The Big Movie

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Girato da un regista di nome A Gan, The Big Movie è una brillante presa in giro nella tradizione di film hollywoodiani come L’aereo più pazzo del mondo.

The Big Movie (Da dianying zhi shubaiyi)

China, 2006, 90’, Mandarin
Dir: A Gan
Scr: Ning Caishen, A Gan
Art Dir: Yang Jian
Ph (color): Puccini Yu
Music: Funky Sueyoshi
Prod: Eric Tsang, Fred C. Deng
Cast: Eric Tsang (Anderson), Yao Chen (Luo Qian), Huang Bo (Peter Pan), Jo Yang (Xiao Ling), Song Jia (Korean actress), MC Tang (Killer), Wang
Xun (Supervisor), Liu Hua (Creditor), Wei Fuxiang (Inspector), Hai Da (Chairman), Huang Mao (TV MC)
Production company: ZESTV, Shenzhen Golden Coast Films

Questo è un film che contiene molti grandi film: rimanete inchiodati alla poltrona perché una assurda sfilza di scene iniziali di film famosi, a volte faceti, a volte genuinamente spassosi, si sussegue nella prima mezz’ora. Ci sono parodie di Hollywood (Forrest Gump, Matrix, Brokeback Mountain), di melodrammi d’azione coreani (Daisy), di blockbuster e classici film d’essai di Hong Kong (Infernal Affairs, In The Mood For Love), oltre a campioni d’incassi della Cina continentale (La Foresta dei Pugnali Volanti)… E come premio ulteriore, piccoli vivaci numeri musicali sbucano ogni tanto di qua e di là: breakdance, rap, MTV, numero da musical classico, il tutto senza una ragione apparente che non sia il divertimento.

Quel che permette al film di non essere solo una serie di brillanti scherzi slegati, tuttavia, è una trama alquanto mordace, con argomento che satireggia la folle corsa al denaro che consuma la borghesia urbana della Cina dei nostri giorni.

Il divo e produttore Eric Tsang, noto sin dagli anni Ottanta per aver interpretato innumerevoli film hongkonghesi, si esibisce qui in tutta la sua gamma espressiva, che va dall’interpretazione eccessiva mirata a suscitare la risata a tutti i costi fino a quella più sfumata e sentita che troviamo nei suoi melodrammi di Hong Kong. Nel film, Tsang è un ristoratore che cucina piccioni arrosto a Shanghai, dall’improbabile nome di “Anderson”. È un immigrante di Hong Kong e Macao pieno di debiti fino al collo e con il vizio della speculazione nell’incandescente mercato immobiliare di Shanghai. Due ottimi coprotagonisti della Cina continentale riescono a mantenere le loro posizioni malgrado il genuino brio di Tsang che ruba la scena. Huang Bo è un divo comico in rapida ascesa il cui caratteristico tono di voce e accurato tempismo trasmettono al personaggio di “Peter Pan” – un divo del cinema d’azione che ha ormai fatto il suo tempo – un lieve accenno di pathos. Aspettando l’occasione giusta per la rinascita della sua carriera cinematografica, Pan fa il direttore delle vendite e testimonial per un’impresa di costruzioni di Shanghai, la cui più recente operazione immobiliare suscita l’interesse speculativo di Anderson. A contrastare inizialmente Pan e Anderson c’è la giovane e disinvolta speculatrice immobiliare Luo Qian, una rappresentante dell’“ultima generazione di ragazze pelle dura e testa vuota di Shanghai”, come dice uno dei personaggi; nell’interpretazione apertamente comica di Yao Chen, quella che inizialmente, nella sua sfacciataggine, sembra una figura clownesca si trasforma in un personaggio con un cuore e un’anima.

Luo Qian si pente del suo investimento affrettato nella nuova area di sviluppo quando scopre quanto sia malsano l’ambiente circostante (rifiuti tossici, una fabbrica di esplosivi e ogni possibile incubo). Pan suggerisce che lei può riavere indietro la caparra vendendo la casa ad Anderson, ma poi la inganna dopo che Anderson ha abboccato all’amo. La ragazza allora denuncia la frode che si cela sotto il piano immobiliare, provocando il fallimento del progetto speculativo (una tetra e preveggente premonizione di quel che accadrà al mercato immobiliare urbano in Cina), e lasciando Anderson con l’unico appartamento venduto nel complesso edilizio, che ora praticamente non vale nulla. Mentre i tre avversari diventano alleati nelle avversità, il film piega verso la satira sociale, malgrado finisca con uno scoppiettante ritorno al gusto parodistico dell’inizio.

Con abbondanza di caustici commenti sul pericoloso stato in cui versa il cinema popolare cinese, deliranti numeri musicali (si fa notare in modo particolare il numero di oopa-oopa delle impiegate dell’ufficio) e una parata di scene di film famosi deformate per la gioia dei vostri occhi, The Big Movie è stato uno dei più recenti piccoli successi a sorpresa nei cinema di Pechino, e proviamo un piacere particolare nel portarlo sul grande schermo in Europa.

Ringraziamo il Far East Film Festival per la gentile concessione