Piazza Tien An Men, cuore cinese della libertà

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La piazza di Pechino in cui nella primavera del 1989 ebbero inizio le manifestazioni che sfociarono in un’immensa protesta, soffocata tragicamente dall’esercito, è il luogo che negli ultimi trent’anni ha assistito alle vicende che meglio di altre raccontano le difficoltà per la libertà d’espressione di spiegare i suoi effetti nella Cina moderna, dal tramonto del maoismo alle riforme economiche. Oggi quelle riforme sembrano aver innescato un meccanismo inarrestabile, che per le dimensioni gigantesche e la frenesia con cui si muove, attira l’attenzione e la timorosa curiosità del mondo intero. Ma questo processo che oggi ci pare irreversibile è il risultato di una spietata e continua lotta di potere ai vertici del Partito Comunista Cinese (Pcc) e dell’Esercito di Liberazione Popolare (Elp) iniziata alla morte di Mao e proseguita nel corso degli anni tra le mura della città proibita del potere cinese. Fuori da esse vive una popolazione in costante crescita demografica, ma tenuta sempre lontana da ogni possibilità di influire sulla vita del partito e sulla direzione che esso impartisce alla nazione. Tutto ciò rappresenta la regola di ogni stato non democratico, ma quello cinese è un caso particolare anche sotto questo profilo e la storia di Tien An Men conserva ancora il ricordo di rare ma significative eccezioni che è bene rileggere per provare a capire alcune delle grandi contraddizioni in cui vive oggi l’immenso “paese di mezzo”.
Nel fare ciò è necessario avere presente almeno il profilo della figura che più di ogni altra ha inciso sui destini della Cina moderna: “il piccolo uomo” Deng Xiaoping. Un “liberista” a capo del Partito comunista più grande del mondo, lo schivo rivale di Mao, condannato all’esilio e alla rieducazione”, ma vendicatosi facendo del “grande timoniere” poco più che un logo da souvenir per nuovi turisti. Deng divenne segretario generale del Pcc nel 1956, ma pagò il suo scarso entusiasmo nei confronti del “Grande Balzo in avanti” (un balzo che causò la morte per fame di 30 milioni di cinesi) con l’inimicizia di Mao, che proprio durante il feroce caos giacobino della Rivoluzione Culturale lo isolò, lo fece arrestare ed infine lo costrinse all’esilio. La furia radicale si scatenò anche contro suo figlio Pufang, che rimase paralizzato dopo essere stato scaraventato da una finestra dell’Università di Pechino dalle guardie rosse. Già da questo dato biografico si può capire che se per Mao una grande confusione sotto il cielo significava che tutto andava per il meglio, per il piccolo uomo il disordine era foriero di sventure.
Sventure che rischiarono di travolgerlo di nuovo solo pochi anni dopo. Nel 1973 Deng Xiaoping poté infatti tornare a Pechino e da quel momento iniziò il suo rilancio ai vertici del potere, grazie alla protezione del grande veterano della Lunga Marcia, Zhou Enlai, e dei settori più moderati del partito e dell’esercito. Allora le precarie condizioni di salute di Mao facevano supporre che presto si sarebbe giunti ad una resa dei conti tra i protagonisti della Rivoluzione Culturale – guidata dalla famigerata “Banda dei Quattro” – che intendevano proseguire su alcune delle strade tracciate in quel periodo: ideologia e lotta al capitalismo; e coloro che invece era riusciti a sopravvivere al terrore ed erano portatori di un progetto di sviluppo del socialismo, che coniugasse l’egemonia del partito con la crescita e la modernizzazione economica. Tuttavia prima di Mao morì Zhou Enlai, nel gennaio del 1976. Proprio in piazza Tien An Men, presso il monumento degli eroi, la gente di Pechino rese omaggio all’anziano leader moderato. Ben presto però quella che doveva essere una semplice celebrazione si trasformò in una protesta contro il sindaco della città, Wu De, ed altri esponenti radicali del partito. I bigliettini di commemorazione per Zhou Enlai divennero un mezzo per manifestare un dissenso che non trovava altre vie d’espressione. Un dissenso che paradossalmente però, rischiò di favorire la Banda dei Quattro e travolgere proprio gli esponenti moderati del Pcc e in primis Deng Xiaoping. Egli fu infatti accusato di essere il “mandante” di tale protesta, addirittura a capo di un complotto “controrivoluzionario” ed in una riunione straordinaria dell’Ufficio politico fu rimosso da tutti i suoi incarichi. Questo episodio, che rischiò di cambiare radicalmente il destino della Cina, va tenuto presente quando si riflette sugli accadimenti che a distanza di 13 anni si svolsero in quello stesso luogo, così come è giusto ricordare il clima della Rivoluzione Culturale ed i segni indelebili che essa aveva lasciato in una classe dirigente che per gran parte era rappresentata da “superstiti” di quel periodo. Deng per un attimo vide i suoi progetti sfumare dinnanzi alla propaganda complottistica dei suoi avversari che avevano potuto sfruttare a proprio favore uno spontaneo moto di protesta popolare nei loro confronti. Tuttavia la fedeltà degli alti comandi militari permise a Deng di tornare prepotentemente alla ribalta e raggiungere definitivamente i vertici del potere dopo la morte di Mao, avvenuta nel settembre del 1976. Egli dette così inizio alle sue celebri “quattro modernizzazioni”, riabilitò coloro che erano stati accusati di “imborghesimento” e di aver tradito la rivoluzione e promosse amministratori preparati e competenti. Fra questi i più brillanti erano Hu Yaobang e Zhao Ziyang: riformatori in campo economico, ma desiderosi anche di aperture politiche. Entrambi però vennero allontanati dal partito dopo che manifestazioni popolari spontanee in piazza Tien An Men inneggianti ad una maggiore libertà, offrirono ai settori più conservatori del Pcc il pretesto per lanciare le proprie offensive contro i moderati. Yaobang, allora segretario generale del partito, venne estromesso nel 1987 dopo ripetute manifestazioni guidate da studenti che chiedevano un maggiore trasparenza nella scelta dei candidati delle elezioni locali e, in altre parole, il rispetto di principi democratici. Lo facevano rivolgendosi proprio a coloro in cui vedevano una speranza di cambiamento, Hu Yaobang e Deng Xiaoping su tutti. Hu per via del proprio ruolo venne considerato direttamente responsabile dei “disordini” e gli ambienti più radicali del Pcc chiesero la sua testa con insistenza. Fu Deng a consegnargliela, nonostante fosse stato lui a far giungere Hu Yaobang fino ai vertici del partito. Lo fece per poter essere egli stesso a gestirne la successione e non lasciare mano libera alla reazione oltranzista, che avrebbe messo a repentaglio il corso delle riforme economiche da lui avviate. A Yaobang poté così subentrare, come segretario generale, l’altro prediletto di Deng, Zhao Ziyang. La sua storia è stata ricordata di recente in occasione della morte avvenuta il 17 gennaio scorso, nel silenzio della censura cinese. Durante i disordini della primavera di Pechino egli cercò in prima persona il dialogo con gli studenti, ma pagò a caro prezzo la propria volontà di farsi mediatore delle loro istanze. Anch’egli venne colpito dalla maledizione di piazza Tien An Men, anch’egli venne esautorato da colui che lo aveva protetto fino al giorno prima. Lo stesso Deng che decise l’intervento dei carri armati, lo estromise da tutte le cariche del partito. Per Deng Xiaoping la priorità era allora quella di garantire il proseguimento delle riforme economiche ed il raggiungimento dell’obiettivo più importante: l’ingresso nel Wto. Fu Jiang Zemin, che proprio Deng aveva scelto come successore di Zhao Ziyang, ad ottenerlo nel dicembre 2001.
Ancora oggi la Cina pare lontana da ogni possibilità di apertura democratica del proprio regime e l’eredità del “piccolo uomo” si avverte tanto nella grande crescita economica del paese, quanto nella rigidità della struttura che lo governa. La libertà d’espressione è soffocata con ogni mezzo perché considerata pericolosa per la sicurezza e la stabilità e di conseguenza per lo sviluppo del paese. Eppure alcuni attenti osservatori fanno notare che proprio piccoli spiragli di democrazia potrebbero salvare il partito da una crescente crisi di legittimità, soprattutto in quelle zone periferiche dell’immenso paese dove la corruzione dei capi locali ne minaccia seriamente la tenuta.
La via cinese alla democrazia passa inevitabilmente attraverso la convinzione dei dirigenti del partito che essa non sia incompatibile con la stabilità politica e sociale, ma anzi sia funzionale ad essa.