Open Asia 2004

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L’“Asia” è il tema di OPEN, l’Esposizione internazionale di sculture e installazioni giunta quest’anno alla settima edizione.

E, visto il tema, una prima domanda sorge spontanea: cosa intendiamo per “Asia”?, o meglio dove si situa esattamente? L’Asia orientale e l’Asia sudorientale hanno certo legami culturali ed economici relativamente più stretti in ragione dell’influenza storica delle grandi culture continentali di Cina e India, ma l’Asia centrale e il Medio Oriente si sentono tanto distanti dall’Estremo Oriente quanto lo sono dall’Europa. L’“Asia” è un’idea europea; la gente che vive in Asia non sapeva di essere “asiatica” fino al XIX secolo, a differenza degli abitanti di un’Europa culturalmente e geograficamente consapevole di se stessa in virtù di un’idea gradualmente maturata sin dalle epoche più remote. Per cui cosa significa “Asia”?

L’Asia è inizialmente comparsa all’orizzonte dell’immaginario europeo con i greci e, nei secoli successivi, ha assunto la sua forma moderna dal Rinascimento come caratterizzazione dei potenti turchi ottomani. Sin dall’Illuminismo, i pensatori europei hanno sviluppato l’immaginario dell’Asia considerandolo un antico “punto di partenza” della storia, stagnante, dispotico e precapitalistico, in contrasto con l’Europa, sviluppo più recente della storia. Negli ultimi secoli, sofisticati perfezionamenti ideologici di questo punto di vista, unitamente all’invasione coloniale e all’industrializzazione, hanno contribuito a persuadere i paesi orientali del fatto che l’opzione “moderna” dell’Europa fosse la via del progresso. Poi, l’idea di “Asia” è attecchita nell’Asia stessa e i paesi asiatici, riaffermatisi come Stati repubblicani nazionali alla fine del XIX secolo, si sono appropriati di tale concetto per immaginare un’identità geografica e politica che potesse rivaleggiare con l’Occidente, lanciandosi anch’essi nella corsa alla colonizzazione o ergendosi contro di essa, ma tutti in gara per il capitalismo e l’industrializzazione. Così si è sviluppata e radicata la mappa immaginaria dell’Asia, diventando realtà all’ombra delle guerre coloniali e della lotta civile, ispirata da un immaginario storicamente nato in Europa.

Riallacciandosi alla rappresentazione dell’Asia di Hegel quale “punto di partenza” della storia, oggi l’origine della storia e il suo ultimo sviluppo si trovano a confronto. Molti paesi asiatici dispongono dei mezzi per competere nel mondo contemporaneo del capitale, della produzione materiale e dello scambio di informazioni. Cos’è dunque asiatico nell’odierna Asia?

A differenza dell’Europa, l’Asia non è ancora un’entità coerente che possa essere esattamente definita; non è facile, infatti, pensare ad un’“Unione asiatica” o a più unioni. Sono presenti tante religioni tuttora con molti seguaci; costumi e stili di vita sono profondamente diversi; i sistemi per condurre e gestire l’attività economica sono dissimili. La maggior parte dei paesi asiatici si è aggrappata saldamente alle vestigia delle proprie culture storiche, fonte di ricca diversità e nuovi spazi per la creatività. L’Asia è ancora meta della fantasia, ricco patrimonio cui attingono le riviste di viaggi. Ma non esiste una sola Asia. Ve ne sono tante, come molteplici sono i volti di ogni paese asiatico, e quello che meglio esemplifica la sua vigorosa energia è l’arte visiva contemporanea, volto nel quale si concentrano le aspirazioni e le ansie della gente, si condensano, in specifiche espressioni personali, problemi sociopolitici astratti. Nell’ultimo decennio, infatti, molte città asiatiche dal Medio Oriente all’Estremo Oriente hanno iniziato ad organizzare eventi artistici sulla falsariga delle biennali, aprendo spazi pubblici per l’intervento e l’interazione della cultura.

L’arte contemporanea in Asia è diventata diplomazia culturale, ma anche laboratorio per esplorare idee e l’identità moderna. Inoltre, nel suo impegno nei confronti dell’Occidente, l’arte asiatica contemporanea è anche piattaforma dalla quale trova piena espressione l’immaginario sull’Occidente.

 

 

Se l’“Asia” quale corollario del progetto di modernità è stata lanciata dalle sfide dell’Occidente, a sua volta la modernità europea è nata ed è stata resa possibile, nel XIX secolo, dal mercato e dai profitti dell’Asia. L’immaginario dell’Asia creatosi in Europa ha dunque conseguenze storiche percepibili ancor oggi. Nel nostro mondo globalizzato, ora è chiaro che la modernità inizialmente ricercata da una delle due parti dipendeva dall’altra: nessuna delle due è punto di origine o arrivo della storia: sono due spire che inestricabilmente si attorcigliano.

OPENASIA 2004 coglie l’opportunità di questo forum annuale per invitare artisti, asiatici ma non solo, a rivisitare l’immaginario storico riguardante questa parte del mondo, riconsiderando gli esperimenti sociali e culturali di ampio respiro ivi condotti, o semplicemente immaginando nuovamente le complessità e le opportunità di culture straniere appena intravedibili all’orizzonte.

Gli artisti, dunque, non devono essere necessariamente asiatici e non devono neppure concentrarsi su un tema di origine asiatica. Possono semplicemente ispirarsi alle attrattive di una spiaggia remota, una spiaggia che riluce di promesse e ricordi passati.

II.

L’Esposizione internazionale OPEN di Venezia, nata su iniziativa di Paolo de Grandis in collaborazione con la Giunta comunale di Venezia, celebra con successo la sua settima edizione. Col passare degli anni, l’orizzonte della manifestazione si è ampliato aprendosi a territori geografici inesplorati dalle precedenti mostre realizzate dalla nota piattaforma di Venezia. L’apertura di OPEN mantiene fede alla sua promessa e, nello stesso spirito entusiasta e pieno di curiosità di Paolo de Grandis, riunisce quei luoghi remoti. In un certo qual modo, questo progetto di Esposizione internazionale OPEN incarna l’immaginario europeo originario dell’“Asia”, poiché l’“Altro” al di là delle spiagge orientali del Mediterraneo costituisce un mistero seducente che promette ricchezze e minacce. Animati da senso di avventura e passione per l’esotico, gli organizzatori della manifestazione hanno ricercato nuovi partecipanti, per cui quest’anno OPENASIA 2004 presenta più di una dozzina di artisti asiatici, la maggior parte dei quali provenienti dall’Estremo Oriente. Complessivamente, negli ultimi sette anni, all’evento hanno preso parte sessanta paesi e, fra gli artisti, sono presenti molti nomi illustri.

Per questa edizione, abbiamo la fortuna di avere nuovamente con noi Yoko Ono. Nel 2002, per il tema dell’Imaginaire féminin, aveva presentato il suo Ex It 2002, splendidamente emozionale ed elegiaco; questa volta, in uno spirito analogo di compassione universale, l’artista ha creato Onochord per rappresentare il suo regno non nazionale di Nutopia. La sua presenza ci rammenta gli ideali e i valori che realmente creano la misteriosità di terre singolari, meritevoli di essere esplorate; è l’amore dell’umanità che ci riscalda aprendoci ad altre culture. Spirito generoso in vita, l’artista emigrato cinese Chen Zhen era sempre consapevole del legame pericoloso tra business sciamanista dell’arte e fragilità degli esseri viventi, e la sua arte è testamento della gloria perdurante della vita. Quest’anno, abbiamo l’onore di presentare alla mostra una sua opera importante.

Per Richard Long, l’idea del camminare nella natura è fonte di progetti da oltre quarant’anni, e questo esercizio autodefinito, disciplinato della mente e del corpo trova echi sia tra i romantici inglesi che tra gli spiritualisti daoisti. L’idea dell’essere in movimento assume invece una rilevanza completamente diversa per l’artista cubano Kcho, la cui arte utilizza gli strumenti e i resti del viaggio come prova dell’umano. La Giungla di Kcho affronta il dramma di un paese intrappolato nelle dinamiche di un destino storico ideologico e nelle spire dei poteri tropicali della natura, storia che suona familiare per i paesi non occidentali ora insabbiati nella temporalità lineare di una modernità determinista. La via della Via di Hu Xiangcheng, nella sua autostrada attorcigliata, drammatizza proprio questa situazione.

L’idea di viaggiare tra Asia e Occidente nell’immaginario culturale, con la sua conseguenza di identità, viene esplorata da opere quali Gli Etruschi in India, il Bazar in bozzoli di Melita Couta e il Vaso d’oro di Virginia Ryan. Quanto al progetto Isola de Pasqua, tenta un legame simbolico tra Oriente e Occidente attraverso un’opera dedicata appunto all’Isola di Pasqua, “ombelico” geografico del mondo, che di fatto includerà un’esibizione di danzatori dell’isola. Viaggiare oltre il familiare trasforma gli occhi e canonizza l’opera d’arte, e questa forma di viaggio è rappresentata dall’Omaggio a Pierre Restany di Marianna Heske, un masso trasferito dalla Norvegia al Lido. Direttamente incentrata sul tema di questa edizione di OPENASIA è altresì l’opera Il Ratto di Europa di Nikos Kouroussis, la cui antologia di immagini storiche sul tema è riprodotta al suolo per essere calpestata dal pubblico. La storia di desiderio e ratto che dipana il suo dramma in questo mito simboleggia le grandi guerre classiche tra Europa e Asia, dinamica oggi rappresentata dall’esposizione, dalla seduzione e dall’appropriazione visiva delle opere d’arte sulla piattaforma di Venezia.

Il testo poetico è presente in diverse opere presenti quest’anno. Se l’eroe metropolitano Ben Vautier e la sua scrittura familiare, simile ad una corda, si approprieranno del territorio del Lido con le sue proclamazioni, l’Isola de Pasqua presenta sculture incise con poesie, la Poemobile angelica di Alain Arias-Misson rappresenta le sue immagini ritagliate trasparenti di una figura umana ricoperte di poesie per suggerire un’umanità platonica in un mondo di macchinazioni, le Vele di Ye Fang sono attraversate da frasi di un gioco poetico che è sia svago letterario sia decorazione visiva ed infine, Tan Swie-hian, uomo di lettere, ci propone l’arguta opera il Dolce della prosperità, riferimento ad un banale gioco di parole che sottolinea il desiderio semplice dell’uomo della strada, in cui la leggerezza delle parole, una grafica lineare e la dimensione intellettuale dell’artista trasformano l’oggetto scultoreo tridimensionale. Anche la scrittura trasforma gli oggetti in una sorta di bandiera in modo che possano proclamare potenza, magia e orientamenti mettendo lo spettatore a confronto con appelli e proclami in modo da dichiarare una sfera di influenza. In proposito, è interessante osservare un apprezzamento culturale dell’Estremo Oriente, soprattutto cinese, per l’incarnazione della parola nello spazio pubblico, poiché in Cina una tradizione letteraria consolidatasi in ambito politico ha letteralmente canonizzato la parola scritta, tanto da farla esistere come presenza concreta quanto l’oggetto stesso.

Il mito dell’“Asia” non sempre è condiviso dagli abitanti della stessa Asia, soprattutto nel momento in cui tale idea inizia a richiedere una fedeltà multinazionale. Il concetto di Asia è inscindibile dal colonialismo occidentale del XIX secolo, per cui le opere d’arte che affrontano temi socioculturali generalmente assumono una posizione bipolare nei confronti dell’Occidente quale interlocutore immaginario. In altri casi, invece, l’immaginario “asiatico” spesso riguarda uno stato di caduta in disgrazia. L’artista cinese Hu Xiangcheng, in La via della Via, propone una satira della logica folle dello sviluppo, mentre Liu Jianhua, nella Trasformazione del ricordo, lamenta la devastazione di uno spazio culturale in fase di modernizzazione. Il veterano scultore balinese Nyoman Nuarta ha esplorato un’ampia serie di temi, sempre tuttavia incentrati sulla modernità indonesiana e la sua crisi spirituale. Meno impegnato nella costruzione monumentale, a differenza di Nuarta, e più radicato nelle situazioni personali, l’artista tailandese Jakapan Vilasineekul esplora la sua Crisi di mezza età con metafore a lui vicine. Viceversa, il giovane artista cinese Ye Hongxing semplicemente rivela il narcisismo della cultura commerciale contemporanea.

Gli artisti che celebrano la bellezza del perfezionamento spesso si rivolgono all’arte tradizionale alla ricerca di forme distillate dal banco di prova del tempo. Lucia Cheung, di Macao, ha una femminilità delicata che cela il suo amore per gli aspetti lussureggianti dietro un disegno stilizzato; la ricca struttura organica dei gioielli di Fathiya Tapiri mostra invece l’esuberanza marocchina della forma, ma ambedue ci trasmettono la magia di culture remote. Un utilizzo più consapevole del linguaggio indigeno è rappresentato dall’icona religiosa dell’artista taiwanese Li Chen, le cui forme piene tondeggianti suggerisco leggerezza, come nuvole fluttuanti. Quanto all’artista vietnamita Trinh Tuan, la sua opera è una celebrazione dell’antica arte degli oggetti laccati, e la sua sensibilità è alimentata dalla pazienza agraria del suo paese. La bellezza formale è il soggetto degli uccelli di vetro di Carmel Mooney, così come delle teste di vetro di Ursula Huber, due artiste che si avvalgono pienamente della superba maestria nella lavorazione del vetro di Venezia. In termini di forme classiche occidentali, le opere di artisti eleganti come Luigi Ontani e Vittore Frattini devono il loro gusto alla tradizione italiana, mentre il senso della forma di Cornelia Kubler Kavanagh è disciplinato anch’esso dalla scultura classica. Neppure un’opera architettonicamente rigorosa come quella di Emanuelle Viscuso può fare a meno di tener conto della bellezza della ragione tanto radicata nella cultura.

Ricarda Peters è influenzata dal ritmo della struttura architettonica europea, e la sua installazione cromatica rimanda al mistero cosmico della luce esposto da Goethe nella sua teoria dei colori. Il mondo dell’architettura ha guidato anche la fantasia del maestro veneziano Ludovico de Luigi, che qui rappresenta il regno del sogno che si libra dal Rinascimento agli esordi della rivoluzione industriale. Dal Medio Oriente, Eti Haik-Naor ha portato un grande cubo di riso che, enigmatico come un indovinello impenetrabile, simboleggia la casa, ma una casa destinata a crollare, anche se realizzata con il più antico sostentamento dell’umanità.

Quest’anno, due artisti si sono rivolti al mondo del suono come opera culturale, uno letteralmente, l’altro metaforicamente. Max Neuhaus, con le Linee infinite da origini elusive crea una definizione sonora dello spazio scultoreo, mentre Lim Hyoung Jun fa riferimento ai suoni suggeriti dagli strumenti utilizzati nella sua installazione socialmente critica.

Sin dal 2000, ogni esposizione OPEN è stata organizzata attorno ad un tema specifico. Nel 2000 si era scelto il volto umanista nella cultura globale; nel 2001 si è nuovamente sottolineato il fenomeno della globalizzazione, questa volta in termini di globalizzazione culturale in risposta al tema della Biennale di Venezia dell’estate dello stesso anno. Il 2002 è stato dedicato alle artiste con il titolo l’Imaginaire féminin, portando a Venezia un gruppo di artisti molto diversi da quelli che vi sarebbero giunti se si fossero scelti altri soggetti. Nel 2003 si è celebrata la LX Esposizione internazionale dell’arte cinematografica a Venezia. Quest’anno, invece, lo sguardo si rivolge all’Asia. Sebbene non sia mai possibile raccogliere tutti gli artisti che lavorano su un tema specifico, come neppure è mai possibile o auspicabile che un curatore, per quanto ricco di inventiva, interpreti un’opera da un’unica angolazione predefinita, l’idea di una mostra tematica rappresenta un luogo di esplorazione per la mente creativa, libera di scegliere se esplorare o meno, assicurando altresì la coerenza della manifestazione in modo da poter ragionevolmente strutturare discussioni e dibattiti. Il tema dell’Asia è vasto: non solo esso merita ulteriori approfondimenti, ma la visione geografica evocata dal termine Asia comporta altresì la necessità di coinvolgere molti più paesi in questa attività. Si comprendono così l’obiettivo lungimirante di questa manifestazione annuale e la grande opportunità che essa diventi un importante centro di scambio culturale. Dopo aver nuovamente elogiato l’energia dell’infaticabile Paolo de Grandis, non posso esimermi dal lodare anche la capacità organizzativa di Paivi Tirkkonen e la direzione di Carlotta Scarpa.

Non va infine dimenticato il contesto nel quale, ogni anno, viene organizzata l’esposizione OPEN, ossia le celebrazioni del Film Festival. L’arte plastica della scultura all’aperto e l’arte drammatica del cinema occupano territori che si escludono reciprocamente, l’uno essenzialmente spaziale e fisso, l’altro temporale e racchiuso nella sua scatola magica, per cui sono alleati complementari sulla stessa piattaforma. Il punto di incontro delle due arti è rappresentato dal loro appello all’immaginazione pubblica; entrambe occupano sfere pubbliche civiche e sociali e offrono nuove dimensioni alla nostra vita pubblica. Attraverso il cinema, apprendiamo nuovi linguaggi narrativi che ci aprono alle molteplici vite degli altri, mentre, nel contesto urbano, le sculture pubbliche offrono nuovi orientamenti visivi. OPENASIA 2004 è la prima edizione di questa serie di eventi annuali in cui manca la personalità illuminante e magnanima di Pierre Restany. Vorrei dunque affettuosamente ricordarlo e rendere omaggio al suo dono per l’arte, sottolineando nondimeno che, anche per questa mostra, Pierre Restany ha continuato ad offrirci il suo sostegno attraverso i tanti saggi precedentemente scritti sugli artisti partecipanti, per cui sappiamo che il suo spirito è ancora con noi.