Nascita, morte e rinascita di una rivista underground: Jintian

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“Inverno, 1978. La neve copriva Pechino. Nella periferia est, un paesino abitato solo da poche famiglie guardava, aldilà di uno sporco fiumiciattolo, verso il distretto dell’ambasciata della capitale.

Non proprio un villaggio rurale, ma nemmeno parte della città, era una sorta di punto cieco nel soffocante sistema di controllo. Uno dei rifugi nel villaggio aveva le finestre coperte da vestiti logori. Sotto una debole lampada, sette ragazzi si davano da fare intorno a un rachitico ciclostile. Io ero uno di loro. Dopo tre giorni e tre notti, uscimmo con Jintian, la prima pubblicazione letteraria non ufficiale ad apparire in Cina da quando il partito comunista aveva preso il potere nel 1949. Raggiungemmo un ristorante in città in bicicletta e alzammo le coppe in un silenzioso brindisi.
Il giorno seguente andai con due amici ad appiccicare sui muri della città il nostro raccolto. Cambiammo le cifre sulle targhette delle nostre bici al fine di ingannare la polizia. Il 23 dicembre 1978, Jintian poteva essere letta fuori da numerosi uffici governativi e case editrici, nei campus universitari, e in piazza Tiananmen. Volevamo sapere come avrebbero reagito le persone di fronte ai nostri lavori, quindi vi tornammo più tardi per mischiarci con la folla che si accalcava intorno ai manifesti. Le poesie, in particolare, erano di un genere che nessuno aveva mai visto pubblicato da trent’anni. La risposta fu più forte di quanto avessimo immaginato.
L’idea originale per Jintian ci venne in mette alla fine degli anni 60. In quel periodo Mao Zedong, durante la sua Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, cercò di domare la ribellione nelle città mandando gli studenti delle scuole superiori nelle campagne per la “rieducazione da parte dei contadini medio-poveri”. I risultati che ottenne furono, comunque, quasi l’opposto di quello che intendeva. Per le giovani Guardie Rosse, la caduta dai vertici della società ai bassifondi fu un sobbalzo; inoltre erano profondamente disillusi nel trovare un’enorme discrepanza tra il roseo linguaggio maoista circa le “comuni popolari” e le dure realtà della vita dei villaggi. Si rivolsero ai libri in cerca della verità e alla scrittura come mezzo di espressione delle loro perplessità. Ogni inverno, esenti dai lavori agricoli, alcuni di loro ritornavano a Pechino, dove si scambiavano libri e scritti e formavano gruppi informali.

Posso ancora ricordarmi quanto fossi eccitato, a vent’anni, leggendo le poesie di Shi Zhi (letteralmente “dito indice”). Egli cominciò a scrivere nel 1967, e bisogna ritenerlo come il fondatore del movimento “Poesia Nuova” che si definì nei seguenti trent’anni. I suoi versi furono i primi a dare un taglio netto con il didatticismo politico con cui noi tutti eravamo cresciuti e, al contempo, i primi ad esprimere lo sconcerto della generazione delle Guardie Rosse. Le sue immagini fresche e le sue dolci cadenze ebbero un effetto contagioso per i giovani, che diffusero largamente le sue poesie copiate a mano. Molti anni dopo, quando incontrai di nuovo Ditoindice, era impazzito. Passava i suoi giorni facendo la spola da casa all’ospedale.

Io cominciai a scrivere dopo aver letto Shi Zhi. Ero un edile al tempo, assegnato ad una centrale elettrica a circa duecento miglia fuori Pechino. Era un ambiente isolato, e necessitavo di un po’ di relax a causa del malessere in cui ero precipitato. Al tempo, forse a causa dell’influenza di Mao come poeta, c’era la mania di scrivere poesie in stile antico, propugnata dallo stesso Mao. Pressoché tutti sapevano recitare una manciata di poesie di Mao. Anch’io scrissi qualche poesia in stile antico, ma presto mi accorsi che le necessità formali rendevano difficile esprimere qualunque cosa che andasse aldilà della nostalgia o della partenza di amici.
Sapevo che scrivere era un gioco proibito, che si poteva pagare anche con la vita. Ma la proibizione acuiva solo il desiderio. Al cantiere vivevo in dormitorio con alcune dozzine di persone. Nel mezzo della notte, circondato da un concerto di russate, leggevo e scrivevo sotto una lampada da tavolo che avevo ricavato da un cappello di paglia. Più tardi la “Squadra di Propaganda” del cantiere mi mise a lavorare in un’esposizione fotografica, e una camera oscura costruita per la mia professione divenne il mio agognato rifugio. Pesanti finestre bloccavano il mondo esterno; finalmente avevo il mio studio personale. In pochi mesi potei terminare un racconto breve in aggiunta a numerose poesie.
Il mio amico Zhao Yifan, un collezionista di letteratura underground, fu arrestato. La polizia gli confiscò ogni pezzo di carta che poterono trovare, incluse le mie poesie e i miei racconti. Fui rispedito al mio vecchio posto di lavoro sotto gli occhi di supervisori. Cominciai a dire addio agli amici, affidando loro le mie lettere e i miei manoscritti, e a prepararmi alla prigionia, qualsiasi fosse stato il momento in cui sarebbe giunta. Nel bel mezzo della notte il suono degli autocarri mi svegliava e non mi permetteva di riaddormentarmi. L’attesa fu lunga e difficile, ma alla fine il momento tanto temuto non sarebbe mai arrivato. Solo molto più tardi appresi cosa accadde: la polizia non veniva a capo delle mie poesie. Consultarono esperti dell’ Istituto di Ricerca Letteraria, i quali a loro volta rimasero confusi. Finalmente gli esperti se ne uscirono con un’ordinanza: le poesie erano un plagio dell’Occidente. Questa sentenza mi salvò. Quelli erano anche i giorni dei libri proibiti. Si vedevano spesso libri in luoghi pubblici. Noi eravamo soliti entrare furtivamente nelle librerie chiuse per rubare libri; oppure rovistavamo nelle bancarelle dell’usato per cercarli; o li chiedevamo in prestito ad altri che frugavano come noi. Il termine pao shu, “correre per i libri” entrò nel nostro vocabolario: per trovare un buon libro si doveva correre ovunque, bisognava essere pazienti e persistenti, negoziare, promettere, contraccambiare.
Il materiale che si legge in gioventù può essere decisivo per il resto della vita. Dapprima fummo lettori onnivori, affamati per ogni scartoffia potessimo trovare. Ma poi diventammo pignoli. Indirizzammo la nostra brama verso i “libri dalla copertina gialla”. C’era una serie di circa cento volumi di letteratura dal moderno Occidente al periodo del “disgelo” dell’Unione Sovietica e dell’Est europeo. Erano riservati soltanto agli occhi degli alti ufficiali, quindi erano a tiratura limitatissima ed erano soggetti a serie restrizioni. Ciò nonostante nel guazzabuglio della Rivoluzione Culturale, finirono nelle mani delle masse. Tra i gruppi letterari informali a Pechino, divennero l’oggetto di vere e proprie cacce al tesoro. Quando un gruppo decideva di mettere le mani su uno di questi libri, a volte per un periodo negoziato di soli pochi giorni, i suoi membri avrebbero compilato una severa tabella di spartizione davanti all’orologio. Il tempo per la lettura era più prezioso di quello speso per il cibo o per il sonno. Io e i miei amici eravamo soliti ingoiare pillole per stare male ed evitare il lavoro, al fine di guadagnare tempo per la lettura.
Per gli scrittori underground, gli huangpi shu non solo aprivano nuove porte per un rifugio spirituale, ma esemplificavano uno stile letterario radicalmente diverso dal realismo ufficiale socialista. Al tempo era denominato “stile traduzione”. Alcuni scrittori cinesi, tra cui i migliori poeti degli ultimi anni quaranta – Mu Dan, Yuan Kejia, Chen Jingrong, Zheng Min e altri conosciuti come il “Gruppo delle Nove Foglie” – dopo il 1949 avevano desistito dal tentativo di scrivere creativamente sotto le nuove direttive politiche e avevano optato, invece, per un lavoro di traduzione e ricerca di testi stranieri. Lo “stile traduzione” del Cinese che essi crearono, divenne, per la mia generazione, un veicolo per esprimere impulsi creativi e per cercare nuovi orizzonti linguistici.
Nell’autunno del 1978 una lotta di potere alle vette del Partito Comunista portò ad un temporaneo rilassamento dei controlli sull’espressione culturale. Scritti underground su riviste come Jintian poterono uscire all’aria aperta, dove, insieme a lavori artistici e fotografici non ufficiali, lanciarono una nuova sfida ai canali ufficiali. Jintian pubblicò gran parte dei poeti, introducendo il lavoro di Mang Ke, Gu Cheng, Duo Duo, Shu Ting, Yan Li, Yang Lian, Jiang He e altri importanti poeti. Il nostro equipaggiamento da stampa era primitivo e il nostro “ufficio editoriale” era poco più che un laboratorio artigianale. Ma arrivò il contributo di qualche giovane. In due anni pubblicammo nove edizioni della rivista e quattro libri.
Organizzammo anche qualche evento letterario. Regolari sessioni mensili per discutere il nostro recente lavoro attirarono molti universitari. Nella Primavera del 1979, e ancora nell’autunno dello stesso anno, sponsorizzammo letture di poesie all’aperto al parco Yuyuantan di Pechino. Chen Kaige, che più tardi avrebbe diretto famose pellicole come “Terra Gialla” e “Addio Mia Concubina”, al tempo era ancora uno studente all’Accademia Cinematografica di Pechino. Ci diede una mano per alcuni readings. La polizia prestava una stretta sorveglianza, forse sconcertata dal fatto che circa un migliaio di persone potesse ascoltare così attentamente i nostri oscuri versi. La breve relazione tra il Partito Comunista e la democrazia finì rapidamente, comunque. Deng Xiaoping presto ordinò l’arresto di Wei Jingsheng e di altri attivisti democratici. Quando Jintian fu costretta a chiudere nel Dicembre dell’ottanta, le autorità si aspettavano che scrivessi un “auto-critica” a causa del mio coinvolgimento con il disgraziato giornale. Ero appena tornato dalla mia luna di miele a Qingdao (nella provincia dello Shandong), e decisi di non fare dell’”auto-critica”.
Fui sospeso dal mio lavoro “per riflessione”. Una sera, mentre stavo tornando a casa, un amico, spuntato da dietro un albero mi disse che secondo un rapporto affidabile, il mio nome era su una lista di arresti. Dovevo fuggire? Io e mia moglie parlammo fino a tarda notte, e infine decidemmo di rimanere ma di stare in guardia. Presto l’incubo della polizia svanì e ancora una volta mi sentii un fortunato sopravvissuto.
Jintian fu chiusa, ma molte delle sue poesie cominciarono ad apparire nelle riviste letterarie ufficiali sotto il nome generale di “poesia oscura” (menglong shi). Una controversia nazionale circa la “poesia oscura” infuriò per parecchi anni. Critiche ufficiali la disdegnarono come fosse una pestilenza o una bestia selvaggia, ma le loro saettate servirono solo ad acuire l’interesse del lettore.
I giovani lettori che si erano sentiti soffocati dal linguaggio ufficiale trovarono in essa nuova aria da respirare. Era in atto un incantesimo durante il quale tutti virtualmente nei campus universitari stavano scrivendo poesie, fondando club di poesia, o esponendo collezioni di poesia. Questo durò lungo gran parte degli anni ottanta, fino a che il commercialismo ad ampio raggio risospinse la poesia ai margini della società. Alla fine Jintian divenne una sorta di nuvola sulle teste di una nuova generazione di poeti. La “Terza Generazione”, come sono stati chiamati, differisce dai poeti di Jintian perché è cresciuta dopo la Rivoluzione Culturale e ha goduto di una buona educazione. In qualche modo sono stati in grado di accantonare i rimasugli della storia, di guardare più direttamente alle realtà presenti e di scrivere, come doveva essere, in accordi minori piuttosto che in maggiori. Poeti importanti in questo gruppo sono Bai Hua, Zhang Zao, Xi Chuan, Ouyang Jianghe, Song Lin, Zhai Yongming, Han Dong e Zhang Zhen. Molti sono originari dello Sichuan. Molti, inoltre, sono diventati miei amici. Abbiamo constatato che ciò che condividiamo in poesia supplirà alle nostre differenze.
Nel 1990, un anno dopo che i cannoni hanno suonato in piazza Tiananmen, un gruppo di scrittori cinesi si incontrò ad Oslo, in Norvegia e decise di riesumare Jintian. Ripresero le pubblicazioni e sono continuate fino ad oggi. I venti anni di storia di Jintian, dalla sua nascita alla sua morte e alla sua rinascita può essere visto come una metafora della vitalità di tutti i poeti contemporanei cinesi, i cui geni non saranno imbottigliati.”

Quando raggiunse l’apice della sua popolarità, Jintian aveva abbonati in tutto il paese. Apparse in edizioni di 1500 copie, il prezzo variava da 4 a 6 Mao. Il primo Aprile e il 9 Settembre del 1979, gli autori, i lettori e gli editori di Jintian si radunarono per uno scambio di opinioni. Dall’Aprile del 1979 fino al Dicembre dell’ottanta si tennero gli “incontri di discussione” (Zuopin taolun hui) mensili, a cui potenziali collaboratori presentavano il loro lavoro; furono ricordati da Bei Dao come “i più grandi saloni che Pechino avesse mai visto”.
Jintian è stata la prima pubblicazione letteraria non ufficiale in assoluto nella RPC, e la sua comparsa segnò uno spartiacque nella storia della letteratura. Non solo portò la Poesia Sperimentale, prima soltanto fruibile in forma di manoscritti e dattiloscritti, alla stampa e alla riproduzione, fuori dagli esigui circoli letterari, ma anche le aprì la strada verso l’ufficialità. Già nel 1979, alcune delle poesie presenti in Jintian apparsero su Shikan, la più importante rivista di poesia ufficiale della RPC.

(Trad. di Fabio Grasselli)
30/12/2004