Il mio primo viaggio in Tibet

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Quando mio padre, nel novembre 2003, mi disse che c’era la possibilità, di lì a una settimana, di accompagnarlo in Tibet dove doveva recarsi per lavoro, non avevo la più pallida idea di che cosa mi aspettasse. Avevo un’idea terribilmente romantica di questo luogo leggendario, selvaggio e affascinante, che nel corso del mio viaggio si è ribaltata, eppure anche rafforzata.

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Siamo partiti da Milano una mattina gelida di novembre, e dopo un breve scalo a Parigi siamo atterrati nell’enorme realtà dell’aeroporto di Pechino. la città fuori di lì è stata uno spettacolo, con tutte quelle luci, e i palazzi giganteschi, milioni di biciclette in file ordinate, e stradine incuneate tra i grattacieli tutt’altro che pulite. Dopo una notte passata in un hotel enorme, bellissimo e totalmente impersonale, abbiamo avuto il tempo di fare un giro nella Città Proibita, dove sembra che il tempo si sia fermato, a differenza del resto della città dove invece si assiste a una corsa contro il tempo. Siamo ripartiti alla volta di Chengdu, dove l’aereo ha avuto un problema tecnico, e siamo stati stipati in un minuscolo pullman che ci ha portati in una pensioncina di infimo livello dove abbiamo dovuto passare la notte tra lenzuola usate e senza i nostri bagagli. Il giorno dopo finalmente siamo riusciti ad affrontare il viaggio per Lhasa, dove siamo atterrati in questo aeroporto circondato dalle montagne proprio quando il sole cominciava a calare. E’ stata la mia prima immagine del Tibet, in mezzo ad un fiume di persone, dopo un viaggio stancante, con il respiro subito affannoso per via dell’altitudine, e mi sono resa conto di essere dall’altra parte del mondo, dove avrei dovuto imparare a conoscere tutto. Fuori dall’aeroporto, dopo un controllo sommario rispetto alla trafila di domande e ispezioni subita a Pechino, ci aspettavano il nostro autista e il traduttore che ci avrebbero accompagnati per tutto il nostro soggiorno lassù. Ci hanno accolto con grande calore, ci hanno caricati insieme alle valigie sulla jeep e ci hanno portati al nostro hotel. La strada è stata molto più lunga di quello che pensavo prima di poter prendere possesso della nostra stanza in un pittoresco hotel. Dopo una doccia molto gradita abbiamo fatto un meraviglioso giro di questa caotica, coloratissima, vitale e super affollata città. Credo di aver scattato foto a qualsiasi cosa, ferma o in movimento, che sia passata nel mio campo visivo … era tutto così bello! Il maestoso palazzo del Dalai Lama, che a buona ragione è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, la moltitudine di bancarelle ingombre di tessuti, gioielli, strumenti musicali, e ogni genere di merci. E le persone … indescrivibile la bellezza enigmatica e forte di quei volti, che passavano uno accanto all’altro nell’annullamento dello spazio vitale, compresi in un fiume di persone che camminavano inseriti in percorsi circolari in quasi tutte le strade principali. è stato il mio primo incontro con la pratica delle credenze tibetane. quei percorsi si chiamano Kora, e circondano i principali luoghi di culto, segnando così un percorso di preghiera.

Il giorno dopo a malincuore siamo risaliti a bordo della jeep per affrontare le diverse ore di viaggio (quasi otto!) che ci separavano dalla nostra meta, il monastero di Tashilumpo a Shigatse. Questa parte del viaggio mi ha intimamente incantato … la vastità del panorama , le acque placide del fiume Brahma-putra, la roccia brulla di cui sono composte le montagne, e il fatto che sembrino colline quando sono tra le cime più alte del mondo, la polvere che si solleva incessantemente sfumando i contorni, e le bandierine colorate lasciate qui e lì a testimonianza della presenza e della fede delle persone. ogni tanto passavamo vicino ad un villaggio, una manciata di casupole di fango dipinte di bianco, e poi di nuovo il vuoto riempito di una natura selvaggia e inospitale. La temperatura era bassissima, noi eravamo vestiti come per andare a sciare, anche se la gente del luogo, autista e traduttore compresi, indossavano una camicia e un maglioncino, o poco più. L’aria era terribilmente secca rispetto a quella a cui siamo abituati noi, tant’è che nel giro di una giornata abbiamo dovuto bere il doppio rispetto alle nostre abitudini, e mettere diverse volte la crema sul viso e sulle labbra.

Terminato il calvario in jeep sulle strade dissestate e sterrate siamo arrivati alla cittadina di Shigatse. (dico cittadina in confronto a quelle manciate di casupole che chiamo villaggi, anche se paragonandola al nostro concetto di cittadina questo è più un paesino.)

Si nota appena entrati che c’è stata una forte influenza cinese, anche se solo in alcune zone, nei negozi, nelle case, e nelle strade. il nostro autista diceva ad esempio che lui non riusciva a capire la funzione del semaforo posto al principale incrocio della città, che infatti veniva sistematicamente ignorato da tutti.

Parlo di influenza cinese sapendo che molti penseranno che in effetti il Tibet è oggi parte della cina, ma la mia esperienza mi ha dimostrato quanto in realtà in tibet esista e sopravviva una cultura differente, un modo di vivere e di intendere la vita diverso e non raramente in contrasto con quello cinese.

Shigatse si divide in diverse zone, tra cui il monastero che domina la città, i quartieri tipici tibetani composti di casette dipinte di bianco, di solito di un solo piano, con il tetto basso e un piccolo cortile per il bestiame, e le strade principali, sulle quali si affacciano edifici di due piani in stile cinese, con negozi e attività.

Noi risiedevamo in un alberghetto considerato di buon livello, su tre piani con un cortile nel mezzo, e una piccola sala ristorante. devo dire che ci siamo adattati bene, anche se con non pochi disagi dovuti allo scarso riscaldamento, e alla scarsità soprattutto di acqua calda, disponibile solo in alcune ore non meglio specificate. Davanti all’hotel c’era il vivace e chiassoso mercato, con grande profusione di mercanzie di ogni genere, tra cui mi hanno molto impressionato nei primi giorni le carcasse di capre che stavano in posizione seduta, dato che con il freddo erano come congelate.

Per tutta la cittadina c’era polvere che si sollevava ad ogni passo, e ogni oggetto era cosparso di questa e di strati di unto, persino dei gioiellini che ho acquistato alle bancarelle e che ho pulito i tutti i modi, ancora oggi ne conservano tracce indelebili. mi ha dato la sensazione di avere molto in comune con paesi poveri di altre latitudini, ma con una differenza di temperatura abissale.

Nel corso della nostra permanenza a Shigatse mentre mio padre si occupava del suo lavoro ho avuto l’occasione di visitare sia il monastero di Tashi-lumpo che quelli di Ghiantse e Gandchen, e sono rimasta affascinata in modo viscerale dalla storia e dalla cultura di questi luoghi quasi mistici nella loro spiritualità e bellezza, circondati di kora percorsi da milioni di persone che professano la loro fede, quasi inestricabile dalla cultura e dalla vita di tutti i giorni, decorati in stile inconfondibile con immagini religiose, e statue di una delicatezza e sensualità uniche. Ho avuto la possibilità e la fortuna di assistere anche ad alcune cerimonie religiose, in occasione delle quali i monaci suonavano trombe e altri strumenti per scandire la preghiera, creando un’atmosfera di coinvolgimento emotivo e spirituale molto forte.

L’unica pecca oltre al freddo costante e alla mancanza di comfort, che avrei sopportato volentieri, è stato il cibo. Quello tibetano è una variante più grezza e meno variegata di quello cinese, con impiego in ogni piatto di formaggio, carne o latte di yak, animale maestoso e caratteristico, ma dal sapore forte e sanguigno, di consistenza quasi cartilaginosa. il burro,dal sapore simile al nostro gorgonzola ma più acido, viene utilizzato anche come materiale da bruciare al posto delle candele, contribuendo ad appesantire l’aria nei luoghi di preghiera all’interno dei monasteri, dove in effetti bisogna fare l’abitudine ad un’atmosfera viziata e non proprio profumata…

Conservo però immagini deliziose dei monaci vestiti di arancio e con la testa rasata che camminano e scherzano fra loro come ragazzini, in contrasto con l’idea di autorità spirituali che avevo prima di partire, o di bimbe bellissime nei loro tratti asiatici che fanno le civettuole davanti all’obbiettivo della macchina fotografica, o ancora dei monaci che mi insegnano a giocare ai dadi nel cortile del monastero ridendo della mia incapacità di comunicare con loro…

Il Tibet mi ha affascinata e sedotta per mille e più ragioni, anche se non è un luogo facile con cui rapportarsi, a dispetto della dolcezza della maggior parte dei suoi abitanti.

Ma credo che chiunque si ritrovasse sull’aereo di ritorno e vedesse dal finestrino quelle immense montagne disegnare linee nella vastità di quel panorama non potrebbe fare a meno di ringraziare per aver avuto la possibilità di essere lì.