La Crisi democratica ad Hong Kong

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Hong Kong – 28 aprile – Gran Bretagna e Stati Uniti criticano apertamente la decisione di Pechino di non concedere elezioni democratiche nell’ex colonia britannica.

Il ministro degli esteri inglese Bill Rammell afferma che vi è una errata interpretazione del governo cinese della Basic Law del 1997, una sorta di mini costituzione formulata proprio per garantire le necessità democratiche dell’isola, che avrebbe dovuto portare a libere elezioni nel 2007. Il console generale americano invece accusa Pechino di voler limitare l’autonomia di Hong Kong. La risposta di Pechino non si fa attendere ed avviene attraverso il ministro degli esteri cinese Kong Quan. La sua tesi si basa su tre punti:

1) Questo è un affare cinese, non sono tollerate ingerenze esterne di altri paesi.
2) In realtà Hong Kong da quando è rientrata in Cina nel 1997 ha potuto beneficiare di maggiori benefici democratici rispetto alla permanenza sotto la corona britannica.
3) Questa decisione dimostra solo l’attitudine “paternalistica” del governo centrale nei confronti dell’isola. Libere elezioni porterebbero solo a instabilità sociale e politica.

Tutto ciò però appare quantomeno in contrasto con quanto accade invece in madrepatria, dove lo stesso presidente Hu Jintao lunedì, durante una sessione dell’ufficio politico del PCC, ha richiesto maggiore partecipazione popolare alla vita del paese, sottolinenando la necessità di incrementare le garanzie democratiche.