ASIA ACCELERATA Nata e Censurata in Cina

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Attorno alla fine di marzo e l’inizio di aprile, il governo cinese da quindici anni a questa parte, entra in allerta. Aprile è un mese molto sensibile per il PCC (il Partito comunista cinese) non solo perché le NG (le Organizzazione non governative) per i diritti umani come Amnesty International fanno avere i loro rapporti entro la fine del primo quarto dell’anno, ma anche perché cade l’anniversario dell’inizio del movimento del 1989 per la democratizzazione in Cina. La Cina non ha mai ammesso, nelle arene internazionali come in quelle nazionali, che gli eventi del 4 giugno 1989 siano mai accaduti. Le fotografie e i reportages che ritraggono i carri armati dell’APL (Armata Popolare di Liberazione) che entrarono in piazza Tiananmen, circondando e sparando a studenti disarmati non rappresentano un evento “storico” secondo Pechino, poiché all’Apl, il governo cinese non ordinò mai di attaccare gli studenti. All’epoca il governo accusò i media stranieri di aver “contraffatto” le immagini. Ma ad un livello molto personale, so che ciò che è accaduto in piazza Tiananmen è realmente avvenuto, poiché l’anno dopo ho visitato Pechino e ho toccato con le mani le scale distrutte dai tanks davanti alla Great Hall of the People. Sono grata alla pioggia di aver lavato le lacrime che mi scorrevano sul volto, mentre ero in mezzo a centinaia di soldati che marciavano su e giù, sorvegliando la piazza.

Nel 1989 la Cina aveva completo controllo sui suoi media, così la stampa cinese riferì solo di un piccolo incidente, e quel poco che fu fatto trapelare venne scremato. Gli studenti vennero descritti come un manipolo di ribelli determinati a causare instabilità sociale nel paese. La loro causa non fu mai divulgata e il loro numero puntualmente diminuito. Furono accusati di aver provocato violenza e distruzione quando “attaccarono” l’APL. Allora non c’era la TV satellite, molte persone invece adesso hanno l’antenna parabolica, grazie al boom economico. Sicché, a meno che uno non vivesse all’epoca a Pechino, o non fosse arrivato da qualche altra provincia per partecipare alla protesta, o non conoscesse qualcuno che non è più tornato a casa quel giorno … la storia fu pesantemente nascosta alla nazione.
Ancora sotto la reggenza inglese, la gente di Hong Kong provò ad infrangere questo muro di silenzio faxando ciò che accadeva a Pechino, al resto della Cina, ma il loro impatto fu molto limitato. La censura cinese su ciò che accadde in piazza Tiananmen da questo punto di vista, fu totalmente vincente. Solo un paio di anni fa un collega che si era appena trasferito ad Hong Kong dalla Cina, vide sul monitor di un computer le indimenticabili foto del giovane (1) che fronteggiava da solo una linea di carri armati a Chang An Dai Du (The Great Avenue of Ever Lasting Peace). Ci chiese che cosa rappresentasse quella foto.
Gli spiegammo della battaglia degli studenti per la democrazia, e ciò che era realmente successo a Tiananmen, Disse: “Ricordo vagamente questa foto … ma la storia era differente, non era una storia importante”. A quel punto lasciammo che la conversazione cadesse. Quelli che tra di noi di Hong Kong hanno a che fare con gente che è nata e cresciuta sotto un regime autoritario, gente che è costretta ad ignorare la verità e ad accettare le mezze verità e le bugie che le vengono propinate ogni giorno, impara che bisogna essere molto cauti. Questo genere di persone, sviluppa un meccanismo protettivo di sopravvivenza che se scardinato tutto di un colpo, risulterebbe troppo doloroso e crudo. Tristemente, il suo ricordo distorto non è stato una sorpresa per noi, e sono sicura che la sua ignoranza su ciò che accadeva nei confini del suo stato non sia stata una sorpresa nemmeno per se stesso. Dopotutto siamo tutti cresciuti con i blackout di informazioni dalla Cina, cominciati con l’avvento del comunismo, nel 1949. Quarant’anni più tardi, nel 1989, prima che i confini cinesi si aprissero per motivi meramente economici, ciò che la Cina voleva che il popolo sentisse e leggesse proveniva totalmente da un’unica fonte, dato che in quegli anni, internet come noi lo conosciamo, era appena stato inventato. Non è necessario spiegare come internet abbia completamente cambiato le cose da allora, perché ad esempio io scrivo questo pezzo ad Hong Kong, il mio editore è negli Stati Uniti, e posso solo indovinare da dove tu, mio lettore, possa avere accesso a questa pubblicazione.

Da quando si è prospettata la possibilità di avere accesso a news via internet anche all’interno della Cina, Pechino ha investito milioni di dollari in tecnologia per bloccare questo flusso di informazioni: tecnologia acquistata da compagnie americane come Sun Microsystem, Cisco System, Microsoft, Nortel Networks, Bay Networks, Inc. e Websense. A metà degli anni ’90, alcuni gruppi asiatici per i diritti umani hanno suggerito agli USA di creare un “Codice di Condotta per le Corporazioni” per la Cina, invitando le multinazionali americane a non vendere tecnologia che potesse limitare la libertà di parola e di informazione nel paese. Questo modello avrebbe dovuto seguire la carta dei “Princìpi Sullivan” del 1970 sulla responsabilità sociale, firmata dalle compagnie statunitensi all’epoca dell’Apartheid in Sud Africa.

Tristemente nessun “Codice comportamentale” è mai stato istituito per la Cina, e adesso Pechino è così tecnologicamente sofisticata che regolarmente blocca sia websites stranieri come la CNN, la BBC e la CBS, sia i siti di gruppi religiosi o quelli delle NGO. A livello nazionale vengono bloccati il 10% di tutti i siti internet mondiali, secondo i dati del Berkman Center for Internet and Society ad Harvard. Shanghai recentemente ha adottato un sistema di monitoraggio che manda un allarme alle autorità ufficiali se qualcuno da un internet caffè prova a connettersi a un sito vietato; questo sistema probabilmente potrebbe essere adottato a livello nazionale.
A questo si aggiunge il fatto che il governo blocca anche siti personali, come ad esempio Geocities nel 2001 e Blogspot nel 2003. A marzo di quest’anno due servizi di blog cinesi, Blogbus e Blogcn, sono stati chiusi completamente dopo che un blog cinese ha pubblicato una lettere del dissidente Jiang Yanyong, che chiedeva al governo di riconsiderare la sua posizione sui provvedimenti sui fatti di Tiananmen. Stessa sorte ha subito Typepad due settimane più tardi. Contemporaneamente, in circostanze diverse, Ma Yalian è stato arrestato e condannato senza processo a 18 mesi di duro lavoro in un campo di rieducazione perché aveva pubblicato articoli piuttosto critici sul governo su due diversi siti internet.

Basandosi sui dati forniti da Reporter senza Frontiere, vi sono 59 cyber dissidenti attualmente imprigionati in Cina per aver pubblicato materiale “sovversivo” su Internet. Il più famoso di questi, Du Dao Bin, è ancora trattenuto, senza la possibilità di essere rilasciato su cauzione, dal momento del suo arresto nell’ottobre del 2003. Il numero delle persone imprigionate è, probabilmente, molto più alto, perché solo i più importanti scrittori hanno contatti con il mondo esterno. Così al di fuori della Cina sono unicamente note le loro tristi disavventure.

Cinque anni fa ero una producer per la CIC (Chinese Internet Corporation, parzialmente controllata dalla Xin Hua, l’Agenzia di News del Governo Cinese). Nel corso del nostro lavoro il nostro team editoriale scoprì che in qualche modo avevamo contribuito alla censura di China.com e Hongkong.com. Non capimmo immediatamente che una censura era avvenuta. Abbiamo imparato da questo evento che bisogna essere più “sensibili”. In questo conteso “sensibile” vuol dire: bisogna abituarsi ad autocensurarsi. Come producer del sito in inglese della CIC, il mio lavoro consisteva nel nasconder al pubblico cinese notizie “sovversive” come la morte dell’Independent Judiciary over the Right of Abode Issue di Hong Kong, e fui la persona che aveva posto un sistema di filtri sui message board e sulle chat per frasi come “4 giugno, 1989”, “massacro di Tiananmen”, “Proteste studentesche”, “06/04/89” e parole come “carri armati”. Dopo un periodo di forte senso di colpa e di rabbia ho lasciato il mio posto.

Io stessa ho sperimentato sulla mia pelle la censura: il mio blog Glutter è stato vietato in Cina. E’ difficile dire se il mio sito sia stato particolarmente colpito, dato che è ospitato da Typepad ed è stato censurato insieme agli altri blog, ma Glutter è pieno di pensieri sulla democrazia in Cina e ad Hong Kong, storie di violazioni di diritti umani in Cina e in Tibet, e notizie sull’indipendenza di Taiwan. Tutti questi argomenti sono nella Top 20 della lista di argomenti censurabili in Cina. Quello che mi infastidisce di tutto questo è che avevo sempre pensato che sarei passata inosservata, in quanto Glutter è un sito così piccolo, un’opera personale.

Quello che traspare dalla censura del blog – che a me sembra abbastanza incredibile e denota la velocità e l’agilità di Internet che così tanto spaventa il mio governo – è che dopo che avevo pubblicato la storia della censura di Independent Media Wire e dopo che avevo ripubblicato la storia della censura di Typepad in Cina su Glutter, ho inavvertitamente dato avvio alla cosidetta campagna denominata “Typeblack“. Nella campagna “Typeblack” blog da tutte le parti del mondo, compresa Korea, Giappone, Australia, Olanda, Danimarca, Inghilterra e Usa – e siti cinesi gestiti da stranieri che avevano avuto accesso al mio sito attraverso dei proxies – non solo hanno parlato delle notizie del blocco dei blog ma hanno cambiato gli sfondi dei loro siti in nero in segno di solidarietà per protestare contro la censura. Nel giro di tre giorni oltre cento siti hanno partecipato alla campagna di Typeblack. Nel giro di dodici ore dall’inizio della campagna Slashdot.org è era stato cancellato in Cina. Due giorni più tardi Reporter Senza Frontiere annotava ciò che stava accadendo nei loro reportages. Slashdot, un magazine sulle nuove tecnologie, è tornato alla normalità dopo aver rimosso i riferimenti riguardo a Typeblack, ma Typepad rimane tuttora vietato in Cina. Ci sono state anche alcune voci riguardo all’oscuramento dei due più famosi siti di proxy da parte dei visitatori residenti in Cina (www.unipeak.com e Anonymouse.ws, che permettevano agli utenti di scavalcare le restrizioni cinesi passando attraverso dei server stranieri).

Questo episodio di censura al Cic ha condizionato la mia vita. Quando ho realizzato ciò che stava accadendo, ho provato un forte senso di angoscia. Una cosa è intuire come agisce un regime totalitario a livello teorico, un’altra è crescere appena al di là della linea di confine. E’ abbastanza diverso percepire uno stato totalitario e la sua censura così da vicino – anche se solo attraverso una linea DSL. Censurando Glutter mi è stato indirettamente detto dal governo cinese che i miei pensieri non sono i benvenuti e sono inadatti per la gente del mio paese. Il governo cinese non tollera neppure il debole suono di una voce dissidente, anche se in inglese. Ognuno di noi sarà messo a tacere, non importa quanto piccole ed insignificcanti siano le cose che facciamo. Ho cancellato i miei progetti di trasferirmi a Pechino, dove speravo di concludere i miei studi affiché non metta me stessa e coloro che mi sono vicini in pericolo per aver parlato troppo all’università.

Il Washington Post ha recentemente pubblicato una storia su un gruppo di otto giovani che avevano creato il “Nuovo Gruppo di Studio Giovanile” all’Università del Popolo a Pechino (“A Study Group Is Crushed in China’s Grip“, 22 April 2004). Questi studenti, poco dopo la laurea, mossi dalle migliori intenzioni volevano migliorare e riformare la Cina attraverso discussioni e pubblicazioni. Quattro di loro sono in galera adesso, e ci resteranno per i prossimi 8 – 10 anni; tre sono liberi ma al costo di aver tradito i loro amici con confessioni false; ed uno è in esilio dopo aver agito come informatore.
La Cina è combattuta. Si vanta di essere una super potenza, con il partito comunista che efficacemente istilla il terrore nel suo popolo; allo stesso tempo il PCC è terrorizzato dal suo stesso popolo tanto da spendere milioni di dollari e fare investimenti colossali in manodopera umana per assicurarsi che la gente non parli ad altri che possano sentire le nostre voci.
Ad ogni modo, il governo cinese ha tutte le sue ragioni per essere così vigile. Nel 1989 gli studenti dell’Università di Pechino, dell’Università del Popolo, della Qing Hua, e della Normal University, come da altri campus in giro per la città, spontaneamente hanno commemorato la morte del deposto capo del Partito comunista Hu Yao Bang, visto da molti come la speranza per una Cina più moderata. Nel giro di pochi giorni si sono incontrati in piazza Tiananmen e hanno cominciato a chiedere al loro governo riforme. Il loro assembramento è stato colpito ed il movimento democratico cinese del 1989 è stato spazzato via. E ciò che il mio governo conosce, e che in tutti i modi cerca di sopire sia dentro che fuori dal territorio cinese è che ci vuole poco per attirare l’attenzione di molti.

1 – Il diciannovenne Wang Weilin, a detta di molti essere il giovane nella foto, è stato giustiziato dal Governo Cinese nel 1989.

Nel 1997 Hong Kong passava dalla Gran Bretagna – che non ha mai promosso nessun tipo di riforma democratica – alla Cina. Senza la consultazione degli abitanti del territorio, i due paesi promulgarono una mini costituzione, chiamata “Basic Law“. Quello che la “Basic Law” sembrava promettere era che Hong Kong avrebbe avuto l’autonomia al di fuori della Cina; il nostro sistema giudiziario sarebbe rimasto indipendente, e sarebbe stata adottata la cosidetta politica di “Un Paese, due Sistemi“. Ad ogni modo, il 27 aprile 2004 una commissione parlamentare cinese ha vietato le libere elezioni che si sarebbero dovute tenere nel 2007. Questo va contro la Basic Law ed è un attacco diretto ai movimenti per la democrazia della città.

Traduzione di CinaOggi per gentile concessione di PopMatters