (infezione dei globuli rossi trasmessa dalle zecche). I tecnici di questa Unità concentrarono i loro esperimenti principalmente sui microrganismi trasmissibili da animale a uomo o sui microrganismi capaci di contaminare le risorse umane come i raccolti e le falde acquifere: svilupparono approfonditi studi ed esperimenti sul virus del mosaico, della ruggine rossa, su diserbanti chimici in modo da devastare interi raccolti; agenti patogeni vennero coltivati in laboratorio per trovare il modo più rapido ed efficace per sterminare mandrie di bestiame.
I pazienti dell’equipe di Wakamatsu ricevettero lo stesso trattamento che l’Unità 731 riservava ai suoi maruta: microrganismi e sostanze letali furono testati su centinaia di uomini, poi dissezionati per seguire gli sviluppi della malattia sperimentata. Le autopsie e le vivisezioni venivano condotte con un’estrema meticolosità come dimostrano due spessi rapporti2 che i giapponesi, al momento della resa nell’agosto del 1945, non riuscirono a distruggere. Il Rapporto G, costituito da 372 pagine, descrive ventuno casi di morva con numerose illustrazioni e centinaia di fotografie delle cellule malate. Il Rapporto A, 406 pagine, riporta le annotazione sulle vivisezioni di trenta persone infettate con l’antrace e il modo in cui nove prigionieri furono costretti a contrarre l’infezione intestinale dell’antrace mangiando cibo contaminato. Tutti i pazienti morirono in pochi giorni per emorragie interne e dopo un’atroce agonia.

Anche l’Unità 100 sviluppò alcune basi satellite in Manciuria che lavoravano in collaborazione con gli scienziati di Wakamatsu.
Il 18 aprile 1939 Ishii diede ordine di creare, nella città di Nanjing, l’Unità 1644 distaccamento dell’Unità antiepidemica per l’approvvigionamento idrico della Cina centrale, detta anche Unità Tama, e ne affidò la gestione al microbiologo Masuda Tomosada. Un ricercatore assegnato all’Unità di Nanjing rimasto anonimo3 scrisse che

nel luglio 1942 fui trasferito in Cina e il mese seguente assegnato all’Unità 1644 di Nanjing. Attrezzature e tecnici furono trasferiti da Haerbin. La struttura era buona; avevamo persino una piscina. Sotto il regime di Chiang Kai-shek [JiangJieshi], la struttura era in origine un ospedale civile. La parte anteriore del complesso ospedaliero si estendeva per duecento metri, isolata da alte mura difese da guardie. La struttura si sviluppava per settecento metri al di là di questo muro e c’era una grande croce rossa sul tetto dell’edificio principale. […] Le persone che lavorarono nell’Unità erano medici militari, medici specialisti, interpreti e dipendenti civili.
La nostra attività includeva lo sviluppo di vaccini preventivi, curare gli animali e prelevare sangue animale per la ricerca e la produzione di vaccini. Io fui assegnato al team che si occupava dei vaccini. Eravamo in centoventi, circa il dieci percento degli effettivi dell’Unità. Ogni giorno, io dovevo dare informazioni sul lavoro svolto il giorno precedente, incluso quale medico militare aveva effettuato quel lavoro, quali risultati si erano ottenuti e così via. Avevo il compito di scrivere tutti i dettagli in un rapporto di ricerca, poi ponevo il timbro sopra, «segreto», e lo mettevo al sicuro. Ogni persona collegata con gli esperimenti umani indossava uno speciale bottone al lato del suo cappello. I maruta erano tenuti in celle all’ultimo piano di un edificio a tre piani.
Si doveva passare attraverso gli uffici amministrativi per andare al terzo piano, dove erano le celle. L’area dei prigionieri era chiusa ermeticamente da una porta. Un metro prima di questa e di là da essa c’erano due tappetini pregni di materiale disinfettante per prevenire che i batteri potessero uscire restando attaccati alle scarpe. Dietro la porte, la stanza era di circa 10-15 metri quadrati con le celle tutte in fila. La maggior parte dei maruta nelle celle erano distesi a terra. Nella stessa stanza c’erano contenitori d’olio con topi infettati con i batteri della peste e pulci che si nutrivano sui topi. Non erano il tipo usuale di pulci, ma di una varietà trasparente. Intorno al perimetro della stanza c’era un solco largo trenta centimetri in cui scorreva l’acqua.
Vicino alla stanza per le dissezioni c’era la stanza dei campioni sperimentali umani.

I laboratori di batteriologia dell’Unità 1644 erano stati progettati in particolar modo per la messa a coltura di virus e batteri letali da utilizzare nelle azioni di guerra biologica. In un solo ciclo di produzione e utilizzando le duecento incubatrici che possedeva l’Unità, si potevano produrre fino a dieci chilogrammi di microrganismi. Gli scienziati di Nanjing somministrarono a civili cinesi una vasta varietà di sostanze chimiche tossiche e veleni come acetone, arsenicanti, cianuro, nitrito prussico, veleno del cobra, habu, amagasa e il veleno contenuto nella carne del pesce palla (fogu).
La posizione strategica di Nanjing rese l’Unità 1644 il punto di partenza delle varie missioni di sperimentazione e attuazione di guerra biologica nella Cina centrale.

Presso Anda, a circa 120 chilometri a nord-ovest di Pingfan, si stabilì un terreno di sperimentazione a cielo aperto in cui vennero effettuati test di bombe biologiche e batteriologiche, usando gli agenti patogeni di colera, peste bubbonica e altri microrganismi letali. Per queste particolari prove venivano utilizzati dai dieci ai cinquanta individui legati a dei pali e generalmente disposti in più circoli di diverso diametro, per poter stabilire la giusta distanza dal punto della deflagrazione alla persona che veniva colpita dalle schegge contaminate dell’ordigno. Le cavie erano protette da un elmetto e da un piatto di metallo che copriva il collo e tutto il busto. In questo modo, erano solamente gli arti esposti ad essere colpiti, evitando così che gli organi vitali dei maruta venissero mortalmente lesionati.
Il coreano Choi Hyung Shin lavorò come interprete per i giapponesi nell’Unità 1855 di Beijing dal 1942 al 1943 e testimoniò che
le cavie venivano infettate con la peste, il colera ed il tifo. Coloro che non erano stati ancora infettati venivano messi in differenti zone. C’erano grandi specchi nelle celle dei soggetti così da poter essere osservati in maniera migliore. Io parlavo con i prigionieri usando un microfono e guardandoli attraverso un pannello di vetro, traducendo le domande dei dottori: “hai la diarrea? hai emicranie? hai freddo?”. I dottori registravano attentamente tutte le risposte.
Durante un esperimento sul tifo, dieci persone furono costrette a bere una mistura di germi e a cinque di loro fu somministrato il vaccino. I due gruppi furono separati l’uno dall’altro. I dottori li visitavano attentamente e ponevano loro domande che io traducevo, registrando le risposte. Il vaccino funzionò con i cinque che erano stati immunizzati. Gli altri cinque soffrirono orribilmente.
Nei test con la peste, i prigionieri soffrirono di feroci brividi, di febbre alta e gemevano per i dolori, finché non morirono. Per quello che ho potuto vedere, ogni giorno una persona veniva uccisa4.
Choi si ammalò di appendicite e ne approfittò per fuggire dall’Unità 1855, in cui era stato costretto a lavorare. Fu catturato dal Kempeitai e sottoposto alla tortura dell’acqua5 mista a peperoncino che gli causò un danno permanente ai polmoni. Per cinquanta anni è stato costretto a continui ricoveri ospedalieri.
Molte altre ancora furono le fabbriche della morte e tutte lavorarono su soggetti umani, al di là di ogni morale scientifica e umana.

Principali fabbriche della morte giapponesi in Asia

Unità giapponesi di sviluppo e sperimentazione della guerra biologica

Pingfan

Unità 731 o Unità Ishii

Nanjing

Unità 1644 o Unità Tama

Beijing

Unità  1855

Changchun

Unità 100 o Unità Wakamatsu

Sunyu

Unità 673 o Unità Songo

Beiyinhe

Unità Togo

Hailaer

Unità 543

Dalian

Istituto sanitario delle ferrovie della Manciuria del Sud

Haerbin

Distaccamento dell’Unità 731

Shenyang

Distaccamento dell’Unità 731

Anda

Distaccamento dell’Unità 731

Shanghai

nome sconosciuto

Guangzhou

Unità 8604 o Unità Nami

Singapore

Unità 9420 o Unità Oka

Burma

nome sconosciuto

Rangoon

nome sconosciuto

Bangkok

nome sconosciuto

Manila

nome sconosciuto

1 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p. 164.

2 Sheldon H. Harris, Factories of Death, op. cit., p. 94.

3 Hal Gold, Unit 731 Testimony, op. cit., pp. 150-152.

4 Hal Gold, Unit 731 Testimony, op. cit., pp. 52-53.

5 Nella bocca e nelle narici della vittima veniva pompata dell’acqua nei polmoni finché il torturato non perdeva i sensi.

 Le bombe vive

Queste spaventose applicazioni belliche sono opera di medici che dovrebbero proteggere l’umanità dal dolore e dalla malattia
Franco Graziosi

Tutti gli scienziati e tecnici delle Unità di Ishii lavorarono febbrilmente alla produzione su larga scala di potenti e letali microrganismi biologici e batteriologici da impiegare negli attacchi contro il nemico. Per poter disseminare gli agenti patogeni su vaste aree si progettarono e realizzarono moltissimi mezzi di dispersione, ma soprattutto vi era il continuo bisogno di coltivare gigantesche quantità di batteri e virus sufficienti a provocare un’epidemia.
All’inizio si cercò di costruire proiettili esplosivi con ogive piene di agenti letali, ma, fin da subito, si rivelarono totalmente inefficaci: la detonazione uccideva i microrganismi impiegati o li rendeva innocui. Questo tipo di armi fu scartato e si cercò di produrre bombe specifiche che non annientassero il loro contenuto letale e, allo stesso tempo, adatte alla disseminazione su un vasto territorio.
La bomba HA fu progettata per disperdere, da alte quote e su un’ampia area, l’antrace sotto forma di spore o di batteri polverizzati. La forma era quella di una pallottola costituita da sottile acciaio e il suo scopo era quello di provocare ferite con schegge infette.
Le bombe Uji e le varianti Uji modello 50, realizzate per veicolare qualsiasi tipo di microrganismo, furono testate presso la pista aerea di Pingfan e di Anda su centinaia di prigionieri: le bombe risultarono inefficaci, la detonazione necessaria a spaccare l’acciaio annullava la letalità dei microrganismi. Venne progettata un’altra variante della bomba Uji, ma questa volta con pareti di ceramica con all’interno sei litri di liquido micidiale. Il sottotenente Segochi Kenichi, assistente della Divisione per la Produzione e la Fabbricazione dell’Unità 731, descrisse il tipo di bomba: “le bombe erano lunghe fra i 70 e gli 80 centimetri, per un diametro di circa 20. Sul fondo c’era un’apertura filettata. Le bombe erano cave all’interno, dove veniva inserita una spoletta a tempo. Sulla superficie del proiettile venivano fatte scanalature a zig-zag, mentre nella parte superiore venivano sistemati gli attacchi per lo stabilizzatore. Nelle scanalature veniva applicato l’esplosivo, che serviva a far deflagrare le bombe. Lanciate dagli aerei, queste dovevano esplodere prima dell’impatto al suolo1”. Nei proiettili venivano inserite delle palle di porcellana al cui interno erano immesse, per esempio, pulci dell’uomo veicolanti peste bubbonica, precedentemente coltivate e selezionate nei laboratori dell’edificio 7 dell’Unità 731. Una volta rotti i contenitori, le pulci si spostavano e infettavano la persone.
Si cercò anche di trovare alcuni metodi per disperdere batteri sotto forma di aerosol, delle vere e proprie nubi micidiali, ma i tecnici giapponesi ritennero questo sistema poco affidabile.
L’Unità 731 ideò anche le cosiddette bombe Madri e Figlie: la Madre controllava, con un radiocomando incorporato, l’esplosione delle Figlie, contenenti gli agenti microbiologici immersi in un liquido che si sarebbe diffuso al suolo. Oltre ad essere un sistema di attacco particolarmente costoso, non diede mai i risultati sperati. Per questo il progetto fu abbandonato.
Le bombe con le pareti di ceramica si rivelarono, dopo innumerevoli esperimenti sui soggetti cinesi, il sistema di diffusione per le epidemie più efficace e divenne quello maggiormente utilizzato.
La prima offensiva in cui fu impegnata l’Unità 731 fu nell’estate del 1939. Durante un attacco proditorio alle truppe sovietiche e mongole a Nomonhan, lungo i confini sino-sovietici. Dopo essere stati trasportati su camion all’interno di bidoni metallici, vennero gettati batteri del tifo in un fiume che scendeva nei pressi degli accampamenti nemici. Oltre quaranta membri dell’Unità giapponese contrassero il virus della febbre tifoide. Non si fece particolarmente attenzione alle necessarie misure di sicurezza da adottare durante simili trasporti eccezionali e si trascurò persino il fatto che i microrganismi del tifo non potessero sopravvivere nella corrente gelata del fiume. Proprio per questo, sorge il sospetto che Ishii stesse solamente tentando di dare maggior prestigio al proprio programma e di aumentare i fondi ad esso destinati, anche perché nessuno aveva avuto modo di constatare gli esiti dell’attacco. L’Unità 731 ricevette un premio, sebbene l’offensiva biologica si fosse dimostrata un totale fallimento, per aver contribuito con una “decisiva operazione tattica2”. Nel 1940, l’imperatore Hirohito autorizzò con un decreto un aumento nel numero dei ricercatori e delle strutture; l’aumento del territorio sotto il comando diretto di Ishii Shiro; l’apertura di nuovi centri scientifici in Manciuria; l’aumento di tremila tecnici al personale di stanza a Pingfan.
Nello stesso anno in cui Hirohito favorì un ulteriore sviluppo economico e strutturale delle ricerche scientifiche per la costruzione di armi di distruzione di massa, l’Unità per la Purificazione dell’Acqua di Pingfan sperimentò un nuovo attacco di guerra batteriologica, questa volta sulla popolazione civile di Ningbo, nella provincia dello Zhejiang.  Nel maggio del 1940, un aereo carico di 70 chili di batteri del tifo, 50 chili di batteri del colera e milioni e milioni di pulci veicolanti la peste bubbonica, partì dalla città di ?? Hangzhou. Scopo della missione era disperdere le pulci nei campi e nei pozzi idrici di Ningbo in modo da far ammalare il maggior numero di individui e ridurre in estrema povertà e degrado i pochi sopravvissuti che sarebbero rimasti. Gli attacchi batteriologici, compiuti in questa città, furono effettuati con differenti metodi: chicchi di grano cosparsi con batteri della peste e cotone contaminato furono gettati da aerei a bassa quota oppure vennero semplicemente liberate delle pulci. Nella stessa Ningbo, i pozzi vennero avvelenati con batteri che potevano vivere nell’acqua quali tifo e colera. Lo staff del programma di guerra biologica studiò, in loco,gli effetti degli attacchi, facendo particolare attenzione alla misure sanitarie che sarebbero state adottate per circoscrivere le epidemie e, soprattutto, se le unità antiepidemiche cinesi fossero state in grado di capire che le epidemie erano state causate artificialmente dei giapponesi. Il tenente colonnello Nishi Toshihide confessò nel 1949:

vidi un documentario sulla spedizione del Distaccamento 731 nella Cina centrale nel 1940. All’inizio le immagini mostravano un contenitore pieno di pulci infette della peste che veniva attaccato alla fusoliera di un aereo. Poi furono illustrati l’apparato diffusore e le procedure per attaccarlo alle ali dell’aereo. Apparve poi una didascalia che spiegava che l’apparecchiatura era carica di pulci infette. Dopodiché, quattro o cinque persone salirono sull’aereo, ma non saprei dire chi fossero. L’apparecchio decollò, e un’altra didascalia spiegò che stava volando verso il territorio nemico. La scena seguente lo mostrava in volo sopra le linee nemiche, poi si susseguirono immagini dell’aereo, delle truppe cinesi in movimento e dei villaggi. Dalle ali dell’aereo si vide uscire una nuvola di fumo, ma la didascalia chiarì che si trattava delle pulci che venivano disperse sul nemico. Poi l’apparecchio tornò alla base, e un’altra didascalia annunciava: «Operazione conclusa». L’aereo atterrò, una squadra di tecnici della disinfestazione lo mise in sicurezza. Quindi scesero i passeggeri: il primo fu il generale di divisione Ishii Shiro, seguito dal maggiore Ikari. Chi fossero gli altri, non saprei proprio dirlo. Questa scena fu seguita da un’altra didascalia: «Risultati», e fu mostrato un giornale cinese con la traduzione in giapponese. Il testo spiegava che una grave epidemia di peste era scoppiata nella zona di Ningbo. L’ultima inquadratura ritraeva alcuni operai cinesi in tuta bianca mentre disinfettavano la zona colpita dalla peste. Grazie a questo filmato, appresi, in modo piuttosto chiaro, che sulla regione di Ningbo erano state utilizzate armi biologiche3”.

I microrganismi lanciati su Ningbo erano così violenti, essendo stati precedentemente coltivati nei boilers umani, che provocarono la morte al 99% dei contagiati. I batteri vennero dispersi anche nella città di ??Quzhou, provincia dello Zhejiang. Nel mese di novembre, il morbo si diffuse nella vicina città di Yiwu. A ?? Jinhua furono dispersi strani granuli giallognoli, ma non si verificò alcuna epidemia. Focolai di tifo si verificarono a ?? Tangxi, villaggio nei pressi di Quzhou, dovuti all’inquinamento delle pozze acquifere da parte dei nipponici.
Il 4 novembre 1941, un solo aereo dell’Unità 731 lanciò sopra i cieli di ?? Changde, provincia dell’ ?? Hunan, grano, riso, cotone e pezzi di carta intrisi di batteri della peste e trentasei chilogrammi di pulci. La missione fu guidata dal colonnello Ota Kiyoshi, che già aveva condotto simili esperimenti su persone legate ai pali nel campo di Anda. Dopo pochi giorni dall’attacco, alcuni abitanti della città morirono colpiti dalla “Morte Nera”. Una missione della Croce Rossa cinese, basandosi sulle analisi del sangue e sullo studio di alcuni animali morti, concluse che la peste era stata provocata dall’attacco giapponese. L’epidemia si propagò ben presto in tutta la città e in centinaia di piccoli villaggi limitrofi causando, in base ad una ricerca molto accurata compiuta negli anni Novanta e durata sette anni, 7643 morti. Nell’aprile del 1942, il governo cinese formulò la prima accusa contro il Giappone, additandolo come l’unico responsabile delle epidemie di peste e tifo che stavano esplodendo in almeno tredici città della Cina centrale e denunciando il programma di sviluppo di armamento biologico e batteriologico nipponico.

I metodi di diffusione delle malattie non avvenivano solo attraverso i lanci aerei. Tecnici e scienziati dello staff di Ishii distribuivano materiali e cibi contaminati nei villaggi. Furono usate anche false vaccinazioni come metodo di contagio. Nel 1940, nei dintorni di Changchun vennero diffusi i batteri del colera. A questo punto Ishii Shiro organizzò una campagna di immunizzazione, ma i vaccini, forniti dalle Unità nipponiche, erano costituiti da batteri vivi e attivi del colera. Un veterano del Distaccamento 731, Shinohara Tsuro, raccontò che, mentre era impegnato in operazioni di guerra biologica in un piccolo paesino della Manciuria centrale, il suo istruttore capo e la sua equipe “portarono i batteri della peste ed eseguirono i test. Il metodo prevedeva che gli agenti patogeni fossero iniettati in dolciumi da avvolgere nella carta. Gli uomini dell’Unità 731 andarono in una zona dove alcuni bambini stavano giocando e cominciarono a mangiare dolci simili a quelli infetti. Due o tre giorni dopo, la squadra tornò in paese per indagare, e riferì casi di peste4”.
Fra il 1939 e il 1940, si svilupparono molti focolai di colera nelle zone intorno ad Haerbin. In ogni caso, i tecnici di Ishii, dopo aver compiuto le necessarie osservazioni, segnalavano sempre nuovi e migliori metodi per i futuri attacchi.

Il 22 giugno 1941, il F?hrer tedesco Adolf Hitler diede il via all’Operazione Barbarossa, con la quale la Germania dava inizio alla campagna militare contro il fronte orientale, attaccando l’Unione Sovietica. Il Capo di Stato Maggiore nipponico diede ordine alle varie Unità per la Purificazione dell’Acqua di aumentare sensibilmente la produzione di agenti biologici da impiegare in attacchi mirati lungo le frontiere sino-sovietiche a sostegno delle normali azioni armate convenzionali. Secondo le testimonianze rese durante il Processo di Khabarovsk, il Giappone voleva utilizzare armi biologiche contro le città sovietiche di Khabarovsk, Cita, Voroshilov e Blagoveschensk. Molti attacchi sperimentali furono compiuti dalle Unità di Ishii, ma non è tuttora chiaro quali ne siano stati gli esiti. E’ certo comunque che i giapponesi utilizzarono bacilli dell’antrace per contaminare il terreno e le riserve d’acqua, la morva venne utilizzata per infettare animali da pascolo e gettata in alcuni corsi d’acqua lungo il fiume Derbul, che scorre lungo la frontiera russo-mancese. L’Unità 100 a Changchun, nel marzo del 1944, aveva prodotto 200 chili di bacilli di antrace, 100 di morva e 30 chili di funghi della ruggine nera, un parassita che attacca il grano.

Nel 1942, l’armata imperiale nipponica avanzò nella provincia dello Zhejiang. Gli attacchi di guerra biologica in questa provincia avevano lo scopo di estendere il controllo giapponese in maniera più rapida ed efficace, oltre a rappresentare un buon terreno di prova per le nuove armi. Il generale Kiyoshi Kawashima testimoniò che “Ishii Shiro riunì il personale dirigente del Distaccamento 731 e lo informò che, a breve, sarebbe stata organizzata una spedizione nella Cina centrale, con l’obiettivo di studiare i migliori metodi per il dispiegamento delle armi biologiche. […] Fu emesso un ordine che distaccava un gruppo scelto in Cina centrale. […] Il gruppo doveva comprendere fra i cento e i trecento uomini. Si decise di utilizzare peste, colera e paratifo. […] Le azioni di guerra biologica si svolsero alla fine dell’agosto del 1942. Questo corpo di spedizione dell’Unità 731 operò nel territorio del Distaccamento Ei [Unità 1644 a Nanjing] dove aveva stabilito le proprie basi logistiche5”. Una delle prime città ad essere colpite durante questi nuovi attacchi fu Fuxing, al confine tra le province delle Zhejiang e ?? Jiangxi. Piume di uccelli ricoperte dai batteri dell’antrace furono disseminate sulla città e vennero utilizzati uccelli vivi cosparsi d’antrace con la speranza che questi facessero cadere le loro piume sulla popolazione, infettandola. Le piume risultarono un buon sistema di diffusione dell’antrace, in quanto riproducono l’habitat ideale nel quale possono sopravvivere i batteri, al riparo dai vari agenti atmosferici. Batteri della peste bubbonica furono disseminati sul piccolo paesino di ?? Shangrao. Come vettore si utilizzò cibo infetto o animali. Nel settembre 1942, toccò alla città di Chongshan di essere colpita dalla Yersinia pestis, e un terzo della popolazione morì del terribile morbo. Wang Lijun, in una testimonianza scritta al processo intentato contro il Giappone, nel 1997, da alcuni parenti delle vittime cinesi degli esperimenti nipponici, per ottenere un risarcimento e il giusto riconoscimento della tragedia subita, descrisse la sua esperienza:

nel 1942, quando avevo dieci anni, all’improvviso la peste diventò molto diffusa,  per via dei germi che il crudele esercito giapponese aveva sparso sopra al villaggio. Tutti i malati mostravano gli stessi sintomi: febbre alta, atroce mal di testa, sensazione di sete e ghiandole linfatiche gonfie. In appena un paio di mesi un terzo degli abitanti, ossia oltre quattrocento persone, furono uccisi dalla peste. […] Quando il villaggio era pieno di persone malate, arrivarono i soldati giapponesi in camice bianco e maschere antigas. Obbligarono gli abitanti  a riunirsi in una piazza in fondo al villaggio, poi esaminarono tutti e somministrarono iniezioni di farmaci ignoti.
I medici giapponesi confinarono i pazienti nella parte più lontana delle case. Comunque, non curarono i malati, ma li trattarono in modo orribile. Una ragazza di nome Wu Xiaonai fu sezionata e le furono tolti gli organi interni mentre era ancora viva, un’azione veramente diabolica. […] Inoltre, quando si seppellivano i cadaveri, spesso ai corpi mancavano le braccia o le gambe. Fino ad allora non avevamo mai avuto ammalati di  peste, né in paese né nei dintorni. E’accertato che quel tragico incidente fu provocato dalle armi biologiche dell’esercito giapponese. Non solo diffusero la peste, ma vivisezionarono le persone come fossero animali6”.

Da questa testimonianza si può ben capire come i tecnici di Ishii operassero test ed esperimenti direttamente sul campo e non più solamente all’interno delle varie Unità sparse per il territorio cinese. Dopo che l’epidemia a Chongshan raggiunse livelli stabili, i giapponesi tornarono per dare fuoco al villaggio, in modo da circoscrivere la malattia ed evitare che le truppe nipponiche, accampate nei pressi del paesino, fossero anch’esse contagiate. Gli abitanti ancora malati furono trascinati a forza fuori dalle loro case e vivisezionati nei campi.

Sempre nel 1942, con un’azione combinata di membri dell’Unità 731 e 1644, la città di ?? Baoshan nella provincia dello Yunnan fu bombardata con il colera. L’obiettivo era quello di tagliare fuori le vie di comunicazione degli alleati che attraverso la Birmania passavano per ?? Kunming per poi collegarsi con ?? Chongqing, capitale della Cina Nazionalista.
Bombe al colera, insieme alla contaminazione delle riserve idriche, fecero scoppiare nell’aprile del 1942, nell’intera provincia dello Yunnan, un’epidemia di enormi proporzioni. Il pericolo di essere contagiati era talmente alto da non permettere alle truppe cinesi di raggiungere la provincia meridionale. Ishii e i suoi tecnici avevano raggiunto un risultato strategico importantissimo in quanto diedero la possibilità all’armata giapponese di lasciare sguarnita la provincia dello Yunnan per andare a rinforzare altri fronti.
Venne creata un’apposita Unità, detta 113, addestrata nell’utilizzo delle armi biologiche. Cominciò con il contaminare varie riserve idriche lungo il confine tra Yunnan e Birmania per poi spostarsi verso Baoshan dove si unì ad altri gruppi di tecnici delle Unità 1644 e 8604 (o Unità Nami con base a ?? Guangzhou). Le tre Unità continuarono il loro lavoro di contaminazione a Baoshan, rilasciando enormi quantità di germi del colera nelle fonti d’acqua. Il 4 maggio 1942, cinquanta bombardieri nipponici sganciarono sulla città bombe convenzionali, bombe incendiarie e bombe biologiche di ceramica dette bombe Yagi o bombe larva, che, all’impatto con il suolo, liberavano una gelatina batterica piena di mosche vive che si posavano su persone, animali, cibo, acqua e utensili, depositando larve letali piene del vibrione del colera. I pochi sopravvissuti abbandonarono la città riversandosi nelle campagne circostanti, portando con loro la terribile malattia. Il 5, 6 e 8 maggio aerei giapponesi continuarono a bombardare con armi convenzionali la città ormai in macerie e quasi completamente sfollata. Lo scopo di questi attacchi, apparentemente senza senso, era quello di far fuggire i pochi abitanti rimasti e favorire l’effetto degli attacchi biologici: gli abitanti di Baoshan si erano inconsapevolmente trasformati in involucri di bombe biologiche. Molti furono anche coloro che si avventurarono nelle macerie della città in cerca di oggetti abbandonati da riportare nei loro villaggi: anche loro si trasformarono in veicoli della malattia.
Fino ad allora, non vi era mai stata notizia nello Yunnan di un’epidemia di colera, ma, nel giugno del 1942, la malattia si era diffusa in 66 contee su 108. In base ad uno studio di ricercatori cinesi compiuto nel 1999 “possiamo desumere che il numero totale delle vittime delle epidemie di colera provocate dai giapponesi nello Yunnan possa superare i 210.000 individui7”.

Nell’agosto del 1943, toccò alla provincia dello Shandong essere attaccata con il colera. Anche in questo caso la combinazione di attacchi convenzionali e bombe biologiche creò una numerosa massa di individui-vettori che si spostarono per i vari villaggi della provincia. Il numero delle vittime anche in questo caso fu enorme: l’epidemia devastò dodici contee nello Shandong, nove nell’Hebei e due nell’Henan causando almeno 200.000 morti. Con questa feroce campagna di annientamento, i giapponesi erano riusciti a bloccare temporaneamente l’avanzata delle forze comuniste in quelle regioni.

Il 9 agosto del 1945, l’Unione Sovietica denunciò il patto di non aggressione con il Giappone (firmato il 13 aprile 1941) e invase la Manciuria. L’Unità 100 iniziò ad evacuare il suo quartier generale a Changchun, distruggendo tutti le sue strutture e uccidendo gli operai che lavoravano all’interno del campo e i prigionieri ancora in vita con iniezioni al cianuro. Il 20 agosto, dopo che l’imperatore Hirohito, il 15, aveva annunciato la resa del Giappone, vennero liberati migliaia di ratti appestati e dalle scuderie dell’Unità 100, sessanta cavalli a cui era stata fatta mangiare avena infetta con la morva. Epidemie di peste bubbonica scoppiarono dal 1946 e per alcuni anni seguenti nella zona limitrofa a Changchun; una volta che i germi vengono dispersi, se incontrano situazioni ottimali, possono proliferare e riprodursi per decenni. Tutte le varie Unità di sperimentazione distrussero le strutture e la documentazione relativa agli studi scientifici effettuati; tutti le cavie-testimoni furono uccise con iniezione letali o fucilate.

1 Documents Relatifs au Procès, op. cit..

2 James Yin, The Rape of Biological Warfare, op. cit., p. 167.

3 Documents Relatifs au Procès, op. cit., pp. 287-288.

4 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p. 197.

5 Documents Relatifs au Procès, op. cit., pp. 261-262.

6 Keichiro Ichinose, Hidden Holocaust in the World War II by Japanese Army, Tokyo 1998, pp. 158-163.

7 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p. 224.

La resa dei conti

Il patto col diavolo

Per gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, il generale Ishii e molti altri membri dell’Unità 731 hanno vissuto la loro vita, soffrendo solamente delle naturali afflizioni della tarda età
John W. Powell

Nell’aprile del 1942, i tecnici e gli scienziati della Croce Rossa cinese guidati dal cinese Wen Quai Qian, pubblicarono il cosiddetto Rapporto Qian, frutto della prima indagine scientifica della storia sugli attacchi con armi biologiche e batteriologiche, nel quale vennero riportati i risultati delle ricerche effettuate nelle città di Changde, Ningbo, Jinhua e Quzhou che avevano subito gli attacchi biologici causati dalle Unità giapponesi. Subito dopo, a Chongqing, il governo del ??? Guomindang riunì una conferenza stampa in cui invitò molti giornalisti internazionali. Nel corso dell’incontro, il direttore generale dell’Amministrazione Sanitaria Cinese accusò il governo giapponese e l’Armata Imperiale giapponese di aver deliberatamente diffuso numerose epidemie di malattie mortali e altamente contagiose. Il Rapporto Qian fu tradotto in varie lingue, tra cui l’inglese, e distribuito a dieci ambasciate straniere di stanza a Chongqing. Il microbiologo statunitense Pullitzer, dopo aver lavorato al contenimento dell’epidemia di peste bubbonica riapparsa a Quzhou nel 1941 (ripercussione degli attacchi giapponesi dell’ottobre 1940), scrisse un articolo sull’Epidemic Prevention Weekly, settimanale di fama mondiale, in cui descriveva il proprio lavoro di esperto in Cina nella prevenzione delle epidemie .
Né il Rapporto Qian, né le pubbliche accuse, né l’articolo di Pullitzer servirono a smuovere l’attenzione delle potenze internazionali e dell’opinione pubblica mondiale su tali crimini contro l’umanità. Sicuramente gli Stati Uniti ne erano a conoscenza o, per lo meno, ne avevano il sospetto. Nel febbraio 1939, un gruppo di ricercatori giapponesi, tra cui Naito Ryoichi, aveva chiesto al Rockefeller Institute for Medical Research di New York di poter ottenere campioni di virus della febbre gialla , malattia trasmessa dalle punture delle zanzare e altamente letale. Nel momento in cui il Rockefeller Institute aveva respinto la richiesta, i ricercatori nipponici avevano tentato di corrompere un tecnico dell’istituto offrendogli 3.000 dollari, ma senza successo. Venne aperta un’inchiesta dal Dipartimento di Stato USA che chiaramente descriveva in modo molto sospetto l’atteggiamento dei nipponici e il fatto che i campioni richiesti potessero permettere al Giappone di “ottenere ceppi particolarmente letali del virus della febbre gialla con l’obiettivo di trasformarli in armi biologiche ”. Sicuramente gli USA non sottovalutarono affatto neanche il rapporto della Croce Rossa cinese del 1942: la guerra contro il Giappone era ormai cominciata e le armi invisibili potevano essere utilizzate anche contro i soldati americani impegnati nel Pacifico.

Molti prigionieri di guerra giapponesi catturati dalle forze armate USA confessarono, in più occasioni, di aver fatto parte di una qualche Unità di sperimentazione di armi biologiche e di aver compiuto o visto compiere test su cavie umane vive. Un prigioniero catturato il 12 maggio 1944 confessò di aver lavorato al dipartimento di batteriologia dell’Università del ?? Guangdong e di aver sentito dire che, nel luglio 1941, “il generale di divisione Ishii Shiro aveva condotto esperimenti con bombe biologiche al Distaccamento del collegio medico militare di Haerbin, in Manciuria ”. Altri due prigionieri di guerra giapponesi descrissero, con minuzia di particolari, la produzione degli agenti patogeni destinati all’uso nella guerra biologica e fecero persino dei riferimenti agli atroci test su cavie umane effettuati presso l’Unità 1644 a Nanjing. Inoltre, venne ritrovato, sull’isola di Morotai nel Pacifico, un manuale dell’Armata Imperiale che indicava il largo uso strategico delle armi biologiche .
Il 15 agosto del 1944, lo Stato Maggiore statunitense ordinò con un memorandum che tutte le prove di un eventuale attacco biologico fossero raccolte e messe al sicuro. I dati furono reperiti nella maggior parte delle nazioni del sud-est asiatico, man mano che l’avanzata USA dilagava.

A partire dal mese di novembre del 1944, più di novemila piccoli palloni aerostatici, gonfiati con idrogeno, partirono dall’isola più estesa del Giappone, Honshu, diretti verso gli Stati Uniti. Volarono su Messico, California, Oregon, Washington, Canada. Molti furono intercettati dalla contraerea, ma altri furono ritrovati in Texas, Hawaii, Utah, Wyoming, Montana, Dakota, Alberta, Manitoba, Los Angeles e Michigan. I palloni, di un diametro di dieci metri e fatti con carta di gelso, realizzati dalla Divisione di Ricerca Tecnologica della Nona Armata Giapponese, avevano lo scopo di creare vasti incendi nelle foreste americane attraverso contenitori, attaccati ai palloni, pieni di bombe incendiare. Probabilmente, si trattava più che altro di un’azione dimostrativa. Le uniche vittime documentate, infatti, furono una madre e i suoi cinque figli, nell’Oregon, che incautamente si avvicinarono a quegli strani oggetti. Nel marzo del 1945, un pallone nipponico cadde nello stato di Washington causando un’interruzione alle linee elettriche. Solamente nel maggio del 1945, la popolazione americana fu allertata per la possibile presenza delle nuove armi giapponesi. Furono 230 i palloni recuperati, gli altri o esplosero in aria o caddero nell’oceano Pacifico .
Sebbene gli “aerostati” non causassero danni rilevanti, avrebbero potuto rappresentare una terribile arma se avessero contenuto degli agenti biologici letali. Gli investigatori statunitensi se ne resero subito conto, altrimenti non avrebbero mandato il tenente colonnello Murray Sanders ad esaminare i palloni. Sanders era un medico e microbiologo del centro di ricerche sulle armi batteriologiche di Camp Detrick (aperto nell’aprile del 1943 e rinominato Fort Detrick nel 1956) nel Maryland. Nel dicembre del 1944, Sanders fu chiamato a Washington per analizzare due palloni giapponesi trovati nel Montana e sulla spiaggia di San Diego. Il suo compito era quello di accertare se le nuove armi giapponesi avessero potuto trasportare agenti patogeni e il rapporto di Sanders “spaventò a morte ” i militari. Egli spiegò che le malattie trasmesse dalle zanzare, come l’encefalite B giapponese, potevano causare un’ecatombe, poiché quel tipo di insetti è molto diffuso negli USA e la popolazione non aveva difese immunitarie per quelle patologie. Tuttavia queste affermazioni lasciano molti dubbi tra gli studiosi poiché il virus dell’encefalite B per poter dilagare in una vera e propria epidemia ha bisogno di essere disperso su zanzare del luogo. Anche l’antrace, affermò Sanders, poteva essere agevolmente inserita nei palloni e contaminare principalmente terreni e animali da pascolo, ma, anche in questo caso, l’antrace ha bisogno di ottimali condizioni ambientali per poter sopravvivere (come dimostrarono più e più volte gli scienziati giapponesi) e, di conseguenza, la lunga esposizione al sole o all’aria l’avrebbe resa totalmente innocua. Probabilmente, Sanders cercava di impressionare i vertici militari e di ottenere il consenso per ulteriori e più approfondite ricerche nel campo delle armi biologiche. Il tenente colonnello di Camp Detrick esaminò anche altri palloni rinvenuti in Canada e nelle Hawaii. Alla fine del suo lavoro, non si trovarono tracce di agenti biologici nocivi.
Nel marzo del 1945, Sanders descrisse, durante alcune riunioni nelle basi militari di San Francisco e Omaha, alcune bombe biologicheche i giapponesi avevano utilizzato nei loro attacchi in Cina e affermò erroneamente che il quartier generale della produzione dell’armamento biologico si trovava a Nanjing.
Il generale Douglas MacArthur ordinò a Sanders di incontrarlo a Manila, nelle Filippine, per verificare che tipi di armi biologiche potessero essere utilizzate contro l’esercito statunitense al momento dell’occupazione dell’isola di Honshu. Ma lo sgancio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, rispettivamente il 6 e 9 agosto 1945, evitò lo sbarco. A Sanders allora fu ordinato di valutare i risultati degli attacchi biologici compiuti dai giapponesi in Cina e di rintracciare la presunta mente del programma di sviluppo e produzione di un arsenale biologico, Ishii Shiro. Nel settembre del 1945, Sanders insieme ad altri sei tecnici si recò in Giappone con la sensazione che i medici nipponici avessero compiuto cose inimmaginabili.

Gli ex tecnici e scienziati delle varie Unità antiepidemiche che avevano lavorato in Cina, si erano ormai rifugiati in Giappone e, distrutte o quanto meno nascoste le prove che li legavano alla sperimentazione sull’uomo, fecero voto di silenzio. Ma, dopo che giunse voce che il microbiologo americano Murray Sanders sarebbe giunto in Giappone per fare delle ricerche approfondite su una presunta produzione su larga scala di agenti patogeni da utilizzare contro il nemico, cercarono di correre ai ripari. Infatti Sanders non fece nemmeno in tempo ad attraccare presso il porto di Yokohama, che fu immediatamente ricevuto da una persona che si presentò come suo interprete, Naito Ryoichi, colui che, sei anni prima, aveva cercato di ottenere il virus della febbre gialla dal Rockefeller Institute di New York. L’obiettivo di Naito e degli altri veterani dell’Unità 731 era quello di ottenere una totale immunità dall’accusa di crimini di guerra in cambio delle rivelazioni che avrebbero potuto fare agli statunitensi. E fin da subito, Naito si adoperò per far intendere ai suoi intervistatori che egli e i suoi ex colleghi erano in possesso di un’enorme mole di materiale segreto. La missione di Sanders era quella di raccogliere qualsiasi particolare su tutte le persone ed i luoghi coinvolti nella sperimentazione giapponese e per fare ciò si incontrava tutte le settimane a Tokyo con Naito. Questi, al termine di ogni incontro, si consultava segretamente con gli ex veterani dell’Unità 731 per decidere quali delle informazioni in loro possesso potessero essere passate agli americani e quali invece avrebbero dovuto usare per successivi negoziati. Quando i medici giapponesi si rifiutarono di rivelare informazioni importanti e più particolareggiate, a Sanders bastò la minaccia di intervento di una commissione d’inchiesta sovietica per fare in modo che Naito gli fornisse un diagramma sulla struttura gerarchica del programma biologico nipponico . Lo schema di Naito presentò per la prima volta i nomi degli istituti e dei distaccamenti che avevano lavorato con agenti patogeni, chimici e tossici da utilizzare in attacchi biologici; fece il nome della Boeki Kyusui Bu (Unità per la purificazione dell’acqua o Unità 731). Naito presentò anche un manoscritto in cui si confessava l’attivo coinvolgimento giapponese nella guerra biologica, ma non fu fatto alcun accenno agli esperimenti sull’uomo o all’utilizzo di armi biologiche sulla popolazione civile anzi si legge che “è vero che l’esercito giapponese aveva strutture non solo per la difesa, ma anche per l’uso offensivo delle armi biologiche. Ma il Comando Supremo non ebbe mai la volontà di condurre attacchi biologici contro il nemico, finché il nemico stesso non avesse cominciato ad usarli. Poiché nessuna nazione combattente lanciò mai tali attacchi al Giappone, il Comando Supremo non ebbe mai occasione, né motivo, per usare le armi biologiche ”. Era la prova che il Giappone si era effettivamente e al di là di ogni dubbio impegnato nella ricerca offensiva di agenti patogeni: ciò che Sanders sperava di sapere.
Il generale MacArthur era il diretto responsabile del lavoro di Sanders e dopo aver esaminato tutti i documenti che gli erano stati sottoposti dal microbiologo decise di accordare la totale e più completa immunità giudiziaria, nonché l’anonimato, a chi avesse confessato la propria attività e a chi avesse fornito i documenti relativi alle ricerche effettuate nel campo della sperimentazione biologica. L’accordo fu  siglato e da quel momento in poi “i dati arrivarono ad ondate, riuscivamo appena a farvi fronte ”, disse Sanders. Tra questi dati vi erano moltissimi reperti di autopsie e vivisezioni di cavie umane cinesi, per la maggior parte, e sovietiche, ma anche molti tessuti contenuti in vasi di formalina e campioni di agenti patogeni. Tutto fu attentamente studiato e archiviato dai vari reparti di guerra chimica e batteriologica statunitensi in Giappone e a Camp Detrick.
Il generale di divisione Ishii Shiro rimase nascosto finché non gli fu chiaro che gli USA non avevano alcuna intenzione di portarlo davanti a Corti Militari di Giustizia Internazionale per rendere conto degli abomini contro l’umanità da lui commessi. Tutt’altro! Gli alti vertici politici e militari degli Stati Uniti avevano l’intenzione di sfruttare l’enorme potenziale di conoscenze del più grande esperto al mondo di metodi di guerra biologica e batteriologica. In quanto mente del programma, Ishii fu sottoposto agli arresti domiciliari e continuamente interrogato da due tecnici di Camp Detrick, il tenente colonnello Arvo Thompson e il dottor Norbert Fell.
Gli Stati Uniti non erano gli unici ad aver investigato sui terribili esperimenti giapponesi, anche l’URSS aveva interrogato due uomini molto importanti dell’Unità 731, il colonnello Ota Kiyoshi e il colonnello Kikuchi Hitoshi, e nel febbraio 1947 chiesero formalmente al generale MacArthur di poter interrogare il dottor Ishii Shiro. Gli Stati Uniti acconsentirono alle richieste dei sovietici, ma solo dopo che Ishii e colleghi furono debitamente istruiti dagli americani in modo da non rivelare alcuna informazione utile riguardo ai loro test e almeno un ufficiale statunitense avrebbe partecipato ai vari colloqui. Gli USA volevano il possesso esclusivo dei dati acquisiti dai medici giapponesi. La figlia di Ishii, Ishii Harumi, ricordò in un’intervista che “un giorno gli americani mi dissero che degli ufficiali russi sarebbero venuti a far visita a mio padre. Mi avvisarono di non tradire in alcun modo la cordialità che avevamo dimostrato agli americani, qualora ne avessimo riconosciuto qualcuno fra quelli che scortavano i sovietici. Gli ufficiali sovietici vennero a casa nostra solo due volte. Durante le loro interviste con mio padre, gli ufficiali americani erano sempre presenti. Presumo che ulteriori richieste dei sovietici per interrogarlo fossero state respinte dalle autorità americane ”. Numerosissimi furono i colloqui tra Ishii e i ricercatori di Camp Detrick, così tanti che nella casa di Ishii si respirava ormai un’atmosfera intima e festosa.

Norbert Fell si occupò anche di intervistare altri importanti medici giapponesi tra i quali Kitano, Naito e Wakamatsu dai quali ricevette: un rapporto di sessanta pagine redatto da alcuni ricercatori sulle armi biologiche; alcuni studi sulle potenzialità dell’uso della peste da parte di dieci esperti sulla sperimentazione sull’uomo; seicento pagine di rapporti sui test su cavie umane e ottomila tra diapositive e microfilm sugli esperimenti. Ishii fece intendere che tantissimo altro materiale era in suo possesso e che “se concederete l’immunità ufficiale a me, ai miei superiori e ai miei subordinati, io posso raccogliere tutte le informazioni per conto vostro. Vorrei collaborare con gli Stati Uniti in qualità di esperto di armi biologiche. Nella preparazione della guerra contro l’Unione Sovietica, io posso assicurarvi i vantaggi delle mie ricerche e della mia esperienza ventennale ”. Per immunità ufficiale si intendeva un documento scritto che avrebbe permesso a chi ne era in possesso di non essere mai sottoposto a giudizio anche nel caso in cui gli USA avessero ritrattato la loro protezione e copertura ai crimini di guerra e contro l’umanità compiuti nella più completa indifferenza al bene e al male.
Il 6 maggio 1947, MacArthur chiese al Comitato di Coordinamento del Dipartimento di Stato, della Marina e della Difesa (SWNCC) la richiesta di immunità ufficiale per Ishii e colleghi in cambio di importanti ed ulteriori informazioni comunicando a Washington: “richiesta esenzione dalla persecuzione per i membri dell’Unità 731. Utili informazioni su  vivisezione”.
L’SWNCC incaricò Alva Carpenter, investigatore legale, di occuparsi delle prove di cui gli Stati Uniti erano entrati in possesso riguardo a tutti i giapponesi che avevano collaborato e richiesto l’immunità. Il lavoro di Carpenter consisteva nel trovare delle scappatoie legali nel caso in cui alcuni membri del programma di guerra biologica fossero stati chiamati a giudizio dalle altre nazioni alleate, quali URSS, Gran Bretagna e Australia, nazioni che avevano subito gli orrori dell’Armata Imperiale giapponese . Carpenter indicò che se un qualsiasi paese avesse chiesto dei chiarimenti relativi ai crimini di guerra biologica, i legali americani avrebbero dovuto avallare la tesi che le prove contro Ishii e il suo staff non erano del tutto attendibili poiché basate su fonti anonime e su voci forse infondate. Questo cavillo legale doveva servire anche per continuare in segreto la raccolta di tutte le informazioni sulle armi invisibili. Carpenter affermò inoltre che gli interrogatori dei medici nipponici non rivelavano prove sufficienti per intraprendere azioni legali, sebbene dalle confessioni emerse che criminali comuni, contadini, donne e bambini erano stati usati a scopo sperimentale.

Tuttavia, l’organismo che sosteneva l’accusa nei processi per crimini di guerra compiuti dai giapponesi, l’International Prosecution Section (IPS), iniziò ad indagare per proprio conto sulle accuse di guerra biologica . L’IPS utilizzò informazioni relative agli attacchi biologici compiuti nel 1940 in Cina, il Rapporto Qian del 1942 e la testimonianza del maggiore Karasawa Tomio. Catturato dai sovietici, egli confessò gli attacchi su Ningbo e Hangzhou con peste, tifo e colera; confessò che tutta la struttura con a capo Ishii Shiro dipendeva direttamente dai più alti vertici militari nipponici, i quali utilizzavano le armi biologiche nelle loro operazioni strategiche; confessò che prigionieri cinesi e russi erano stati utilizzati come pezzi di legno sui quali sperimentare i più terribili flagelli dell’umanità e sui quali coltivare gli agenti patogeni più virulenti. I membri dell’IPS si avvalsero anche della testimonianza scritta di Hataba Osamu, uno dei molti disertori del programma biologico che era passato alle forze nazionalista cinesi, nel quale si affermava che l’Unità 1644, di cui aveva fatto parte, aveva “svolto compiti di diffusione per via aerea delle malattie sul fronte. La squadra aveva sicuramente più di due aerei speciali. […] So che gli atti disumani sopra descritti furono compiuti sotto l’eufemismo di Guerra Santa, e io sono uno di quelli che disertarono dalla squadra. Inoltre, nella sezione scientifica, stavano conducendo studi anche sulle sostanze tossiche ”. Hari Hasane confessò, sempre all’ISP, che le Unità antiepidemiche in realtà producevano germi e virus su larga scala da utilizzare contro il nemico e i civili e che l’Unità di Nanjing aveva dato a 3000 prigionieri di guerra cinesi dolcetti infetti con tifo e paratifo. L’accusa a questo punto aveva in mano una grande quantità di prove che collegavano il Giappone alla guerra biologica e alla sperimentazione sull’uomo.

Il 19 gennaio 1946, per proclama generale di MacArthur, venne istituito a Tokyo il Tribunale Militare Internazionale dell’Estremo Oriente (IMTFE), il più grande processo mai avvenuto per crimini di guerra e contro l’umanità, durante il quale vennero giudicati ventotto criminali giapponesi di classe A. Il Tribunale aprì i lavori il 3 maggio 1946 e, dopo 417 udienze e dopo aver ascoltato 419 testimoni, si concluse il 12 novembre del 1948, con sette condanne a morte, sedici all’ergastolo, una a venti e una a sette anni; due imputati morirono e uno fu internato in un ospedale psichiatrico per manifesta pazzia. I giudici rappresentavano ben dodici nazionalità e erano magistrati, giuristi, parlamentari che godevano di ottima reputazione nei loro rispettivi paesi; gli avvocati difensori, in parte statunitensi, in parte giapponesi, erano 104, mentre 72 erano i membri del collegio dell’accusa sia civili che militari.
Ishii Shiro e la sua equipe non vennero neanche nominati: le prove raccolte dall’IPS non furono né presentate né compaiono nelle numerose pagine dei verbali del processo. Perché? Eppure le prove erano evidenti: le alte sfere politiche e militari giapponesi avevano, senza dubbio alcuno, portato avanti un enorme progetto di sperimentazione e sviluppo di armi di distruzione di massa. Per tutta la durata dell’IMTFE, non si fece mai riferimento alle epidemie scoppiate in Cina centrale, deliberatamente e oggettivamente provocate dai giapponesi.
Il capo dell’IPS era l’americano Joseph Keenan. Egli si consultò continuamente, durante la raccolta delle prove e per tutta la durata del processo, con il generale MacArthur e con il Dipartimento della Difesa, che probabilmente fecero pressioni sulle indagini dell’IPS per sotterrare le prove contro il Giappone.
Solamente le confessioni di Hataba furono lette durante il Processo di Tokyo. Fu lo statunitense David Sutton, a capo delle indagini relative allo Stupro di Nanjing, che pronunciò tre brevi frasi il 7 novembre del 1946 . Sutton lesse una versione censurata e profondamente modificata della confessione scritta di Hataba, secondo la quale i giapponesi compirono terribili attacchi biologici: “il nemico […] catturò dei nostri connazionali e li utilizzò per esperimenti medici. Furono loro iniettati vari tipi di batteri tossici e poi eseguiti degli esperimenti per studiarne le condizioni. Cani e gatti erano comunemente sacrificati negli esperimenti medici, ma sacrificare dei nostri fratelli e prigionieri è un vero atto di barbarie compiuto dai nostri nemici ”. Sutton continuò a leggere la parte successiva della testimonianza che non aveva nulla a che vedere con gli esperimenti segreti. In base ai verbali del processo, il presidente della corte, l’australiano Sir William Webb, chiese se le prove erano solamente quelle che aveva sottoposto l’investigatore statunitense. Sutton rispose che non vi erano altre prove. Due avvocati difensori americani, Alfred Brooks e Michael Levin, incaricati di difendere alcuni generali giapponesi, contestarono le accuse, troppo disumane per essere vere , e fecero passare il capo d’accusa come diffamatorio. Il giudice Webb accolse l’obiezione dicendo che “mi sembra che queste asserzioni gratuite non siano fondate su alcuna prova”. Per tutta la durata del processo non si parlò più delle sperimentazioni segrete giapponesi e le altre prove raccolte dall’IPS furono accantonate.
Durante il processo di Yokohama, svolto nel 1948 e promosso dallo SCAP (Comando Supremo delle Potenze Alleate), vennero giudicati alcuni studenti e medici dell’Università di medicina del Kyushu, accusati di aver vivisezionato otto aviatori americani prigionieri di guerra paracadutati da un B-29 abbattuto. Il processo non ebbe una risonanza a livello mondiale, sebbene le accuse mosse contro i giapponesi fossero orribili: sperimentazione umana, vivisezioni e persino cannibalismo rituale. Nell’agosto del 1948, la corte condannò la maggior parte degli imputati a pene che variavano da un minimo di 15 anni ad un massimo di 25; due medici vennero condannati a morte, ma uno si suicidò e all’altro fu commutata la pena in ergastolo.
Nel 1948, gli Stati Uniti avevano ormai raccolto tutti i dati relativi alle armi biologiche giapponesi, sperimentate sulla pelle di migliaia e migliaia di civili innocenti. Moltissimi dati su antrace, botulino, brucellosi, colera, dissenteria, cancrena gassosa, morva, influenza, meningite, peste, studi sulle malattie delle piante, salmonella, febbri emorragiche, tetano, vaiolo, tubercolosi, tularemia, voluminosi tomi nei quali erano descritte nei più minuti particolari le osservazioni dopo le vivisezioni e le dissezioni umane, erano ora nelle mani dell’esercito statunitense.
Gli spietati medici giapponesi non furono mai chiamati a giudizio nei vari processi militari internazionali che si svolsero in molte località dell’Asia e del Pacifico: una spessa coltre di segretezza e di silenzio, eretta dagli Stati Uniti, stava nascondendo l’abominio dell’Unità 731 e dei suoi vari Distaccamenti. Il 13 marzo 1948, mentre l’IMTFE era ancora in corso, il ministero della Difesa USA telegrafò alla Sezione Legale di MacArthur a Tokyo: “permesso accordato”, a Ishii e colleghi sarebbe stata accordata la totale immunità. Il ricercatore di Camp Detrick, Edwin V. Hill, scrisse:

Le informazioni raccolte in questa indagine hanno completato ed ampliato le nozioni già acquisite in questo campo. Forniscono dati che gli scienziati giapponesi hanno ottenuto con molti milioni di dollari e molti anni di lavoro. […] Tali informazioni ce le siamo assicurate, a tutt’oggi, con una spesa totale di 250.000 yen, una vera miseria rispetto ai costi effettivi degli studi. […] E’ auspicabile che agli individui che hanno volontariamente passato queste informazioni siano risparmiate le accuse che potrebbero sorgerne, e che si faccia qualsiasi sforzo perché tali dati non cadano in mani altrui .

Negli anni del dopoguerra cominciò a delinearsi il radicale scontro ideologico, politico e militare tra le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. Gli USA si autonominarono a guida del cosiddetto mondo libero vedendo ovunque risorse e punti vitali per la propria sicurezza. Si radicò sempre più la volontà di assurgere ad un ruolo egemonico mondiale conquistato con le due guerre mondiali e attraverso la tradizionale vocazione a proporre il modello statunitense come quello esemplare . Nell’ottica della Guerra Fredda era forse accettabile calpestare i fondamentali diritti umani, che un paese che si dichiara esportatore della libertà dovrebbe possedere come capisaldi della propria politica, in nome di un vantaggio tecnologico senza limite ed etica? Ed era forse ammissibile la feroce contraddizione tra la pretesa di esportare la democrazia nel mondo e la totale copertura degli orrori e delle agonie patite da oltre migliaia e migliaia di individui trasformati in cavie umane?

Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., pp. 243-244.

Peter Williams, David Wallace, Unit 731, op. cit., pp. 91-93.

Ivi., pp. 92-93.

Hal Gold, Unit 731 Testimony, op. cit., p. 102.

Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., pp. 247-248.

Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p. 251.

Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p. 254.

Peter Williams, David Wallace, Unit 731, op. cit., p. 131.

Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p. 266.

Hal Gold, Unit 731 Testimony, op. cit., p. 97.

Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p. 270.

Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., pp. 272-273.

Per un maggiore approfondimento consultare: Lord Russell of Liverpool, I Cavalieri del Bushido. Storia dei Crimini di Guerra Giapponesi. La Strage di Nanchino e i Crimini Commessi Contro i Prigionieri di Guerra Alleati, Newton & Compton Editori, Roma 2003.

Peter Williams, David Wallace, Unit 731, op. cit., pp. 176-177.

Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p. 276.

Arnold C. Brackman, The Other Nuremberg: The Untold Story of the Tokyo War Crimes Trial, William Morrow, New York 1987, pp. 196-197.

Sheldon H. Harris, Factories of Death, op. cit., p. 181.

Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p. 280.

John W. Powell, “Japan’s Biological Weapons”, op. cit., ottobre 1981.

Oliviero Bergamini, Storia degli Stati Uniti d’America, Editori Laterza, Bari 2004, p. 182.

Il processo di Khabarovs

L'unica inchiesta giudiziaria mossa contro i fatti concernenti lo sviluppo giapponese della guerra biologica e la sua sperimentazione su cavie umane, avvenne a Khabarovsk in Unione Sovietica, nella Siberia orientale lungo il confine sino-sovietico. Dal 25 al 31 dicembre del 1949, furono portati alla sbarra dodici membri delle Unità 731 e 1644, catturati dai sovietici nel 1945, nel momento in cui l’URSS scoprì le varie fabbriche della morte, nel corso della sua avanzata nella Manciuria. Le prove da esporre alla giuria, raccolte nei quattro anni precedenti al processo, si basarono su diciotto volumi che raccoglievano interviste, testimonianze di soldati nipponici collegati alle varie Unità antiepidemiche e centinaia di pagine di deposizioni relative al segreto sviluppo di armi biologiche di distruzione di massa e alla sperimentazione di una larga quantità di virus e batteri letali su esseri umani. Ogni medico giapponese accusato confessò di aver commesso terribili crimini contro civili cinesi e di aver utilizzato uomini, donne e bambini sovietici negli esperimenti. I dodici imputati accusarono l’imperatore Hirohito, non solo di essere a conoscenza delle nuove armi nipponiche e di essere profondamente legato al programma di guerra biologica, ma anche di aver dato il via libera alla costruzione delle Unità di Pingfan e Changchun. Il Ministro della Guerra e gli alti ufficiali del governo nipponico furono accusati di aver pianificato operazioni di offensiva biologica. Testimoniarono persino che molti prigionieri di guerra americani erano stati usati come cavie nei test.
I dodici uomini imputati erano1:
  1. Yamada Otozoo, generale ed ex comandante in capo dell’Armata del Kwantung;
  2. Ryuji Kajitsuka, tenente generale dei servizi di sanità, batteriologo ed ex capo della Direzione della Sanità dell’Armata del Kwantung;
  3. Takahashi Takaatsu, chimico e biologo, generale di divisione dei servizi veterinari, ex capo di divisione del servizio veterinario dell’Armata del Kwantung;
  4. Kawashima Kiyoshi, batteriologo, generale maggiore del servizio di sanità, ex capo del servizio di produzione dell’Unità 731;
  5. Nishi Toshihide, batteriologo, tenente colonnello del servizio di sanità, ex capo del servizio d’intrattenimento e d’istruzione dell’Unità 731;
  6. Karasawa Tomio, batteriologo, maggiore del servizio di sanità, ex capo della sezione di produzione dell’Unità 731;
  7. Onoue Masao, batteriologo, maggiore del servizio di sanità, ex capo del Distaccamento 643 dell’Unità 731;
  8. Sato Shunji, batteriologo, generale maggiore del servizio di sanità, ex capo del servizio di sanità della V Armata;
  9. Hirazakura Zensaku, veterinario, tenente del servizio veterinario, ex collaboratore dell’Unità 100;
  10. Mitomo Kazuo, sergente maggiore, ex collaboratore dell’Unità 100;
  11. Kikuchi Norimitsu, infermiere stagista al laboratorio del Distaccamento 643 dell’Unità 731;
  12. Kurushima Yuji, ex infermiere del laboratorio del Distaccamento 162 dell’Unità 731.

Come risulta dai verbali del processo, ogni accusato confessò i crimini per i quali stava per essere giudicato, senza avvalersi di alcuna circostanza attenuante. La difesa ammise alla corte sovietica che i suoi clienti erano effettivamente colpevoli delle accuse loro mosse, confidando solamente nella clemenza dei giudici.
Il processo di Khabarovsk non ebbe un forte impatto mediatico, ma allarmò il governo statunitense. Nei lunghi dispacci tra il Dipartimento di Stato USA e il quartier generale degli uffici di MacArthur a Tokyo si cercò di coprire ai media occidentali tutte le informazioni disponibili sul procedimento giudiziario. Molti commenti erano annessi alle comunicazioni segrete tra Washington e Tokyo, che vennero usati come linee guida alle domande che la stampa americana poneva al governo per una presa di posizione nei confronti di ciò che stava accadendo a Khabarovsk2.
Ancor prima dell’avvio del processo, si aprì un dibattito tra USA e URSS relativo alla valenza puramente politica del procedimento. Gli Stati Uniti accusavano i sovietici di utilizzare Khabarovsk come risposta alle accuse americane di detenere ancora prigionieri di guerra giapponesi, sebbene le accuse di guerra biologica al Giappone non fossero legate alla risoluzione della questione dei prigionieri di guerra. Il Dipartimento di Stato portò avanti la tesi che l’Unione Sovietica aveva l’intenzione di utilizzare Khabarovsk per mettere in pericolo i negoziati di pace con il Giappone, che stavano per avere inizio, vista la brevissima durata del procedimento giudiziario. Si desume dai dispacci statunitensi che le lunghe indagini portate avanti dall’URSS fino al dicembre del 1949, erano dovute al fatto che i sovietici si mostravano interessati ad acquisire le informazioni dai tecnici giapponesi relative alla guerra biologica. Il governo sovietico, inoltre, avrebbe potuto accusare gli USA di essersi già accaparrati i dati relativi alle armi biologiche da utilizzare in un futuro scontro contro il blocco comunista. L’ambasciatore americano a Mosca credeva che i sovietici stessero preparando da lungo tempo un processo dimostrativo e che aspettassero solamente il momento adatto per metterlo in scena.

Dall’altro lato, la stampa sovietica mise bene in evidenza come molti criminali giapponesi non fossero presenti al Processo di Khabarovsk e il fatto che Ishii Shiro e molti suoi colleghi fossero al sicuro e liberi in Giappone. I media accusarono gli Stati Uniti di non aver presentato al Tribunale Militare Internazionale di Tokyo le prove dell’IPS relative ai crimini di guerra biologica e sottolinearono come l’imperatore Hirohito e importanti membri della casa imperiale fossero indubbiamente legati a tali atrocità. La risposta statunitense a queste accuse venne fornita da un portavoce di MacArthur che affermò che nella sezione chimica giapponese e nei suoi quartier generali non era stato trovato nulla di particolarmente significativo riguardo all’uso di armi letali batteriologiche da parte del Giappone. Indubbiamente vero, come è vero che i reparti chimici non erano coinvolti, se non in minima parte, nelle accuse contro i medici giapponesi. Il portavoce continuò nelle sue mistificazioni affermando che i nipponici avevano usato, nei loro test, solamente animali e cavie da laboratorio e negò persino il fatto che prigionieri di guerra statunitensi fossero stati utilizzati negli esperimenti, cosa che invece fu confessata da più d’uno degli indagati a Khabarovsk. Lo stesso Joseph Keenan, capo dell’IPS e quindi sicuramente a conoscenza delle prove che inchiodavano i medici giapponesi, affermò che gli investigatori non avevano trovato nessuna prova evidente che militari statunitensi fossero stati utilizzati come cavie da laboratorio, mentre il quotidiano russo Izvestia dichiarò che Keenan “chiuse gli occhi quando, nel settembre 1946, i membri sovietici del collegio dell’accusa al Processo di Tokyo gli consegnarono, in quanto capo della delegazione statunitense, le prove a carico dei personaggi di spicco dell’Unità 731. […] Quelle prove dimostravano come i militari giapponesi fossero stati impegnati in azioni di guerra biologica e in terribili esperimenti su esseri umani3”. Il quotidiano sovietico, una volta terminato il processo, chiese che Ishii Shiro, in quanto mente del programma di guerra biologica e colpevole di atroci crimini, fosse sottoposto a giudizio da parte delle forze di occupazione USA in Giappone. L’ufficio di MacArthur a Tokyo negò le accuse a carico di Ishii e contro gli Stati Uniti, riguardo alla copertura dei criminali nipponici, bollandole come un’ingannevole propaganda rossa.

Nel 1950, la casa editrice Edizioni in Lingue Straniere di Mosca pubblicò i documenti relativi al Processo di Khabarovsk, ma in forma ridotta e riassunta. Sebbene sia stata per lungo tempo l’unica risorsa pubblica sul programma di guerra biologica portato avanti dal Giappone che potesse essere consultata dagli studiosi, i diciotto volumi relativi ai quattro anni di indagine non sono ancora accessibili al pubblico. Ciò potrebbe effettivamente provare la tesi statunitense che anche i sovietici si siano impadroniti dei terribili segreti delle armi invisibili.

I dodici giudicati a Khabarovsk furono condannati a pene detentive che andavano da un minimo di due anni ad un massimo di venticinque. Nessuno fu condannato a morte malgrado la natura dei crimini di cui si era macchiato, sebbene la legislazione sovietica prevedesse la pena capitale per reati di entità infinitamente minore. Tutti furono poi rimpatriati nel 1956, anno delle liberalizzazioni seguite alla morte del dittatore sovietico Josif Stalin. Una pena così lieve fu probabilmente dovuta al vantaggio che il governo sovietico avrebbe potuto ottenere dall’acquisizione di informazioni utili e segrete da parte dei tecnici giapponesi. Infatti, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e probabilmente usando i dati raccolti dagli scienziati giapponesi, venne stabilita presso Sverdlovsk in Unione Sovietica, ad est della catena degli Urali, una struttura per la ricerca sulle armi biologiche. Questo stabilimento è tristemente noto per un incidente che avvenne a fine marzo del 1979, quando una fuga di spore di antrace e di additivi chimici vari contaminò tutta l’area intorno all’impianto e alla città causando oltre sessanta morti4.

1 Documents Relatifs au Procès, op. cit., pp. 35-36.

2 Sheldon H. Harris, Factories of Death, op. cit., p. 228.

3 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., pp. 284-285.

4 Per un maggiore approfondimento consultare: Ken Alibek, Stephen Handelman, Biohazard: The Chilling True Story of the Largest Covert Biological Weapons Program in the World--Told from Inside by the Man Who Ran It, Random House, 1999, pp. 70-86 e Joshua Lederberg, Biological Weapons: Limiting the Threat, Belfer Center for Science and International Affair, Cambridge 1999, pp. 193-209.

Il Giuramento d’ Ippocrate

Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente; di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona non utilizzerò mai le mie conoscenze; […] ”.
Giuramento d’Ippocrate

Fin dall’antichità, il Giuramento di Ippocrate pone le basi del comportamento professionale del medico, non solo nei confronti del paziente e della scienza, ma soprattutto nei confronti di un’etica morale superiore ad ogni fine e proposito. Scienza, progresso tecnologico, scienza medica hanno lo scopo di difendere, garantire e migliorare l’esistenza dell’uomo, pur sempre nel rispetto del diritto più importante dell’essere umano, il diritto inalienabile alla vita. Niente di più lontano da ciò che si verificò nelle varie Unità di Ishii Shiro e colleghi dal 1932 al 1945. La più totale negazione di ogni morale umana e scientifica venne portata avanti da molte delle menti più brillanti del Giappone in nome di un progresso tecnologico offensivo senza freno. I medici giapponesi operarono nella più assoluta noncuranza del bene e del male. A spregio della sofferenza altrui, utilizzarono le loro conoscenze per mettere a punto armi biologiche e batteriologiche di distruzione di massa. L’agonia di centinaia di migliaia di essere umani venne deliberatamente provocata per fini inumani e come mezzo per creare ulteriori e atroci sofferenze.
A distanza di oltre sessanta anni, la coltre di nebbia che offusca la verità sui fatti concernenti la guerra biologica giapponese non è stata ancora del tutto assottigliata e, cosa ben più grave, nessuno ha mai pagato per i crimini commessi. All’imperatore Hirohito fu garantita l’immunità da qualsiasi processo per crimini di guerra e morì di cancro il 7 gennaio 1989, dopo sessantasette anni di regno. Durante il decorso della sua malattia un quotidiano inglese, il Daily Star, scrisse un articolo intitolato “Let the bastard rot in hell” [che il bastardo marcisca all’inferno], accusando l’imperatore di essere personalmente responsabile della morte di migliaia di persone in esperimenti con microrganismi letali1. Sebbene le decisioni in materia di politica interna ed estera fossero demandate al gabinetto governativo, comunque Hirohito poteva svolgere un ruolo di contenimento nelle questioni di stato. Come egli intervenne il 15 agosto 1945 per costringere il gabinetto a firmare la resa incondizionata agli Alleati, allo stesso modo sarebbe potuto intervenire contro l’inumanità degli esperimenti di guerra biologica. Hirohito conobbe personalmente Ishii Shiro e lo insignì delle più alte decorazioni governative per le azioni di guerra biologica compiute presso il fiume Nomonhan contro l’esercito sovietico e mongolo. Gli ingenti fondi annui (dai 15 ai 20 milioni di yen) diretti alle varie Unità biologiche giapponesi in Cina non potevano certo sfuggire all’attenzione dell’imperatore, continuamente aggiornato su tutto ciò che concerneva l’andamento della guerra e le questioni ad essa connesse. Sebbene non ci siano documenti che attestino il fatto che Hirohito fosse a conoscenza degli esperimenti sugli esseri umani, sicuramente gli erano note le ricerca sulle armi biologiche. Anche alcuni membri della famiglia reale parteciparono al programma di guerra biologica. Un cugino dell’imperatore e fido consigliere lavorò a Pingfan sotto falso nome; due fratelli di Hirohito, appassionati di biologia, conoscevano personalmente Ishii e alcuni importanti esperti delle armi biologiche; il più giovane dei fratelli dell’imperatore, principe Mikasa, visitò l’Unità 731 e molte altre installazioni, come è dimostrato da alcune foto scattate dagli ufficiali dell’Unità Ishii. Nel 1983, il principe Takeda Tsuneyoshi, cugino di Hirohito, in un’intervista riguardo alle attività di guerra biologica giapponesi si giustificò dicendo che era “necessario studiare qualsiasi mezzo per muovere guerra2”.
I membri del gabinetto politico e gli alti vertici militari non furono mai giudicati per i crimini di guerra biologica, anche se alcuni furono condannati a morte o a pene detentive per altri crimini di guerra. Il Comando Supremo era continuamente informato sulle attività di Ishii, Kitano e Wakamatsu fin dal 1932. I Comandanti in Capo dell’Armata del Kwantung, generale Umezu Yoshijiro e il suo successore Yamada Otozoo (giudicato a Khabarovsk) erano a conoscenza dei vari esperimenti ed azioni biologiche, come tutti gli alti gradi dei corpi veterinari e medici dell’Armata.
Il generale di divisione Ishii Shiro, i suoi colleghi e i vari sottoposti non furono mai portati davanti ad una corte giudiziaria, bensì cominciarono una nuova vita da civili, liberi e apparentemente innocenti. I tecnici dell’Unità 731 e 1644 giudicati ad Khabarovsk, ancora detenuti in Unione Sovietica, tornarono nelle loro case in Giappone nel 1956, anche loro liberi e non più penalmente perseguibili. Uno dei dodici, Karasawa Tomio, si suicidò poco dopo essere stato liberato.
Gli Stati Uniti, l’URSS, le dinamiche politiche e geopolitiche della guerra fredda avevano trasformato dei feroci criminali in uomini assolti, senza mai essere stati giudicati. La corsa agli armamenti più efficaci in vista di un’eventuale conflitto tra Est ed Ovest, la volontà di dominio e di potenza avevano sepolto la necessità di rendere giustizia a chi era stato sacrificato e utilizzato dalla crudeltà dei medici del Sol Levante. Questi ultimi, non solo evitarono il giudizio dell’umanità intera, ma, grazie alla collaborazione con le forze d’occupazione statunitensi, ricoprirono incarichi di prestigio all’interno del gabinetto governativo, nelle strutture pubbliche, nelle università e nelle istituzioni o industrie private, come case farmaceutiche e laboratori scientifici.

Ishii Shiro si ritirò nel 1945 nella sua casa nella prefettura di Chiba, nelle vicinanze di Tokyo. Dopo aver ottenuto la più completa immunità da parte degli Stati Uniti d’America in cambio delle sue sterminate conoscenze, condusse una vita tranquilla insieme alla sua famiglia. L’esercito gli garantì un’ingente pensione da generale di divisione e amici ed ex colleghi dell’Unità 731 continuarono per anni a fargli visita, anche se non gli fu mai concesso un lavoro come esperto né in istituzioni private né pubbliche. Il fatto che egli fosse un criminale era risaputo e non poteva, per questo, esporsi in pubblico. E’ possibile che fosse anche controllato dai sovietici e dal Partito Comunista Giapponese. Morì da libero cittadino, all’età di sessantasette anni, di cancro alla gola. Murray Sanders disse nel 1985 di aver sentito che Ishii, negli anni Cinquanta, aveva segretamente tenuto delle conferenze a Camp Detrick sul miglior modo di utilizzare le armi biologiche. Nel 1951, l’agenzia di stampa Reuters, in un dispaccio, asseriva che Ishii, Kitano, Wakamatsu ed altri veterani dell’Unità 731 sarebbero stati mandati in Corea del Sud dagli alti vertici militari degli Stati Uniti, per preziose consulenze sull’uso delle armi biologiche durante la Guerra di Corea3. La figlia di Ishii smentì queste voci che, comunque, non possono essere verificate in alcun documento o testimonianza attendibile.
Il dottor Ishikawa Tachiomaru, ex patologo dell’Unità 731, negli anni Settanta divenne preside dell’Istituto di medicina dell’Università Kanazawa, una delle più illustri istituzioni giapponesi. Ogawa Toru, ex addetto alla selezione dei ceppi più virulenti di tifo e paratifo presso l’Unità 1644 di Nanjing, divenne professore alla Facoltà di medicina di Nagoya. Tabei Kazu, responsabile di molti esperimenti sul tifo a Pingfan, divenne docente di batteriologia a Kyoto. Yoshimura Hisato, esperto degli esperimenti sul congelamento presso l’Unità 731, divenne, nel 1973, presidente della Società di Meteorologia e guidò numerose spedizioni in Antartide per studiare, questa volta su dei volontari, gli effetti del freddo estremo sulla fisiologia umana. Più tardi fu persino consulente per una ditta di pesce surgelato, nonché docente all’Università di Kyoto. Wakamatsu Yujiro, ex capo dell’Unità 100 a Changchun, fu membro scientifico dell’Istituto Nazionale della Salute e lavorò per vari istituti sanitari nella ricerca pediatrica sulle infezioni da streptococco. Alcune patologie equine studiate da Wakamatsu presso la sua Unità in Cina sono dovute allo streptococco. A questo punto, la domanda se il suo lavoro durante la guerra abbia influenzato la sua successiva occupazione in Giappone potrebbe risultare retorica.
Naito Ryoichi, Kitano Masaji e Futagi Hideo, tra i principali pianificatori degli attacchi biologici in Cina e responsabili dei molti esperimenti sugli esseri umani all’Unità 731, nel 1947 fondarono la Japan Blood Plasma Company, una banca del sangue. Nel 1950, si assicurarono un fruttuoso contratto con gli Stati Uniti per le forniture di sangue ai soldati americani impegnati nel conflitto coreano. Più tardi, i tre cambiarono il nome della loro compagnia in Midori Juchi, Croce Verde, dando vita ad una casa farmaceutica con un fatturato annuo di quasi un miliardo di euro. Alla morte di Naito, nel 1982, la Midori Juchi creò la Fondazione Naito per la ricerca degli studi sul sangue, campo di studio del medico giapponese a Pingfan. Nel febbraio del 1988, la Midori subì un fortissimo scandalo: aveva venduto sacche di sangue non sterilizzate a pazienti emofiliaci che contrassero il virus dell’AIDS (oltre 2.000 tra Giappone e USA). Le denunce delle vittime dell’incuria della Midori riportarono a galla il passato dei fondatori della società farmaceutica, che furono costretti a pagare milioni di dollari in risarcimenti. Nel 1998, la Midori Juchi cambiò nome in Midori Pharmerica, nel 1999 in Welfare Corporation e si fuse, nel 2001, al settore farmaceutico della Mitsubishi Corporation. Tuttora esiste come entità distinta all’interno del gruppo Mitsubishi4. Il medico giapponese Yamaguchi Ken’ichiro, che si occupava degli effetti del lavoro dell’Unità 731 sull’attuale scienza medica giapponese, era dell’opinione che la distribuzione di sangue infetto facesse parte di un programma della Midori per il lucroso sviluppo di un vaccino contro l’AIDS5, ma non ci sono prove per confermare la teoria di Yamaguchi.
Molte altri ancora sono gli istituti medici e farmaceutici che assunsero ex membri del personale dell’Unità 731 come la Takeda Pharmaceutical Company e la Hayakawa Medical Company. Le Facoltà di medicina dell’Università di Tokyo, Kyoto, Osaka, Kanazawa, l’Università di farmacologia di Showa, l’Università di medicina della prefettura di Nagoya e molte altri istituti d’istruzione accolsero come docenti ex membri del personale delle Unità antiepidemiche. Altri membri del Distaccamento 731 ebbero ricche e fortunate carriere nella pubblica amministrazione, come Kitano Masaji che divenne Ministro dell’Educazione6.

Il primo a smascherare i legami tra gli Stati Uniti e le Unità di Ishii e a far luce sugli accordi segreti tra gli scienziati giapponesi e gli USA fu John W. Powell che, nell’ottobre del 1981, pubblicò sulla rivista Bulletin of the Atomic Scientists un lungo articolo intitolato “Japan’s Biological Weapons: 1930-1945. A Hidden Chapter in History”[Le armi biologiche del Giappone: 1930-1945 un capitolo segreto nella storia]. Powell scoprì dei memorandum top secret che coinvolgevano il generale Douglas MacArthur, il suo capo dell’intelligence, il generale Charles Willoughby, il capo della sessione legale Alva Carpenter e il Comitato di Coordinamento del Dipartimento di Stato, della Marina e della Difesa (SWNCC). Implicati nell’acquisizione dei dati giapponesi erano il U.S. Chemical Warfare Service (Servizio della Guerra Chimica degli USA), il Capo di Stato Maggiore Congiunto, il Dipartimento di Giustizia e il prosecutore capo statunitense dei crimini di guerra, Joseph Keenan. Powell spiegò come molti civili cinesi fossero stati utilizzati per testare l’efficacia e la virulenza delle armi biologiche, descrisse gli esperimenti, le dissezioni e tutta la serie di infezioni letali che i giapponesi avevano studiato e sviluppato. Anche se, dopo l’uscita dell’articolo di Powell, il governo USA continuò a negare, con continue smentite, la più grande manovra di copertura della storia degli Stati Uniti, il Giappone, nel 1983, ammise l’esistenza del programma di guerra biologica.
L’articolo sul Bulletin of the Atomic Scientists aprì anche un altro dibattito: Powell scrisse che probabilmente diversi aviatori statunitensi potevano essere stati usati come cavie da laboratorio dai giapponesi. Un membro del Congresso statunitense, il democratico Pat Williams, il 17 settembre 1986, durante la seconda sessione del novantanovesimo Congresso, disse “ora sappiamo che Mukden [Shenyang] non era solamente un altro campo di prigionia giapponese per soldati alleati. Gestito dagli scienziati giapponesi dell’Unità 731, Mukden era un luogo dove avvenivano mortali esperimenti chimici e biologici tramite iniezioni, dissezioni, analisi del sangue e delle feci, congelamento di parti del corpo, infezioni con antrace, bacillo della peste, colera, dissenteria e tifo. Questo è ciò che accadde a molti aviatori americani sopravvissuti alla marcia della morte di Bataan7. Insieme ai nostri soldati in questi terribili campi c’erano inoltre cinesi, britannici, australiani e sovietici. Non sappiamo quanti ne sopravvissero, ma sicuramente sappiamo che il governo statunitense sapeva degli esperimenti alla fine della guerra8”. Vennero raccolte diverse testimonianze dei sopravvissuti statunitensi al campo di prigionia di Shenyang da parte di un Comitato dei Veterani. Esistono anche molti resoconti dettagliati e diari scritti da statunitensi e britannici sulla loro vita all’interno dei campi di prigionia giapponesi in Asia, che sembrerebbero confermare sia le accuse di Powell sia quelle di Williams, ma le agenzie americane (CIA, FBI, Amministrazione dei Veterani) furono molto evasive sull’argomento dei prigionieri di guerra utilizzati negli esperimenti di guerra biologica nel campo di Shenyang dal novembre del 1942 fino alla liberazione nell’agosto del 1945. Soprattutto non collaborarono nel fornire agli studiosi significative prove sulle condizioni fisiche e psichiche dei loro connazionali liberati, visto che prima di essere rimpatriati ricevettero tutte le cure mediche necessarie. In base alle attuali stime, sembra che siano 1.671 gli individui, di varia nazionalità, sopravvissuti alla prigionia di Shenyang e utilizzati negli esperimenti, ma nessuno di loro, apparentemente, accusò mai il Giappone di tali orrori. A tutt’oggi non è ancora possibile, perciò, stabilire con assoluta certezza se alcuni prigionieri di guerra statunitensi siano stati sottoposti alle “cure” dei giapponesi. Le prove americane sembrano smentire le accuse. Lo stesso Ishii Shiro lo negò categoricamente, anche dopo aver ottenuto la totale immunità nel 1948, ma non smentì di aver utilizzato cavie sovietiche. Inoltre il campo di Shenyang non garantiva le necessarie condizioni di sicurezza, che le altre Unità prevedevano, per portare avanti la sperimentazione sui microrganismi letali. Shenyang era continuamente visitata dai corpi di propaganda giapponese e dai membri della Croce Rossa. Altra prova per confutare le accuse è quella che 1.671 individui sopravvissero; dalle altre Unità di Ishii nessuno uscì vivo. In conclusione, prigionieri di guerra statunitensi potrebbero essere stati utilizzati come cavie umane, ma nessun documento attendibile è aperto all’interesse degli studiosi.

Nel 1997, centottanta querelanti cinesi intentarono una causa al Giappone per chiedere il risarcimento per i loro parenti (2100 persone), vittime del programma di sviluppo e produzione di armi biologiche. Il verdetto venne emesso il 27 agosto 2002, da una corte distrettuale di Tokyo presieduta dal giudice Koji Iwata9: il Giappone era effettivamente colpevole di aver compiuto attacchi biologici in Cina, ma non doveva presentare alcuna scusa formale né tantomeno pagare i risarcimenti richiesti (circa 80.000 euro per ogni querelante). La decisione ha le sue basi legali negli accordi di pace e collaborazione firmati il 29 settembre 1972 tra Repubblica Popolare Cinese e Giappone, in base ai quali la Cina rinunciava alla richiesta di ogni riparazione per i danni di guerra subiti. Il 20 maggio 2003, i centottanta querelanti hanno presentato ricorso all’Alta Corte di Tokyo.

 1 Daniela De Palma, Storia del Giappone Contemporaneo 1945-2000, Bulzoni Editore, Roma 2003, pp. 172-173

2 Sheldon H. Harris, Factories of Death, op. cit., p. 143.

3 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., p 291.

4 Daniel Barenblatt, I Medici del Sol Levante, op. cit., pp. 300-301.

5 Hal Gold, Unit 731 Testimony, op. cit., pp. 140-141.

6 Sheldon H. Harris, Factories of Death, op. cit., p. 133.

7 Campo di prigionia nelle Filippine dove venivano segregati i prigionieri Alleati. Non meno di 8.000 tra americani e filippini morirono durante la marcia verso il campo. Per un maggiore approfondimento consultare: Lord Russell of Liverpool, I Cavalieri del Bushido, op. cit., pp. 139-144.

8 Sheldon H. Harris, Factories of Death, op. cit., p. 113.

9 Jonathan Watts, “Japan Guilty of Germ Warfare against Thousands of Chinese”, The Guardian, 28 agosto 2002.

I germi sopra la Corea

La guerra illimitata

La Guerra di Corea (1950-1953) fu tutt’altro che uno scontro limitato, come molto spesso è stato definito. Sebbene interamente combattuta nella sola penisola coreana, molte furono le nazioni coinvolte, diciassette del contingente ONU da una parte, Cina e Corea del Nord, supportate dell’URSS, dall’altra. La potenza di fuoco utilizzata fu spaventosa, tale che il generale statunitense Curtis LeMay affermò nel 1965: “abbiamo bruciato quasi ogni città sia del Nord che del Sud Corea. Abbiamo ucciso più di un milione di coreani e spinto diverse milioni di persone lontane dalle loro case ”. Più e più volte fu minacciato da parte degli Stati Uniti l’utilizzo di ordigni atomici, il generale Douglas MacArthur ne chiese a decine senza mai ottenerne (anche se le bombe furono consegnate alle basi USA sparse nel Pacifico). Ancora MacArthur chiese di poter utilizzare scorie di cobalto radioattivo, che ha una vita attiva dai 60 ai 120 anni, lungo le linee di rifornimento del nemico, in modo da creare una zona contaminata e inaccessibile. Le distruzioni provocate delle truppe ONU nella Corea del Nord, soprattutto nelle fasi iniziali del conflitto, avevano infatti creato un ingente bisogno di approvvigionamenti di ogni tipo che dovevano obbligatoriamente passare per il confine sino-coreano. Ma il piano, che MacArthur definì “è cosa facile ”, non venne accettato. Fu persino ventilata la possibilità di creare un vasto deposito di armi chimiche nella Corea meridionale da usare in caso disperato, non fu fatto per il discredito che avrebbe generato all’interno delle forze delle Nazioni Unite coinvolte nel conflitto. Ma come si trasformarono gli scontri di una guerra interna dei coreani in una guerra moderna, tecnica e terribilmente sanguinosa durata tre lunghi anni?

Alla Conferenza Sextant, riunita a Il Cairo dal 22 al 26 novembre 1943, i Capi di Stato di Stati Uniti d’America (Roosevelt), Gran Bretagna (Churchill) e Cina nazionalista guidata da Jiang Jieshi [Chiang Kai-shek] ebbero un primo incontro per decidere il futuro assetto asiatico dopo la liquidazione dell’impero giapponese. Per quanto riguarda la penisola coreana, fin dal 1910 annessa al Giappone, venne deciso di renderla indipendente solo dopo un lungo periodo di supervisione, durante il quale sarebbe stata attuata una politica di amministrazione fiduciaria per garantire e velocizzare l’indipendenza. Così, mentre il 10 agosto l’URSS si avvicinava al nord della Corea, gli USA delinearono una propria zona di controllo coreana al di sotto del 38° parallelo. Il 15 dello stesso mese, Stalin acconsentì a dividere la Corea in due zone d’influenza (il sud sotto l’amministrazione USA, il nord sotto quella sovietica), probabilmente con la vana speranza di continuare la collaborazione con gli americani nell’imminente occupazione del Giappone. La decisione di dividere la Corea, sebbene inizialmente non avesse in alcun modo l’intento deliberato di creare due nazioni distinte, portò da lì a cinque anni ad un aperto scontro militare. Probabilmente l’unificazione del Nord e del Sud era l’obiettivo delle due superpotenze, sebbene entrambe auspicassero che il nuovo paese seguisse le loro rispettive ideologie. Nella prima metà del 1949, prima i sovietici e poi gli Stati Uniti abbandonarono le loro zone, lasciandosi alle spalle due diversi regimi: la dittatura comunista di Kim Il Sung (Repubblica Popolare di Corea) al nord e il governo nazionalista di Sygman Rhee (Repubblica di Corea) al sud. Gli incidenti lungo la zona di demarcazione erano frequenti perfino quando Stati Uniti e Unione Sovietica controllavano la penisola, ma, nel maggio del 1949, gli scontri e le incursioni sia dell’una che dell’altra parte stavano subendo un’escalation tale che, ben presto, avrebbero trasformato scaramucce di frontiera in una lotta fratricida per l’unificazione della Corea sotto un’unica bandiera.

Il 25 giugno 1950, truppe nord-coreane oltrepassarono il 38° parallelo e cominciarono l’avanzata verso il sud. Il 26 giugno, il presidente degli Stati Uniti, il democratico Harry Spencer Truman, ordinò alle forze USA in Giappone attacchi tattici contro obiettivi nordcoreani che operavano al sud. Con queste azioni, decise senza il consenso delle Nazioni Unite (ONU), gli USA affermarono chiaramente il loro ruolo di guida nel conflitto che era appena scoppiato. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, riunito il 25 giugno, chiese il ritiro immediato delle truppe sudcoreane e il sostegno dei membri dell’ONU per garantire la linea di demarcazione territoriale lungo il 38° parallelo. Il 27 giugno, il Consiglio di Sicurezza bollò la Corea del Nord «stato aggressore», in quanto senza avvertimento alcuno e senza provocazione stava conducendo un attacco militare contro uno stato sovrano. La risoluzione chiedeva anche agli stati appartenenti alle Nazioni Unite di offrire assistenza alla Corea del Sud. Le decisioni del Consiglio non incapparono nel veto sovietico: l’URSS boicottava le sedute per protesta contro il rifiuto di sostituire il rappresentante della Cina nazionalista (??Taiwan) del Guomindang con uno della Repubblica Popolare Cinese guidata da ???Mao Zedong. Il 29 giugno, Truman ordinò alle forze statunitensi di attaccare obiettivi militari a nord del 38° parallelo. Il 7 luglio, il Consiglio di Sicurezza istituì il Comando Unificato delle Nazioni Unite (UNC), con la richiesta “che tutti i membri forniscano contingenti militari e assistenza di ogni tipo mettendosi a disposizione del Comando Unificato sotto il controllo degli Stati Uniti ”, il cui comando supremo venne affidato al generale statunitense Douglas MacArthur, già a capo dello SCAP e del Comando Americano Estremo-Orientale. Diciassette furono le nazioni che inviarono le proprie truppe nazionali all’UNC: Australia, Belgio, Canada, Colombia, Corea del Sud, Etiopia, Francia, Filippine, Gran Bretagna, Grecia, Lussemburgo, Nuova Zelanda, Olanda, Stati Uniti, Sud Africa, Thailandia, Turchia. Danimarca, India, Norvegia e Svezia provvidero alle unità mediche, mentre l’Italia, non ancora stato membro delle Nazioni Unite (vi entrò nel 1955), inviò la Croce Rossa Italiana Ospedale 68, che servì da ospedale sia militare che civile fino al 1955.
I primi due mesi di guerra segnarono la dilagante avanzata delle truppe nordcoreane che occuparono quasi tutto il sud, costringendo le forze dell’UNC a trincerarsi all’interno del cosiddetto Perimetro di Pusan, nella zona sudorientale della penisola coreana. La controffensiva del contingente internazionale cominciò il 15 settembre 1950 e in poco tempo venne ristabilita la situazione ante bellum. Le condizioni geopolitiche internazionali, la vittoria della rivoluzione comunista cinese sulle forze del Guomindang, l’instaurazione della Repubblica Popolare Cinese (1 ottobre 1949) vista come un’estensione del potere sovietico nell’Asia Orientale, ma soprattutto le logiche dell’insorgente caccia alle streghe maccartista americana e della guerra fredda spinsero gli Stati Uniti ad un’azione di forza al di sopra del parallelo che divideva le due Coree. Un’offensiva vittoriosa del mondo libero diretta contro la Corea del Nord, secondo una nota del Dipartimento della Difesa USA, avrebbe strappato per la prima volta un paese all’influenza comunista sovietica. Soprattutto avrebbe dato maggiore forza all’amministrazione Truman e ai democratici, accusati di essere troppo poco incisivi contro il comunismo, e al piano di riarmo globale per il contenimento del potere rosso. La maggior parte degli alleati degli USA erano d’accordo nel portare avanti l’attacco alla Corea del Nord, sebbene con delle riserve, per paura dell’intervento in guerra della Cina. Il 30 settembre 1950, truppe sudcoreane oltrepassarono la linea di frontiera, seguite il 7 ottobre dalle forze statunitensi. L’avanzata fu rapidissima: il 20 ottobre, le truppe dell’UNC presero Pyongyang, capitale della Corea del Nord. Il 24 ottobre, MacArthur fece muovere le proprie forze verso il fiume ??Yalu, lungo il confine con la Manciuria cinese, dove già 300.000 soldati cinesi dell’Armata di Difesa delle Frontiere Nord-Orientali (NEBDA) erano pronti ad intervenire. La diplomazia coreana si era già precedentemente mossa per chiedere l’appoggio militare e politico dell’Unione Sovietica e della Cina. Fin dall’inizio di ottobre, i rappresentanti del governo cinese inviarono molti avvertimenti agli occidentali tramite l’ambasciatore indiano a Beijing, Sandar K.M. Panikkar: l’intervento statunitense nella Corea del Nord avrebbe provocato l’entrata in guerra della Cina a fianco dei nordcoreani. Stalin, che non voleva essere direttamente coinvolto in una guerra globale contro l’Ovest, fece continuamente pressioni su Mao e sul Ministro degli Esteri cinese, Zhou Enlai, per spingerli all’intervento. Il 7 ottobre (giorno in cui le truppe USA oltrepassarono il parallelo), Mao Zedong diede il suo assenso all’invio delle truppe dei Volontari, così denominate probabilmente sia per dare una giustificazione morale dell’intervento agli occhi del popolo cinese sia per dimostrare il presunto ruolo supplementare che la Cina avrebbe giocato nel conflitto, riducendo il rischio di una guerra totale contro gli USA e i paesi occidentali.
I primi scontri tra Volontari cinesi guidati dal generale Peng Dehuai e forze statunitensi si verificarono lungo il fiume Yalu alla fine del mese di ottobre, ma già nei primi giorni del novembre 1950 le truppe cinesi si ritirarono fermando le loro offensive.
La situazione militare per gli Stati Uniti stava diventando ben più complicata del previsto. Il 27 novembre, truppe nordcoreane e Volontari cinesi diedero il via ad una devastante azione a sorpresa contro le truppe UNC, che furono costrette ad arretrare verso sud. Pyongyang fu liberata tra il 4 e il 6 dicembre. MacArthur chiese, senza ottenerlo, l’allargamento delle operazioni in alcune zone strategiche della Cina e della Corea del Nord, con l’utilizzo di ventisei bombe atomiche tattiche. Sygman Rhee scrisse a Truman che “per risolvere la situazione dobbiamo fare tutto il possibile per sconfiggere e distruggere ora gli invasori cinesi. […] Autorizzate il generale MacArthur ad usare qualsiasi arma possa mettere fine all’aggressione comunista su ogni fronte, anche quella atomica. Alcune bombe su Mosca basteranno a scuotere il mondo comunista ”. Quando Truman annunciò di tenere il dito sul bottone del nucleare, gli alleati europei, temendo lo scoppio della Terza Guerra Mondiale, protestarono contro un eventuale utilizzo degli ordigni atomici. Entro la fine del mese di dicembre, i nordcoreani avevano ripreso tutto il territorio al di sopra del 38° parallelo e lo oltrepassarono il 26 dicembre. Nelle prime settimane del gennaio 1951, si erano già spinti al 37° parallelo, a circa cento chilometri a sud di Seul, capitale della Corea del Sud.

Nel dicembre del 1950, il generale Matthew Rigdway prese il posto di Walton Walker, morto in un incidente automobilistico, al comando dell’8° Armata statunitense. Il nuovo comandante diede subito il via ad una feroce controffensiva, nel gennaio 1951, respingendo gradualmente la coalizione comunista al di sopra del 38° parallelo. Le continue richieste di MacArthur di voler estendere il conflitto anche alla Cina, la sua scomunica della strategia militare dell’amministrazione Truman, “noi, qui [Corea] conduciamo con le armi alla mano la battaglia dell’Europa, mentre laggiù i diplomatici la proseguono con le parole; se noi perdiamo in Asia la guerra contro il comunismo, la caduta dell’Europa diventa inevitabile; se noi vinciamo, l’Europa ha tutte le possibilità di vincere e salvare la libertà. Nulla sostituisce la vittoria ”, costrinsero il presidente americano a richiamare MacArthur a Washington. Il suo posto in Estremo Oriente fu affidato, nell’aprile 1951, al più malleabile generale Matthew Rigdway.

Il 10 luglio del 1951, cominciarono a Kaesong, poco a sud della linea di demarcazione tra le due Coree, i negoziati per un armistizio. I combattimenti non si fermarono, entrambe le parti cercavano di usare la pressione militare per avere maggiori basi contrattuali in sede di negoziato. Nell’agosto 1951, gli Stati Uniti diedero il via all’ “Operation Strangle”, una violentissima compagna di bombardamenti aerei contro le linee di comunicazione e di approvvigionamento del nemico: oltre 90.000 attacchi a ferrovie, scali di smistamento, autostrade, ponti, mezzi di trasporto e case, rifugi o magazzini che potevano servire da deposito di approvvigionamento. Nel giugno del 1952, l’aviazione statunitense estese i propri attacchi contro grandi centri abitati e risorse economiche: undici centrali idroelettriche lungo lo Yalu vennero bombardate, Pyongyang e altre sessantasette città nordcoreane rase al suolo. L’aviazione statunitense utilizzò smodatamente il napalm, precedentemente usato solo a Tokyo, Okinawa ed in Grecia, bombardamenti a tappeto, molte volte fino a non lasciare alcuna struttura utile in piedi. Comunque, l’offensiva di strangolamento americana, a lungo andare, si rivelò un fallimento e non si ottenne alcun passo in avanti nei negoziati. Inoltre l’efficacia del Comando Logistico e della contraerea comunista aggiunta al supporto dei caccia MIG-15 sovietici, mettevano a dura prova i raid statunitensi.
E’ a questo periodo di escalation dell’urto statunitense che si può stabilire l’utilizzo di armi batteriologiche.

Stephen Endicott, Edward Hagerman, The United States and Biological Warfare.

Secrets from the Early Cold War and Korea, Indiana University Press 1998, p. 88.

Jon Halliday, Bruce Cumings, Korea: the Unknown War, Pantheon Books, New York 1998, p. 128.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 7 luglio 1950.

Steven Hugh Lee, La Guerra di Corea, Il Mulino Universale Paperbacks, Bologna 2003, p. 81.

Lettera inviata nell’aprile 1951 dal generale MacArthur al deputato repubblicano della Camera dei Rappresentanti, Joseph Martin.

Il programma di guerra biologica statunitense

Gli storici della York University di Toronto, Stephen Endicott e Edward Hagerman, dopo venti anni di ricerche e studi pubblicarono nel 1998 il libro “The United States and Biological Warfare. Secrets from the Early Cold War and Korea”, nel quale dimostrano, con un’accurata e inedita documentazione, lo sviluppo del programma di armamento biologico statunitense ed il suo utilizzo a scopo di offesa. Un documento del febbraio del 1977 del Dipartimento dell’Esercito USA asserisce che “la politica degli Stati Uniti riguardante la guerra biologica tra il 1941 e il 1969 era, in  primis, improntata a scoraggiare il suo uso contro gli Stati Uniti e contro il suo esercito, e, in secondo luogo, ad essere utilizzata a scopo di rappresaglia1”. I due storici confutano questa politica, svelando, attraverso lo studio di alcuni documenti recentemente declassificati (molti su loro espressa richiesta) dai governi di Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, e la consultazione degli Archivi Centrali Cinesi relativi alla guerra batteriologica, come gli USA abbiano sviluppato un programma di guerra biologica, non solo a scopo di rappresaglia, ma anche come mezzo di offesa al pari di altre armi di distruzione di massa.

Gli Stati Uniti non ratificarono il Protocollo di Ginevra del 1925 relativo al divieto di utilizzare armi chimiche e agenti biologici e batteriologici contro il nemico. Le prime ricerche sulle armi biologiche risalgono al 1941, quando al colonnello James S. Simmons fu affidato uno studio, dal Generale Medico dell’Esercito, sulle armi batteriologiche da sottoporre all’attenzione dei medici militari, dei ricercatori civili medici e scientifici e dell’intelligence militare statunitense. Le raccomandazioni di Simmons portarono alla decisione di sviluppare e produrre armi batteriologiche di difesa e di offesa. La ricerca difensiva sarebbe stata affidata ai reparti medici dell’esercito, quella offensiva, a scienziati civili. Nell’ottobre del 1941, il Segretario alla Guerra, Henry Stimson, sollecitò il presidente della National Academy of Sciences a nominare un comitato per la guerra batteriologica, il Bacteriological Warfare Committee (WBC, Comitato della Guerra Batteriologica), costituito da nove dei migliori biologici civili statunitensi, che fin da subito entrarono in contatto con i colleghi ricercatori inglesi e canadesi. Nel febbraio 1942, il WBC concluse che una ricerca sulle potenzialità delle armi batteriologiche era raccomandata sia a scopo difensivo che da utilizzare come arma d’attacco. Stimson si rivolse anche al Joint Chiefs of Staff (Capo di Stato Maggiore Congiunto), che sebbene favorevole allo sviluppo di armi biologiche, non voleva essere direttamente coinvolto nella ricerca, per impedire che l’opinione pubblica ritenesse il Dipartimento della Guerra USA responsabile della produzione di terribili germi letali. Stimson inviò un memorandum al presidente Roosevelt, per promuovere l’urgente e segreto sviluppo di un arsenale batteriologico da parte di un’agenzia civile e non militare. Un documento declassificato (Appendice 2, p. 212) datato 1942, stilato dalla National Academy of Sciences, sottolinea la fattibilità di condurre ricerche nel campo degli agenti biologici letali da utilizzare contro il nemico e che “l’efficacia della guerra biologica sarà una questione discutibile fino a quando non sarà chiaramente provata dall’esperienza”. Probabilmente questo memorandum top secret convinse il presidente Roosevelt a creare un’agenzia civile, il War Research Service (WRS, Servizio di Ricerca della Guerra), nel marzo del 1942. Alla guida del WRS fu nominato George W. Merck, già a capo dell’importante industria farmaceutica Merck&Company, con l’incarico di coordinare in assoluta segretezza il lavoro sulla ricerca relativa alla guerra biologica, sull’uso di microrganismi come arma di guerra e sui mezzi di difesa contro un eventuale attacco biologico portato contro gli Stati Uniti. L’investigazione sugli sviluppi delle altre nazioni nel campo della guerra batteriologica venne affidato all’esercito, all’Office of Naval Intelligence (Ufficio dell’Intelligence della Marina), all’Office of Strategic Service (OSS, Ufficio dei Servizi Strategici, antenato della CIA) e al Federal Bureau of Intelligence (FBI). Per garantire la totale segretezza, la WRS fu accorpata alla Federal Security Agency (Agenzia Federale per la Sicurezza). La National Academy of Sciences partecipò attivamente alle ricerche in supporto ai lavori di Merck, istituendo, il 16 ottobre 1942, uno speciale comitato, ABC Committee, costituito da scienziati delle più rinomate università statunitensi. Nel giugno del 1944, Roosevelt diede il compito al Dipartimento della Guerra, in stretta collaborazione con il Dipartimento della Marina USA, di ampliare il programma di Merck. Con questo ordine, il presidente spostò le responsabilità delle ricerche biologiche a scopo offensivo dai civili all’esercito, in particolare al Corpo Medico e al Chemical Warfare Service (Servizio di Guerra Chimica), guidato dal generale William Porter.
I primi fondi per il programma furono di 250.000 dollari e il centro delle attività fu la base di Camp Detrick, nel Maryland, fondata nell’aprile del 1943, a cui furono aggiunte tre installazioni per gli esperimenti: presso Horn Island, attiva dall’estate del 1944, a Granite Peak, Utah, e a Vigo, nell’Indiana. I primi studi dei circa quattrocento scienziati di Camp Detrick vennero effettuati su antrace, brucellosi, botulino, peste, morva, tularemia, rickettsia, encefalite, colera, tifo e una svariata serie di parassiti e agenti patogeni delle piante e dei raccolti, stando alle parole di Merck, “tutti gli agenti viventi possibili, o i loro prodotti tossici, che sono considerati patogeni per l’uomo, gli animali e le piante2”. I microrganismi su cui più si concentrarono furono quelli di antrace e botulino. Lavorarono anche alla produzione su larga scala di agenti patogeni, alla fabbricazione e all’ideazione di efficaci mezzi di diffusione degli organismi letali, sempre in collaborazione con i reparti di guerra biologica canadesi e inglesi. La ricerca difensiva correva di pari passo a quella offensiva: vaccini contro tularemia, brucellosi, morva e botulino vennero perfezionati dagli scienziati statunitensi, per immunizzare le proprie truppe che si accingevano a invadere l’Europa, dopo che un’erronea nota dell’OSS aveva allarmato gli Alleati su un eventuale utilizzo da parte della Germania nazista di tossine di botulino per arrestare l’avanzata delle truppe alleate.

A Camp Detrick si lavorava anche alla messa a punto di bombe batteriologiche, in continua cooperazione con Canada e Gran Bretagna. Soprattutto quando il generale William Porter, nel 1945, prese il posto di Merck nella direzione e ricerca della guerra batteriologica, si diede il via alla progettazione di bombe capaci di disperdere bacilli dell’antrace su vaste aree. Più volte, Porter propose di utilizzare le sue armi invisibili, prima contro la Germania, convinto che la nota dell’OSS fosse veritiera, poi, poco prima del lancio delle due bombe atomiche, contro le colture di riso giapponesi, ma, vista ormai l’imminenza dell’invasione del territorio nipponico, la distruzione dei raccolti avrebbe causato agli Stati Uniti enormi problemi di approvvigionamento della popolazione.
Al termine della Seconda Guerra Mondiale, gli USA incrementarono i fondi al programma di guerra batteriologica, soprattutto dopo essersi assicurati, nel 1948, l’esclusivo possesso dei dati e della ventennale esperienza del programma di armamento biologico giapponese e della sperimentazione sugli esseri umani. Il 14 giugno 1945, Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna firmarono una dichiarazione d’intenti per continuare la collaborazione nello sviluppo della guerra batteriologica. Gli inglesi in vari rapporti evidenziavano come le armi batteriologiche erano preferibili e molto più vantaggiose rispetto ad altre armi di distruzione di massa appoggiandone il “loro uso in guerre minori dove non è utile utilizzare ordigni atomici; o nelle maggiori nelle quali esse sono state bandite3”.

Verso la fine degli anni ’40, il Dipartimento della Difesa USA organizzò Commissioni speciali per rafforzare il programma di guerra biologica, la Commissione Noyes (1948), Haskins (1949) e Stevenson (1950). Quest’ultima produsse un rapporto molto importante, destinato ad influenzare le future decisioni relative alle armi invisibili. La Commissione fu promossa dall’emissario particolare del presidente Truman incaricato di svolgere le indagini in Giappone relative alle varie Unità di Ishii Shiro, Karl T. Compton, che sollecitò Earl P. Stevenson a presiedere la nuova Commissione. Stevenson era a capo di un’importante società di consulenza di Cambridge, nel Massachusetts, particolarmente legata al programma di guerra biologica statunitense. La Commissione, il 30 giugno 1950, sottopose il proprio Rapporto all’attenzione del Segretario alla Difesa, George Marshall. Riaffermava la linea seguita durante tutta la Seconda Guerra Mondiale: si raccomandava la ricerca sia difensiva che offensiva e si opponeva a qualsiasi obiezione morale sull’uso delle armi biologiche, facendo appello alla cruda realtà della guerra moderna, essa stessa arma di distruzione di massa.

Non esiste alcun dato che permetta un’analisi autorevole sulla possibile letalità di questi agenti quando vengono disseminati in modo intenzionale. E’ opinione degli esperti che non esistano procedure certe per produrre epidemie su larga scala tra gli esseri umani. Il modo in cui una malattia possa diffondersi in una comunità o in una nazione è largamente governata da fattori tuttora sconosciuti. […] Così, ad eccezion del fatto che l’uso di agenti patogeni contro i raccolti o gli animali potrebbe creare una seria carenza di cibo, la classificazione degli agenti biologici come «armi di distruzione di massa» è del tutto ingiustificata4.

La Commissione Stevenson sottolineò anche l’importanza che una netta superiorità militare avrebbe avuto in un eventuale scontro con l’Unione Sovietica, anch’essa attivamente impegnata nella ricerca sulla guerra biologica. Perciò fu raccomandato un ampliamento dei fondi destinati alle armi batteriologiche, per renderle operative e sfruttabili il prima possibile.
Il 27 ottobre 1950, Marshall approvò gran parte del Rapporto Stevenson. Il Dipartimento della Difesa portò a 345 milioni di dollari i fondi per i successivi tre anni (nel 1950 erano 5.3 milioni di dollari) e venne più che raddoppiato il personale impegnato nella ricerca e nello sviluppo del programma di guerra biologica.

Nei primi anni della Guerra Fredda, fu affidata al generale maggiore Egbert F. Bullen la responsabilità dello sviluppo della guerra chimica e biologica. Nel febbraio del 1952, Bullen tenne una conferenza all’Hunter College, a New York, per pubblicizzare il suo lavoro nelle attività di guerra tossica e chimica in Corea. I Corpi Chimici dell’esercito statunitense erano operativi in Corea già da due settimane dallo scoppio del conflitto e, in base alle stime di Bullen, una media di 315.000 litri di napalm venivano gettati ogni giorno sul nemico e sulle linee di approvvigionamento. Il capo del Comando della Ricerca e del Genio del Corpi Chimici, William M. Creasy, era il responsabile della guerra biologica. Egli fu un fervido fautore dell’uso strategico e tattico di tali armi non-convenzionali e dei numerosissimi vantaggi di un attacco biologico contro il nemico. Creasy pose l’accento sugli effetti psicologici della guerra biologica, “il timore delle malattie negli uomini è universale5”. Enfatizzò l’uso del botulino sia per i suoi effetti letali sia per gli enormi progressi degli scienziati di Camp Detrick nell’immunizzazione contro questa tossina. Il Rapporto Creasy dà anche enorme importanza al contemporaneo uso di armi biologiche e di defolianti chimici per stanare le truppe nemiche nascoste.

Con l’inizio delle ostilità in Estremo Oriente, il programma di armamento biologico ricevette un’enorme spinta. Tra l’ottobre del 1950 e il luglio del 1951, vennero classificati i germi letali in ordine di priorità: antrace, brucellosi, tularemia, peste e botulino come agenti contro l’uomo, la ruggine dei cereali e i regolatori chimici della crescita come agenti distruttori dei raccolti, ma non fu data troppa attenzione agli agenti patogeni contro gli animali. Il Corpo Chimico si concentrò essenzialmente su tutti quegli agenti che potevano essere disseminati per via aerea, quindi quelli che potevano facilmente essere racchiusi all’interno di bombe, cosparsi su piume o oggetti di comune utilizzo, su roditori infetti o su altri tipi di vettori animali. Dopo numerosi esperimenti, gli scienziati di Camp Detrick conclusero che l’obiettivo delle loro ricerche, per poter meglio disseminare malattie, era l’apparato respiratorio, quindi si focalizzarono su tutte le armi e le munizioni che avrebbero potuto disperdere nubi di aerosol letali. Nel Rapporto Creasy si dà molta importanza all’uso strategico delle bombe ad aerosol. Lo scopo di questo tipo di armi è di demoralizzare e spaventare e, se usate insieme alle armi convenzionali, possono creare consistenti danni alle strutture difensive nemiche. Grande considerazione viene data al fattore sorpresa, sia per non dare scampo all’avversario sia per rendere l’effetto psicologico delle armi biologiche devastante. Creasy considerò anche gli svantaggi di tali armi a diffusione aerea che, a causa di fattori incontrollabili (clima, eventi atmosferici, fenomeni naturali), avrebbero potuto causare danni rilevanti alle stesse truppe amiche o gli stessi nemici infetti avrebbero potuto trasmettere le malattie letali. Si cominciò così a sperimentare vari tipi di bombe biologiche per testarne l’efficacia: le bombe a grappolo M33 ed E61, le E133 utilizzate per diffondere spore d’antrace, le M16-A1 al cui interno vi erano scompartimenti in cui inserire piume, erba o insetti infetti di agenti letali. La Marina e le Forze Aeree statunitensi sperimentarono molti tipi di bombe biologiche che potevano essere usate contro installazioni nemiche, porti, importanti vie di comunicazione e di approvvigionamento, raccolti e risorse umane primarie.

Si fecero numerosi studi per verificare la possibilità di utilizzare insetti come vettori di malattie. Più e più volte i militari statunitensi smentirono il fatto che a Camp Detrick si portassero avanti esperimenti per la diffusione di germi letali tramite insetti-vettori, ma un documento datato 30 ottobre 1950 rivela che 160.000 dollari erano stati destinati alla ricerca su tale campo ed altri 380.000 andarono, dal 1951 al 1953, alla Johns Hopkins University per uno studio sul virus dell’encefalite diffuso da mosche e da usare come arma nella guerra biologica. Il dottor G.B. Reed, del Laboratorio di Ricerca Difensiva canadese, pioniere nella ricerca degli insetti-vettori, lavorò in stretta collaborazione con i Laboratori della Sezione Medica di Camp Detrick e con l’entomologo statunitense Dale W. Jenkins. Il progetto n° 465-20-001, intitolato “Meccanismi di Immissione e Azione di Composti Insetticidi e di Repellenti per Insetti” dimostra l’esistenza della ricerca statunitense sugli insetti vettori utilizzati nella guerra biologica difensiva ed offensiva in strettissima collaborazione con i laboratori canadesi6. Ishii Shiro e la sua numerosissima equipe avevano studiato per anni i modi migliori per diffondere malattie letali tramite insetti-vettori, e tutti i dati relativi a tali ricerche erano ora in possesso degli scienziati di Camp Detrick. Sembra quasi impossibile credere che gli USA non abbiano utilizzato i risultati dei giapponesi e che non abbiano condotto accurati esperimenti sugli insetti, come continuarono ad affermare per anni.
Il memorandum top secret JCS 1837/26 dell’Advanced Study Committee al Capo di Stato Maggiore Congiunto datato 21 settembre 1951 (Appendice 3, p. 213) rafforzò ancor più la convinzione dell’effettiva potenza di queste armi non convenzionali e spinse ad un’accelerazione nella messa a punto della guerra biologica. In un periodo di estrema tensione internazionale, il JSC 1837/26 affermava che, per la sicurezza nazionale, era fondamentale possedere una forte capacità offensiva relativa alle armi biologiche; ricordava ancora una volta i vantaggi economici e strategici della guerra dei germi, il suo costo relativamente basso, la sua grande potenza psicologica nell’indebolire il morale, la sua capacità di isolare o negare l’accesso alle truppe nemiche in determinate aree. Al punto 5 si enfatizzava la necessità della sperimentazione: “un più efficace programma di sperimentazione, che includa anche test su larga scala, dovrebbe essere condotto per verificare l’effettività di specifici agenti di BW [guerra biologica] in condizioni operative”. I punti 8 e 9 del memorandum sottolineavano l’urgenza di creare un’adeguata struttura organizzativa di coordinamento e d’indottrinamento per la guerra biologica. Il Capo di Stato Maggiore Congiunto accettò la maggior parte delle raccomandazioni del JSC 1837/26 il 26 febbraio 1952.

Importanti documenti statunitensi di recente declassificazione rivelano una lunga catena di comandi, divisioni e agenzie governative segrete collegate alla guerra batteriologica e chimica in Corea. Nell’estate del 1951, venne creata la USAF BW-CW Division (Divisione della Guerra Biologica e Chimica delle Forze Statunitensi), con a capo i generali H.G. Bunker e T.D. White, con il compito di stabilire le evidenti possibilità della guerra dei germi. Ad una seconda divisione, la Psychological Warfare Division (Divisione della Guerra Psicologica), venne assegnata “la funzione di integrare le capacità ed i fabbisogni per la guerra chimica e biologica nei piani di guerra e di partecipare alla decisione delle richieste di munizioni non convenzionali per realizzare i piani approvati7”. La guerra psicologica include una vasta serie di attività volte a ritardare, sabotare, diffondere panico, impaurire e demoralizzare le attività del nemico. Poteva impiegare un’estesa quantità di mezzi, che andavano da semplici volantini al mandato di utilizzare armi atomiche, radiologiche, biologiche e chimiche. Durante la Guerra di Corea, alla Divisione Psicologica venne aggiunta la 581° ARCW (581° Ala di Comunicazione e Approvvigionamento), una forza aerea di stanza in Asia sotto la copertura di un semplice servizio di trasporto militare, ma non era altro che un braccio armato della Divisione Psicologica. Quattro bombardieri B-29 vennero mandati alla base aerea statunitense di Yakota, in Giappone; quattro aerei C-119 alla base di Ashiya, Giappone; trentasei ufficiali e novantotto piloti vennero accorpati alla 5° Forza Aerea Statunitense in Corea. Con tutta probabilità si può collegare il lavoro della 581° ARCW con la guerra batteriologica in Corea: nell’equipaggiamento in dotazione alla 581° si trovavano contenitori di paglia e tre refrigeratori portatili dalla capacità di oltre 4000 dmq. I contenitori di paglia potevano essere utilizzati per disperdere erba, paglia e piume come vettori di malattie letali oppure per contenere insetti-vettori; i refrigeratori potevano servire a molti scopi, anche a quello di trasportare e mantenere vivi e attivi alcuni agenti patogeni. Tuttavia sono solo supposizioni, nulla di ufficiale è stato ancora scoperto per comprovare queste argomentazioni.
Anche la Central Intelligence Agency (CIA) era implicata nelle operazioni di copertura della guerra biologica. Nel 1948, il presidente Truman costituì, all’interno della CIA, l’Office of Policy Coordination (OPC, Ufficio di Coordinazione Politica), conosciuto anche come “Dipartimento dei Trucchi Sporchi”, con la responsabilità di organizzare azioni segrete, anche con l’utilizzo di armi non-convenzionali, come quelle biologiche, per scopi di guerra psicologica. Nel 1952, l’OPC aveva un budget di 82 milioni di dollari ed impegnava sul campo 2.812 agenti. Il capo dell’OPC in Giappone e Corea negli anni 1950-1951 era Hans V. Tofte. Egli organizzò sei strutture in Giappone, la più grande delle quali situata a Yokohama, in cui venivano addestrati gli agenti scelti per le operazioni segrete di sabotaggio in Corea. La 581° ARCW, dall’estate del 1952, era la principale forza aerea utilizzata dalla CIA nelle sue missioni segrete speciali.

1 George A. Carruth, U.S. Army Activity in the U.S. Biological Warfare Programs, volume 1, 24 febbraio 1977, p. 25.

2 Sheldon H. Harris, Factories of Death, op. cit., p. 157.

3 Stephen Endicott, Edward Hagerman, The United States and Biological Warfare, op. cit., p. 44.

4 Stephen Endicott, Edward Hagerman, The United States and Biological Warfare, op. cit., p. 46.

5 Stephen Endicott, Edward Hagerman, The United States and Biological Warfare, op. cit., p. 67.

6 Stephen Endicott, Edward Hagerman, The United States and Biological Warfare, op. cit., p. 77.

7 Stephen Endicott, Edward Hagerman, The United States and Biological Warfare, op. cit., p. 120.

Le Unità 406 e 8003

Il Laboratorio Medico Generale 406 della Sezione Medica USA dell’Estremo Oriente (Unità 406) fu impiantato prima in uno stabilimento della base aerea di Atsugi, successivamente al Mitsubishi Higashi Building, quartier generale della Mitsubishi a Tokyo. L’Unità 406 venne creata, originariamente, per occupasi di questioni sanitarie relative alle truppe di occupazione USA in Giappone ed in Corea del Sud e dei problemi di salute pubblica tra la popolazione civile.

Fu James J. Simmons, il primo pioniere della guerra biologica statunitense, a spingere per l’attivazione dell’Unità in Giappone. Nel 1949, il tenente colonnello W.D. Tigertt venne scelto per guidare un nuovo programma di ricerca biologica all’interno dell’Unità statunitense 406. Egli era un esperto scienziato militare di Camp Detrick, specializzato nello studio degli insetti-vettori portatori dell’encefalite B giapponese. Inizialmente l’Unità era di modeste dimensioni e con compiti assai limitati, ma, nel breve volgere di qualche anno, divenne una struttura ben più complessa e ampia, che includeva dipartimenti e laboratori di entomologia, batteriologia, epidemiologia e di studio delle malattie esotiche e virali. Durante la Guerra di Corea, molto era il materiale richiesto, soprattutto animali e cavie da laboratorio (circa 20.000 al mese) che il Saitama Experimental Animal Research Institute provvedeva a reperire. Questo istituto di approvvigionamento dell’Unità 406 era gestito da Ozawa Ichisaburo, ex membro del programma di guerra biologica di Ishii Shiro. Molti lavori furono affidati all’Istituto Nazionale della Salute giapponese, dove lavorava, in qualità di ricercatore, Wakamatsu Yujiro (comandante dell’Unità 100). Come ho già detto, numerosissimi ex appartenenti alle Unità Ishii occuparono posizioni di primo piano nella vita scientifica e pubblica giapponese, e, grazie alla loro esperienza, con tutta probabilità furono reclutati dagli scienziati statunitensi per collaborare nelle ricerche sulle armi biologiche: erano i migliori al mondo, ufficialmente gli unici ad aver testato sugli esseri umani gli effetti delle armi invisibili.
Nel 1951, il nuovo comandante dell’Unità 406, il colonnello Richard P. Manson, richiese che il proprio personale fosse ben istruito sulle attività di guerra biologica, chimica e radiologica. Ogni settimana i tecnici di Manson erano sottoposti a quattro ore di lezioni su metodi e pratiche della guerra biologica, principalmente su tutto ciò che concerneva gli insetti-vettori, concentrandosi sulle mosche vettori di encefalite B giapponese ed encefalite equina, sull’identificazione delle pulci della peste, del tifo, sugli acari portatori di malattie virali. Nell’estate del 1951, venne creata all’interno dell’Unità una Sezione Ecologica, nella quale portare avanti gli studi sulle mosche-vettori in grado di resistere alle rigide temperature invernali. Questo studio era stato intrapreso anche dagli scienziati giapponesi che volevano utilizzare tali insetti per un eventuale attacco biologico contro le fredde regioni dell’Unione Sovietica. Dopo lo scoppio del conflitto coreano, venne allestito uno speciale gruppo scientifico di indagine nel Distaccamento dell’Unità 406 a Kyoto che si occupò principalmente dello studio degli acari e delle pulci che si potevano trovare in Corea ed in Giappone. Si cominciarono anche ad approfondire le ricerche sull’encefalite trasmessa dagli uccelli e su molte altre malattie pericolose e letali che si potevano diffondere tra le truppe amiche, i prigionieri di guerra e la popolazione civile: dissenteria, salmonella, tifo, vaiolo.
In collaborazione con le autorità nipponiche, l’Unità 406 si specializzò su tutto ciò che riguardava la vita degli insetti-vettori in Corea ed in Giappone (distribuzione geografica, riproduzione, abitudini), concentrandosi essenzialmente sulle mosche nere e sulle morsicature dei moscerini, probabilmente gli insetti più adatti a diffondere malattie tra gli uomini.
Tra il 1946 e il 1953, numerosi studi vennero effettuati anche su antrace, tularemia, tifo, paratifo e febbri ondulanti. Come sempre, venne data attenzione anche alla messa a punto di diversi vaccini per l’immunizzazione delle truppe amiche.
Il Laboratorio di Ricerca Medica dell’Estremo Oriente 8003 (Unità 8003) a Tokyo fu un importante laboratorio aggiunto all’Unità 406. La data della sua fondazione è incerta, molto probabilmente iniziò i suoi lavori tra il gennaio e marzo del 1952, sembra sia stato istituito su ordine del Comando Logistico Giapponese o come una sezione supplementare alla Sezione Ecologica del Dipartimento di Entomologia dell’Unità 406, per estendere le ricerche relative all’encefalite B giapponese. L’Unità 8003 aveva a disposizione laboratori di batteriologia, entomologia, epidemiologia, con squadre di tecnici per la ricerca sulle malattie virali ed infettive. Non era nient’altro che un laboratorio tale e quale all’Unità 406 e, sebbene non sia chiaro il motivo di tale raddoppiamento, il nuovo laboratorio accolse numerosissimi scienziati militari, civili, pubblici e privati.
Tutti i dati delle Unità statunitensi in Giappone venivano trasmessi a Camp Detrick, questo fatto potrebbe legarle al programma di guerra biologica che gli USA stavano portando avanti da più di dieci anni. Un altro legame tra le Unità 406 e 8003 e la guerra biologica sono le numerose voci provenienti dal Partito Comunista Giapponese relative all’assunzione di ex scienziati del programma di Ishii Shiro all’interno delle strutture di ricerca statunitensi. Nel 1951, erano 309 le persone che lavoravano nell’Unità 406, di cui 107 giapponesi. Per il Partito Comunista non dovrebbe essere stato troppo difficile infiltrare all’interno della 406 propri membri, poiché la maggior parte dei lavoratori giapponesi non parlava l’inglese. Nel 1952, uscì un opuscolo del Consiglio della Pace Giapponese, dove veniva svelato, da questi presunti infiltrati comunisti, che una base batteriologica USA era stata impiantata a Tokyo e vi si lavorava alla produzione di germi altamente letali con la collaborazione dei colleghi di Ishii.
Tra il 1951 e il 1952, scoppiarono tra le truppe USA, soprattutto quelle in contatto con il nemico lungo il 38° parallelo, casi di gravi malattie, e sebbene i medici statunitensi riuscissero a curarli, tuttavia non riuscirono ad identificare e isolare il virus se non con l’aiuto di alcuni scienziati giapponesi. Mentre i tecnici USA ritenevano si trattasse di leptospirosi (malattia solitamente trasmessa dalle feci dei roditori), i giapponesi la descrissero come febbre emorragica. Nei rapporti dell’Unità 406 viene citato il nome del nipponico Kasahara Shiro, ex membro dell’Unità 731 specializzato nello studio delle febbri emorragiche, come risulta anche dai verbali dei numerosi interrogatori a cui fu sottoposto dalle autorità statunitensi1. Il capitano John Craig, ufficiale di Medicina Preventiva del 10° Corpo degli Stati Uniti ed epidemiologo dell’Unità 406, chiese di poter ottenere le informazioni degli studi giapponesi in merito allo scoppio dei casi di febbri emorragiche, la Sezione Medica del Quartier Generale del Comando dell’Estremo Oriente quindi intervistò Kitano Masaji, Kasahara Shiro, Ishikawa Tachiomura e Tamiya Takeo, tutti ex membri dell’Unità 731.
Nel marzo del 1951, al generale di brigata statunitense Crawford Sams venne affidata una missione dietro le linee nemiche, nella Corea del Nord. La missione consisteva nel verificare se tra le truppe cinesi nell’area della città di Wonsan, nel sud-est nordcoreano, fossero comparsi casi di peste bubbonica, come era stato riferito da un agente americano infiltrato. Nel caso in cui fossero stati riscontrati casi di tale malattia, si doveva repentinamente correre ai ripari ed immunizzare i contingenti USA e ONU presenti in Corea. Il compito di Sams era rapire un soldato cinese malato e svolgere i test necessari in un laboratorio galleggiante, il Fleet Epidemic Disease Control Unit (Unità Galleggiante di Controllo delle Malattie Epidemiche), allestito appositamente per l’incarico. Una volta arrivati a destinazione, Sams incontrò un tecnico statunitense che mandò a monte il rapimento: egli riteneva che non si trattasse di peste, ma bensì di casi di vaiolo emorragico (altamente letale). Il dottor Sams e il suo laboratorio galleggiante furono coinvolti anche in un altro caso che potrebbe essere collegato al programma di guerra batteriologica statunitense. Nei primi mesi del 1951, al campo di prigionia USA presso Koje Island nella Corea del Sud, scoppiò una strana epidemia di dissenteria tra i prigionieri che durò circa un anno. L’inizio dell’epidemia coincise con l’arrivo della Fleet Unit di Sams al campo di prigionia. In un periodo di appena quattro mesi, quasi 120.000 prigionieri si ammalarono, di cui 19.320 costretti al ricovero ospedaliero, con un tasso di mortalità del 9%. La cosa straordinaria ed innaturale è che si riscontrarono una varietà enorme di batteri della dissenteria (amebica, bacillare e tanti altri tipi) tutti estremamente virulenti. Ci si può chiedere il motivo per cui una malattia ben conosciuta sia durata così a lungo e con una percentuale di mortalità così alta, ma soprattutto come mai tante varietà di batteri della dissenteria particolarmente virulente si siano ritrovate in un unico posto e tutte nello stesso periodo. Difficilmente in natura si può riscontrare un tale caso eccezionale. In un documento statunitense del Comitato della Guerra Biologica del Dipartimento della Difesa, datato 5 dicembre 1950, declassificato nel 1996 su richiesta di Hagerman e Endicott, si raccomanda che “il programma delle forze armate per la ricerca dei dati relativi all’immunizzazione contro le malattie utilizzate nella BW [guerra biologica] è essenziale che sia attivato sui disertori e sui prigionieri di guerra”.

Sebbene non espliciti, si possono trovare molti legami tra i Laboratori Medici statunitensi in Giappone e il programma di guerra batteriologica. Purtroppo molti documenti che potrebbero provare o confutare tali supposizioni non sono accessibili agli studiosi, mentre molti altri sono stati distrutti, come testimoniò l’ex direttore della CIA, Richard Helms, al Congresso nel 1977.

1 Stephen Endicott, Edward Hagerman, The United States and Biological Warfare, op. cit., pp. 148-149.

La Commissione Scientifica Internazionale

Il 22 febbraio 1952, il Ministro degli Esteri della Corea del Nord, Bak Hun Yung, protestò alle Nazioni Unite, dicendo che il popolo della Corea era attaccato con armi batteriologiche dalle Forze statunitensi. L’8 marzo, il Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, ??? Zhou Enlai, accusò gli Stati Uniti di utilizzare armi batteriologiche anche nella Cina del nord-est. Il 29 marzo 1952, il presidente dell’Accademia Sinica e del Comitato del Popolo Cinese per la Difesa della Pace Mondiale, ??? Guo Moruo, ottenne dal Consiglio Mondiale della Pace, riunito ad Oslo, la formazione di una Commissione Scientifica Internazionale (ISC) per verificare i fatti concernenti la guerra batteriologica. La Commissione venne formata a metà giugno del 1952 ed era costituita da:

  1. Joseph Needham (Gran Bretagna), biochimico e sinologo, professore di biochimica all’Università di Cambridge, ex consigliere scientifico presso l’ambasciata inglese a Chongqing e direttore del dipartimento di Scienze Naturali dell’UNESCO (Organizzazione Culturale, Scientifica ed Educativa delle Nazioni Unite);
  2. Andrea Andreen (Svezia), esperta in medicina chimica;
  3. Jean Malterre (Francia), esperto in fisiologia animale e patologo veterinario;
  4. Olivo Oliviero (Italia), medico e biologo, professore di anatomia umana alla Facoltà di medicina dell’Università di Bologna;
  5. Samuel Pessoa (Brasile), parassitologo ed entomologo;
  6. Nicolai N. Zhukov Verezinikov (Unione Sovietica), epidemiologo e batteriologo, ex esperto medico al processo di Khabarovsk e vice-presidente dell’Accademia di Medicina dell’Unione Sovietica.

Il 6 agosto 1952, si unì alla Commissione un altro italiano, Franco Graziosi, assistente all’Istituto di microbiologia dell’Università di Roma “La Sapienza”. Al suo arrivo, Graziosi ebbe dei problemi con gli altri membri dell’ISC, dovuti alla sua giovane età, ventinove anni, e al fatto che era iscritto al Partito Comunista Italiano. Ciò avrebbe potuto creare delle difficoltà relative all’imparzialità dei lavori, anche perché, poco prima della formazione dell’ISC, il delegato sovietico alle Nazioni Unite, Joseph Malik, aveva rifiutato una commissione d’inchiesta della Croce Rossa Internazionale (CRI) per verificare le accuse di guerra batteriologica, bollandola come imparziale. Anche il rappresentante cinese al Consiglio Mondiale per la Pace dichiarò che “i governi di Cina e Nord Corea non considerano il Comitato della CRI sufficientemente libero da influenze politiche per portare avanti un’equa indagine sul campo1” e la stessa obiezione venne estesa successivamente ad un altro organo dell’ONU, l’Organizzazione Mondiale della Salute (WHO). La CRI non godeva di una buona fama di neutralità fin dalla Seconda Guerra Mondiale, quando aveva mancato di fermezza nel denunciare gli orrori dei lager di sterminio nazisti. Per Graziosi, quindi, fu trovato un compromesso nominandolo non membro effettivo, ma consulente-osservatore dell’ISC. Facevano parte della Commissione segretari ed interpreti e molti scienziati cinesi che accompagnarono i tecnici occidentali in Corea del Nord a raccogliere e studiare le prove degli attacchi batteriologici statunitensi. Alcuni dei tecnici cinesi avevano studiato all’estero o erano stati professori in rinomate università europee, statunitensi e giapponesi, uomini la cui preparazione scientifica era quindi indiscussa. Graziosi arrivò dopo due mesi di viaggio a Beijing, nel momento in cui i suoi colleghi avevano già concluso la prima fase dei lavori, la raccolta dei dati.
Il lavoro dell’ISC, iniziato il 21 giugno e terminato il 31 agosto 1952, è raccolto in un voluminoso tomo di 665 pagine, il “Rapporto della Commissione Scientifica Internazionale incaricata di esaminare i fatti concernenti la guerra batteriologica in Corea ed in Cina”, edito a Beijing nel 1952. Il Black Book, altro nome del Rapporto, contiene un accurato studio delle armi batteriologiche presumibilmente utilizzate dagli USA, i metodi di disseminazione delle epidemie letali, i microrganismi e i vettori portatori delle malattie (roditori, insetti, molluschi, piume, paglia etc.). Nei numerosi Annessi del Rapporto vengono riportate le rotte degli aerei statunitensi, la presenza di insetti insoliti in luoghi ed in climi dove non potevano nascere e vivere; gli agenti biologici e batteriologici utilizzati negli attacchi; i test di laboratorio; sono riportate anche le testimonianze di quattro aviatori statunitensi prigionieri di guerra che confessarono di aver effettuato in Corea del Nord e in parte della Cina del nord-est attacchi con armi batteriologiche e la confessione di una spia sudcoreana, inviata nella Corea del Nord dall’esercito statunitense per riportare i dati relativi agli esiti degli attacchi.
Il Rapporto dell’ISC, svanito dall’interesse internazionale dopo la firma dell’armistizio di Panmunjon il 27 luglio 1953, per poter essere avvalorato, ha bisogno di essere supportato dai dati contenuti negli archivi militari statunitensi e cinesi, non ancora totalmente accessibili agli studiosi. Per comprovare il lavoro della Commissione bisogna indagare su come e su quali prove essa lavorò; quali furono gli esiti dei presunti attacchi statunitensi con organismi patogeni attivi e letali, quanti furono i contagiati e il numero delle vittime; bisogna verificare se gli attacchi, come molti affermano, siano stati di proporzioni limitate e a carattere sperimentale o se ebbero un ruolo importante se non addirittura essenziale nell’evolversi della guerra sul campo; cosa successe dopo la fine delle ostilità e come mai un assoluto riserbo ancora oggi copre le responsabilità statunitensi relative alla guerra biologica.

Tra il gennaio ed il febbraio 1952, le autorità nordcoreane e cinesi prepararono delle speciali misure per affrontare uno strano assortimento di problemi medici a sud del fiume Yalu e lungo il 38° parallelo, la linea del fronte. Furono notati, da contadini e da militari, strani oggetti lanciati dalle forze aeree USA che contenevano insetti di varia specie, foglie, piume, germogli di soia, gusci simili a molluschi, pesce e carne marcia, persino rane e roditori. Il 28 gennaio, un aereo nemico venne notato sopra il distretto di Ichon per ben tre volte e vennero ritrovate, da una truppa dei Volontari Cinesi pulci, mosche, zanzare e ragni. Gli stessi insetti furono ritrovati poco dopo anche nel distretto di Evondi e in altri luoghi dove erano stanziate le truppe cinesi. La comparsa di questi insetti fu straordinaria, in quanto vennero ritrovati sulla neve e in condizioni climatiche molto rigide (tra i – 15°C e i + 1°C) tali da non permetterne né la vita né tanto meno la riproduzione. I risultati dei test batteriologici di laboratorio condotti dal Quartiere Medico Generale dell’Esercito Coreano su pulci e ragni diedero risultati negativi, ma dimostrarono che le quattro specie di zanzare ritrovate erano positive al colera (malattia storicamente poco presente in Corea). Le zanzare, inoltre, erano molto resistenti al freddo e tre delle quattro specie non erano mai state presenti in Corea. L’11 febbraio, alcuni soldati cinesi dell’Unità N stanziati nella regione di Cheumdon, in prossimità della linea del fronte, notarono tre aerei USA F-51 lanciare alcuni oggetti cilindrici grigi e scatole di carta gialla. I cilindri contenevano zanzare, pulci, formiche e altri insetti; solamente una specie di pulci risultò positiva alla peste nei test di laboratorio. L’8 febbraio, pochi giorni prima del ritrovamento delle pulci appestate, fu catturato il caporale del 38° reggimento statunitense, James Chambers, e si scoprì che era stato immunizzato contro la peste, lo stesso venne riscontrato in altri due prigionieri di guerra sudcoreani. Durante il mese di febbraio, in Corea, si registrano temperature molto rigide che non permettevano lo sviluppo naturale di tali insetti. Il 18 febbraio, molti insetti, positivi alla peste negli esami batteriologici, vennero rinvenuti presso Anzhou, Corea nordoccidentale. Il comandante in capo dell’Armata Popolare Cinese, Nie Rongzhen, diede ordine di mandare alcuni campioni degli insetti raccolti a Beijing, per più approfondite analisi, scrivendo a Zhou Enlai che ”in base alle stime degli esperti, le possibilità di colera, febbri tifoidi, peste, febbri ricorrenti [negli insetti] sono alte2”. Le indagini a Beijing dimostrarono la presenza di colera, peste e altri tipi di germi negli insetti.
Il 22 e il 24 febbraio, rispettivamente Bak Hun Yung e Zhou Enlai accusarono gli Stati Uniti di crimini di guerra batteriologica. Il ministro cinese denunciò gli USA per aver disseminato il virus del vaiolo nella Corea del Nord, durante la ritirata a sud del 38° parallelo, dopo l’intervento cinese nella guerra negli ultimi mesi del 1950. Intanto, l’esercito cinese e coreano si preparavano ad un massiccio intervento di cura e prevenzione nelle zone sospettate di essere state oggetto di attacchi biologici. Tre milioni di dosi di vaccino antipeste, cinque milioni di vaccino contro il colera insieme a milioni di altri tipi d’immunizzazioni vennero spediti al fronte, organizzati ospedali speciali e misure preventive anti-epidemiche, cattura e sterminio di topi ed insetti, stretta sorveglianza alle risorse idriche, quarantena per le persone infette, controllo delle vie di rifornimento e di comunicazione. Fino alla fine del febbraio 1952, non venne registrato alcun caso di peste o colera né tra la popolazione civile né tra le forze armate comuniste, anche se il vaiolo mieteva moltissime vittime tra la popolazione sia del Nord che del Sud Corea e sporadiche tra le forze armate. Nel mese di marzo del 1952, si riscontrarono casi di “strane” malattie: sessanta casi di peste in sette armate dell’esercito cinese; in un piccolo villaggio di appena 600 abitanti nella prefettura di Anju, trentasei persone morirono di peste, su cinquanta contagiati; quarantaquattro casi di meningite ed encefalite tra l’esercito, con sedici morti; a Pyongyang, tre morti di colera su cinque contagiati; venti morti su quarantatre infettati da violentissime malattie non accertate in alcuni villaggi nordcoreani (alcuni morirono dopo appena due ore dalla comparsa dei sintomi).
Nella prima settimana del marzo 1952, nel nord-est della Cina furono registrate diverse incursioni aeree nemiche e ritrovati molti insetti simili a quelli rinvenuti nella Corea del Nord (trenta specie di insetti-vettori). Il governo cinese ordinò alle autorità provinciali di dare repentinamente il via a provvedimenti anti-epidemici, dopo che i test di laboratorio scoprirono la presenza di batteri di peste, colera, meningite, paratifo, tifo, salmonella e febbri ricorrenti. Il 12 marzo, nella contea di Kuandian, importante via di congiunzione tra Cina e Corea, vennero avvistati otto aerei USA (F-86 Sabrejets) sorvolare la zona e uno di questi fece cadere un oggetto cilindrico al cui interno trovarono zanzare, ragni e piume di pollo. Non lontano dal cilindro vennero scoperte centinaia di piccole bombe a frammentazione dallo strano contenuto. I test evidenziarono la presenza dell’antrace in tutti gli insetti e piume, ma non si registrarono vittime. Tra la prima settimana di marzo e il 5 aprile 1952, quattro casi di antrace vennero scoperti dalle autorità cinesi, tutti e quattro dopo che era stato avvistato un aereo nemico. Sempre tra il marzo e l’aprile, il Comitato Provinciale della Prevenzione delle Malattie Epidemiche del ?? Liaoning dichiarò che il 38% del territorio era sottoposto alle incursioni aeree batteriologiche da parte del nemico, e che, in appena quaranta giorni, 2.000 persone si erano ammalate, di cui 140 morirono. Si registrarono 589 casi di strani ed acuti disturbi, morirono di malattia anche 558 polli. A Shenyang si riscontrarono persino diversi casi di encefalite.
Alla fine del marzo 1952, le autorità cinesi e il Comitato Centrale di Prevenzione delle Malattie Epidemiche avevano organizzato ben 129 brigate di prevenzione sanitaria, in cui operavano circa 20.000 tecnici. In appena due settimane, quasi 5 milioni di persone vennero vaccinate contro la peste, migliaia di tonnellate di rifiuti bruciati e milioni d’insetti e roditori uccisi. Nel maggio 1952, il Comitato di Prevenzione dichiarò che le incursioni aeree statunitensi di guerra batteriologica si erano estese anche nella Cina centrale e meridionale, riportò 358 invasioni aeree nella provincia del Guangdong nel solo mese di aprile. Per tutta la durata del conflitto, le autorità cinesi continuarono a denunciare gli attacchi batteriologici statunitensi, che lanciavano dai loro bombardieri “bombe non esplosive” piene d’insetti e di altri vettori di malattie letali. Molti rapporti cinesi affermano la presenza di strane sostanze in differenti parti della Cina del nord-est: sostanze appiccicose trovate in una stazione ferroviaria insieme a numerosi piccoli scarafaggi neri portatori di peste e diverse borse piene di pulci; locuste furono scoperte in luoghi estremamente freddi; una valigia contenente venti specie di zanzare fu rinvenuta presso un ponte e, anche se non ci sono rapporti per stabilire se fossero portatrici di malattie, nove guardie si ammalarono di una malattie che non fu possibile diagnosticare; ventuno studenti si ammalarono gravemente dopo che furono rinvenute strane mosche e zanzare; nel marzo del 1952, un’infermiera giapponese scoprì delle mosche portatrici di tifo che non erano mai state viste in Corea, ma che riconobbe come una specie tipica della propria regione nipponica.
Nella primavera del 1952, la Cina organizzò la Commissione per Investigare sui Crimini di Guerra Batteriologica Americani costituita da numerosi scienziati, alcuni mandati in Corea insieme a giornalisti, rappresentanti internazionali, movimenti giovanili e delle donne, gli altri invece rimasero nella Cina nordorientale e si occuparono principalmente di tutti gli aspetti scientifici delle indagini: identificazione dei vettori, autopsie, analisi dei microrganismi. A capo della Commissione furono posti il Ministro della Salute cinese, Li Dequan, e Liao Chengzhi, eminente membro del governo cinese. La Commissione stilò un Rapporto (Documenti di Praga) nel quale asseriva: “il governo USA, che portando avanti una vile aggressione contro la Repubblica Popolare Cinese, ha commesso non solo il crimine di aggressione, ma anche crimini contro l’umanità e crimini in violazione delle leggi e delle convenzioni internazionali e delle consuetudini di guerra. […] Noi chiediamo che i responsabili del governo e delle Forze Armate USA e degli elementi degenerati dei circoli scientifici statunitensi siano bollati come criminali di guerra, giudicati dai popoli di tutto il mondo e severamente puniti3”.

Tutte le prove, testimonianze e analisi della Commissione cinese furono sottoposte all’analisi della nuova Commissione Internazionale formata ad Oslo, l’ISC. Sebbene l’ISC non avesse alcun capo ufficiale, Joseph Needham viene considerato la sua figura di spicco. Oltre ad essere un esperto e rinomato biochimico, era l’unico a conoscere la lingua e la cultura cinese. Aveva fatto parte della Missione Scientifica Britannica in Cina dal 1943 al 1946, partecipando insieme agli scienziati cinesi alle investigazioni sul programma di guerra biologica giapponese e di sperimentazione sull’uomo. Nel 1944, aveva scritto un Rapporto indirizzato al Ministero degli Esteri Britannico nel quale riportava alcuni casi di attacchi nipponici non convenzionali in Cina, ma purtroppo non ve ne è più traccia né negli archivi inglesi né nelle carte di Needham depositate all’Imperial War Museum di Londra.
L’ISC iniziò i lavori con alcune sedute preliminari a Beijing tra il 23 giugno e il 9 luglio, poi si mosse per Shenyang, dove rimase fino al 25 luglio. Dal 28 luglio al 5 agosto si fermò in Corea del Nord per poi unirsi a Franco Graziosi il 9 agosto a Beijing. Stando alle parole di Graziosi, “la ragione per cui la Commissione fu chiamata era di esaminare le prove fornite dal governo cinese e coreano sul fatto che queste armi [armi batteriologiche] fossero state utilizzate, ma la scala, gli scopi strategici, tattici o psicologici dell’uso delle armi biologiche, non era una questione che l’ISC poteva esaminare. Cina e Corea si interessavano solamente a fornirci quei documenti che erano utili a stabilire l’uso o il non uso di tali armi4”. L’ISC lavorò esclusivamente sulle evidenze fornite dalla Cina e dalla Corea, visitò solamente alcuni siti dove erano presumibilmente avvenuti gli attacchi statunitensi con armi invisibili, ebbe la possibilità di ascoltare i quattro aviatori statunitensi (John S. Quinn, Kenneth L. Enoch, Floyd B. O’Neal, Paul Kniss) che confessarono di aver effettuato attacchi con armi batteriologiche e che descrissero nei particolari le bombe utilizzate, intervistarono molti testimoni oculari e la spia sudcoreana catturata dalle forze comuniste, lavorarono a strettissimo contatto con le risorse e gli esperti cinesi e coreani.

Grande attenzione venne riservata ai numerosi casi di peste scoppiati nella Corea del Nord a partire dal 1952. La peste non era stata presente nella penisola coreana per lo meno dagli ultimi cinque secoli, sebbene in alcune zone della Manciuria (la più vicina a 450 chilometri) la peste fosse endemica. Tuttavia la Commissione ritenne che non si poteva assolutamente trattare di fenomeni naturali. Numerosissime pulci infette dalla peste vennero ritrovate dopo il passaggio di aerei statunitensi in luoghi molto freddi, ma ciò che più stupì fu che “le pulci ritrovate non sono le pulci dei ratti che sono normalmente i vettori abituali dei bacilli della peste, ma le pulci dell’uomo (Pulex irritans), le stesse che furono utilizzate dai giapponesi nel corso della seconda guerra mondiale. […] E’ impossibile ritrovare queste specie in così grandi quantità lontano dalle abitazioni umane5”. Affinché si manifesti, in natura, un’epidemia di peste, come spiega il professor Graziosi, deve accadere una catena di eventi ben precisa e del tutto eccezionale. Le pulci sono parassiti molto specifici, la pulce del ratto vive sui ratti, la pulce dell’uomo solamente sull’uomo, ma nel momento in cui avviene una grande moria di ratti, le pulci appestate e affamate non trovano più i loro naturali ospiti e possono venire a contatto con l’uomo. Quando appaiono i primi casi di peste nell’uomo dovute alle morsicature delle pulci dei roditori, allora la pulce umana può divenire portatrice di peste anch’essa e diffondere la malattia nelle comunità umane, ma solo in casi del tutto eccezionali e che comunque non giustificano la massiccia presenza di pulci umane vettori di peste bubbonica sul terreno nevoso, in luoghi freddi e lontani dai centri abitati. L’ISC esaminò nel dettaglio un caso avvenuto il 5 aprile 1952 in quattro villaggi nell’amministrazione di Kannan (Manciuria nord-orientale). La notte del 4 aprile, intorno alle 23 e 30, molti contadini udirono un aereo passare a bassa quota, gli abitanti dei villaggi al loro risveglio ritrovarono moltissimi topi di campagna (o arvicole) morti o visibilmente ammalati nelle loro abitazioni e nei dintorni dei paesi. La Commissione trovò le evidenze assolutamente anormali: le arvicole di quella specie (Microtus gregalis) si vedevano solamente nei mesi estivi e non affollavano le abitazioni in così grande quantità (ne vennero ritrovati 717). Ma soprattutto i Microtus gregalis non erano mai apparsi in quella zona. Le analisi batteriologiche sui topi effettuate all’Istituto Medico Cinese di Shenyang rivelarono la presenza del batterio Yersina pestis, peste bubbonica. Non furono però ritrovati resti di bombe o di involucri, sebbene nel Rapporto viene riportato un articolo del gennaio 1952 di un giornale giapponese, il Mainichi, nel quale viene descritto un recipiente di carta, in grado di essere paracadutato e di bruciare senza lasciare alcuna traccia dopo aver rilasciato il suo contenuto. L’ISC inoltre cita il Saitama Experimental Animal Research Institute gestito da Ozawa, l’unico istituto giapponese in grado di allevare migliaia e migliaia di topi. La conclusione della Commissione fu “non resta alcun dubbio sul fatto che una grande quantità di arvicole affette da peste è stata disseminata sul distretto di Kannan nella notte tra il 4 e il 5 aprile 1952 da un aereo che i contadini avevano sentito. L’apparecchio è stato identificato come appartenente all’aviazione americana di combattimento notturno del tipo F-82 a doppia fusoliera6”.

A Kuandian, la Commissione confermò le prove portate dai tecnici cinesi e, anche in questo caso, riscontrarono anomalie di stagione e zoogeografiche negli insetti cosparsi d’antrace che erano stati rinvenuti sulla nuda terra. Il tipo di bacillo dell’antrace ritrovato nei coleotteri del genere Ptinus, negli aracnidi o nelle piume oltre ad essere particolarmente letale, aveva la caratteristica di provocare la contaminazione delle vie respiratorie, una delle forme più letali dell’antrace. Gli USA avevano rivolto molta attenzione alle malattie che potevano colpire l’apparato respiratorio umano e gli stessi ricercatori di Camp Detrick avevano reso pubblico l’ottenimento di varianti del batterio dell’antrace che poteva penetrare e “avvelenare” le vie respiratorie. Fu Graziosi che, esaminando la quantità di antrace negli Ptinus7, straordinariamente alta per poter essere un evento di infezione naturale, fece notare agli altri membri della Commissione l’eccezionalità del caso non segnalato dalla Commissione cinese. Con questa osservazione Graziosi ottenne la stima e la fiducia degli altri, forse prima diffidenti per la giovane età dello scienziato italiano.
L’ISC fu invitata dal Ministro della Sanità nordcoreano ad indagare su alcuni casi di colera scoppiati a Dai Dong. Il 16 maggio 1952, venne notato un aereo volare in circolo per circa un’ora sopra ad una collina. Una contadina trovò un pacchetto contenente molluschi, che consumò crudi insieme al marito. La sera almeno dieci persone si ammalarono e morirono nel giro di un solo giorno. I rapporti medici indicarono che la morte era dovuta al colera. Gli esami batteriologici effettuati sui molluschi, oltretutto fuori stagione con un anticipo di almeno un mese, furono positivi al vibrione del colera, una malattia mai endemica in Corea. La Commissione non poté fare a meno di notare la stranezza di trovare molluschi, animali acquatici, della specie Meretrix meretrix, sul fianco di una collina in un territorio pressoché rurale; non poté fare a meno di notare che i molluschi erano stati ritrovati a meno di un chilometro di distanza da una stazione di pompaggio di acqua potabile. Le testimonianze raccolte confermarono la presenza di un forte vento nella notte del presunto attacco batteriologico, che potrebbe aver deviato la caduta dei pacchi contenenti molluschi vettori del colera e che potrebbe giustificare anche la presenza in aria per quasi un’ora dell’aereo nemico.

Particolare attenzione venne rivolta allo studio delle bombe e dei recipienti in grado di portare e disseminare vettori e materiale contaminato. La disseminazione poteva essere avvenuta tramite diverse tecniche e diversi contenitori, che, purtroppo, non sempre furono ritrovati. La Commissione quindi si basò molto sulle testimonianze di testimoni oculari, ma soprattutto sulle dichiarazioni dei quattro aviatori americani prigionieri di guerra, uno dei quali confessò che “le nostre bombe [batteriologiche] sono ancora ad uno stadio sperimentale e ne esistono di molte varietà8”. Nel Rapporto sono descritti dodici tipi di disseminazione di malattie infettive e di bombe biologiche, facendo riferimento al giorno in cui erano state ritrovate, al loro contenuto, alle loro caratteristiche strutturali e ai testimoni che le avevano scoperte.
I membri dell’ISC ebbero l’occasione di intervistare a Pyongyang un sudcoreano, Lim Choom Tack, appartenente alle Forze Ausiliarie Americane di Spionaggio e catturato il 20 maggio 1952 in territorio nordcoreano. Confessò che lo scopo della sua missione era quello di raccogliere i dati relativi agli attacchi batteriologici che erano stati effettuati e di scrivere un rapporto. Dalle analisi, a cui fu sottoposto, si poté vedere che aveva subito un gran numero di immunizzazioni per diverse malattie letali. Confessò che gli era stato ordinato di raccogliere informazioni utili su alcune malattie sulle quali gli statunitensi volevano essere informati, come tifo, peste, colera, encefalite, dissenteria e vaiolo. Era stato istruito a non passare la notte in posti infestati da insetti e di bere solo acqua prima bollita.

Le confessioni dei piloti americani svolsero un ruolo molto importante, confermando le indagini sia della Commissione cinese sia di quella internazionale, ed ebbero ripercussioni sul breve dibattito relativo alle responsabilità della guerra batteriologica che seguì dopo il ritorno a casa degli aviatori. I quattro piloti confessarono le loro responsabilità nella guerra biologica, descrissero, a volte in modo dettagliato, le bombe non-esplosive che avevano gettato in Cina ed in Corea del Nord e degli insetti-vettori, dei ratti e di alcune malattie che avevano diffuso dai loro aerei. Confessarono di aver partecipato tra il luglio del 1951 ed il marzo del 1952 a molte conferenze, in Giappone e Corea, sui metodi di guerra batteriologica. In tutto, furono trentasei i piloti che ammisero alle autorità cinesi di aver effettuato attacchi di guerra batteriologica e a cui fu richiesta una testimonianza scritta (Appendice 4, p. 214). Quando i militari catturati vennero rimpatriati negli Stati Uniti dissero di essere stati costretti a confessare gli attacchi biologici a causa del pessimo trattamento a cui erano stati sottoposti nei campi di prigionia nordcoreani, la mancanza di cibo, i lunghissimi periodi di isolamento, le crudeltà fisiche e psicologiche che subirono dai loro carcerieri. Essi rassicurarono gli USA di non sapere assolutamente nulla della guerra biologica, avevano solamente dato delle false confessioni. Il professor Zhu Chun, ex ufficiale del Quartier Generale della Divisione dei Campi di Prigionia, fu uno di coloro che interrogarono i piloti catturati. Ascoltò anche i tenenti Quinn e Enoch, poi interrogati dai membri dell’ISC. In una sua intervista concessa a Endicott e Hagerman, egli descrive come avvenivano le testimonianze scritte:

Li chiamavamo nel nostro ufficio. Parlavamo loro in modo paziente e li ascoltavamo uno ad uno. All’inizio non volevano parlare. Ma noi avevamo le prove. Nevicava fuori, c’era la neve a terra e il nostro esercito trovava insetti avvelenati a terra. Sì, noi li pressavamo. Volevamo sapere da loro che cos’erano le bombe che noi trovavamo. Volevamo sapere da loro i risultati delle loro azioni criminali. Gli chiedevamo se potevano scrivere tutto ciò che avevano fatto. Loro scrivevano qualcosa e ce lo consegnavano. Di solito era incompleto, vago a volte. Gli facevamo ancora domande. Tornavano indietro e scrivevano qualcos’altro9”.

I membri della Commissione sono della netta convinzione che nessuna pressione né fisica né mentale sia stata esercitata sui prigionieri e che questi abbiano solamente fatto le loro confessioni10”, si legge nel Rapporto dell’ISC. Ex prigionieri di guerra dell’UNC, finito il conflitto, affermarono che nei campi di prigionia coreani non vi erano pesanti privazioni fisiche e psicologiche. Endicott e Hagerman hanno incontrato anche l’ex pilota dell’esercito USA che confessò i crimini di guerra biologica, Howard Hitchens Jr. Non subì abusi fisici come tortura o sevizie, sebbene la sua esperienza fosse stata dura e di estrema prostrazione, d’altra parte era un prigioniero di guerra statunitense reo confesso di aver effettuato attacchi con armi letali di distruzione di massa. Hitchens spiegò di aver confessato solamente per far terminare la terribile pressione a cui era sottoposto dalle autorità cinesi, che continuamente lo interrogavano per ottenere informazioni. Il colonnello Walker Mahurin nella sua testimonianza scritta descrive le bombe biologiche che “contenevano mosche, pulci e zanzare infette di malaria, febbre tifoide, peste ed altro ancora11”. Dal 10 gennaio 1952, gli vennero affidate dieci missioni di guerra batteriologica al mese, di cui almeno due in territorio cinese. Le missioni a nord dello Yalu, spiegò Mahurin, venivano affidate solamente ai piloti più esperti, dato l’alto rischio dei raid. L’obiettivo delle incursioni aeree era di contaminare le aree che erano state appena bombardate con le armi convenzionali. L’efficienza e la velocità dei servizi logistici comunisti vanificava ogni attacco nemico ed in poco tempo ogni via di comunicazione o di approvvigionamento veniva ricostruita durante la notte. Lanciare pulci infette della peste avrebbe fermato i lavori di ricostruzione. Nella deposizione di Mahurin, egli parla accuratamente di una sua visita a Camp Detrick nel novembre del 1950, dove assisté alla sperimentazione di una bomba al cui interno si trovavano insetti portatori di letali malattie, descrive gli insetti-vettori, e fornisce molti dettagli e nomi di alcuni membri delle Forze Aeree statunitensi che erano coinvolti nei segretissimi attacchi biologici. Tuttavia, al suo ritorno negli Stati Uniti, quando, insieme a tutti gli altri piloti che avevano confessato, fu messo sotto accusa per alto tradimento, che poteva significare la condanna a morte, ritrattò tutte le sue rivelazioni. Mahurin bollò le sue confessioni come ridicole, ma, a suo dire, fu fortemente costretto a fare quelle false dichiarazioni. Il governo USA portò avanti anche la tesi del “lavaggio del cervello” subito dai prigionieri di guerra per confessare atti e cose di cui non sapevano neanche l’esistenza. Nessun pilota comunque fu sottoposto ad alcun procedimento giuridico.

Il 31 agosto 1952, a Beijing, la Commissione Scientifica Internazionale firmò il proprio Rapporto concludendo che i popoli di Cina e Corea erano stati soggetti agli attacchi di guerra batteriologica statunitense. I membri dell’ISC chiesero anche a Graziosi di apporre la propria firma, ma egli, in accordo con Needham, si rifiutò. Essendo un consulente-osservatore, la propria firma avrebbe potuto scatenare false accuse sull’attendibilità del Rapporto e della Commissione, non essendo egli un membro effettivo, così scrisse una propria dichiarazione. Ogni parola fu ben misurata e accorta, tale da non lasciare fraintendimenti. Graziosi, anche se non partecipò alla prima parte dei lavori, prese visione di ogni documento che l’ISC aveva avuto a disposizione dalle autorità cinesi e coreane, ebbe modo di lavorare e discutere con molti suoi colleghi cinesi e su tutto il materiale delle biblioteche e degli archivi locali, “attraverso queste attività sul posto, mi sono convinto che le forze aeree statunitensi hanno usato armi di questo genere [armi batteriologiche]12”. Il compito dell’ISC era di una gravosa importanza, stabilire se la nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti, avesse impiegato armi di distruzione di massa, proibite e rinnegate dalla maggior parte dei paesi e dei popoli del mondo. Inoltre Needham e Zhukov facevano parte di nazioni direttamente coinvolte nel conflitto, e, secondo Graziosi, questo gravava moralmente ancor più sul compito che era stato loro affidato. La Commissione probabilmente non poté fare molto di più sia per il tempo assai limitato, sia per la mancanza di un supporto tecnico autonomo, sia per l’obiettivo ben definito per cui era stata chiamata ad indagare. Non fu chiesto all’ISC di investigare sugli scopi o sulle proporzioni di tali attacchi, le autorità comuniste gli sottoposero solamente distinti e circoscritti casi di guerra batteriologica, anche perché il quadro generale degli attacchi biologici era coperto dalla più assoluta segretezza, per non rivelare al nemico utili informazioni. La Commissione si chiese più volte se gli attacchi potessero provenire anche da altre nazioni, ma studiando le rotte, tracciate dai radar cinesi, degli aerei che avevano effettuato gli attacchi, fu chiaro che questi provenivano dalle basi statunitensi e lo riporta anche Needham nei suoi appunti. Tuttora non si è in grado di stabilire l’esatta portata degli attacchi, il numero delle vittime o i risultati tattici e strategici, ma, senza ombra di dubbio, i casi esaminati dall’ISC confermano gli attacchi batteriologici statunitensi.

Franco Graziosi è oggi l’unico testimone ancora in vita dell’intera Commissione. Con lui, oltre ad aver avuto modo di indagare sulle questioni prettamente scientifiche e storiche, ho potuto analizzare altri aspetti del lavoro dell’ISC e sviluppare una più approfondita analisi della guerra batteriologica in Corea. Il primo problema da affrontare è l’attendibilità degli uomini coinvolti e la loro preparazione scientifica. Tutti erano affermati scienziati, noti nelle loro rispettive nazioni e all’estero ed ognuno fornì un aiuto essenziale alle indagini: Graziosi, oltre a presentare interessanti osservazioni scientifiche, soprattutto riguardo ad alcuni casi di encefalite a Shenyang, persuase Needham ad inserire all’interno del Rapporto gli annessi, in modo da dare ai lettori e agli studiosi una visione globale del lavoro svolto ed in previsione di un generale scetticismo che avrebbe avvolto tutto il Black Book; Olivo fece un accuratissimo studio sugli scheletri delle arvicole trovate a Kannan e li confrontò con quelli dei roditori locali; Pessoa ordinò tutti i dati sugli insetti disseminati dagli statunitensi; Zhukov diede moltissima importanza ai vari incidenti di disseminazione di vettori di peste bubbonica.
Più volte si è pensato ad un grande complotto nazionale da parte cinese, un’enorme frode propagandistica, un piano segreto attuato per gettare discredito sulla presenza USA in Corea. Se fosse vero, le autorità cinesi avrebbero dovuto coinvolgere migliaia e migliaia di scienziati, disseminare agenti biologici altamente letali contro le proprie truppe, costringere centinaia di testimoni oculari a giurare di aver visto aerei USA gettare strani involucri, disseminare sul terreno nevoso migliaia di insetti e vettori infetti, mettere d’accordo soldati, contadini, medici, infermieri e, cosa ancor più difficile, ingannare gli scienziati internazionali. Graziosi e Needham, durante il loro soggiorno a Beijing, si intrattenevano spesso a cena con i loro colleghi cinesi e mai nessuno fece trapelare alcun dubbio o mise in guardia i due studiosi. La Commissione incontrò anche Mao Zedong e Zhou Enlai. Graziosi ricorda che Mao chiese spiegazioni riguardo al loro lavoro “ma cosa sono tutti questi insetti che ci buttano addosso?”, dimostrando una reale e sincera attenzione.
Nell’archivio di Franco Graziosi depositato all’Imperial War Museum di Londra, oltre ai vari documenti scientifici e storici, sono raccolte alcune testimonianze che dimostrano lo spirito che coinvolgeva i membri dell’ISC: una poesia di Olivo, appunti di Needham, disegni regalati da bambini cinesi a Graziosi, erano “tutte persone con un forte senso di responsabilità e passionalmente impegnate13”, sottoposte ad una enorme pressione, ma che fecero tutto in estrema imparzialità e professionalità, scevri da qualsiasi pregiudizio “imperialista” o “comunista”.

Il Rapporto dell’ISC è un importantissimo documento scientifico e storico, ma che non hai mai avuto il dovuto e giusto riconoscimento. Le prove raccolte e studiate sono, usando le parole di Needham, al 99% inattaccabili. Soprattutto gli annessi hanno una rilevante importanza per spiegare la ragione e gli scopi degli attacchi. L’esercito USA utilizzò una grandissima quantità di agenti biologici letali: peste, carbonchio, antrace, colera, encefalite e perfino molti parassiti vegetali. L’Annesso QQ14 è un rapporto su un’epidemia di setticemia (affezione caratterizzata da un’elevata presenza di batteri nel sangue) tra i polli causata dalle morsicature dei ragni, gettati dagli aerei americani, portatori di Pasteurella multocida. La Pasteurella è un parassita che attacca principalmente roditori o pollame, solamente in casi rari può essere trasmessa all’uomo, in generale, senza causare troppi danni. Di per sé questo studio potrebbe non essere importante, ma è invece indicativo per comprendere la portata degli attacchi batteriologici statunitensi. Gli aerei USA gettarono sulle teste dei coreani e dei cinesi una vastissima gamma di agenti patogeni a volte con scopi tattici ben precisi, come impedire l’accesso delle truppe nemiche in determinate zone o per impossibilitare gli approvvigionamenti ed interdire le vie di comunicazione. Per molti altri attacchi, invece, si può parlare di vere e proprie sperimentazioni di metodi di guerra biologica sul campo, esperimenti comunque inseparabili da ben precisi scopi tattici e strategici. Si tratta sicuramente di impieghi su scala molto limitata, dato lo sparuto numero di vittime documentate e la scarsa utilità nella guerra biologica di alcuni microrganismi patogeni utilizzati. Il conflitto coreano poteva offrire alle Forze Armate statunitensi un esclusivo banco di prova per le nuove armi e per i nuovi studi sviluppati a Camp Detrick e nelle Unità giapponesi 406 e 8003, mai provati prima sul campo. Senza un’adeguata osservazione, senza una sperimentazione sugli esseri umani non si ha la possibilità di comprendere l’effettiva letalità di armi costituite da organismi vivi e attivi che causano gravi malattie nei corpi che occupano. Un conflitto confinato in una remota e quasi ignota parte del mondo, la Corea, fornì con tutta probabilità il miglior campo di sperimentazione per gli scienziati del Maryland, soprattutto dopo le recenti acquisizioni dei dati giapponesi relativi alla guerra biologica. La guerra batteriologica statunitense in Corea ed in Cina può essere quindi definita del tutto sperimentale.
Tuttavia, ci furono moltissimi casi di vaiolo negli ultimi mesi del 1950 e agli inizi del 1951 che meritano di essere approfonditi. Zhou Enlai accusò pubblicamente gli Stati Uniti di aver disseminato in Corea del Nord il virus del vaiolo durante la ritirata delle truppe dell’UNC al sud, in seguito all’urto dei Volontari cinesi entrati in guerra. Effettivamente, nel gennaio del 1951, si verificò una situazione di assoluta emergenza in cui lo sgombro USA dalla Corea sembrava quasi inevitabile. Nelle Reminiscences (Memorie) del generale Douglas MacArthur si legge:

Il 4 gennaio, i nemici ripresero Seul, il 7, l’Ottava Armata si ritirò in una nuova posizione a circa 70 miglia a sud del 38° parallelo. La stampa europea e gran parte di quella statunitense gridava istericamente che le forze delle Nazioni Unite «stanno per essere buttate a mare». La disastrosa predizione fu solennemente ripetuta all’assemblea del Congresso. La strategia della progressiva debolezza, a causa dell’allungamento delle linee di rifornimento, stava andando contro il nemico e LE MALATTIE STAVANO COMINCIANDO A DANNEGGIARE I SUOI RANGHI. IL TIFO E ALTRE DIFFUSE EPIDEMIE, CHE I CINESI NON SAPEVANO COME CONTROLLARE, DECIMARONO LE LORO LINEE15”.    [maiuscolo aggiunto]

Il generale MacArthur dà una straordinaria importanza alle malattie infettive, tale da capovolgere la situazione bellica a proprio favore.
Ho tentato di scoprire con il professor Graziosi se le Forze USA avessero effettivamente utilizzato il virus del vaiolo per annientare le forze comuniste. Ciò avrebbe assolutamente smentito l’uso sperimentale degli attacchi batteriologici e provato l’uso massiccio di tali offensive. Durante il suo lavoro a Beijing, nell’estate del 1952, Graziosi visitò, insieme a Pessoa, l’Istituto Sieroterapico di Beijing in cui vide con i propri occhi la preparazione massiccia di milioni di dosi di vaccino anti-vaioloso, confezionato per un impiego rapido e su larga scala. Ciò rappresentava uno sforzo eccezionale e sicuramente connesso con gli eventi bellici. I Volontari dell’esercito cinese, in prevalenza contadini, non erano immunizzati contro il vaiolo a differenza delle Forze dell’UNC. Tuttavia nemmeno i coreani era stati vaccinati, né durante i lunghi anni del dominio giapponese né nel breve periodo di amministrazione fiduciaria statunitense. Nell’edizione del 1963 dell’Enciclopedia Britannica alla voce “smallpox” [vaiolo] si legge che nella Corea del Sud, nel 1946, si erano verificati 20.574 casi di vaiolo, in base ai dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel Rapporto del 29 aprile 1954 del colonnello statunitense Arthur P. Long, intitolato General Aspects of Preventive Medicine in the Far East Command [Aspetti Generali di Medicina Preventiva nel Comando dell’Estremo Oriente], si parla di 50.000 casi di vaiolo di cui 12.000 mortali, tra la popolazione sudcoreana e 4.000 casi tra le truppe ONU, nel solo 1951. Tutti questi numerosissimi casi indicano senza dubbio un forte endemismo della malattia nella Corea e i soldati cinesi non vaccinati potrebbero aver contratto il virus dalla popolazione locale. Questi fatti dimostrano con tutta probabilità l’estraneità degli Stati Uniti nei casi di vaiolo e che le ragioni di quest’elevato numero di contagiati fu dovuto a cause puramente naturali.

Topic: esperimenti giapponesi seconda guerra mondiale, unità 731, Shiro Ishii, crimini di guerra giapponesi

1 Milton Leitenberg, “New Russian Evidence on the Korean War Biological Warfare Allegations: Background and Analysis”, Cold War International History Project Bulletin 11, Woodrow Wilson International Centre for Scholars, marzo 1999, p. 186.

2 Stephen Endicott, Edward Hagerman, The United States and Biological Warfare, op. cit., p. 8.

3 Milton Leitenberg, “New Russian Evidence”, op. cit., p. 186.

4 Intervista a Franco Graziosi per la Thames Television PLC, Encl. 2 – List of Documents in Franco Graziosi Archive, depositato al London Imperial War Museum.

5 Rapport de la Commission Scientifique Internazionale, op. cit., pp. 26-27.

6 Rapport de la Commission Scientifique Internazionale, op. cit., p. 31.

7 Rapport de la Commission Scientifique Internazionale, Annexe C,op. cit., p. 113.

8 Rapport de la Commission Scientifique Internazionale, op. cit., p. 39.

9 Stephen Endicott, Edward Hagerman, The United States and Biological Warfare, op. cit., p. 158.

10 Rapport de la Commission Scientifique Internazionale, op. cit., p. 51.

11 Deposition of Nineteen U.S. Airmen on Their Participation in Germ Warfare in Korea, Department of Cultural Relations with Foreign Countries, Ministry of Culture and Propaganda, DPRK 1954, p. 152.

12 Intervista a Franco Graziosi per la Thames Television PLC, op. cit.

13 Intervista a Franco Graziosi per la Thames Television PLC, op. cit.

14 Rapport de la Commission Scientifique Internazionale, op. cit., pp. 607-611.

15 Douglas MacArthur, Reminiscences of General of the Army Douglas MacArthur, Bluejacket Books Naval Institute Press, Annapolis 1964, p. 383.