The One-Armed Swordsman

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Più ancora di Come Drink with Me di King Hu, The One-Armed Swordsman è il vero archetipo del wuxiapian – tant’è che Chang ne girerà un sequel nel 1969, Return of the One-Armed Swordsman, e un remake nel 1971, The New One-Armed Swordsman.

Dubei dao – The One-Armed Swordsman
di Chang CHEH (1967)

Durata: 110′
Origine: Hong Kong
Produzione: Runme Shaw
Sceneggiatura: Cheh Chang, Kuang Ni
Interpreti: Jimmy Yu Wang, Chiao Chiao, Chung-Shun Huang, Yin Tze Pan, Zhang Beishan
Direzione delle arti marziali: Tong Kai – Tang Jia, Lau Kar-leung -Liu Jialiang

Archetipo per i temi (l’allievo che vendica il maestro, l’eroe solitario votato al sacrificio), per l’ideologia maschilista e per la violenza. L’ex campione di nuoto Wang Yu interpreta Fang, un orfano allevato nel culto del suo sifu Qi, ma sbeffeggiato dai condiscepoli – e in particolare dalla figlia di Qi – per le sue umili origini. Ed è proprio quest’ultima a mutilare Fang in un duello: “il primo esempio esplicito di una castrazione simbolica nei film di chang” (Stephen Teo). Monco, armato per di più di una spada mozza, Fang riesce comunque a sconfiggere il nemico del suo maestro, che usa invece una spada truccata. “Conosco l’interpretazione freudiana della spada come simbolo fallico”, dirà Chang Cheh, interrogato da Stanley Kwan nel documentario Yang ± Yin: Gender in Chinese Cinema (1996), “ma per me una spada è una spada”. A Chang, alla superficie del film, interessano i conflitti emotivi, lo spirito cavalleresco minacciato dall’intrusione funesta delle donne. A dire il vero, la malvagia castratrice è bilanciata da un’altra ragazza che aiuta Fang, ostentando però spirito pacifista e critica del codice dell’onore. E ogni love story è bandita. Chang dichiarava non a caso di essere vicino al mondo di Gu Long, lo scrittore taiwanese di romanzi wuxia più influente degli anni Sessanta, che professava il ritorno alla lezione confuciana. The One-Armed Swordsman è anche un fondamentale saggio di regia. Facendo tesoro della lezione del cinema giapponese degli anni 60, Chang inventa un nuovo stile: l’azione ha un’evidenza concreta e tangibile, necessariamente cruda. Ma al tempo stesso il montaggio la scompone (nei duelli ogni piano dura in media un secondo: un tour de force che sfida i prodigi che oggi si ottengono con l’Avid), la dilata e la raccorcia. Realismo e costruttivismo concorrono a una visione di ricchezza ineguagliata: è una delle due alternative del cinema di Hong Kong accanto a quella di King Hu. Tutto deriva da qui.

Si ringrazia per la collaborazione il Far East Film Festival