XIAO KAIYU

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“Vorrei qui parlare di due circostanze della poesia cinese contemporanea e della singolarità dei fattori che le hanno impresso un tratto peculiare.

In primo luogo, il cinese moderno è una lingua assai recente, che viene adoperata in poesia da non più di ottant’anni. Ciò somiglia alla situazione linguistica in cui si trovava Dante, o meglio a quella precedente a Dante. Poiché scriviamo in una lingua tutt’altro che matura, ma vitale e vivace, questa poesia è a uno stadio in cui si compone di un materiale molto brillante. Il continuo mutamento, alla ricerca di un ordine sintattico, ricordano un po’ quei monaci buddisti di epoca Tang in viaggio verso l’Occidente in cerca delle Sacre scritture. La densità linguistica della poesia cinese contemporanea, che lascia perplessi molti estranei, e quel senso di scampato pericolo che essa veicola, possono trovare una spiegazione nella congiuntura dei rapidi cambiamenti della giovane lingua cinese moderna. Si può dire che i poeti cinesi contemporanei, oltre alla passione per la ricerca di una lingua letteraria, posseggono anche la passione per la ricerca di una lingua popolare; perciò è difficile che essi non abbiano la duplice caratteristica individuale e di massa.
In secondo luogo, dopo il 1949, la produzione poetica in Cina s’è fondamentalmente arrestata. A differenza dell’ex Urss o dell’Europa orientale, dove sono sempre esistite una letteratura dell’esilio e una letteratura clandestina, in Cina sono apparse opere di poeti indipendenti solo negli anni Settanta, dopo trent’anni di completa abolizione della letteratura. Per essere precisi, la produzione dei cinesi di Taiwan e di Hong Kong e degli emigrati cinesi in Europa e in America, non ha un carattere prettamente letterario. In Cina, dopo avere realizzato il sistema socialista, si volle che la tradizione poetica potesse essere ripristinata solo quando tutti fossero diventati poeti e avessero cominciato a scrivere versi. Proprio perché questo lungo sistema ha subito un colpo d’arresto e un’improvvisa capacità espressiva ha fatto irruzione, la poesia cinese contemporanea ha dispiegato necessariamente una rara passione politica e di temperamento – una forte esigenza di libertà – perciò parole come <>, <>, <>, sono apparse di frequente in poesia. Al tempo stesso è stata presentata in Cina con maestria e concisione la sperimentazione dei poeti europei e americani dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi, nonché quella dei poeti cinesi anteriore al ’49. I poeti cinesi contemporanei, cercando di informarsi sui maestri, hanno avuto l’occasione di incontrare molte sorprese, per questo lo stile poetico personale che si sono andati formando è più complesso di quello relativamente semplice dei poeti europei e americani moderni e contemporanei.”
Le sopraccitate sono le idee di Xiao Kaiyu circa la poesia odierna in Cina. Egli asserisce, inoltre, che “tutti i poeti cinesi, me compreso, preferiscono il taoismo, cioè le opere di Laozi e Zhuangzi.”(nuovi poeti cinesi, pag 238) ed infatti le sue liriche sono permeate di taoismo come ad esempio Chuntian, qui riportata:

Primavera

Chiama me, vita!
Proprio come io chiamo te, eroica!
Lascia che io vada giù così.
Primavera! Che roba!

Odio l’intelligenza limpida e loquace.
Odio il vecchio ipocrita,
più insidioso del giovane ipocrita,
fa entrare la vita, eh, la vita, nella menzogna

quanto dà l’amore!
Il tempo scivola irreparabilmente nel vaso di miele.
Il suo ricco contrario,
il mio segreto sviluppato nell’intimo

voli dolenti.
Per vie tortuose procedo fra montagne.
Ed ecco, mi libero.
Ah, un passo falso! Voglio andarmene.

(trad. di C. Pozzana)

Primavera è una lirica, appunto, prettamente taoista sia nella forma, che predilige la semplicità del linguaggio colloquiale e utilizza caratteri presenti anche nel Daodejing, sia nei contenuti: l’odio verso l’intelligenza loquace, tipica del nozionista, persona che si riempie e non si svuota e nemica del prezioso silenzio, l’astio verso il vecchio ipocrita, agli antipodi del vecchio saggio, l’ineffabilità (il segreto sviluppato nell’animo) del contrario del tempo, quando tutto confluisce nel Dao, ineffabilità egregiamente espressa nel primo verso del Laozi: Dao Ke Dao Feichang Dao.

Nato a Chengdu nel 1962, attualmente residente a Shanghai, dove svolge la professione di giornalista e dirige la rivista Jiushi niandai (Anni Novanta), in Cina Xiao è considerato un poeta “narrativo”, come Sun Wenbo e altri il cui lavoro si svolge negli anni novanta, prima nel circuito samizdat, poi pure in pubblicazioni ufficiali. Xiao si è fatto anche un nome come critico. Egli afferma che il problema principale è ciò che uno scrive più che come lo scriva, distanziandosi in questo modo dai metaforisti e dagli “spremi-lingua”.  Ciò che uno scrive: realtà esperibili o empiriche, socialmente e moralmente impegnate. Dunque nel contenuto il suo credo politico ha molto in comune con la poesia classica cinese, da cui differisce nella forma, che è molto più libera.