ALCOL, RISO E FANTASIE

Diario di un viaggio in Cina.

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Diario di un viaggio in Cina.

1.

Ormai al mio ottavo viaggio in Cina, bene o male pensavo di essere preparato a tutto. E invece no! Questo enorme, variegato e meraviglioso paese offre sempre innumerevoli sorprese.
Atterro all’aeroporto di Pechino e come di consueto, molto prima che la luminosa scritta “Allacciare le cinture di sicurezza” si spenga, una sinfonia di cellulari mi dà il benvenuto. I numerosi passeggeri cinesi si accalcano in piedi verso gli sportelli dei bagagli, tirandosi addosso sacchetti e borse di ogni foggia e dimensioni. Lo spazio vitale nelle corsie dell’aereo si riduce improvvisamente a pochi centimetri a testa, un’esperienza alla quale chi è pratico di Cina è già ben abituato.
Attendo pazientemente che l’aereo si svuoti per uscire a respirare un soffio dell’aria calda e umida degli ultimi giorni d’estate, e mi avventuro negli sterminati corridoi del titanico aeroporto. Tutto è pulito e splendente e, nella sua impersonalità, lascia presagire ben poco di tutto ciò che si può incontrare al di fuori.
Passo al Quarantine Control dove una telecamera termosensibile, controllata da una solerte e professionale infermiera in camice bianco, verifica che la mia temperatura corporea non mi etichetti come “sospetto caso di SARS”. Eh già, è molto importante, giacchè questa peste mediatica in tempi non remoti ha infettato ben un centinaio di persone su un miliardo e trecento milioni di popolazione!
Mi avvio verso il controllo passaporti e procedo quindi verso il ritiro bagagli; un brivido mi corre lungo la schiena al pensiero che il mio zaino possa essersi perduto nel dedalo delle rotte intercontinentali, e lo strano presentimento non tarda ad avverarsi.
Guardo ipnotizzato i nastri trasportatori che scorrono sotto i miei occhi da circa mezz’ora, quando un uomo distinto in camicia bianca e cravatta viene a svegliarmi e ad informarmi gentilmente che tutti i bagagli provenienti da Vienna sono stati scaricati. Mi sveglio dal mio torpore ipnotico; nella consapevolezza che tra poco mi attendono quarantuno ore di treno per raggiungere Kunming dovrei essere pressochè disperato: deodorante, dentifricio, shampoo più balsamo, abiti e tutti gli altri agi ai quali la mia società capitalista e consumista mi ha dolcemente abituato, sono in quello zaino!
E invece, calmo e rassegnato come un bodhisattva, mi dirigo all’ufficio competente.
Purtroppo tutti e tre gli zelanti impiegati sono già completamente assorbiti da un caso che deve per forza essere estremamente intricato: già, un altro dei fortunati che non hanno vinto nulla alla lotteria del ritiro bagagli!
Aspetto pazientemente il mio turno e disbrigo le pratiche necessarie, senza valutare che fuori dai gate di uscita un folto gruppo di cinesi sovraeccitati mi sta aspettando da circa un’ora: “Dove è finito? Cosa gli sarà capitato? Quale destino atroce? Forse lo avranno bloccato alla dogana per quel cd contenente il filmino eversivo delle vacanze di due anni fa nella campagna cinese? Sì, vorranno controllare che non ci siano contenuti lesivi per la dignità della Repubblica Popolare Cinese! Ma soprattutto, sì, soprattutto, come diavolo si chiama il nostro ospite, visto e considerato che lo abbiamo sempre chiamato con il suo nome cinese?”. Queste e mille altre le preoccupazioni che ossessionano i miei cari amici aldilà della barriera.
Finalmente esco a fugare tutte le loro fantastiche elucubrazioni. Intravedo Wang, Zhou, poi un gruppetto al loro seguito. Lo “straniero senza nome” incede verso i loro volti smarriti. “Ah, questi stranieri del diavolo sono tutti uguali! Come cavolo facciamo a riconoscerlo?” leggo nei loro sguardi vacui e dubbiosi. Effettivamente ignoro il fatto che i capelli corti, la barba e gli occhiali mi rendono quasi irriconoscibile ai loro occhi. Li rassicuro con un ricambiato sorriso a cui seguono timide strette di mano e relative presentazioni.
E’ strano, a pensarci bene, che in un paese dove la sovrappopolazione limita lo spazio dell’individuo (che parola astratta da queste parti!) un caloroso abbraccio o un cortese scambio di baci tra amici sia un po’ un tabù.
Comunque, superati i convenevoli, spiego loro il destino infausto del mio bagaglio e li informo che quando il mio zaino arriverà in Cina l’aeroporto provvederà a contattarmi su un numero di Wang. Per loro è evidentemente impossibile che io, povero e smarrito straniero, abbia capito qualcosa di ciò che gli impiegati dell’ufficio aeroportuale mi hanno comunicato. Insistono quindi per passare un’altra lieta mezz’ora tra un ufficio e l’altro, ottenendo le medesime risposte da volti ormai un po’ meno cordiali.
Finalmente lasciamo l’aeroporto e con un’allegra brigata di sette-otto persone partiamo alla volta dell’ufficio di Wang e Zhou.
Come di consueto, delle sette-otto persone presenti identifico il ruolo di solo due o tre; gli altri forse sono semplicemente accorsi a vedere l’attrazione del giorno.
Stordito dal fuso orario e dall’accoglienza, concentro quel briciolo infinitesimale di attenzione rimastami per ascoltare Wang che mi sbrodola addosso i suoi programmi di collaborazione da qui al 2008 circa. La mia testa ciondola ai sobbalzi del pullmino, scorrono sui finestrini grandi e trafficate strade, palazzi color “rosa sanitari”, bianco e grigio sporco ricoperti di gabbie di sicurezza, selve di condizionatori, grattacieli avveniristici e sfarzosi cartelloni di propaganda politica.

Il cielo di Pechino in questa stagione è plumbeo e opprimente, la luce è accecante, il fragore di clacson è incessante e il traffico è incredibilmente disordinato. E come se ciò non bastasse, durante questo trip il mio sitter Wang fa fluire fiumi e fiumi di parole. Quando ormai il crollo è imminente arriviamo a destinazione.Una breve puntata in ufficio e ci precipitiamo al ristorante.
Lo spettro delle quarantuno ore di treno si avvicina: mancano ormai solo tre ore.
I pasti disordinati in aereo, il sonno discontinuo, l’impatto dell’arrivo pesano sul mio corpo e la mia mente come un’incudine di due tonnellate. Un pasto rapido e leggero non può che aiutarmi a riprendere un po’ di forze; infatti il pranzo dura solo due ore e sulla tavola si accumulano senza fine chili di carne di agnello, tipico piatto estivo, considerato che ognuno al posto del piatto ha un fornello alimentato a paraffina per cucinare la propria porzione.
La tortura del pranzo finisce e lascia il posto all’agonia del viaggio in treno... ma prima bisogna salirci sul treno!
E questa è senza alcun dubbio la parte più drammatica ed estenuante di ogni viaggio in Cina: le quarantuno ore su una plancia di legno ricoperta da tre millimetri di gomma piuma (la comoda cuccetta) al confronto sembrano uno spensierato soggiorno in una beauty-farm!

2.
Siamo in cinque a partire per Kunming: Wang, Zhou, Xue Gang, Cheng Qie ed io. Il nostro bagaglio si limita a pochi oggetti che ci saranno necessari per un mese di permanenza e di riprese nello Yunnan: un computer, due camcorder, sei piccole telecamere digitali, una trentina di cassette mini-DV, una cassa di ripugnante grappa cinese, una cassa di infimo “vino” rosso dello Yunnan (è ambrosia quando l’unica alternativa è la grappa cinese) e i beni personali di ciascuno di noi.
La nostra lunga marcia comincia e, scaricati i nostri bagagli dai taxi, ci trasciniamo come muli da soma al metal detector all’ingresso della stazione. La divina provvidenza materializza dei facchini, ben contenti di guadagnarsi il loro compenso dandoci una mano.
Percorriamo i lunghi corridoi della stazione trafelati come lepri in fuga e arriviamo ai cancelli di ingresso ai binari. Ora ci attende una rampa di circa un centinaio di gradini. I superstiti siamo io e Wang, gli altri sono svaniti nel nulla.
Mentre la fiumana scorre attraverso i cancelli aperti e le scale si tramutano in un mare in burrasca, il facchino chiede cortesemente il mio aiuto: inspiegabilmente teme che il suo carrellino di marzapane, carico di tre quintali di bagagli, possa scivolare troppo rapidamente sulla rampa che porta ai binari. Mi chiede quindi di trattenere da dietro con una corda il carrellino, mentre lui si avventura nella discesa.
La scala che sembra estendersi all’infinito non rende il mio compito sufficientemente arduo, sicchè intervengono a darmi una mano due vecchietti del pleistocene (in realtà avranno meno di sessanta anni) che mi si parano davanti aggrappati al carrello e mi pestano i piedi ogni due gradini.
Ritroviamo il resto del gruppo, scarichiamo i bagagli in tutta fretta e saliamo sul treno.
Cammino tra i corridoi angusti con l’espressione serena di San Sebastiano trafitto dai dardi e gli occhi attoniti dei passeggeri mi si incollano addosso come la pece. Raggiungo la mia cuccetta e i mie compagni cominciano a delineare la strategia di disposizione dei nostri bagagli. La contrattazione con i vicini è affare di intricata diplomazia almeno quanto lo sono i rapporti tra Taiwan e la Cina.
Gli animi si placano, torna la quiete, io sono in postazione sul mio strapuntino mignon trenta per trenta antistante le sei cuccette, il treno parte con pochi minuti di ritardo.
Qualche istante più tardi una hostess ingrugnita e dallo sguardo torvo viene a presentare ai passeggeri i “servizi” disponibili a bordo, la rotta di viaggio corredata di orari e la sua reperibilità qualora vi siano disservizi. Autoritaria ma al servizio del popolo, si accomiata e si ritira nel suo loculo al fondo del vagone.
Il compito di questi “alti” funzionari pubblici è quello di garantire il “comfort” (che parolone!) e la sicurezza dei passeggeri.
Tutto questo si riassume in pochi ma ben definiti compiti: controllare i biglietti, spazzare ogni quindici minuti i fiumi di semi di girasole e altri rifiuti che si accumulano sul pavimento ostruendo il passaggio, gettare, finchè c’è, una secchiata d’acqua di tanto in tanto nei cessi e rifornire i corridoi di bottiglie termiche di acqua bollente.
Ora, dato il ruolo estremamente arduo, giacchè la disciplina non è cosa che germogli ovunque in questo paese (e soprattutto visto che non hanno la licenza di infierire punizioni corporali) non si spiega perchè le hostess sembrino ossessionate dall’eliminare le pieghe sulle passatoie dei corridoi. Deve essere una forma di disadattamento, una dolce ossessione che permette loro di isolarsi dal mondo che le circonda. Sì, forse è proprio così.
Vago tra questi pensieri e alterno qualche chiacchiera, finchè mi infilo nella mia cuccetta per dedicarmi un po’ alla lettura.
Cheng Qie fa notare che l’aria è appesantita da un olezzo sudicio di piedi, e sia Zhou che Xue Gang vanno in bagno a darsi una sciacquata con assoluta disinvoltura. Peccato che ci sia un’altra quarantina di piedi all’aria nel vagone, che non profuma propriamente di mughetto e di gigli in fiore. L’effetto narcotico dell’aria comincia a farsi sentire e molto prima che ne sia consapevole cado in catalessi profonda, senza pensieri nè sogni.
Mi risveglio alle prime luci dell’alba e i miei amici stanno già facendo la loro deliziosa prima colazione a base di spaghettini liofilizzati in brodo. Ma sono veramente troppo gentili e hanno pensato a tutto: infatti per me c’è latte e caffè istantaneo.
Consumo il mio rapido e frugale spuntino e mi accodo per andare in bagno e darmi una sommaria sciacquata.

Una forma di perverso masochismo mi fa contare le ore che sono passate dall’ultima doccia: circa trenta, trenta ore di viaggio.
Torno alla mia postazione privilegiata, lo strapuntino nel corridoio.

3.
La giornata avanza lenta ed oziosa come il ritmo di questo treno. L’aria viziata ormai non mi disturba più, e tra un caffè e l’altro ascolto rapito i racconti di Wang.
Ha un volto amichevole e rassicurante e nonostante siano passati due anni dall’ultimo incontro sembra che la nostra amabile conversazione continui da allora.
E’ una ex-dipendente di un canale televisivo cinese, una regista che ha coraggiosamente deciso che un posto da funzionario pubblico le stava troppo stretto. Ha scelto di percorrere la propria strada e la sicurezza si legge sul suo volto sereno, rassomigliante ad un placido Buddha nel suo radiante sorriso e nello sguardo fermo e sincero.
La curiosità e l’intelligenza l’hanno portata ad occupare un posto di rilievo nella società e il gusto per le sfide ha enormemente arricchito le sue esperienze. La fiamma che probabilmente un tempo ardeva nei suoi occhi si è affievolita negli anni ma senza mai spegnersi.
I duri anni della Rivoluzione Culturale, il trasferimento coatto in campagna della sua famiglia di intellettuali e la repressione degli anni più bui della Cina moderna le hanno insegnato la prudenza. Ma la sua indole e il suo talento l’hanno spinta nei territori più aspri di questo paese per descrivere i mondi paralleli delle minoranze etniche, microuniversi policromi nel grande monolite della Cina comunista.
Sulle sue gote lentigginose e scurite dal sole vi sono le tracce evidenti dei suoi lunghi soggiorni sulle montagne tibetane, delle sue peregrinazioni nel vasto deserto dello XinWang e del vento tagliente delle steppe mongole. E’ una delle rare persone che ho incontrato in Cina che non mi guarda incredula e con gli occhi sbarrati quando le dico che la Cina non è esattamente il giardino fiorito delle libertà individuali.
La mia incontenibile curiosità ha sicuramente reso un po’ goffo il tentativo di portare il discorso sull’argomento “reportages proibiti”, ma le mie intenzioni sono state ben colte. Wang é un po’ titubante, nonostante ciò mi accorgo che ha molta voglia di parlare, di comunicare a qualcuno un fatto che l’ha toccata personalmente.
Rompe gli indugi e finalmente mi rende partecipe di una sua recente cicatrice: un lavoro che le è stato tassativamente proibito. Si trattava di alcune riprese effettuate a Malipo, nella Prefettura di Wenshan lungo il confine vietnamita. E’ una zona montana nella quale le famiglie che non sono state distrutte dall’oppio per la povertà e l’inedia, vi sono scivolate per addolcire la propria vita di mutilati. I villaggi della zona e le montagne circostanti sono disseminati di mine anti-uomo, residui degli anni di spietati scontri tra la Cina e il Vietnam.
A quanto pare alle autorità cinesi non importa molto se qualcuno salta in aria da quelle parti, a patto però che non se ne sappia assolutamente niente, nè qui nè tantomeno all’estero. La parata di storpi, mutilati, sfigurati non è certo una pubblicità eccellente per il governo. E probabilmente, con una buona dose di cinismo, se in queste zone sperdute il controllo delle nascite è un continuo fallimento, sicuramente questa “arguta politica” di incremento del tasso di mortalità funziona molto bene.
In realtà questo doveva essere solo lo sfondo per documentare una storia d’amore tra una ragazza malata terminale di cancro e un ragazzo mutilato da tre esplosioni: una storia vera e strappalacrime che il grande pubblico avrebbe senz’altro apprezzato.
Il veto delle autorità è stato tassativo, e d’altronde è difficile restare stupefatti da tale reazione. Ma Wang a quanto pare sì, ne è rimasta proprio scottata.
Non insisto nella mia curiosità e lascio cadere l’argomento. Siamo in un luogo pubblico, un treno affollato, e di queste cose è meglio parlare a bassa voce o, meglio ancora, non parlarne affatto.
Grattacieli che spuntano come pratoline, multinazionali straniere che riversano fiumi di investimenti sulla costa, le olimpiadi del 2008, la formula uno a Shanghai, tutto questo non deve ingannarci: la Cina è una dittatura e la libertà è un privilegio esclusivo di chi comanda, chi detta le regole.

4.
Il viaggio continua e l’arrivo a Kunming è previsto per domani alle dieci e quaranta. Spaghetti liofilizzati, latte, caffè e vino dello Yunnan fanno passare il tempo più velocemente e sono la giusta distrazione da argomenti di conversazione troppo impegnati.
Un’ora prima dell’arrivo il treno diventa un formicaio fuori controllo che mi ricorda molto l’atterraggio a Pechino. La trepidazione generale è comunque giustificata dal fatto che ognuno ha con sé tonnellate di bagagli, e le manovre tra gli angusti corridoi del treno richiedono il loro tempo.
Le hostess, sempre con la loro simpatica espressione da cerbero stampata sulla faccia, puliscono, rassettano, rimproverano e inaspettatamente mi mettono in mano un blocco nel quale annotare le lamentele, le osservazioni o i disservizi rilevati durante il viaggio. La loro astuzia è disarmante: se me l’avessero dato dopo un’ora di viaggio avrei avuto quaranta ore per annotare tutto quello che mi passava per la testa, ma ora no, ho solo pochi minuti!
Mi concentro per un istante. Allora, vediamo un po’: le hostess sono sgradevoli come una sorsata di olio di ricino, del deodorante nei corridoi renderebbe meno insopportabile quell’odore di carogna di montone che profuma tutto il treno, la luce al neon da obitorio danese potrebbe essere sostituita da una luce più calda, la tortura della filodiffusione di musica cinese potrebbe essere abolita ecc.
Il tempo non basta, il treno sta arrivando, i passeggeri fremono.
Quel dannato blocchetto scotta troppo tra le mie mani e ancor prima di potervi appoggiare la penna lo passo al mio vicino con un bel sorrisone sulle labbra: “Mai viaggiato così bene, farò un abbonamento annuale!”.
Anche per il mio piccolo manipolo comincia la corsa ai bagagli e in trenta secondi netti abbiamo scaricato tutto dal treno, sono impegnato in altre strette di mano e presentazioni e si corre di filata in albergo.

Tempo trascorso dall’ultima doccia: circa 65 ore.

Sogno un albergo a quattro stelle con personale sorridente e cordiale, pavimenti splendenti, lenzuola profumate e un bagno radioso, ma questo incantevole quadretto deve ancora realizzarsi.
Per il momento è un’assoluta priorità ritirare il mio zaino, che ha proseguito in solitudine il suo viaggio verso Kunming; arrivato a Pechino un giorno dopo di me ha recuperato il ritardo precedendo il mio arrivo nello Yunnan.
Io e Zhou andiamo all’aeroporto e lui insiste per entrare con me al ritiro bagagli, qualora si dovessero verificare problemi o incomprensioni. Il poliziotto di servizio al gate d’ingresso è irremovibile: Zhou non può entrare con me.
Aspettiamo cinque minuti, cambia il turno di guardia e cambia poliziotto. A questo punto passiamo con estrema disinvoltura attraverso il gate senza chiedere niente a nessuno. Come mi fa giustamente notare Zhou le regole sono sempre le stesse ma la comprensione delle regole varia da persona a persona. Tanto meglio!
Entro nell’ufficio competente, vedo il mio zaino, esulto, faccio due firme e ce ne andiamo felici in albergo.
Il mio sogno si avvera: i miei sempre più cari amici hanno pensato di farmi alloggiare in un albergo ipercomfortevole per i primi giorni, in modo da prepararmi adeguatamente ai futuri viaggi tra le montagne e ai faticosi soggiorni che comporteranno.
Pieno di gratitudine mi ritiro nella mia camera e mi godo finalmente un po’ di quiete.
Il momento è da immortalare, e prima di crogiolarmi nel piacere orgasmico dell’agognata doccia mi faccio una foto, lercio, barbuto e stravolto come sono.
L’orchesta è al completo: sapone, shampoo, dentifricio, spazzolino, deodorante, rasoio, dopobarba. La dolce, soave e indimenticabile sinfonia ha inizio, il sipario (la tenda della doccia) si apre e l’acqua sgorga dal rubinetto come da un impetuosa cascata.
A “catarsi” ultimata un’altra fotografia è indispensabile per preservare questi momenti magici. Quando i miei amici cinesi mi rivedranno per andare a pranzo saranno in grado di riconoscermi?
Dopo poche ore ho modo di verificarlo. Sì, ora mi riconoscono, ora sono quello straniero sorridente che hanno incontrato due anni fa!

E’ tardi, sono già le tre del pomeriggio, mi illudo di essermi scavallato il pranzo ma la responsabile del settore ristorazione dell’albergo è una ex compagna di scuola di Wang, sicchè la mia ciotola da tre etti di spaghetti non me la leva nessuno.
La sala da pranzo ha un che di surreale. E’ un salone enorme al piano interrato dell’albergo e una sola luce è accesa per illuminare il nostro tavolo: un quadretto intimo tra me, Wang e la sua amica. Gli arredi, come in molti altri alberghi di alto livello, sono “tipicamente occidentali”: marmo ovunque ed elementi decorativi da far invidia ad “Alice nel paese delle meraviglie” (finta edera e fiori, trompe l’oeil mescalinici e lampadari di similcristallo). Tre cameriere, entusiaste di lavorare fuori orario, assistono solerti e gioconde allo spettacolo del nostro frugale spuntino.
Il resto del pomeriggio è dedicato al relax e alla lettura nella hall dell’hotel.

5.
Trascorreremo qualche giorno a Kunming, in attesa di ricevere del materiale da altri amici. Potrebbe essere una valida occasione per visitare la città, che io conosco appena, ma gli amici non vogliono assolutamente che mi annoi. Trovano migliaia di attività per allietarmi il soggiorno, e quindi non c’è nulla di meglio da fare che andare in visita da tutti gli amici e conoscenti nel raggio di ottanta chilometri, a mangiare e bere naturalmente!

La nostra prima gita è a Yuxi, una fiorente cittadina a Sud di Kunming, linda e verdeggiante e non priva di divertimenti.
Qui vado in visita da due famiglie di quadri cittadini, benestanti ed eruditi. Mentre Wang, Li e Zhou chiacchierano animosamente in dialetto kunmingese, che io non comprendo affatto, faccio le pulci all’arredamento circostante. La struttura è la stessa in entrambi gli appartamenti: un corto corridoio d’ingresso che sbocca in un ampio soggiorno, la stanza più curata e copiosamente arredata di tutta la casa.
In attesa del pranzo vengo rimpinzato di noci, castagne, mele e melagrane. Sono seduto su un grande divano in pelle marrone con degli inserti ultra-chic in finta pelle di leopardo e altri ciuffi di pelo beige non identificato. Difronte a me un intero reparto di un supermarket di elettronica: un televisore cinematografico da cinquanta e più pollici, ai lati casse da concerto allo stadio olimpico, negli scaffali stereo, lettore dvd, lettore vcd, lettore VHS. Tutto ciò a formare un altare alla tecnologia, il cui centro gravitazionale è il maxi schermo del televisore.
In un tale trionfo dell’high-tech sono sicuro di poter trovare un pc con il quale connettermi a Internet. Sono già quattro o cinque giorni che non controllo la mia posta e comincio a minacciare crisi di astinenza. Di computer ce ne sono ben tre in casa, ma il collegamento adsl ha la velocità di un piccione malato che debba portarmi la posta dall’Italia. Desisto molto rapidamente e mi autoconvinco che mi devo disintossicare da questa cyber-dipendenza.
Il pasto è come sempre ricco e annaffiato da “rosso secco dello Yunnan”; il vitigno di provenienza è francese ma i gesuiti che l’hanno portato in Cina secoli fa si sono drammaticamente dimenticati di dispensare delle corrette istruzioni sulla produzione del vino. Il risultato infatti non è indimenticabile, ma finchè questo vinaccio mi salva dalla grappa cinese è più che ben accetto.
Un altro piccolo neo è la scarsa dimestichezza del cinese medio con i tappi di sughero. Zhou, con il suo solito e gradevole entusiasmo, impugna sicuro il cavatappi, scava un foro di pochi millimetri nel tappo e voilà: la bottiglia è pronta per la prima mescita microfiltrata al sughero!
Mi trattengo da ogni commento e mastico indifferente un sorso di vino.

Ripieno come un cappone di Natale mi alzo da tavola e nell’intorpidimento più completo andiamo nella seconda casa. Stessa struttura, stesso altare ma imbarocchito da decorazioni in gesso che fanno da cornice.
Prima che mi possa sedere mi vengono offerte le solite stramaledette mele, noci ecc., ma a distogliere l’attenzione dall’imbarazzo del mio rifiuto c’è qualcosa di molto più interessante: la padrona di casa si è appena risposata con lo stesso uomo dal quale si era separata pochi mesi fa, e i miei amici hanno girato il filmino del matrimonio.
No, non c’entra affatto con ciò che si è usi fare nella vecchia Europa: è a pieno titolo una soap opera in costume, con melenso sottofondo musicale, attrezzato reparto trucco, costumisti e sapiente regia.
La prima parte si svolge in uno dei tanti “Milan Paris Marriage Saloon” et similia che fioriscono in tutta la Cina. Sono propriamente dei negozi dove stylist, make-up artist e scenografi plasmano creazioni da matrimonio di Cenerentola con il suo adorato principe. La seconda parte, altrettanto professionale, è occupata dalle riprese del sontuoso pranzo di nozze con gran finale dello sposo (in questo caso ultra-cinquantenne e prossimo allo svenimento) che porta la sua sposa in braccio al talamo nuziale lungo le scale del condominio. Senz’altro stupefacente!

Ahimè, non possiamo trattenerci a lungo perchè ci aspetta un altro appuntamento.

Ad attenderci in questo lungo e pittoresco pomeriggio è un comandante dei vigili di un distretto di campagna.
In un paesaggio un po’ desolante di strade in terra battuta e immobili in costruzione, arriviamo a destinazione. Sotto una fastidiosa pioggerellina autunnale viene a riceverci un omino in divisa dalla carnagione arrossata e lo sguardo acuto, che si lamenta del suo mal di gola, provocato da una sbornia epocale la sera precedente. E’ lui il comandante.
Tra una tazza di té e due convenevoli tra amici, ha la brillante idea di portarci alle terme locali. Due graziose piscine di acqua calda, una interna e l’altra esterna, sono un degno ristoro nel grand tour della giornata.
Dopo qualche bracciata ci intratteniamo amabilmente a bordo vasca con il comandante, che ci allieta il pomeriggio raccontandoci le difficoltà del suo mestiere. Il dato più allarmante è sicuramente quello relativo alle vittime della strada: il bilancio annuale ammonta a tutt’oggi a duecentomila vittime. E noi ci preoccupiamo di SARS, aviaria ecc. che a confronto sono elisir di lunga vita!
Ma è un’altra la notizia che mi inquieta maggiormente: stasera siamo suoi ospiti a cena. Alcool, cibo, alcool, incomprensibile dialetto, alcool, alcool, alcool: queste sono le mie, o meglio la mia visione. Sono già stato avvertito più volte della proverbiale capacità dei militari di ogni sorta di ingerire quantità illimitate di distillati immondi, dalla gradazione alcolica terrificante. Oltretutto i miei trascorsi nel settore non sono molto brillanti.

Nonostante le copiose bevute durante i miei numerosi viaggi in Cina, l’ubriacatura più saliente di grappe cinesi l’ho vissuta a Milano, ed è stata battezzata tra amici “Il miracolo della mano”.
Era una sera mite di tarda estate e c’eravamo trovati tra compagni di università per una cena in un ristorante cinese di quart’ordine, ove il vero pregio era quello di poter bere gratuitamente grappa cinese di riso, rosa, serpente e ginseng.
Un amico sedicente astemio, preso dall’entusiasmo della novità, avviò a fine pasto un giro mortale di grappe: col senno di poi calcoliamo di avere bevuto circa una dozzina di bicchieri a testa (certo, un quantitativo che in Cina val bene il titolo di “astemio”). Risate su risate, e nell’assoluta inconsapevolezza di essere fuori controllo, decidemmo di continuare la serata in un centro sociale dove si beveva gratis.
Saliamo in cinque in macchina e io faccio da navigatore; circa quindici minuti dopo l’autista in carica invece di svoltare a destra procede con veemenza contro una scalinata di pietra che difficilmente poteva passare inosservata.
Ognuno a questo punto è pronto per il suo exploit.
L’autista, persuaso che la rottura della cintura di sicurezza non sia affatto correlata alla violenza dell’impatto, minimizza e inserisce la retromarcia. Il rumore quantomeno inquietante che proviene dal motore e l’assoluta immobilità della macchina bastano a persuaderlo che forse la situazione è un po’ più grave.
Michele si accascia sulla scalinata e alterna versi terrificanti a conati di vomito.
Io, padrone della situazione, mi ricandido come navigatore sulla macchina di altri amici; l’immediato seguito vede la mia testa che vomita penzolante da un finestrino.
Andrea, il vero astemio, darà il meglio di sè poche ore dopo cercando la via di casa mia in un paese che con casa mia ha poco a che fare.
Ma la vera star della serata è Fulvio.
Straordinariamente operoso, scende dalla macchina semi-distrutta e si avvia verso l’altro lato della strada a recuperare un cerchione che palesemente è di un’altra macchina.
Deluso nelle sue buone intenzioni, decide di rendersi utile in altro modo: con una mano in tasca adopera tutte le sue risorse residue per estrarre dalla tasca con l’altra mano il cellulare e il suo sguardo vacuo e sognante fa presagire che il compito di avvisare qualcuno dell’incidente è forse per lui troppo arduo.
Completamente perso, schiaccia tasti a vanvera senza alcun esito finchè qualcuno gli fa gentilmente notare che ha anche un’altra mano. Un attimo di riflessione e avviene il miracolo: scopre di avere ben due mani e, estrattane una dalla tasca, dall’altra lascia cadere a terra il cellulare. Immobile, sbalordito, esterefatto, rimane per qualche secondo ad osservare i palmi delle sue mani completamente vuoti:
“Dio ti ringrazio, ho due mani!”.

Ma torniamo a noi: vigile, cena, alcool.
La nostra meta è un piccolo ristorante di campagna, uno stabile molto povero in muratura e senza fronzoli, con sei piccole stanze private per cenare e un’antistante riserva di pesca in miniatura.
Siamo a tavola con il comandante, il vice-comandante e il suo assistente. Le pietanze sono svariate ma il piatto più succulento è colmo di deliziose api fritte.
Penso davvero che noi occidentali ci perdiamo qualcosa con il nostro insensato disgusto per gli insetti; scorpioni, cavallette, api e bachi sono pietanze iperproteiche, povere di grassi e davvero prelibate. Se non fosse per l’olezzo acre di grappa sarebbe il mio pasto ideale. Ma quel maledetto odore e, ancor peggio, quel sapore forte e acidulo mi dà davvero la nausea.
Come ribadisce il comandante, e come ho già appurato in passato, la cultura dell’alcool è parte integrante della convivialità cinese. Accampo le mie solite scuse: “Non reggo l’alcool. Bevo poco. Non sono abituato. Ne assaggio giusto un sorso per compagnìa”.

Ad ogni sorso il mio assoluto rigetto e il senso di nausea che provo appaiono palesemente nella smorfia contratta delle mie labbra. Il mio disagio fisico prende forma in un odio incondizionato, la mia immaginazione comincia a costruire rapidamente scenari surreali quanto gratificanti.
Sogno ad occhi aperti di essere a un comizio celebrativo della fondazione della Repubblica Popolare Cinese: una grande folla, tra urla di entusiasmo e fragorosi applausi, acclama nientepopodimeno che Mao Zedong. Su un palco addobbato di stendardi rosso fuoco e di fiori profumati, si rivolge alla nazione con un’unica frase che accende immediatamente gli animi: “ La Cina è una Repubblica fondata sull’alcolismo!”. Un’ovazione trasfigura l’uditorio in un brulichio di formiche impazzite e festanti. A questo punto intervengo io: scarico un’enorme tanica di erguotou (grappa pechinese) sul pubblico e do fuoco a tutto. La folla diventa l’intera Cina, sulla quale divampano le fiamme e io, ebbro di piacere, con gli occhi iniettati di sangue, continuo a versare e riversare e sghignazzo come Belzebù che infierisce orrende pene alle anime dannate. Urla, fiamme, un calore intenso che brucia la pelle sono le perverse delizie immaginarie nelle quali mi crogiolo.
Ma sul mio sorriso educato e compiacente si legge esclusivamente la gratitudine per quel caloroso brindisi di benvenuto.
Il comandante dopo un po’ mi redarguisce:
“Se non bevi non puoi conoscere davvero la cultura cinese”.
Extrema ratio, rispondo:
“Ma se bevo sto male”.
Lui replica con una frase che mi rimarrà impressa:
“Tutti stanno male quando si ubriacano, ma tra amici si deve bere, ci si deve ubriacare e bisogna star male insieme”.
Mi strappa quindi la promessa che al prossimo incontro mi ubriacherò come uno straccio, ma ora sono autorizzato a continuare la cena con il té.

La cena sembra volgere al termine e io mi illumino nell’illusione che tra breve sarò in un albergo e la faticosa giornata sarà terminata. Invece no, la marcia continua e diventa sempre più insostenibile.

6.
Wang è già d’accordo con un vecchio amico per una tazza di tè dopo cena, al bar di un’altra amica, che a sua volta invita un altro amico, che naturalmente arriva insieme a un suo amico, ecc. Insomma mi ritrovo a tavola con dieci illustri sconosciuti; sono tutti ex colleghi o compagni di scuola di Wang ed è un evento davvero straordinario, perchè è ormai una ventina di anni che non hanno occasione di fare due chiacchiere tutti insieme allo stesso tavolo.
E’ davvero commovente! Come lo è il mio volto dopo tre ore di attenta osservazione senza capire nulla del loro simpatico dialetto kunmingese.
A quanto mi dice Wang sembrerebbero tutte persone molto interessanti: quadri cittadini, alti funzionari della provincia, imprenditori, accreditati giornalisti. Ma il mio ruolo di soprammobile esotico e le loro entusiaste e interminabili chiacchierate fanno sembrare la serata infinita.
Sono sempre più devastato dalla giornata campale, e prima che cominci a pensare a soluzioni estreme Wang mi coinvolge nella conversazione.
In pochi minuti mi viene dato un quadro sintetico degli impieghi pubblici di alto livello e responsabilità in Cina: ozio, burocrazia e grappa. In realtà a quanto pare non si discute e non si decide riguardo a nulla di veramente rilevante e i momenti clou della giornata si vivono tra un brindisi e l’altro. In fondo si tratta davvero di comunismo: questo preponderante passatempo accomuna la leadership cittadina con il contado più remoto. Senza considerare che è davvero apprezzabile che in una dittatura un diritto sia ovunque garantito e tutelato: il diritto di bere e di ubriacarsi.
Riassumendo brevemente: non si toccano argomenti scottanti, non si prendono decisioni rilevanti e si beve spesso e in abbondanza.
Così, irresponsabilmente felici e compiaciuti per le scelte che non si sono fatte e le decisioni sulle quali non ci si è accapigliati, la vita scorre placida e tranquilla. C’è persino la possibilità di salire nella gerarchia (bere di più?), di andare in prepensionamento con uno stipendio più alto e persino, udite udite, di prendersi una “pausa” durante la quale è concesso percepire il proprio salario dedicandosi nel frattempo ad altre attività imprenditoriali e lucrative; beninteso senza perdere il proprio titolo e il proprio ruolo di responsabilità.
Così almeno sembra che vadano le cose per chi occupa posti di rilievo nelle emittenti televisive pubbliche (ma anche in molti settori della pubblica amministrazione).
Ora credo di comprendere meglio perchè Wang ha deciso di abbandonare tutti gli onori del lavoro pubblico per percorrere la sua strada: l’immobilità non le andava a genio. Non sembra nemmeno essere l’unica a pensarla in questo modo, giacchè mi riferisce che negli ultimi anni non sono stati rari i casi di reporter talentuosi e giovani che sono svaniti nel nulla (e intendo fisicamente scomparsi) da un giorno all’altro. Chissà, “probabilmente sono emigrati clandestinamente per sfuggire al circolo vizioso dell’impegno pubblico in cerca di altre sfide, per avere la possibilità di fare, discutere, decidere” mi dice Wang con una schietta innocenza che non fa intravedere alcuna malizia.
Io invece, nei miei slanci paranoici, sono persuaso che non tutti sono “svaniti” per propria volontà e deliberata scelta.

Prima che la chiacchierata diventi insostenibilmente delicata e ricca di contenuti scabrosi, arrivà il momento magico del rientro in albergo.
Ci accomiatiamo dall’allegra combriccola e sono sentitamente commosso dalla constatazione che il tour de force sociale di oggi si è concluso.
Rileggo mentalmente tutti gli incontri, i volti, gli sguardi e i taboo toccati, ma mai approfonditi nel corso della giornata e tento faticosamente di cavarne delle conclusioni.

Mi rimbombano nella testa tre parole: libertà, dittatura, democrazia.

Mi è capitato più volte di sentirmi dire, perlopiù da profani di Cina, che i cinesi sotto certi aspetti sembrano molto infantili: si entusiasmano per eventi e cose semplici, tuttaltro che particolari, adorano le star, si fanno trascinare dagli slogan e hanno spesso un gusto estetico non molto maturo. Ma sarebbe troppo ingenuo aspettarsi che una dittatura incentivi la personalità, ascolti le voci fuori dal coro e apprezzi chi si sottrae alla gregarietà delle masse.
Gli anni relativamente recenti della Rivoluzione Culturale hanno ricordato al popolo cinese che certi comportamenti “devianti” rispetto all’ordine costituito vengono puniti nel modo più atroce: la vergogna, l’umiliazione sistematica e il sangue. Le violenze e le persecuzioni di quegli anni sono una cicatrice della quale gli over 40 portano ancora il segno.
La Cina di oggi è molto più permissiva, moderna, aperta e libera. Ma la “libertà” di cui godono oggi è pur sempre la “libertà” di percorrere binari prestabiliti. L’informazione, la tv e la stampa devono perennemente rispettare degli standard stabiliti dall’alto e chi se ne discosta deve passare attraverso uno scoraggiante iter di approvazione.
La vita degli alti funzionari assorbe l’intera giornata, dalla colazione al dopocena, in una fitta ragnatela sociale che impedisce la solitudine. Tutti superficialmente appagati e felici trascorrono una vita agiata, e per scoraggiare qualche bizza fuori luogo c’è sempre l’alcool: approvato, conviviale e incoraggiato è una eccezionale panacea. Nell’intorpidimento dell’alcool non c’è dissenso nè personalità. Si riesce persino a fugare il pensiero che la propria vita potrebbe essere diversa e che ci siano altre cose percorribili: una sbronza e la vita torna nuovamente a sorriderti.
La mia netta sensazione è che questo sia uno dei tanti metodi di controllo, anche se sicuramente non l’unico.
Un altro escamotage per ammansire le velleità decisionali è il “viaggio di lavoro” che con il lavoro non ha nulla a che fare. Per i quadri più alti le mete sono l’Europa, il Canada, l’Australia, gli Stati Uniti; per le sfere più basse la Thailandia, Singapore e il Sud Est Asiatico in generale. Il premio concesso abitualmente comprende il viaggio e tutte le spese più una “mancetta”, che nel migliore dei casi può raggiungere i mille euro, per allietare la propria settimana all’estero con acquisti di ogni sorta.
Che fiorente riformismo, che straordinaria apertura per un paese che in tempi non remoti identificava il male con la società occidentale capitalista e ci fregiava dell’epiteto di yangguizi (diavoli occidentali)!
Difronte a tanta magnanimità chi riceve premi del genere non può che essere colmo di gratitudine. “Quanto è buono il partito, quanto gli sono legato! Mi dà la formazione, mi fa fare carriera, mi concede il benessere e una vita senza restrizioni, e infine mi fa persino conoscere il mondo!”.
Ma il lato meno roseo della medaglia lo possiamo osservare nelle piazze delle città italiane: viaggi intruppati, cappellini e ombrellini omologati, itinerari rigorosamente prestabiliti. L’osservazione di costume più acuta che ho sentito da un cinese (un responsabile di un ufficio imposte cittadino e non un agricolo dalle mani callose) riguardo all’Italia è stata la seguente:
“Certo che i carabinieri italiani sono proprio belli! E che bella divisa!”.
Forse sono troppo esigente e dovrei accontentarmi del fatto che non mi abbia recitato a memoria la formazione del Milan o dell’Inter.
Questa loro libertà mi sta un po’ stretta , ma io, italiano, europeo, occidentale, ho i titoli per fare il paladino della libertà da queste parti. La nostra società evoluta e superorganizzata garantisce la libertà dell’individuo?

Grande impresa, grande distribuzione organizzata, comunicazione di massa e la grande industria dell’intrattenimento plasmano i nostri gusti e costruiscono a tavolino il consumatore ideale, perlopiù in un circolo vizioso che accresce e concentra il potere nelle mani di un’elite sempre più ristretta. In un tale contesto si può ancora affermare che l’individuo è libero, o siamo costretti ad ammettere che è forgiato da mille forme di condizionamento? Io azzarderei un sì: c’è sempre una porta aperta verso la libertà e il pensiero indipendente.
La nostra democrazia condiziona le scelte, i pensieri e le ambizioni dell’individuo con mezzi più evoluti, civili e sottili (o forse subdoli?) che non una dittatura. Fa interiorizzare dei valori nei quali crediamo (nel bene e nel male) e non ci educa, come fa invece la dittatura, con il bastone e la carota, con premi e punizioni.
Quindi anche nella nostra “società sviluppata” la libertà è una conquista che solo il pensiero critico può concedere. In questo senso il livello effettivo di democrazia, a mio parere, è inversamente proporzionale alla fatica, agli ostacoli e alle barriere che si incontrano sul cammino verso questa preziosa conquista.
L’indipendenza, lo spirito critico, la libertà di scegliere da sè, questa è la Libertà che qui sento soffocata; ma una società collettivista, che da migliaia di anni fa dell’armonia sociale il supremo valore, perchè mai dovrebbe concedere ampi margini all’individuo per uscire fuori dal gregge? Sarebbe come automutilarsi!
Per il bene di questo grande paese e in qualità di “barbaro” in visita, forse è meglio che me ne vada a letto e interrompa i miei voli pindarici.

E’ stata una giornata infinita e nonostante il martello pneumatico, il mio amico Zhou, che dorme nel letto affianco, sprofondo rapidamente nelle soavi tenebre del sonno.

7.
Ancora qualche giorno di ozio e attesa a Kunming e siamo pronti per la partenza. Decido di comprarmi una carta telefonica per il cellulare, ma la mia sconsiderata imprudenza mi fa comunicare questa intenzione ai miei amici cinesi. Risultato: invece dei quattro minuti netti che mi sarebbero serviti, l’ausilio del mio amico Xue Gan, fa sì che questo semplice compito si trasformi in un’impresa epocale.
Saliamo su un taxi e qui già ci sarebbe da ridere. Dietro la gabbia che protegge l’autista da eventuali malintenzionati campeggiano due adesivi: “vietato fumare” e “questo taxi è stato sottoposto a disinfezione”.
Sorvolando sul primo, giacchè su tre passeggeri e un autista le sigarette accese e fumanti sono quattro, la seconda fa davvero sbellicare dalle risate. Mi immagino infatti che otto minuti dopo la disinfezione (avvenuta in tempi remoti, a giudicare dalle condizioni dell’adesivo) sarebbero potuti entrare in questo veicolo logoro e fetente un malato terminale di ebola, un branco di polli influenzati e, perchè no, una vacca di importazione con il virus dell’encefalopatia spungiforme.
Se questi tetri pensieri assumessero il colore vivido della realtà, penso che farei meglio a suicidarmi leccando la maniglia della portiera!

Arriviamo a destinazione, nel medesimo posto dove Xue Gan ha comprato la sua carta l’altro ieri, perchè a quanto pare gli altri dodicimila negozi che vendono questo speciale prodotto a Kunming non vanno bene.
Avviamo la contrattazione. Le tessere più care sono quelle che hanno un numero telefonico con il maggior numero di otto, numero fortunato in Cina. In uno slancio di avidità richiedo un numero telefonico zeppo di quattro, numero infausto che si pronuncia come la parola “morire”. Ne rimedio una con due “quattro”, è già il massimo della scalogna e non c’è nulla di più economico.
Rincasiamo e ora è veramente il momento di partire.

La meta è una cittadina di duecentomila abitanti nella Prefettura di Honghe, a pochi chilometri dal confine vietnamita, e il viaggio richiederà una decina di ore di scassatissimi pullman, con una tappa intermedia.
Trattori, montagne e strade in terra battuta non rendono la viabilità ideale in questa regione.
Nell’ennesimo ed encomiabile tentativo di rendermi il soggiorno in Cina gradevole e di non farmi sentire la mancanza dell’Estremo Occidente, appena seduto sul pullman mi mettono in mano uno snack dal gusto “tipicamente italiano”: due panini, o meglio due palle di pane da due etti l’una che sembra abbiano passato la notte a bagno in una mistura di olio di colza e zucchero. Deliziato dalla sabbia bianca e dolciastra che ne è il succulento ripieno, decido che il posto più adatto per questa gustosa merenda è sotto i bagagli.
Un pisolo, una lettura, due chiacchiere e uno sguardo al panorama e siamo già a metà strada.
Qui ci aspetta una famiglia di amici di etnia Dai, che ci rifocilla con un lauto pasto: pollo bollito (onnipresente nello Yunnan), costine di maiale fritte, uovo in salsa di pomodoro, bambù acido, stuzzicanti verdurine e, grazie a Dio, birra invece che grappa.
Tra poche ore arriverà il nostro autista, che ci porterà alla meta finale, e per colmare l’attesa guardiamo un film.
Il film in questione è “La stanza del figlio” di Nanni Moretti, che Wang aveva comprato a Kunming su mia indicazione, in un guizzo di curiosità verso il cinema italiano contemporaneo. Il film è sottotitolato a spanne in cinese ma questo non aiuta molto la comprensione da parte dei miei compagni di viaggio.
Mentre seguo il film rapito e commosso e guardo ogni tanto i sottotitoli per risollevarmi il morale, gli altri spettatori, visibilmente annoiati a morte, macinano tra i denti semi di girasole.
Mi sento un po’ in colpa per la punizione inferta e per i loro volti smarriti ma indifferenti, ma per una maledetta volta – e forse l’unica – ho visto un film che mi piaceva e che mi ricordava un po’ casa. Se faccio un rapido calcolo delle ore di telefilm trash sulla storia cinese che mi sono sorbito in questo viaggio il mio senso di colpa per aver “somministrato” ai miei amici cinesi un film di Nanni Moretti è del tutto ingiustificato!
Nel frattempo si è fatto tardi e per la nostra tabella di marcia decidiamo di passare una notte qui a Y..
Fa un caldo umido e insopportabile per una giornata di fine settembre e non si può dire che il posto sia proprio una meraviglia. La città vecchia è un grazioso paese abitato da uno straordinario e variopinto caleidoscopio di minoranze etniche.
Le terrazze coltivate a riso, monumentale opera delle etnie locali (Hani in primis), riempiono le vallate circostanti e il sole radente al tramonto trasforma le valli terrazzate in una grandiosa tavolozza dai colori caldi e seducenti.
Naturalmente noi alloggiamo nella città nuova, infossata a fondo valle e dominata dalla tipica architettura cinese moderna: scatoloni di bitumi piastrellati in bianco, vetri blu verdastro a specchio e mosaici di condizionatori ingabbiati (sono un bene da proteggere!).

Troviamo sistemazione in un alberghetto decoroso e appena entrato nel grande atrio non posso fare a meno di notare lo striscione pubblicitario che sovrasta la scalinata di accesso ai piani superiori. Le scritte in cinese elencano i servizi accessori dell’hotel, quali karaoke tv, salone di bellezza e massaggi, ma l’immagine impressa fa intuire che i servizi offerti fanno parte di un’unica famiglia: una sexy e prorompente pin-up in costume succinto, con uno sguardo da sirena ammaliatrice, “cavalca” un Big Jim supino sulla spiaggia ed estasiato dal tocco magico della sua divina compagna.
Ci sono abituato a vedere questo genere di servizi “extra” e persino nei miei primi viaggi in Oriente non ho mai avuto dubbi sull’entità dei servizi offerti da karaoke, beauty saloon e sale massaggi illuminate da fioche luci rosse. E se per caso fosse persistito qualche dubbio, le schiere di giovani e avvenenti ragazze radunate in vetrina, le occhiate e le risatine maliziose non avrebbero potuto dare spazio che a una sola interpretazione: una delle forme di intrattenimento tra le più antiche.
Ma questo albergo ha davvero una marcia in più, perchè un’astuta operazione di marketing fa sì che certi appetiti degli ospiti vengano stuzzicati persino nella quiete della propria camera. Tra le piastrelle del bagno ne spicca una in particolare, sulla quale è stampata una fotografia: una sensuale giovane donna dalla pelle bianchissima, dai lucidi capelli corvini, e soprattutto senza veli, è lì pronta a stimolare fantasie poco cristiane, realizzabili in altri reparti dell’albergo. Che inguaribili canaglie questi marketers di campagna!

La serata trascorre tranquillamente tra una cena come sempre “leggera” e due passi nel centro di Y., fino alla piazza del municipio.
Questi paesini moderni di campagna sono tutti tristemente uguali: file di abitati simil-ospedalieri e una sproporzionata piazza in stile maoista, corredata di bandiera, imponente palazzone squadrato e bassorilievo a tema “orgoglio nazionale”. Il monotono rigore di queste costruzioni rende le opere monumentali delle dittature europee un tripudio di fantasia e creatività!
Ci concediamo una pausa in una piccola sala da tè con tavolini all’aperto, dove mi godo il primo caffè della giornata.
Nell’aria calda e immobile risuona il canto di un gallo proveniente da uno stabile in costruzione, con pareti provvisorie in puro straccio usato. Ora, esclusa l’ipotesi che si tratti di un gallo australiano tarato su un altro fuso orario, la cosa mi incuriosisce e trascino gli amici a vedere di che si tratta.
Ci facciamo strada tra una piccola folla di volti arrossati dall’alcool e dal brivido dell’azzardo e finalmente vediamo il ring: i due contendenti si scrutano con aria minacciosa, si studiano e sferzano il loro feroce attacco. Il primo che riesce a portare a segno una beccata è l’acclamato vincitore e tra il pubblico in fermento i tre gestori di questa piccola sala scommesse rimpinzano di banconote le loro mani nere e callose. E’ uno spettacolo molto folkloristico ed è la prima volta che assisto ad una lotta di galli in Cina, ma i miei compagni non sono altrettanto entusiasti:
“I galli non si scannano nemmeno! Un colpetto e il gioco è finito!”.
Conscio che fiumi di sangue avrebbero acceso di più gli animi, concludo che è meglio rincasare.
L’indomani, dopo una doccia e un doveroso saluto alle signorine nel bagno, visitiamo rapidamente il mercato agricolo ed è qui che la cittadina anonima si colora degli abiti variopinti delle minoranze etniche locali. Casacche nere, azzurre, blu e viola, decorate da ricami in oro, rosso, verde, e turbanti policromi e borchie d’argento e monete coloniali ubriacano la vista in un trionfo di fantasie. Sono i colori delle etnie Hani, Yi e Yao che popolano le montagne circostanti e che si riversano in città nei giorni di mercato, per vendere i prodotti della propria terra e per partecipare ad un rito sociale di aggregazione che ancora oggi ha grande importanza.
Estraggo la macchina fotografica e mi lancio all’inseguimento di quei volti che mi porteranno a rivivere le emozioni, le sensazioni e gli odori di questi momenti.
Consumo soddisfatto la mia colazione a basa di latte di soia e frittelle e siamo pronti per rimetterci in viaggio alla volta di X., base per l’esplorazione dei circostanti villaggi hani.

8.
A bordo di una Volkswagen Santana nera (un tempo la macchina dei VIP) l’autista, Zhou, Wang, Li Zheng e io ci avviamo verso cinque ore di saliscendi e tornanti nella Prefettura del Fiume Rosso (Honghe) e per Li Zheng comincia la via crucis del mal d’auto, con soste e rigurgiti circa ogni mezz’ora.
In effetti non si può dire che Li Zheng sia una scafata viaggiatrice. Come lei stessa ammette con sottile autoironia, la sua vita che ha ormai superato la soglia dei quaranta è trascorsa in modo semplice e monotono, benchè non priva di agi. Abita da oltre trent’anni nello XinWang e se solo penso a questa regione remota della Cina occidentale, mi vengono in mente mille paroline magiche che risvegliano la mia fantasia e scatenano la mia immaginazione: deserto, Islam cinese, oasi, steppe, altopiani!
Da sempre lo XinWang esercita su di me un fascino irresistibile. Ma Li Zheng abita nello XinWang settentrionale a Urumqi, una città tristemente moderna ove il sessanta per cento della popolazione è di etnia han e le antiche tradizioni sono state annacquate dalla corsa allo sviluppo della Grande Cina.
In trent’anni di permanenza Li Zheng, come d’altronde avrebbe fatto la maggioranza dei cinesi, ha raramente messo la testa fuori da questa “oasi”per visitare il misterioso e affascinante XinWang: “Troppo pericoloso, non aperto al turismo (intruppato e ultraorganizzato) e in poche parole stancante”.
Non c’è da stupirsi allora se qualche tornante di troppo non sia propriamente una benedizione per il suo stomaco.
Chiusa in un sofferente silenzio Li Zheng gesticola di tanto in tanto per segnalare all’autista l’impellente necessità di una sosta. Zhou, armato della sua straordinaria bonomia e di un sottile ironico, le suggerisce un metodo personale per superare il suo disagio:
“Mangia! Mangiucchia continuamente frutta, semi di girasole e tutto quello che ti capita a tiro e vedrai che starai meglio!”.
In risposta una risatina tiepida e forzata e un pallore spettrale non sembrano accogliere il prezioso e ponderato consiglio.
L’agonia di Li Zheng fortunatamente non dura in eterno e siamo ormai alle porte di X..

Questo paesino di duecentomila abitanti sorge su una collina dello Yunnan Meridionale poco lontana dal Vietnam e dal Laos. Di per sè è un’avvilente cittadina moderna e standardizzata, o almeno questa è la sua aspirazione, giacchè oggi è ancora disseminata di spazzatura e di polverosi cantieri. E per una città che si chiama “verde primavera” questo non è certo un gran pregio. Squallida, priva di attrazioni e divertimenti, lontana dieci ore dal capoluogo, non è certo il paradiso in terra. E’ anzi uno dei distretti più poveri di tutta la Cina (in un guizzo di orgoglio nazionale Wang dice addirittura “uno dei posti più disastrati al mondo”).
Ma non tutto è così deprimente qui: a due passi dalla città la natura è lussureggiante. Le montagne circostanti sono un continuo alternarsi di terrazze coltivate a riso, villaggi tradizionali e fitte foreste. Superstizioni, usanze, costumi e tradizioni ci confermano che siamo nella terra dell’etnia hani.
Gli han qui sono solo il due per cento della popolazione, mentre la “minoranza” hani raggiunge l’ottantotto per cento.
Nonostante questa sproporzione anche qui vi sono le tracce della marcia verso lo sviluppo della Grande Cina.
Mentre nuove strade migliorano la viabilità e di conseguenza le condizioni di vita delle popolazioni locali, i villaggi in paglia e fango, e con essi l’indissolubile e religioso legame con la terra vanno lentamente scomparendo.
I giovani hani di città non vestono più in abiti tradizionali ma si adeguano alle usanze cinesi (perlopiù viste in tv o sentite, perchè ancora pochi hanno la possibilità di muoversi fino al capoluogo) e alle porte della città sorge il Minzucun, il “villaggio delle minoranze etniche”: un piccolo parco turistico con case in stile hani goffamente scimmiottato, adibite a ristorante, karaoke e residenze chic, un campo da calcio ed altre amenità.
Il Minzucun nella mia immaginazione si associa a due infausti e imminenti eventi: l’afflusso del turismo cinese e la scomparsa delle identità locali.
La mia personale visione del turismo cinese è comprovata da molte esperienze, e le costanti sono sempre le stesse: orde di cappellini gialli e rossi che ardono dal desiderio di farsi fotografare in costume locale, grandi abbuffate e fiumi di alcool, graziose inservienti in abiti tradizionali pronte a farsi trattare come schiavette, insipide danze e canti folkloristici, ecc.
Sì, una opinione decisamente e presuntuosamente negativa, ma in fin dei conti non ho un’opinione migliore degli occidentali che affollano i villaggi turistici sparsi per il mondo. Turismo puro e niente di più; qualche vecchio saggio ha detto: “Il viaggiare sta al turismo come l’amore sta alla prostituzione”. Nessuna conoscenza, nessuna scoperta, nessuna esperienza vera: il turismo ti fa tornare a casa a mani vuote, magari rilassato e contento, ma pur sempre a mani vuote. E’ un contatto superficiale con una diversità che deve essere a tutti i costi piacevole, altrimenti corri il rischio di rovinarti la vacanza.
Il Minzucun è tutto questo, ed è chiaro come in questo contesto l’identità e la cultura autoctona ne escano impoverite e snaturate. IL turismo porta denaro e il denaro fa gola a tutti. Si impara quindi ad ammorbidire la propria cultura e a smussarne gli spigoli per adattarla ai gusti dei consumatori, finchè rimane esclusivamente ciò che il turismo ha voluto preservare.
Se mi abbandono alle mie paranoie fantapolitiche non posso trattenermi dal pensare che alla base di questo impoverimento delle tradizioni etniche ci sia una deliberata volontà politica: standardizzare la popolazione per semplificare il controllo. Forse è una conclusione troppo scontata, ma sembra così vera che solitamente il rifiuto di tutto questo mi fa eliminare tutte le tappe ove sorga un Minzucun.

L’arrivo a X. è comunque gradevole e sono curioso di rivedere i posti e le persone che due anni fa mi hanno offerto una calorosa e indimenticabile ospitalità.
Come l’ultima volta è il Il signor Zhang, uno dei pochi cinesi doc a X.. E’ un uomo tranquillo sopra i cinquanta, nato e cresciuto qui, sposato con una donna hani e con una buona conoscenza dei costumi locali. Il suo tratto distintivo è un eccezionale e smodato senso dell’ospitalità, che risulterebbe smisurato perfino nel nostro profondo Sud. E’ lui la nostra guida locale e tutti i nostri spostamenti devono passare al vaglio della sua approvazione; di qui il mio timore che trascorreremo un periodo di immobilità e cibo.
Wang e Li Zheng risiederanno a casa del Il signor Zhang, mentre Zhou e io alloggeremo in un “albergo” a pochi metri di distanza. Wang ha pensato gentilmente che per me sarebbe stato meglio godere di un minimo di privacy e della possibilità di una doccia rinfrescante dopo le marce forzate giornaliere.
Il nostro alloggio è un dormitorio del governo dove in teoria io non potrei mettere il naso, ma grazie alle mille amicizie e alla stimata professionalità di Wang non mi viene richiesta nemmeno la registrazione del passaporto. I guanxi, ossia i legami personali, in Cina e ancor più nelle campagne contano di più di qualsiasi altra cosa! Non che in Occidente qualche conoscenza e spintarella non possa rendere la vita più facile, ma qui i guanxi possono superare barriere insormontabili: prolungare un visto oltre i limiti consentiti, entrare e uscire dai confini a proprio piacimento, visitare aree e luoghi ufficialmente proibiti agli stranieri ecc.
Guanxi è una delle prime parole che ho appreso in cinese e uno degli strumenti che sono riuscito a utilizzare con efficacia già dai miei primi viaggi in Cina. E se non fosse per i miei guanxi non sarei nemmeno qui... insomma, nel bene e nel male, i guanxi sono vitali!
In questo caso è un po’ assurdo sprecarmi in elogi dei miei validi legami: la mia graziosa cameretta manderebbe in depressione persino un cercatore d’oro che si ritiri dopo averne scoperta una miniera! Una luce pallida e fioca illumina la stanza, la moquette, un tempo color beige, è oggi maculata e si distacca in più punti. Si potrebbe scrivere un romanzo ripercorrendo la storia di ogni macchia!
Ma questo è lo standard di molti alberghi cinesi di basso livello (sono un esperto nel settore!) e non mi scandalizza molto.
Ciò che in assoluto non sopporto è l’intenso odore di muffa che impregna le lenzuola e profuma l’intera camera. L’aroma è tanto forte che credo che sognerò di essere un Puffo e di vivere nel mio fungo nel sottobosco. Però tutto sommato la camera è ben servita: tv, abat-jour sulla testata del letto (naturalmente senza lampadina) e persino un piccolo boiler per il tè riempito di un’acqua giallastra che sembra pescata dalle anse dello Yangtze.

9.
Superato l’impatto olfattivo della nostra suite ci facciamo una rapida doccia e ci ritroviamo tutti riuniti a tavola: il mio piccolo manipolo, il Il signor Zhang e come sempre qualche altro ignoto amico o parente.
Qui comincia la strenua contrattazione per definire l’itinerario dei prossimi giorni. Il nostro obiettivo è filmare un villaggio hani tradizionale, un funerale, un matrimonio e la cerimonia del trasporto dell’acqua, una tradizione rituale.
Tra noi e questi ambiziosi obiettivi il Il signor Zhang, han socializzato ai costumi hani, con il suo caloroso intento protettivo pone innumerevoli ostacoli: dalla fatica eccessiva al rischio fisico, per concludere con le maledizioni divine. Sicchè tutti i villaggi che distano più di dieci minuti di viaggio diventano luoghi selvaggi e impervi, lontani dalla civiltà e pieni di insidie: serpi, tigri e animali feroci, oscure e avverse forze della natura e ancor peggio i misteriosi e imperscrutabili spiriti delle montagne, demoni che si materializzano, persone che svaniscono nel nulla ecc.
Ma in campagna è noto che un po’ ovunque le storie di fantasmi sono sempre numerose e riscaldano gli animi nelle notti fredde e buie. In Cina però ciò che noi declassiamo a superstizione è molto più radicato nella cultura. Gli scettici sono pochi, e persino chi afferma di non dare adito a certe dicerie popolari si astiene dal fronteggiare i rischi prospettati dalle tradizioni misteriche.
Wang per esempio è una donna di mondo, ma le sue mille esperienze sono spesso sconfinate nel paranormale.
Aldilà del fatto che ormai per lei la foguang (“luce del Buddha”) è un fenomeno frequente quanto per me il mal di stomaco e la gastrite, una delle sue esperienze misteriose risale forse a una decina di anni fa.
Per conto di una emittente televisiva locale si era recata nella provincia dello Shandong insieme ad un collega per effettuare la riparazione di una parabola, in cima ad una montagna. Erano saliti in tarda serata e con delle torce avevano attraversato il bosco circostante. Inaspettatamente il bosco cominciò a risuonare di un pianto dirotto, un pianto di bambini. Nella zona non vi erano villaggi nè tantomeno bambini eppure quel suono inquietante era così vivido che pareva che nel bosco ci fossero ovunque bambini diperati. Sconvolti dal fenomeno inspiegabile ripararono in tutta fretta la parabola e lasciarono immediatamente quel bosco incantato. La parabola si ruppe nuovamente pochi giorni dopo.
Il primo pensiero di Wang fu di non comunicare al suo capo l’accaduto perchè effettivamente per un dipendente pubblico fermamente marxista questo genere di eventi mal si concilia con un’ontologia materialista. Ma al secondo guasto, ripetutasi la stessa esperienza, Wang credette opportuno parlarne con il direttore dell’emittente.
Scenate, proteste, licenziamenti? No, niente di tutto questo. Fu deciso di togliere la parabola immediatamente e di trovarle un’altra collocazione. Difronte a forze ignote è meglio non accanirsi.
Qui nelle montagne intorno a X. non c’è nessun bosco disperato a quanto pare, ma ci sono alberi maledetti che causano alle telecamere guasti mai riscontrati dall’illustre Sony Japan e la riparazione è molto costosa!
Questi sono i fenomeni che fanno diventare un po’ superstiziosi anche me e la mia piccola troupe!
Oggi però siamo appena arrivati e l’iperprotettività del Il signor Zhang è alle stelle: praticamente ogni spostamento delle gambe dal tavolo è una potenziale fonte di rischio. Rimandiamo le contrattazioni a domani e mi ritiro nella mia “stanza-fungo” ove cullato dagli aromi del sottobosco mi rigiro nel letto per circa tre ore.

10.
L’indomani non c’è assoluto bisogno di una sveglia: gli schiamazzi del mercato, le urla di maiali e il passaggio di trattori sotto le finestre della stanza garantiscono un dolce risveglio.
Colazione dietetica a base di speghettini di riso in brodo con peperoncino e coriandolo, e armati di telecamere, macchine fotografiche e molto entusiasmo partiamo alla scoperta del primo villaggio indicatoci dal Il signor Zhang.
Il nostro valido autista è il fratello minore (uno dei sette) del Il signor Zhang, esperto nella guida di fuoristrada e nel consumo illimitato di grappa e alcoolici vari. Senza i suoi duecentocinquanta cc di alcool in circolo non si sente franco alla guida di alcun veicolo! Ma oggi non gli richiediamo sforzi impossibili perchè il villaggio che dobbiamo raggiungere è a circa dieci metri dalla strada principale della città.
L’amato Il signor Zhang – per risparmiarci troppa fatica – ci ha portato in un mesto cantiere di cemento e terra polverosa dove fiorisce spazzatura in ogni angolo. In qualche frazione di secondo ci rendiamo conto che forse non siamo nel posto ideale per documentare la cultura e le tradizioni hani.
Davanti ad una tavola imbandita (stranamente!) ricominciamo a programmare il nostro prossimo futuro. Questa volta il negoziato ha un esito migliore: raggiungeremo un villaggio a circa trenta chilometri da X., probabilmente meno inquinato dalla modernità.
La strada si snoda tra le montagne e il panorama è dominato da fitte foreste, verdi campi di tè, risaie e piccoli villaggi a mezza costa. Le nuvole che si appoggiano come una soffice coperta sulle cime più alte si riflettono nei multiformi specchi d’acqua delle terrazze hani.
Lontane dall’essere semplici opere agricole, le “terrazze celesti” (così le consacrano gli hani) che dalle pendici del villaggio scendono fino a fondo valle sono una monumentale opera d’arte.
La terra, l’acqua, il riso, la vita sono i preziosi ingredienti dello straordinario connubio tra uomo e natura che gli hani hanno sapientemente costruito. Ed è uno spettacolo che davvero toglie il fiato e fa riflettere su cosa sia la vera ricchezza, in un contesto di assoluta miseria.
Lo spettacolo prosegue fino all’arrivo al villaggio di N., e purtroppo la poesia del paesaggio si infrange qui contro ostacoli “culturali”.
Veniamo accolti dai funzionari locali dal Partito Comunista Cinese che ci aspettano per pranzo. Sono ragazzi giovani di etnia hani e sembrano molto aperti e disponibili a collaborare.
Sediamo con loro alla mensa locale: un salone spoglio dall’intonaco cadente, ma corredato di un piccolo palcoscenico con bandiere rosse fiammanti del partito. Il nostro tavolo è naturalmente sul palco e delle timide e gentili ragazzine hani tra i quindici e i sedici anni, in costume tradizionale, sono le nostre solerti e attente cameriere. Qualche sorriso basta a far loro superare la timidezza, le facciamo sedere con noi e piano piano attorno al tavolo si affolla un nutrito gruppetto di ragazzine hani, orgogliose dei loro costumi e copricapi ricoperti di borchie e monete d’argento.
Con facilità e in pochi minuti siamo nel cortile antistante la mensa a riprendere un grazioso coretto. Fra le bonarie risate dei miei compagni che si astengono prudentemente da ogni commento, io rimango un po’ contrariato quando un interprete locale ci riferisce che il contenuto della canzone “tradizionale” è pressapoco così:
“Le politiche del governo sono buone... Viva via Mao Zedong... Quanto è bello il controllo delle nascite... ecc.”.
Capisco sempre più che il governo è ben contento di trasformare le minoranze etniche in un grottesco spettacolino folkloristico e di trarre i cospicui proventi del turismo, ma poco importa di preservare le tradizioni e i costumi locali. Anzi, meglio sbarazzarsi di certi pericolosi fronzoli!
Improvvisamente il capovillaggio, che ha pranzato ad un tavolo ai piedi del palco covando rancore e invidia per non essere stato invitato al tavolo delle “star”, interrompe le ragazze e le richiama con autorevolezza a rassettare la mensa. Queste schizzano al loro tavolo come cagnolini impauriti dal bastone del padrone, assolutamente incuranti della telecamera che gira a vuoto. Noi ci guardiamo perplessi senza capire granchè di ciò che sta accadendo e il Il signor Zhang, unico a parlare la lingua hani, viene mandato in missione ad appurare le cause dell’accaduto.

Nell’ora e mezza di attesa e assoluta inconsapevolezza Wang siede su una panchina con le mani nei capelli, Zhou dorme tranquillo su una sedia all’ombra di un albero secolare, io e Li Zheng scambiamo due chiacchiere con una ragazza di Gejiu spedita a lavorare in questo posto remoto e ansiosa di contatti con la civiltà.
A pochi metri da noi vi è un vecchio campo da pallacanestro ricoperto di fango, mattoni e altri materiali da costruzione, dove bambini dai tre agli otto anni si divertono a progettare costruzioni impossibili e a trascinare nel fango pile di tegole. I due più temerari cercano di fare canestro lanciando in aria dei mattoni: che faccia parte di un progetto di incremento della mortalità, visto che qui il controllo delle nascite funziona solo nelle canzoni?
Nel frattempo termina l’inconcludente spiegazione tra il Il signor Zhang e il capovillaggio che, probabilmente convinto che io sia Cartier-Bresson o che a mandarci sia Discovery Channel, richiede con estrema disinvoltura cinquecento yuan per ogni foto che scatteremo. E noi con altrettanta, estrema disinvoltura ci congediamo e lasciamo N..
Altri trenta chilometri e siamo al villaggio di G., dove nessuno ci aspetta, nessuno è stato avvisato, ma tutti sembrano entusiasti di vederci e a maggior ragione di vedere me, animale esotico visto solo in tv!
Veniamo accolti calorosamente dai capivillaggio e sembra che tutti non aspettino altro che essere fotografati e ripresi.
Il villaggio si trova su un erto pendio ove tra boschi di bambù e sentieri infangati abitano i circa quattrocento abitanti. Le case sono le più tradizionali costruzioni hani in fango e con il tetto di paglia, e tra porcili e aie l’igiene è un concetto molto astratto.
Il mio gruppetto e io veniamo ospitati nell’edificio in muratura del micro-municipio locale, dove abitualmente risiedono le autorità G.: con tutto il mio rispetto, quattro simpatici e minuti perditempo con l’hobby delle carte, dell’alcool e del fumo. Insomma dei veri leader!
Come è costume per molte altre minoranze etniche, per gli hani è ancor più vero che gli uomini conducono una vita piena di responsabilità, di oneri e di preoccupazioni. Infatti mentre le donne si limitano esclusivamente a zappare la terra, portare tonnellate di riso sulle spalle su e giù per la montagna, caricarsi sulla schiena ettolitri d’acqua, nonchè provvedere a tutti i più comuni compiti del ménage familiare, gli uomini si devono tutto il giorno inventare qualche trastullo per passare il tempo.
In questa società chiaramente paritaria perfino in occasioni nefaste quali i funerali i compiti si dividono equamente: le donne si ammazzano di urla e pianti sulla bara del defunto, mentre gli uomini si fanno quattro risate tra un brindisi e l’altro, rimpinzandosi di ogni bendidio. Ma proprio questo è l’obiettivo di una rispettabile e felice donna hani: vedere il proprio marito appagato e soddisfatto. Più imperscrutabile è l’obiettivo dell’uomo hani: morire di noia o di cirrosi epatica?
Aldilà di queste piccole amenità G. è un villaggio hani “ortodosso”.
Alle spalle del villaggio sorge il bosco consacrato allo spirito del villaggio Aima, ove in occasione delle principali festività e ricorrenze vengono offerti in sacrificio buoi, maiali e polli.
In cima al villaggio un piccolo ruscello sacro fornisce l’acqua per la cerimonia del “trasporto dell’acqua”, e due capifamiglia, pubblicamente stimati, con prole e che non abbiano alcun morto per malattia nella propria stirpe, presiedono a tutti i riti.
Insomma, questo posto per le nostre riprese e fotografie è Disneyland! Senza considerare che qui, invece di chiedere compensi spropositati per uno scatto, mi inseguono tutti affannati per chiedere di fotografarli: bambini, anziani, uomini, donne, buoi e maiali si mettono in posa appena mi sistemo la cinghia della macchina fotografica! Da questa schiera di modelli vanno solo escluse le donne incinte, altrimenti naturalmente perderanno il bambino e io dovrò pagarne le responsabilità. E sì, sempre vigili e attenti alle superstizioni altrui!

I giorni passati qui, ospiti di questo caloroso villaggio, trascorrono molto velocemente. Un unico neo è la sistemazione disastrata. La mia stanzetta è buia, senza pavimento nè intonaco, lercia come una latrina. I miei sonni, infilato come un baco nel mio sacco a pelo e isolato così dal lerciume che mi circonda, sono allietati dallo squittìo melodioso delle pantegane.
Al mio risveglio c’è perennemente qualche simpatico e curioso sconosciuto che – spalancata con noncuranza la porta - pesca a caso qualcosa dal mio striminzito bagaglio e mi chiede: “Cos’è questo?”.
La dose di acqua per lavarsi è una bacinella di acqua torbida e terrosa bollita, e una doccia per il momento me la posso scordare. E pensare che questa mattina Wang, con tono materno, mi ha detto: “Mi raccomando quando ti togli le lenti a contatto! L’igiene è importante!”. Cosa è importante? Cosa diavolo è quella parola che ha detto prima di “è importante”?! Chissà cosa intende dire, nella sua spassionata innocenza?!

Il problema del bagno l’ho risolto con l’astinenza: appena faccio qualche metro verso quel gabbiotto di pietra il mio intestino si allunga all’infinito e ogni stimolo scompare. I cessi sono decisamente uno di quei traumi che in Cina, e soprattutto in zone svantaggiate come questa, non sono mai riuscito a superare. Nel migliore dei casi i bagni sono piastrellati, la scritta in caratteri cubitali rossi “Defecate nel buco” impera nei corridoi come uno slogan maoista; nei casi peggiori si tratta semplicemente di un gabbiotto di legno con un buco per terra.
Superato il trauma dell’odore pestinenziale e dell’igiene medioevale, ciò che in entrambi i casi è veramente imbarazzante è la totale, assoluta assenza di privacy: nei vespasiani ti trovi sempre a fianco l’antropologo della situazione che vuole verificare la veridicità delle leggende più diffuse, mentre i cessi alla turca perlopiù non hanno porte nè pareti. Anche qui il collettivismo impera: tutti insieme nelle gioie, nelle difficoltà e persino nei momenti più... quotidiani.
Comunque, lasciando da parte la saggistica sulle toilettes cinesi che meriterebbe un tomo a parte, devo ammettere però che mi sono ben adattato a questa vita spartana, anche se tendo a rifugiarmi nell’immaginazione onirica per ricordare i miei momenti di comfort piccolo-borghese.
Ieri notte mi sono addirittura sognato un fitness center e, giacchè non mi era mai capitato prima, il mio stato di sporcizia comincia a preoccuparmi. Una piscina linda e scintillante, docce riscaldate e confortevoli lettini da massaggio, armadietti privati, profumo di bagnoschiuma: tutte accarezzevoli illusioni che si infrangono al mio risveglio. D’ora in poi pressochè tutte le notti mi sveglierò almeno una volta e spalancherò gli occhi per verificare dove effettivamente mi trovo.

Questi giorni sono comunque trascorsi rapidamente ed è giunto il momento di abbandonare le montagne per tornare alla semi-civiltà di X.. Tra gli agi della mia stanza nel sottobosco e la casa del Il signor Zhang faremo un po’ d’ordine nel materiale raccolto e attenderemo che si presenti l’occasione di un matrimonio tradizionale Hani nei villaggi circostanti.
E’ l’ultima sera a G. e nella sala consigliare del villaggio, adiacente alle nostre camere, si è radunata metà popolazione per uno spettacolo d’eccezione: sull’unico televisore recuperato in tutto il villaggio proiettiamo le riprese dei giorni scorsi.
Travolta dall’eccitazione di vedersi in tv, star per un momento, una folla disordinata e scomposta gremisce il piccolo e improvvisato cinema: frotte di donne in costume accalcate difronte alla “scatola magica”, bambini aggrappati alle sbarre delle finestre, selve di bong fumanti che come ciminiere sputano una densa nebbia.
Mentre Zhou cura gli aspetti tecnici, ingrovigliando cavi su cavi, ha inizio un altro spettacolo. Wang ha la malaugurata idea di chiedere se qualcuno è in grado di “suonare” le foglie, usanza diffusa tra gli Hani. Nell’arco di due minuti netti si leva un’orripilante cacofonia di suoni insopportabili. Nel 1895 un illustre viaggiatore francese, il principe Henri d’Orleans, riferiva che gli Hani non avevano alcuna danza nè canto nè tantomeno si dedicavano alla musica. I miei timpani constatano con estremo disagio che gli Hani moderni hanno ormai infranto certi sacri tabù di un tempo!

11.
Il tempo passato a X. diventerà un’agonia senza fine che forzerà il mio fisico a posizioni estreme e spingerà la mia psiche a fantasie di sterminio. Il dannatissimo matrimonio che vorremmo filmare non arriva mai, e questo accade grazie alla collaborazione pressochè nulla delle autorità locali, impegnate a dilapidare i fondi della contea in crapulente giornate di sfrenata gozzoviglia. Possibile che su più di seicento villaggi circostanti non ci sia nemmeno una stramaledetta coppia che si sposa? No, non è possibile. Ma per averne la certezza sarebbe necessario che i responsabili della contea contattassero i singoli villaggi o almeno si limitassero ad inoltrare un comunicato. Straordinariamente semplice ma assolutamente non previsto dal galateo del buon governante della contea!
Sì, vi è una sorta di regolamento informale – a quanto pare – che prevede che il calendario degli impegni ufficiali si decida di giorno in giorno, perchè il duro lavoro del politico e del funzionario pubblico (da queste parti) può incappare in ogni sorta di imprevisto: il ristorante ha esaurito i maiali, bisogna andare di corsa al capoluogo a fare provviste di alcool, sono necessari altri dieci polli perchè ci sono ospiti a cena ecc.
Si può facilmente immaginare quanto sia difficile ottenere supporto e collaborazione da autorità oberate da tanti impegni!
Non è certo la Grande Cina che avanza a passi da gigante e che attira gli sguardi golosi degli investitori stranieri, ma piuttosto il Paese dei Balocchi del funzionario pubblico. C’è persino un casinò, naturalmente “clandestino”: infatti è al secondo piano di un albergo al centro del paese, con grandi vetrate che si affacciano sulla strada principale! Per quanto naturalmente insospettabile, un andirivieni da pellegrinaggio a Lourdes mi fa notare questo grazioso posticino. Salgo al piano superiore e... alla mia sinistra Caesar Palace della lotta tra galli, alla mia destra tre sicure e spavalde croupiéres di età non superiore ai sedici anni, che dirigono un ignoto giochetto d’azzardo con carte e dadi.
Insomma, nei primi giorni dopo il rientro a X. l’osservazione schifata della burocrazia locale e le meraviglie della subcultura locale di alcool e azzardo impegnano pesantemente i miei momenti di riflessione.
C’è povertà più che altrove, ma in questo scenario desolato c’è anche la ricca tradizione di un popolo, un patrimonio da salvaguardare, registrare, diffondere.
E invece di valorizzare questa cultura (non dimentichiamo che siamo nel Distretto Autonomo della Minoranza Hani dello Honghe) si chiudono gli occhi su un degrado che è incentivato con l’esempio dalle autorità stesse.
Mi riscopro nuovamente a scivolare nelle mie fantasie personali di barbaro in visita: per quale oscuro motivo il governo della grande Cina dovrebbe valorizzare la cultura di una piccola etnia? In fondo hanno già costruito un grazioso Minzucun (“parco delle minoranze etniche”) alle porte della città! E’ più che sufficiente! Perchè dovrebbero spaccarsi la testa a salvare dall’estinzione una specie che con il grande sogno cinese moderno ha ben poco da spartire? Bah! ...certe paranoie farei meglio a tenerle per me!
Ma purtroppo aldilà dei miei pensieri da idealista fallito, corruzione, sperperi, abusi, invidie personali e clientelismi sono strettamente avvinghiati a questa cittadina come l’edera più tenace, e tutto ciò - ovunque si verifichi nel mondo – non dà alcun respiro alla cultura.
Nel marciume di queste contee di campagna la vita stagna in un limbo senza passato nè futuro, dove l’ignoranza è sempre vincitrice e l’alcool non è che uno dei suoi umili e fedeli servitori.Volontà deliberata o incapacità di controllo che sia, l’olezzo acre di muffa non è solo nella mia stanza.

La permanenza a X. sembra dilatarsi in un’eternità scandita esclusivamente dal ritmo serrato dei pasti. La mattina non esistono orari, ci si alza quando il fragore del traffico brulicante e le urla disperate dei maiali al guinzaglio rendono impossibile il sonno.
La sensazione dell’appetito è ormai un’esperienza remota di cui stento a ricordare le caratteristiche: abbondante colazione alle dieci e trenta con una razione equina di mixian (tagliolini di riso), pranzo pantagruelico alle dodici e dramma quotidiano del pollo.
Per qualsiasi occasione, ricorrenza e non ricorrenza è di rigore scannare una gallina; la ricetta, sempre e disgustosamente uguale, è di rara complessità: si tira il collo alla malcapitata, si spiuma il cadavere ancora caldo, prima che la salma si raffreddi si taglia disordinatamente a pezzi (ossa, pelle, interiora, senza buttare via nulla) e si butta nell’acqua bollente. Il brillante e succulento risultato è un ammasso insapore di ossa e carne gommosa. E se questo non bastasse a stimolare il latitante appetito, tutte le parti più disgustose vengono offerte agli ospiti in segno di benvenuto: il più illustre si aggiudica la testa.
Ho ancora impressa nella mente un’immagine traumatica di due anni fa: Wang afferra con fermezza il becco superiore del volatile, gli scalotta il cranio con il dovuto entusiasmo e succhia estasiata il gustoso scalpo. Un immediato flashback mi perseguita ad ogni boccone!
Concluso il pranzo è assolutamente d’obbligo una ciotola di riso per riempire l’ultima porzione di stomaco, che normalmente servirebbe a preservarne la sua vitale funzionalità.
Seguono pompelmi, melagrane, mele, papaya, pere, semi di girasole, e se ciò non bastasse a desiderare la morte istantanea c’è persino il bitiguo. Di che si tratta? Lontano dalle esotiche suggestioni e dagli erotici simbolismi del frutto della passione, questa piccola bacca verde poco più grande di un mirtillo trae il suo nome dall’insolita consistenza del suo ripieno: bitiguo infatti nella sua traduzione più letterale significa “frutto del muco nasale” (e solo il nome bastava come deterrente ai miei compagni pechinesi).
La digestione è un’esperienza estrema e le mie pennichelle pomeridiane credo siano un effetto fisiologico dell’ipossia celebrale causata dalle pressanti richieste di irrorazione sanguigna da parte dei tessuti gastrici. Più che sonno è una sorta di coma.
Solitamente mi risveglio appena prima che qualcuno decida di sfondare la porta della stanza temendomi morto. E questo qualcuno, che generalmente è il figlio del Il signor Zhang, mi comunica sempre una tragica sciagura:
“E’ pronta la cena!”.
La testa che gira, gli occhi impastati e l’andatura salda di un pipistrello accecato dal sole, mi avvio al mio patibolo come un condannato alla forca senza speranze. Il tour de force alimentare ricomincia, o meglio continua senza sosta. Vittima e in parte anche artefice di questo rituale autodistruttivo, spinto dalla noia o forse dal desiderio di sciogliere le briglie del contegno e della buona educazione, decido di andare fino in fondo.
E’ la festa di mezzo autunno e in un piccolo ristorantino di recente apertura, disadorno ma apparentemente pulito, ci attende una tavolata di “amici” e autorità locali.
In questi casi i presagi sono tutt’altro che buoni.
Sono di cattivo umore e di poche parole, non sopporto la fastidiosa impasse degli ultimi giorni a X., sono stufo del cibo e nauseato dai miei sorrisi di circostanza. Insomma nemmeno le premesse sono ottime.
Oltre al mio piccolo gruppo siedono al nostro tavolo altri sei personaggi che, lungi dall’attenersi alla dignità delle rispettive cariche sarebbero più che ideali per la formazione di un circo itinerante! Il più pimpante è un ometto alto circa un metro e cinquanta, dagli occhi sbarrati ma totalmente vacui, degno rappresentante del governo della contea. Non è mai opportuno fidarsi della prima impressione, ma le apparenze in questo caso parlano chiaro: capigliatura da deflagrazione di dinamite, pantaloni ascellari, canotta “vintage” degli anni cinquanta (con macchie autentiche!) e camicia di qualche taglia di troppo.
E’ lui ad aprire le danze e a far innalzare i calici prima di avventarsi sul cibo.
Ancor prima che egli possa alzarsi in piedi per il brindisi, si eleva un coro scomposto di scuse per sfuggire alla grappa: Wang ha mal di gola, Li Zheng è totalmente astemia, Zhou ha mal di testa e a me viene mal di stomaco. Il risultato è assai modesto: solo a Wang, la più autorevole, viene commutata la pena in birra.
A me è indirizzato il primo brindisi:
“Diamo il benvenuto agli amici di Pechino, Wang e Zhou, all’amico italiano e all’amica del lontano XinWang!”.
In segno di benvenuto avrei preferito che mi scippassero all’arrivo pur di evitare questa serata e soprattutto quel liquido trasparente altamente infiammabile. Una parata ininterrota di squallidi avventori interviene alla nostra tavola per brindare a questa allegra rimpatriata, ed ogni volta il ritornello si ripete come una liturgia tibetana che prelude allo stato di trance:
“Mi spiace, non bevo”.
“No, no, no! Devi assolutamente bere” mi rispondono prontamente.
“Ok, solo un goccio però!”
“No! Un bicchiere!”
“Mi spiace ma...”
“Bevi! Alla salute!”
Smorfie e controsmorfie, tesi sorrisi e bruciori di stomaco fanno da melodioso sottofondo.
Inosservato e nell’entusiasmo dell’ebrezza collettiva sostituisco la mia razione di grappa (un grande bicchiere dal quale attingo piccole dosi con una tazzina) con dell’acqua tiepida: stesso colore ma sapore di ambrosia per il mio palato ormai anestetizzato. Compiaciuto del mio astuto stratagemma continuo la farsa fino al termine della cena, che giunge come una benedizione divina. Riposo, estasi ultraterrena per le mie orecchie, per il mio palato e per ciò che rimane del mio stomaco.
Il mio gruppetto e io passeggiamo per smaltire l’abbuffata e come sempre, superata la soglia massima di cammino sulle proprie gambe, pari a circa quindici metri per il cinese medio (la lunga marcia è roba di altri tempi!), montiamo su un moto-baracchino per rientrare all’ovile.

12.
Sotto casa del signor Zhang io e Zhou ci congediamo con l’intento di tornare in albergo a riposare ma... si profila dinanzi a noi una scelta folle, sconsiderata, priva di senso: Zhou (detto anche Panda per la sua bonaria apparenza), mentre con disappunto tocca il suo stomaco oltremodo dilatato mi lancia un’occhiata complice: “E se andassimo a mangiarci due spiedini al mercato agricolo? In fondo sono solo le nove...” mi dice con l’aria del ragazzino scavezzacollo che propone un’azzardata marachella. Secco, sicuro, deciso, rispondo: “Andiamo!”.
Oramai vittima della compulsione ad ingerire vivande non ho un secondo di esitazione.
La situazione sembra non poter precipitare più a fondo di così, ma imperscrutabile è il fato! E infatti incrociamo il fratello del Il signor Zhang, nostro fido autista e incallito bevitore, che ben volentieri si aggrega a noi.
Ed eccoci al mercato, pressochè deserto ma con due file di banchetti e di griglie e ancora pochi avventori. Sediamo difronte alla carbonella ardente sulle sedie da asilo infantile che da queste parti sono lo standard di comodità e un toccasana per la digestione.
Ginocchia in bocca e stomaco ben compresso ha inizio una kermesse di lingue d’anatra, gamberetti, cotenna di maiale, pepe del Sichuan (totalmente anestetizzante) e grappa a quaranta gradi. Boccone dopo boccone, brindisi dopo brindisi arriviamo rapidamente al traguardo di una bottiglia a testa.
Il Il signor Zhang junior mi travolge con fiumi di parole sconcatenate, Panda regge a fatica il ritmo, io, sull’ottovolante dei miei pensieri, raccolgo le mie ultime forze per far ciondolare la testa in cenni di approvazione e consenso, alternati a inebetiti sorrisi di circostanza.
“E’ il momento di alzarsi e rincasare, sono già le due. E se poi non mi reggo in piedi? Che figuraccia! Spero solo di arrivare al più presto ai piedi del letto e di svenire in un sonno profondo...” rimugino preoccupato tra me e me.
Con la stessa baldanza che mi ha ridotto in questo stato pronuncio la fatica parola: “Andiamo!”.
I miei compagni assentono e ci congediamo dai vicini di tavolo, un quattordicenne e due quindicenni già avvezzi all’alcool e al tabacco.
Benchè le mie gambe ricevano impulsi scordinati dall’inconsapevole e fluttuante corteccia cerebrale, mi trascino con simulata stabilità, presto tradita da piccole ma goffe perdite di equilibrio.
“Tutto ok! Mi gira appena un pochino la testa!” rassicurò Li e Panda e nell’aria temo che si materializzi il mio più intimo desiderio:
“Presto! Una barella, un toboga, una biga, un calesse, ma portatemi subito a letto per pietà!”.

Finalmente sulla soglia della mia stanza percorro i tre metri che mi separano dal letto con l’andatura decisa di un marinaio sconvolto nel mare in tempesta. La faccia affonda nel cuscino come in un calco di gesso, il respiro si fa pesante e indiscreto, la coscienza sprofonda nell’Ade, il mondo svanisce.

Mi risveglio nella nebbia di un mondo ovattato e “girevole” alle undici del mattino. Le mie connessioni neurali sono un’intricata e inutile matassa che inibisce attività intelligenti al mio cervello. Il pranzo appena sveglio non migliora le cose e soprattutto non giova al mio entusiasmo ridotto a zero.
Tiro sera osservando i colori che vivacizzano le immagini del televisore, ma riprendo lentamente il controllo delle mie facoltà superiori. Non sopporto l’idea di un’altra cena in metà di mille e comincio a maturare l’idea di simulare una malattia che mi trattenga in isolamento nella mia squallida camera. Ma anche questo escamotage non sarebbe esente da problemi: cure soffocanti, cocktail medicinali, lutti collettivi ad ogni colpo di tosse ecc.
Come per magia, o per maledizione divina, l’indomani tutti questi “effetti collaterali” prendono forma nel raffreddore più selvaggio che abbia mai avuto in vita mia! E senza bisogno di nessuna simulazione! Al contrario per le prime ore dissimulo la malattia imbottendomi di antipiretici e facendo qualche comparsata nelle riprese che ci tocca girare proprio oggi. Ma il naso arrossato, le lacrime agli occhi e la voce da Donald Duck smascherano ben presto la mia farsa.
“Non puoi ammalarti qui! E’ pericoloso! Mangia questa pastiglia, poi quattro di queste e sei al giorno di queste altre!” mi esorta Wang, trasfigurata in uno spacciatore impazzito.
“No, mi spiace, ho portato dall’Italia tutto ciò che mi può servire” rispondo con educazione.
Le insistenze si moltiplicano nei giorni successivi fino a diventare insopportabili e nel contempo gli occhi infiammati secernono lacrime giorno e notte, il raffreddore mi impedisce di respirare e la tosse mi trafora i polmoni. A questo si assommano la proccupazione morbosa del Il signor Zhang, che vede la mia vita in pericolo, e lo sconforto dei miei amici, già disperati per lo stallo delle riprese e tormentati dai sensi di colpa per avermi portato qui.

La depressione regna sovrana, e quando voglio ritirarmi in camera a riposare, dopo pochi minuti mi ritrovo uno stuolo di avventori al capezzale, tutti in fermento per la mia tragica situazione: un forte raffreddore. E io che mi immaginavo un’aura di tranquillità e solitudine! Ho eliminato l’assillo del cibo per piombare nella benevola ma irrefrenabile insistenza di Wang nell’offrirmi prodigiosi medicamenti finchè sono costretto ad accettare.
Alla veneranda età di ventisette anni mi dicono come curarmi e cosa mangiare, congetturano sulla incolmabile nostalgia di casa che dovrei sentire e sulla mia sconsolata disperazione, mi rimboccano le coperte e per poco non mi cantano la ninna nanna.
“Lo fanno per me, è solo buoncuore. Non devi pensare con la tua testa, ma devi capire la loro cultura, tutto ciò che fanno è a fin di bene. Devi ringraziarli!” mi ripeto incessantemente. Ma appena la razionalità capitola e la stanchezza si muove alla conquista, la voce interiore è un’altra:
“Perchè questo ammasso di luridi bastardi si accanisce a soffocare i mie spazi vitali? Perchè questi beceri laureati di successo non pensano con una testa occidentale, europea, civile?! Uccidili, uccidili, uccidili! Non c’è scelta!”.

Nonostante le mie disastrose condizioni fisiche mi portano in giro nei posti più squallidi del circondario. Il Il signor Zhang è ben orgoglioso di mostrarci le inesistenti attrazioni turistiche della zona: un grazioso laghetto circondato di spazzatura, corredato di baracche cadenti nelle quali abbuffarsi fino alla nausea, è la punta di diamante del turismo locale.
La mia avversione per il mondo si sazia di fantasie perverse: dare fuoco ad ogni passante che mi osserva con quel fastidioso sorriso da curioso beota. Per fortuna a suon di medicine di ogni sorta l’ira funesta si placa con l’indebolirsi della malattia.
C’è ormai spazio per un sano cinismo che mi conduce a snocciolare, almeno ai miei scafati amici, tutto ciò che non sopporto. Una frase profetica colpisce soprattutto Wang:
“A volte viaggiando in Cina con i cinesi si ha una visione di questo paese ancor più superficiale di quanto si potrebbe avere viaggiando da solo, come straniero che comprende la lingua”.
Spiazzata, Wang rivela con un imbarazzato sorriso il suo scetticismo, ma rimuginerà a lungo nei giorni seguenti su queste lapidarie parole.
Durante la breve convalescenza e la forzata inattività ho la preziosa occasione di avvicinarmi di più ai miei compagni di viaggio, non più come ospite ben educato ma con la schiettezza di un amico.
La permanenza prolungata a X. e l’opprimente ospitalità locale sono un peso per tutti noi, un peso che si cerca di alleviare con le chiacchiere e gli sfoghi personali. Arrivano persino ad obbiettare che sono “troppo cinese” nella mia gentilezza, nel mio tatto e nei miei silenzi. L’idea dell’occidentale diretto, schietto e cinico, che evita giri di parole e che non si cura troppo dei sentimenti altrui è purtroppo ancora radicata nelle percezioni dei cinesi.
La mia devianza da questo standard (forse la mia italianità) li spinge a scardinare certi preconcetti.

Wang riflette di continuo sugli anni della Rivoluzione Culturale, quando gli Occidentali erano dei demoni e la letteratura europea era sotterrata nel giardino di casa.
Dall’età di cinque anni e con l’inconsapevolezza dell’infanzia, Wang era al seguito delle Guardie Rosse nelle penose e umilianti missioni di critica dei denunciati “controrivoluzionari”. Nella frenetica caccia alle streghe di quel periodo nefasto persino un bambino poteva rovinare la vita di un adulto con la più insulsa denuncia: “Gli ho fatto una domanda su Mao e non mi ha saputo rispondere!”.
L’incessante inquietudine, la perenne tensione e la continua minaccia di degradanti punizioni favorivano un controllo eccellente sulla popolazione e un’elevata permeabilità alle fandonie del Partito.
La posizione sociale di Wang non fu fonte di grossi vantaggi. Il padre era un commerciante di successo, aveva frequenti contatti con clienti stranieri e la madre proveniva da una famiglia di intellettuali: in breve un sunto delle peggiori referenze.
Il trasferimento da Nanjing alla campagna dello Yunnan fu praticamente automatico e il passato diventò un tabù familiare: certe “infamie” dei genitori era meglio che rimanessero ignote ai figli.
Pur affrettandosi a nascondere con i calli e il lavoro nei campi le sue bianche mani sospette, la madre di Wang ebbe il coraggio di mostrarle frammenti della verità che ogni giorno veniva nascosta con il sangue dalle Guardie Rosse e dalle follie inquisitorie della Rivoluzione Culturale.
Tra le sessioni familiari di autocritica Wang aveva il diritto di dissotterrare i “libri proibiti” dal giardino di casa. Fu così, con una piccola torcia e nascosta sotto una coperta che ebbe modo di sfatare attraverso i classici europei i miti sulla malignità intrinseca degli occidentali, un’occasione estremamente rara! E’ così che ha scoperto che anche noi “barbari” abbiamo dei sentimenti, molto prima che questo inessenziale particolare fosse noto a molti suoi connazionali.
Non c’è quindi da sbalordirsi se ancora oggi molti sorrisi nascondono diffidenza, se noi siamo pur sempre laowai (stranieri) e se il nostro esotismo desta ancora stupore.
L’Economia, il potente fattore aggregante che ha avvicinato Oriente e Occidente ha abbassato le difese e infranto qualche pregiudizio; ma una vera, reciproca comprensione è ancora il privilegio di pochi fortunati incontri. E nonostante i miei passeggeri moti di odio mi godo la mia chance: tra me e Wang c’è stato davvero ciò che i buddhisti chiamano yuanfen, cioè “il destino che vuole che due persone si incontrino in un dato posto in un dato momento”.

13.
Finalmente guarito, anche il soggiorno a X. volge grazie a dio al termine, nonostante il bonario terrorismo dei miei amici che continuano a ripetermi un’agghiacciante ritornello (peraltro voce delle loro angosce più recondite):
“Pensa, magari rimani qui e decidi perfino di stabilirti qui: trovi moglie, lavoro e non torni più a casa... ah ah, che ridere!”. Nonostante la travolgente vena umoristica non so perchè non mi scompongo dalle risate e improvviso una smorfia difficilmente interpretabile.
La partenza non è annunciata ma è al contrario improvvisata come una fuga: il Il signor Zhang, nel benevolo intento di prolungare il nostro soggiorno in questa “terra promessa”, non ci lascerebbe mai partire.
Fino alla vigilia della partenza sono anch’io convinto che passerò il resto dei miei giorni in questo posto infausto, tanto che alla lieta novella reagisco con una sfiduciata indifferenza.
Ci accomiatiamo dal Il signor Zhang garantendogli che saremo di ritorno tra pochi giorni insieme al nostro montatore proveniente da Kunming. Wang effettivamente ci accompagnerà fino a metà strada e poi dovrà tornare a X. per assistere al montaggio del nostro sudato documentario; la disperazione sul suo volto è un evidente segno dell’entusiasmo che la pervade al pensiero che dovrà tornare indietro.
Non c’è da stupirsene: oltre al rientro a X. dovrà perfino affrontare il Il signor Zhang e comunicargli che l’ospite straniero e il suo collega Zhou non ritorneranno, ma andranno direttamente a Kunming.
Mi sarei inventato anche un rapimento alieno per tornare in città ma invece la scusa della nostra diserzione è più che plausibile: mi scade il visto... e sia lodato l’Immigration Department di questo glorioso paese!

Mi illudo che il rientro in città sia rapido e indolore, ma ahimè ci sono ancora delle tappe da affrontare per far visita ad amici e colleghi vari. Tappe in posti differenti implicano inquietanti risvolti: decine di ore di viaggio, sei pasti in compagnìa di orde di cordiali sconosciuti avvezzi all’alcool e magari persino la tortura dei giochi a carte e del mahjong!
La nostra prima tappa è Mengla, una piccola cittadina tropicale popolata perlopiù dall’etnia dai e circondata da piantagioni di banane. Qui ci attende il caloroso benvenuto di Zhao direttore dell’emittente televisiva locale, nonchè compagno di scuola di Wang.
Il caldo è soffocante persino a novembre ma l’atmosfera rilassata da posto di villeggiatura rende questo breve soggiorno piuttosto piacevole. I soliti pranzi, le solite cene in metà di mille, le case da gioco ecc. : fin qui tutto normale e assolutamente prevedibile.
Zhao però ci propone di concludere la serata alle terme locali e noi cogliamo l’invito con entusiasmo.
Dopo una decina di chilometri tra colline, piantagioni di banane e cinesi che tentano il suicidio a bordo di motociclette tenute insieme col nylon arriviamo alla meta: un recinto di canne da club hawaiano e un instabile ponticello conducono all’ingresso. Alla nostra destra una club house in bambù in stile Dai serve birre e tofu puzzolente alla griglia e difronte si apre una pozza all’aperto di circa dieci metri di diametro e profonda una trentina di centimetri, nella quale uomini e donne in biancheria intima si fanno il bagno con tanto di bagnoschiuma e shampoo.
“E’ così qui, non si fanno problemi a spogliarsi in pubblico. E’ un’usanza locale che magari per voi è un po’ strana” mette le mani avanti Zhao. Le donne di etnia Dai, si sa, non sono certo le più pudiche di tutta la Cina, come mi ribadisce Wang!
Fatte le dovute premesse Zhao si rivolge a noi forestieri e ci invita a godere dell’acqua termale. Il Il signor Zhang Junior non esita un secondo:
“Arrivo! Dai, Zhou, Jun Hao andiamo!”
Zhou mi guarda perplesso e titubante, Wang e Li Zheng ripiegano decise sul bar, io mi avvicino al laghetto e mi godo la vista delle aiuole di carta igienica, bottiglie di shampoo e rifiuti vari.
“Bah, io non so se mi bagno...” tentenna Zhou.
Ma Zhao interviene subito:
“Dai non vi vergognate su, non fate i timidi!”
Sento che è il momento di cogliere la palla al balzo:
“No, mi dispiace, non me la sento, da noi non si usa fare così...” e compiaciuto del tempismo perfetto mi rivolgo a Zhou, ben felice di disertare la pozza:
“Dai, ripieghiamo anche noi sul bar, mi è proprio venuta voglia di tofu puzzolente...”.
Ci salviamo così dalle abluzioni e ci godiamo la serata in chiacchiere, davanti a una bella griglia di un metro per un metro, ideale ristoro nel clima tropicale della zona.

Scampato il sollazzo delle terme l’indomani partiamo per la prossima tappa: Y., ultima sosta prima dell’arrivo a Kunming. Ma mi attendono ancora sette ore di auto con il fratello del Il signor Zhang e una notte ospite da amici (pranzo, cena e dopocena inclusi).
Superato il consueto tour de force alimentare domina la scena il Il signor Zhang junior: il nostro fido autista, astenutosi dall’alcol per tutto il giorno, trangugia in allegria bicchieroni di grappa di riso, degno ristoro dopo una giornata di lavoro. Da questo momento fino alla partenza in pullman l’indomani, sarò oggetto privilegiato delle sue attenzioni:
“Ah, Jun Hao (il mio nome cinese), non posso credere che domani ci separeremo, resta qui ancora un po’, dai, ci sono ancora un sacco di cose da fare qui...”.
Sarei sinceramente commosso... se il discorso si interrompesse qui, ma il Il signor Zhang, con il volto arrossato e gli occhi sognanti, continua:
“... Jun Hao, molliamo qui gli altri e andiamo a trovare delle signorine! ...mi hanno già chiamato ma ho detto che dovevo aspettare un amico...”.
Non è la prima volta che il Il signor Zhang insiste perchè gli faccia da fido compagno nelle sue scorribande sessuali a pagamento, ma oggi l’alcool stimola oltre misura la sua consueta esuberanza.
Fortunatamente Wang e gli altri amici mi tolgono dall’impaccio di rifiutare l’invito proponendo una passeggiata che calmi i bollenti spiriti; questa grazia però non mi risparmia dall’ascoltare il Il signor Zhang ubriaco che blatera per ore e ore sulla sua straordinaria capacità di bere, su sua moglie giustamente remissiva e sottomessa, sulla sua grande voglia di vivere ecc. La sua ebbrezza finisce per spegnersi in un sonno profondo e anche per noi la giornata volge al termine nella camera dell’albergo, tra gli immancabili squilli di volonterose “massaggiatrici”.

14.
E’ il fatidico giorno del nostro rientro a Kunming. In sole dodici ore sarò in città a gongolarmi nella solitudine: già mi immagino a sguazzare sotto una vera doccia in un delizioso quadretto da Anita Ekberg nella fontana di Trevi.
Alla stazione di Y. io e Zhou salutiamo il Il signor Zhang, ripresosi egregiamente dalla sbornia della sera prima, Li Zheng, che solo al pensiero di rimettersi in viaggio ha i primi conati di vomito, e Wang, disperata per la prospettiva del ritorno a X..
E ha ben ragione di esserlo! Oltre ad essere condannata a “gustare” altri prelibatissimi cadaveri di polli dovrà persino subire le lamentele del Il signor Zhang Senior, convinto che siamo partiti perchè la sua ospitalità non è stata abbastanza calorosa (in effetti ci ha tenuto un po’ a stecchetto).
A tutto ciò si aggiungeranno le faide di paese tra interpreti di lingua Hani che, infamandosi l’un l’altro, opereranno i loro doverosi aggiustamenti alle traduzioni in cinese del nostro documentario trasformando divinità solari e positive in demoni spietati. Senza contare che probabilmente andrà organizzata una ronda di guardia alla sala montaggio per evitare che qualche protagonista del film, insoddisfatto della propria performance, abbia l’idea di intrufolarsi per doppiare sè stesso senza che nessuno lo abbia richiesto.
Ma anche la via crucis di Wang sta volgendo al termine e la resurrezione a Kunming si avvicina anche per lei.
Nonostante la sua grande forza e la sua incrollabile determinazione comincia a vacillare e a mettere in discussione la possibilità di continuare a lavorare con le minoranze etniche dello Yunnan.
Ha la sgradevole e giustificata impressione che tutto sia già cambiato, che sia già troppo tardi per cogliere la genuinità e il candore delle culture rurali che l’avevano un tempo affascinata: si sente un po’ come il pollo, che esaurisce le sue glorie nel venire spennato e cucinato, ancor prima che abbia coscienza di ciò che sta succedendo. Le contee del sud-ovest sono cambiate, non hanno più nessun interesse, sono piatte e monotone, corrotte e irrecuperabili.

E infatti pochi giorni dopo, in un caffè di Kunming, queste sono le sue parole: “Io ci torno nello Yunnan e documento tutto ciò che avevo intenzione di documentare! Fosse anche a costo di inscenare una colossale pantomima per far rivivere le antiche tradizioni! Abbiamo sbagliato noi! Avevi capito meglio tu, che sei uno straniero, quanto i legami personali possano incidere negativamente sul lavoro, quanto possano creare vincoli e impacci di ogni tipo. Siamo stati gli zimbelli di un pugno di capetti di campagna, intrappolati a X. senza far nulla per dieci giorni, marionette ignare dei loro giochi di potere! Lo Yunnan non è solo questo, e i mille volti dei villaggi montani ce lo hanno dimostrato”.
Mi trovo nuovamente ad apprezzare la tenacia di Wang e la sua straordinaria apertura mentale.
Tra un tazza e l’altra di caffè ci compiacciamo per ore di come questa esperienza insieme ci abbia arricchito, scherziamo sulla mia mentalità cinese e sulla sua “apertura” all’Occidente, progettiamo nuovi documentari e nuove avventure. Li Zheng e Zhou, stanchi ma felici di essere rientrati in città, tra una risata e l’altra non nascondono il loro sentito stupore:
“Non avevamo mai visto Wang parlare così tanto di sè con qualcuno! Eppure la conosciamo entrambi da più di venti anni!”.
“Yuanfen, signori! Il nostro incontro è stato deciso dal destino, proprio così!” replico con il sorriso sulle labbra. La verità è che sono profondamente convinto che sia così e l’ulteriore conferma che ho avuto stasera mi riempie di gioia, mi sento davvero più ricco, più completo, più vivo e questo incontro non può averlo deciso il caso.
Pur non sapendo ancora giocare a carte nè a mahjong, mi sento un laowai sempre più integrato. Incredibile ma vero!

Trascorro i miei ultimi giorni a Kunming, facendo da guida a Li Zheng, raccontandole frammenti di Italia e girovagando tra giardini pubblici.
Il ritorno in patria si avvicina rapidamente e il mio piccolo manipolo è pronto per affrontare nuovamente il lungo viaggio verso Pechino (naturalmente con tappa nello Henan, da amici, tra cultura dell’alcol, pasti interminabili ecc.).

15.
Giunti finalmente nella capitale, Wang mi affida le chiavi del suo piccolo appartamento elegantemente ristrutturato, base delle mie future scorribande da vecchi amici e conoscenti.
Mi godo il soggiorno nella città osservando i rapidi cambiamenti, il neonascente villaggio olimpico, i mercatini locali paradiso della contraffazione. A tutto ciò si aggiungono cene ristoratrici a base di ghiotte pietanze pechinesi (finalmente seduto a tavola e non su sgabellini dell’asilo) e, ahimè, le performance canore serali al karaoke con tutto il gruppo.

La mia oziosa permanzenza prevede anche una visita a un’amica italiana che lavora in una galleria d’arte. Ho sentito molto parlare di un distretto artistico che si chiama “Fabbrica 798” ed Erica lavora proprio in uno spazio espositivo di questa zona.
Viaggio dal villaggio olimpico fino alla periferia nord-orientale di Pechino e noto con grande piacere che la polvere dei cantieri ha ceduto lo spazio a molti giardini.
Arrivo a Dashanzi e ammiro un vecchio quartiere popolare affollato da gruppetti di anziani che animano i loro pomeriggi con giochi d’azzardo open air: carte, domino, maWang e mazzette di banconote di piccolo taglio tappezzano i tavoli in pietra di giardini e cortili. Vecchie pechinesi che civettano davanti ai portoni, negozi, banchetti ambulanti e partite di volano in mezzo alla strada: riconosco la vecchia Pechino e una lieta nostalgia mi riempie il cuore.
Ma le gallerie d’arte? Quasi me ne dimenticavo, o forse sto preparando lo spirito...
Un ragazzo mi indica cortesemente la strada e abbandono quest’oasi del passato per addentrarmi in un complesso di piccoli fabbricati a uno o due piani, costellati di cartelli di ammiccanti nomi stranieri.
E’ qui, in un paio di isolati di vecchie fabbriche, che sorge la rinomata “798 Gongchang”. Piccoli caseggiati in mattoni e viali alberati mi accompagnano alla galleria dove lavora Erica.
Incantato tra i miei pensieri e le mie sensazioni sono arrivato qui quasi senza accorgermene. Ci scodelliamo l’uno addosso all’altra le esperienze di un mese e mezzo in Cina: lei residente in una galleria della capitale e io vagabondo tra le montagne dell’estremo sud-ovest.
Raccolgo qualche preziosa informazione sul quartiere artistico e ripercorro mentalmente i miei passi per arrivare qui.

La Fabbrica 798 era un conglomerato destinato alla demolizione e allo “sviluppo” immobiliare, ma ora è un quartiere di loft sobriamente ristrutturati e destinati all’arte contemporanea. Forse grazie ai bar in stile occidentale o forse per i gonfi portafogli dei collezionisti (anch’essi occidentali), il quartiere è stato risparmiato da un destino altrimenti inevitabile.
Le mie prime diffidenze sono confermate da una breve puntata in ognuna delle gallerie. Il panorama è costellato da esibizioni di artisti stranieri, visitatori dal look alternativo e radical chic, coffee shop e piccole librerie.
Pochi sono i cinesi e poche sono le opere cinesi; nonostante il contesto autentico degli esterni respiro un’aria di finto, da vero “falò delle vanità”. Magari negli ultimi tempi ho vissuto troppo in campagna e gli odori forti dei porcili e delle aie mi hanno alterato le percezioni, ma qui non riesco a vedere troppa arte: sono gli affari e la cultura dell’immagine a fare da padroni.
Mi sembra tutto statico e privo di profondità.
Su questo scenario vedo anziani europei e americani che monetizzano il loro generoso mecenatismo, giovani che invece di lavorare “fanno cose” e cinesi che si dividono tra marionette ingenue ed entusiaste e smaliziati segugi con il fiuto per gli affari.

In una grande galleria il cocktail di impressioni prende forma e diventa palpabile: un francese e una performer cinese hanno affittato un loft per celebrare il loro stravagante matrimonio.
Dinanzi a una folla di invitati, passanti e fotografi, la sposa è in piedi al centro dell’ampio salone. La sua espressione si fa triste e inizia la performance: le lacrime che segnano le sue gote sono il travaglio del concedere interamente il suo corpo ad un uomo, ma – chissà – forse in realtà sta pensando alla drammatica influenza che fa starnutire il suo gatto. Comunque si sveste tra i lampi dei flash, si avvolgere nella pellicola trasparente come un’orata che appresti il suo trionfale ingresso nel freezer, si fa truccare come una prostitua che abbia terminato un duro turno di lavoro e, per concludere, si fa infilare nel reggiseno due preservativi gonfiati come palloncini. Il pubblico ha l’onore di scriverle sulla schiena con il rossetto.
Che delizioso quadretto! E pensare che io, nella mia beata ignoranza, non mi sento affatto pronto ad unirmi al fragoroso scroscio di applausi. Indifferente alla strabiliante performance osservo gli entusiasti convenuti: una variopinta ed esotica tribù che cerca di sembrare ciò che non è o che si compiace di esserci riuscita.
In fondo, da buon milanese viveur e modaiolo, dovrei sentirmi a mio agio su questo palco e compiacermi anch’io della mia maschera; ma in realtà mi sento molto estraneo a tutto questo, mi sento un po’ fuori posto e continuo ad appoggiare lo sguardo a destra e a sinistra senza mai mettere a fuoco nulla: aldilà di ogni moralismo mi sembra tutto molto vacuo, insensato e assolutamente artefatto.
Penso ai “veri” artisti cinesi, a chi, nel suo angolo di periferia estrema condannata alla demolizione, è riuscito a dar voce a qualcosa di davvero profondo e intimo.
Mi viene in mente una delle prime performance di Zhan Huan, oggi ormai famoso e celebrato negli Stati Uniti. Insieme ad una piccola comunità di artisti abitava in un villaggio periferico di Pechino e questo è stato il teatro dei suoi primi e potenti lavori. Sono delle fotografie, o meglio delle immagini vivide – questo sono diventate nella mia mente – a tornarmi continuamente davanti agli occhi: Zhan Huan nudo e appeso con delle corde ad un soffitto scrostato, tre medici che lo assistono mentre degli aghi che affondano nelle sue vene riversano sangue in dei tubicini di gomma. Il liquido fluisce lentamente attraverso per cadere goccia a goccia su una piastra riscaldata, l’odore del sangue si diffonde nella stanza, il pubblico osserva in silenzio tra i flash dei reporter.
Una performance insolita, estrema, forse di cattivo gusto, ma con una forza e un impatto devastante ai quali non si può restare indifferenti: qualsiasi cosa abbia voluto comunicare lo ha fatto con una profondità disarmante, con il corpo, con l’anima, con tutto se stesso. E non c’era ancora la fila di galleristi stranieri a celebrare il ragazzo prodigio nè il party del dopo show; anzi, tutto avveniva nella semi-clandestinità, perchè l’occhio attento delle autorità non restava indifferente a certe esibizioni.
E pensare che è solo un’immagine che ho visto su un libro a più di dieci anni di distanza dai fatti, eppure invade completamente i miei pensieri...

Mi distrae Wang, appena arrivata e incuriosita dallo zoo umano che ci circonda. Mi saluta e non dice nulla, ma i suoi occhi esplorano incuriositi gli ospiti di questo party esclusivo.
Dopo pochi minuti attacca bottone con un ragazzo: alto, capelli lunghi, tenebroso, ricoperto di pelle nera e borchie, decorato da due inserti di metallo incastonati nella fronte come due cornini.
“... e tu cosa fai nella vita?” Wang dà libero sfogo alla sua curiosità.
“Io sono un artista”.
“Che fai quindi, dipingi?”
“No, voi non capite, la vostra generazione non può capire. Io... voglio fare qualcosa di davvero grande... qualcosa di diverso dagli altri...”
“Capisco ma... cosa in particolare, cosa vorresti fare?”
“Qualcosa di grande, capisci, qualcosa di davvero importante...”
“Ok, ma... non capisco ancora di che si tratti...”
“Ma certo, non puoi capire, è pure inutile che te lo stia a spiegare...”
Questo dialogo mi strappa con prepotenza dai miei pensieri. Sono irritato, ma al tempo stesso mi viene quasi da ridere. Sì, probabilmente è una forma di autocompiacimento perverso: guarda un po’, questo ragazzo è venuto indirettamente a raccontarmi che le mie sensazioni sono più che legittime e fondate!
Modernità, progresso, sviluppo, party chic tra artisti, oggi questa sì che è vita!
Non serve più fare i pezzenti, essere perseguitati o colar sangue da tre metri di altezza: bastano due pezzi di titanio impiantati nel cranio et voilà, l’artista è pronto per il jet set (o magari per la scala di servizio del jet set, ma è pur sempre una bella fettina di gloria)!

Mi ha sempre stupito nei racconti di Wang, come nelle opere di molti artisti ultra quarantenni cinesi, una sorta di fascino, un ricordo melanconico delle restrizioni della Rivoluzione Culturale, una nostalgia di fondo per un periodo di pericolo ed efferatezze. E’ come se la condanna di quegli anni nasconda allo stesso tempo un rimpianto per un’esperienza che ha messo davvero alla prova tutti, vittime e carnefici (se mai ci sia un confine tra i due schieramenti).
C’era una dittatura spietata, dilagava un’insensata caccia alle streghe ma c’erano degli ideali forti, forse perversi, ma imprescindibili. E insieme a questi vi erano i vincoli di una vita difficile, con poche scelte e molte certezze imposte: un contesto che richiede tenacia, determinazione e grande ricchezza interiore per sopravvivere all’aridità del mondo reale.
Chi ha vissuto la rivoluzione può oggi ricordare il proprio passato e condannare una follia che si è ostinata a voler spazzar via anni e anni di storia; ma allo stesso tempo vuole preservarne un nostalgico ricordo, perchè chi non ha passato non ha presente nè futuro, ma ha solo l’ombra di una vita autentica.
Ed è proprio il passato che vedo morire nei quartieri in demolizione: un passato di difficoltà e di disagi, ma ricco di storie e di esperienze, in definitiva intenso.
I grandi palazzi che svettano nel centro di Pechino, e ormai sempre più anche nelle periferie, sono il celebrato simbolo del progresso, dei comfort, di una società sempre più “evoluta”. Le donne eleganti che sfilano a Wangfujing o a Wanguomen, i bambini sempre più obesi che fanno merenda da McDonald, le sinfonie multitonali dei telefonini e tutto il resto sono i benefits di un mondo agiato, nel quale la gente si appaga della libertà di definire se stessa in base ai pattern di consumo ai quali è incessantemente educata in nome dell’ingranaggio del progresso. Finalmente anche qui, non più terzo mondo, c’è la libertà di scegliere quale marca di frigorifero acquistare!
Si stava meglio quando si stava peggio? Chi lo sa! Ma forse allora si era più coscienti dei propri bisogni, delle spinte profonde che ci animavano, della nostra identità di esseri umani e pensanti: la frustrazione dei momenti più aspri era comunque la conseguenza di un protendersi verso un orizzonte migliore negato, ma ben conosciuto nei suoi contenuti e nei suoi valori.
Tutto questo mi inquieta perchè a tutte le latitudini e longitudini intravedo un’unica meta dello sviluppo, mentre preferirei vedere modelli differenti e nuove strade.
Tra comodità e sicurezze abbiamo dimenticato di farci domande sulla nostra identità, sui nostri obiettivi e sul perchè delle nostre azioni: sviluppo, progresso, libero mercato ci offrono risposte semplici, standardizzate e rassicuranti che ci risparmiano di scavare a fondo nelle nostre coscienze. Paradossalmente pensare, sentire, vivere è ormai un optional per pochi eccentrici.

Alla vigilia della mia partenza si alternano le febbrili attività di post-produzione, che mi consentiranno di rientrare vittorioso con il mio documentario sull’etnia Hani di X.. Incombono anche le mie preoccupazioni per il ritorno ad una vita “normale” in quel di Milano, tra appuntamenti di lavoro, ignote avventure professionali e routine quotidiane.
La mattina della partenza è tutto un silenzioso fermento di sguardi tra me, Wang, Zhou e Li Zheng. Parole, pensieri ed elucubrazioni svaniscono nel mio breve viaggio verso l’aeroporto lasciando lo spazio al finale di questa intensa esperienza di vita.
Il mio piede in Cina è diventato ormai una gamba e ancor prima di lasciarla ho la sicurezza che tornerò presto qui, dove potrò contare sulla mia ben nutrita rete di guanxi e sulla calorosa accoglienza di grandi amici.
Prima dell’imbarco ci salutiamo senza troppi salamelecchi, convinti che non sia un addio ma un semplice arrivederci e in fondo le quindici ore di volo che mi attendono non sono nulla a confronto delle lunghe peregrinazioni affrontate negli ultimi due mesi.
In cuor mio la distanza che mi separerà da questo affascinante paese è ormai ridotta a una breve passeggiata fuori porta.

5 aprile 2005