SHU CAI

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Chen Shucai è nato nel 1965 in un villaggio del Zhejiang da una modesta famiglia di contadini, e ha dimostrato presto talento negli studi, riuscendo ad iscriversi presso una prestigiosa università di Pechino in cui si è laureato in lingua e letteratura francese.

Ha, quindi, una profonda conoscenza della lingua straniera ed è molto apprezzato per le sue traduzioni, tra i più famosi scrittori francesi ha tradotto René Char, Yves Bonnefoy e Paul Reverdy. Dal 1990 al 1994 ha lavorato presso l’ambasciata cinese di Dakar. Con gli amici Mo Fei, Xi Chuan e Hai Zi condivide una profonda meditazione poetica circa l’enigma delle campagne cinesi.

Ecco le sue parole riguardo alla poesia di oggi in Cina:” ritengo che la singolarità della poesia cinese contemporanea si possa sintetizzare in due punti: il risveglio dell’ira vitale e la coscienza della lingua da parte del poeta.

Di solito definisco l’insorgenza dei nuovi poeti degli anni Settanta come <>. L’ira ha potuto divenire la ragione di vita di questi poeti. Quest’ira deriva dal soffocamento spirituale e dalle sofferenze fisiche subite da tutti gli strati colti cinesi durante la Rivoluzione Culturale. […] Chi era stato perseguitato doveva mostrare le proprie ferite. Le voci dei poeti sono state naturalmente più impetuose, o perché, ricolme di entusiasmo, sono apparse solenni, o perché con le accuse spietate hanno espresso maggiormente l’ira. Il verso più famoso, in cui tali voci convengono, è di Bei Dao.

L’ira ridesta le persone. Da un certo punto di vista, le riforme dei primi anni Ottanta hanno gradualmente allentato l’atmosfera; l’ira ha perso lo specifico sfondo spaziale e temporale di cui aveva bisogno. Se diciamo che l’ira continua a fare travasare la bile a qualche poeta, è perché l’ira ha stretto un <> nella sua coscienza. I dibattiti sulla poesia menglong rivelano da un lato quanto stupidi ed ingenui siano i Cinesi nella poesia e nell’estetica, dopo essersi liberati da un incubo! Dall’altro lato, mostrano anche che alcuni procedimenti poetici modernisti del <> non sono stati affatto abbandonati dai successori, ma hanno con tenacia lottato sotterraneamente per la sopravvivenza. […]

A mio avviso, i giovani poeti cinesi della generazione apparsa dopo quella di Bei Dao, hanno adottato una visuale più ampia, sembrano più ponderati nei confronti della poesia straniera, e più attivi nell’accogliere la tradizione della poesia classica. Nella lingua hanno assunto il coraggio della maturità creativa. Respirano assieme alla lingua, la raffinano incessantemente, ritengono che la creazione non solo richieda l’entusiasmo della dedizione, ma necessiti anche della pazienza di perseverare in questo mondo; nella lingua e attraverso la lingua trattano in modo più calmo il materiale poetico, scavano le peculiarità più profonde della propria esistenza, e purificano il cinese. La <> avverte che la poesia non può che essere un lavoro silenzioso e duraturo; ciò che un poeta può fare di vitale è respirare attraverso le parole, immergere nell’inchiostro la tensione mentale e la saggezza. Quanto alla singolarità, essa non può che fondarsi sul mondo interiore proprio di ogni poeta. In conclusione nella lingua, nessuno salva nessuno, nessuno istruisce nessuno.”

La tensione mentale, indirizzata alla ricerca della saggezza e della liberazione dell’anima dalle catene della materia danza elegantemente tra i versi di “15 Settembre 1990”, scritta a Dakar:

(trad. di C. Pozzana)

Tengo a riportare in questa sede una mia poesia, scritta il 12 Luglio del 2001, e pubblicata sul libro “Pensieri Notturni Rubati Al Vento” nel 2002, perché sento molto vicina la lirica di Shu Cai, sopra citata, alla sensazione che pervade i versi della mia “Invisibile Infezione”:

Invisibile Infezione

Sono solo

Lacrime
Che nemmeno ardono
Di nascere
Dagli occhi
Scuri ormai.
Non sono capace
Non posso vivere
Ora.
Come fogli scritti con cura
Bruciano nel fuoco
Le mie illusioni
Resto io nudo
E mi vieto il sorriso.

Vorrei un inno
Alla mia forza
Perché nasca
Dal fango del mio animo
Come vapore
E bagni di nuove lacrime
I miei occhi
Per scalfire il calcare
Del mio passato.
Voglio essere la mia nuova madre
E cullarmi di sicurezza
Perché ancora temo il buio
Il buio del mio letto
Senza il rosa sfumato
Delle sue gambe dormienti.
Ed è ancora in ogni rombo
Sfrecciante sulla mia strada
Che non posso vedere.
Ed anche il più bel fiore
È ostacolo al mio riposo
E nel suo profumo
La mia debolezza.

Invisibile infezione
Invade il petto
Invano lottando
Mi attende una culla salata
E prurito sulla schiena
Dove la mia mano
Delusa non sa giungere.
Nemmeno le stelle
Stasera
Mi indicano dove volare
E le nubi…
Dozzine di volti
Sorridono ironici
Del mio dolore già visto
E mi sfidano.
Saprò essere davvero nuovo
Domani?
Saprai esserlo?
Dai, guardiamo,
pezzo di fango,
guardiamo!

Ed io vi rispondo
Che forse lei è la prima zavorra
Gettata
Per cominciare a raggiungervi
E penetrarvi
Per poter ancora sorridere
Alle stelle.
Chissà che volto avranno…
Migliaia, migliaia di volti
E nessuno assomiglierà
A me stasera!
Se c’è un Dio, mi aiuti ora
E se dio sono io
Comincerò a scavare
Per portare alla luce
il mio altare.

Alleluiah alleluiah

Alleluiah alleluiah

19 gennaio 2006