DAL DOPO MAO AI GIORNI NOSTRI

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Il lasso di tempo di tredici anni, tra il decesso di Mao nel ’76 e l’incidente del Quattro Giugno 1989, è stato un periodo di sperimentazione, modernizzazione, e contraddizione.

UNA GENERAZIONE
La nera notte mi ha dato occhi neri
E io con essi vado a cercare la luce
Gu Cheng 1979

Sembrava ci fosse nell’aria qualcosa di veramente nuovo, liberale, moderno, come non si era mai visto nella RPC; ovviamente la sensazione fu smentita nel ’89: in realtà la repressione non era mai cessata. Una delle caratteristiche peculiari di questo periodo è la rapidità spropositata con cui è stata introdotta e assimilata da parecchi intellettuali cinesi la cultura moderna e post-moderna dell’Europa e delle Americhe. Il caos della Rivoluzione Culturale non aveva permesso a molti cittadini un’adeguata istruzione, e in aggiunta la grande influenza del Mao wen ti, uno stile di cinese scritto ispirato ai classici marxisti, ben lungi dall’essere considerato un cinese moderno, corretto, gradevole e fluente, castravano lo sviluppo di uno stile personale da parte degli scrittori, quasi ormai autodidatti in materia di lingua e arte.
Il 4 Aprile del ’76, il popolo decise di radunarsi in piazza Tiananmen e di decorare, in onore di Zhou Enlai, con ghirlande e poesie i piedi del monumento agli Eroi del Popolo. Le autorità ovviamente non gradirono il cordoglio per un leader considerato antagonista e rimossero gli addobbi e gli scritti. Il giorno dopo, il 5 Aprile, la folla si radunò nuovamente in piazza; l’esercito vi si oppose con la forza causando morti e feriti.
Le “Poesie di Tiananmen”, scritte sulla falsariga di canzoni popolari, ebbero, durante il corso di questo avvenimento, un ruolo cruciale: furono strumento di protesta, di critica contro il malgoverno di quegli anni. L’evento fu bollato come “contro-rivoluzionario”, ma nel ’78, sotto il governo di Deng Xiaoping, ad esso fu conferita la dignità di movimento “del tutto rivoluzionario”; allo stesso tempo la poesia underground, cominciava ad uscire allo scoperto e ad essere letta da un maggior numero di persone. Tuttavia questa clemenza da parte del governo fu soltanto temporanea, infatti dopo le prime recite non ufficiali ma pubbliche, organizzate da Jintian, scattarono una serie di arresti e condanne.
La prima letteratura veramente nuova dopo la Rivoluzione Culturale fu la cosiddetta “letteratura delle ferite” degli anni 1977-1978, permeata delle storie delle sofferenze personali di coloro che, durante la rivoluzione, erano stati maltrattati, perseguitati o privati dei diritti. A partire dal ’79 emerse poi la “letteratura di apertura”, il “neorealismo” cinese, il cui tema principale era l’amore individuale in contrasto con le norme collettive.
In questi anni si assiste alla riabilitazione di molti scritturi espulsi, in precedenza, dalla scena letteraria per ragioni politiche, e al nuovo interessamento verso scrittori prima del tempo messi in disparte durante la travagliata rivoluzione. Tra questi figurano i poeti del gruppo delle “Nove Foglie”(nome tratto da un’antologia) attivi negli anni ’40. Due poetesse dalla sofisticata qualità contemplativa, in particolare, si guadagnarono la debita stima: Chen Jingrong (1917-1989) e Zheng Min (1920-).
Negli anni 1978-79 cominciò a circolare, pubblicata clandestinamente in Cina, una coraggiosa letteratura associata al Movimento Democratico; tra gli scrittori più eminenti di questo canale comparivano giovani poeti che negli anni ottanta avrebbero ottenuto fama nazionale. La rivista alternativa Jintian (Oggi) pubblicava versi di Bei Dao (Zhao Zhenkai, 1949-) e Gu Cheng (1956-1993), poeti sperimentali, la cui poesia venne chiamata “menglong shi” (poesia “oscura”), nome che intendeva essere denigratorio. Alcuni studiosi, a proposito, ritengono che buona parte di questa poesia menglong non sia da reputarsi cinese, in quanto non assomiglia per nulla alla poesia tradizionale e millenaria di questa cultura e andrebbe piuttosto considerata come una versione orientalizzata del modernismo europeo ed americano.
Nella geopolitica del mondo contemporaneo, il regno di mezzo è un gigante dai piedi d’argilla che si muove a passi celeri verso un futuro da superpotenza economico-politica. Gli anni Novanta , decade che ha mostrato una crescita annuale del PIL pari a circa il dieci percento, hanno assistito al traboccare di artisti cinesi in svariati campi culturali: la narrativa, le arti visive, la musica, il cinema, l’architettura, la poesia. Punto di svolta nell’elaborazione letteraria ed artistica è stato il massacro di piazza Tian’anmen, per gli intellettuali cinesi una sorta di lampante e drammatica epifania, come lo fu per l’ Occidente l’invasione di Praga nel ’68 da parte dei sovietici. La dittatura era senza dubbio evidente a tutti, ma nell’anno della caduta del Muro di Berlino, del tracollo di dittature come quella atroce che dominava la Romania, non si credeva avverabile una reazione così cruenta da parte dell’esercito cinese. Molto meno sensazionale, ma non meno indicativo, è stato il passaggio di Hong Kong, nel 1997 da Londra a Beijing; Hong Kong era per molti una specie di simbolo, una fortezza democratica sulle sponde dell’impero comunista cinese. Solo ad Hong Kong si manifestò in piazza, in segno di solidarietà verso gli studenti uccisi nella capitale, e qui, nel 1991 e nel 1995, si tennero le uniche due elezioni democratiche, entrambe con esito favorevole al Partito Democratico. Prima della restituzione della città alla Cina, una radio libera, The Voice of Democracy, organizzava dibattiti, manifestazioni di carattere civile e politico, incontri e la radio, pure, ospitava intellettuali; nel luglio 1997 è stata costretta a chiudere. Alcuni pensavano che il nuovo baluardo democratico sarebbe stato Singapore, ma questa città-stato dall’altissima concentrazione di etnie malesi, indiane e cinesi, ha visto, al contrario, ben poca democrazia.
Negli ultimissimi anni, numerosi scrittori hanno lasciato la RPC per trasferirsi in modo più o meno definitivo all’estero. I loro scritti più recenti manifestano chiaramente il confronto con l’occidente e il tentativo di riconciliazione con il passato. La situazione della cultura artistica e letteraria in Cina oggi è particolarmente ambigua e instabile; le politiche governative ora si possono considerare una mistura tra la tradizione mandarinale dell’arte per ammaestrare il popolo, e l’intrattenimento di massa. Claudia Pozzana, asserisce: “Quanto ai saperi letterari stabiliti […]in generale vi si prolunga tuttora, pur estenuata, una visione dell’arte di tipo <>, che ha saldato per decenni l’immaginario burocratico socialista alle rovine di quello confuciano, e che oggi risulta magari anche integrata da un po’ di umanesimo ferito, e da alcuni elementi sparsi tratti dalle tecniche della critica letteraria occidentale moderna. Ma tutto ciò non fa che confermare la generale depressione intellettuale, o <>, cinese” (1).
L’importantissima rivista Jintian, che ha trovato una seconda vita fuori dalla Cina, prima in Svezia e poi negli Stati Uniti, grazie ad alcuni poeti in esilio, e la rivista Qingxiang, stampata ad Hong Kong (che si scontra col veto ufficiale alla distribuzione in Cina) sono state fondamentali punti d’incontro per questi scrittori, tra cui Bei Dao, Duo Duo, Yang Lian (1955-) e Gao Xinjian (1940-).
I poeti della “nuova generazione” sono intrappolati tra il rigetto dell’ideologia comunista e il disgusto per l’inesorabile ascesa della cultura di massa capitalista. Affrontando la minaccia di perdere la propria identità e soggettività, avvertono un bisogno urgente di trovare un punto d’appoggio sia a livello locale che globale, in un contesto di rapido sviluppo e mutazione. Agli occhi dei poeti della “nuova generazione”, la fede nella verità, nella perfezione, nell’umanità, il metodo imagistico e simbolico di scrittura, tipici dei menglong sono ormai superati. Il compito più importante ora non è più la celebrazione dell’eroismo e dell’idealismo utopico, ma consiste nello spogliare della decenza, della bellezza e del sublime il linguaggio e l’arte: le poesie della “nuova generazione” tendono a sottolineare l’eterna oscurità e bruttezza della natura umana, sono caratterizzate da fratture e discontinuità, dalla differenza più che dall’identità e dall’enfasi di ristabilire una relazione pura tra parole e oggetti.