LA BASIC LAW DI HONG KONG

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L’ 8 marzo del 1972 la Cina riapre la questione di Hong Kong e Macao e viene annunciata l’apertura di relazioni diplomatiche con Londra.

Nel 1979 il governatore di Hong Kong sir Murray MacLehose compie una missione esplorativa a Pechino. S’incontra con Deng Xiaoping che rivela come fosse già stata elaborata da Pechino la teoria: “un paese, due sistemi“: Hong Kong avrebbe mantenuto uno statuto speciale e per lungo tempo avrebbe potuto mantenere il modello capitalista (almeno 50 anni). Nel settembre del 1982 la Thatcher si reca a Pechino. Le speranze inglesi su una possibile proroga della concessione su Hong Kong vengono smorzate. Nel 1984, la Thatcher è nuovamente nella capitale cinese per firmare la Joint Declaration (19 dicembre) entrata in vigore il 27 maggio del 1985. Per gli inglesi questo accordo è un impegno vincolante internazionale. I cinesi invece non lo hanno mai accettato come tale, ma lo hanno sempre visto come un accordo di massima tra le parti. La disputa è fondamentale per capire l’interpretazione della successiva Basic Law, una sorta di mini costituzione che avrebbe dovuto regolare la vita politica dell’ex colonia britannica, dal 1 luglio 1997. Nella Joint Declaration, l’Inghilterra si impegna a restituire alla Cina Hong Kong (compresi i New Territories e Kowloon) il 1 luglio del 1997; questo accordo era già stato sottoscritto 99 anni prima tra l’allora Impero Britannico e la dinastia dei Qing, in seguito alle due guerre dell’oppio e ad una serie di trattati (trattato di Nanjing del 1842: gli inglesi ottengono l’isola di HK; Convenzione di Pechino del 1860: gli inglesi ottengono la penisola di Kowloon).

La Basic Law garantisce i seguenti punti:
– Hong Kong mantiene un alto grado di autonomia nei confronti di Pechino dal punto di vista legislativo, esecutivo e giudiziario, e queste cariche sono amministrate esclusivamente da cittadini di HK, senza ingerenze esterne da parte inglese o cinese. (articoli 2-3)
– Il sistema socialista non sarà applicato alla vita politica di HK per un periodo di almeno 50 anni. L’isola d’altronde potrà mantenere un sistema capitalista per lo stesso periodo. (articolo 5)
– La Basic Law riconosce il diritto di proprietà privata. (articolo 6)
– Sono garantite libere elezioni per i cittadini di HK, i quali godono del diritto di voto. (articoli 25-26)
– La libertà dei residenti di HK è inviolabile; nessun cittadino di HK sarà soggetto ad arresti arbitrari, perquisizioni corporali o a tortura. (art. 28)
– I cittadini godono di libertà di parola, di stampa, di associazione, libertà religiosa, di coscienza, etc. (art. 27-38)

La Joint Declaration non mancò di creare motivo di discussione in Gran Bretagna: molti difatti rimasero sorpesi dell’accordo tra il partito Conservatore allora guidato da Margaret Thatcher e il partito Comunista di Deng Xiaoping. Probabilmente la relativa arrendevolezza della Thatcher era da imputarsi alla difficile posizione in cui la Gran Bretagna si trovava: era difatti quasi impossibile sostenere militarmente Hong Kong, e l’ex colonia britannica d’altro canto dipendeva dall’entroterra cinese per le derrate alimentari e per l’acqua.

Gran Bretagna e Stati Uniti criticano apertamente la decisione di Pechino di non concedere elezioni democratiche nell’ex colonia britannica. Il ministro degli esteri inglese Bill Rammell afferma che vi è una errata interpretazione del governo cinese della Basic Law del 1997, una sorta di mini costituzione formulata proprio per garantire le necessità democratiche dell’isola, che avrebbe dovuto portare a libere elezioni nel 2007. Il console generale americano invece accusa Pechino di voler limitare l’autonomia di Hong Kong. La risposta di Pechino non si fa attendere ed avviene attraverso il ministro degli esteri cinese Kong Quan. La sua tesi si basa su tre punti:
1) Questo è un affare cinese, non sono tollerate ingerenze esterne di altri paesi.
2) In realtà Hong Kong da quando è rientrata in Cina nel 1997 ha potuto beneficiare di maggiori benefici democratici rispetto alla permanenza sotto la corona britannica.
3) Questa decisione dimostra solo l’attitudine “paternalistica” del governo centrale nei confronti dell’isola. Libere elezioni porterebbero solo a instabilità sociale e politica.
Tutto ciò però appare quantomeno in contrasto con quanto accade invece in madrepatria, dove lo stesso presidente Hu Jintao durante una sessione dell’ufficio politico del PCC, ha richiesto maggiore partecipazione popolare alla vita del paese, sottolinenando la necessità di incrementare le garanzie democratiche.