Intervista a Hou Hanru

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Co-curatore della 50° Edizione della Biennale di Venezia 2003, si è dedicato all’allestimento e all’organizzazione dello spazio cinese “Zona d’Urgenza”.

E.F.: Qual è e come è cambiato il ruolo dei critici cinesi nell’arte contemporanea cinese?

H.H.: Oggi il ruolo dei critici cinesi non è diverso dal ruolo dei critici nel mondo: anche in Cina scrivono d’arte e organizzano eventi. Negli anni Ottanta hanno avuto un ruolo-guida molto forte, hanno promosso determinate idee e concetti in un momento speciale in cui sono fioriti importanti movimenti artistico-culturali. Dal momento che negli anni Ottanta l’arte veniva percepita come “avanguardia”, i critici non hanno fatto solo teoria ma hanno incentivato gli artisti diventando dei veri e propri attivisti a livello sociale. Negli anni Novanta, invece, hanno svolto compiti più analitici e di vera e propria critica ad opere di diverso tipo che nel frattempo hanno raggiunto una certa maturità. Invece di portare avanti grandi teorie hanno svolto compiti più pratici, iniziando a curare mostre e ad organizzare eventi artistici più collettivi. Negli ultimi tempi viene data molta importanza all’individuo, quindi anche il ruolo del critico è cambiato.

E.F.: Il pubblico cinese inizialmente come considerava l’arte d’avanguardia in Cina?

H.H.: All’inizio il pubblico era molto esiguo, ora la Cina è cambiata su molti livelli ed ha assunto un’impostazione più aperta, quindi tutti possono accedere in egual misura ad ogni tipo di informazione. Soprattutto negli ultimi due anni, dopo eventi come la Biennale di Shanghai, molte città come Guangzhou, offrono un pubblico numeroso e molta attenzione all’arte contemporanea cinese, soprattutto grazie all’intervento dei media e delle pubbliche relazioni.

E.F.: Si può ancora parlare di censura in Cina per l’arte?

H.H.: La censura non è un fatto solo cinese, è un fatto internazionale, è una questione di potere in ogni contesto sociale. In Cina si possono fare delle cose che in altri Paesi sono vietate e viceversa, è tutto in relazione al contesto, alle differenze di tradizione, ai valori morali ed alle relazioni di potere. Spesso non è per un criterio in particolare che l’arte viene censurata, ma è per l’intervento di persone importanti. Credo che chiedersi se in Cina vi sia una censura o meno, sia una “non-domanda”.

E.F.: Ma alcune mostre negli anni Ottanta sono state realmente censurate per questioni politiche…

H.H.: In effetti alcuni eventi sono stati cancellati: non si è trattato però solo di motivazioni politiche, è stato piuttosto un problema di relazioni tra persone. Credo che la questione non si ponga. Allo stesso tempo è vero che esistono delle pressioni in termini di opinioni politiche e sociali. D’altra parte ritengo che sia stato concesso sempre più spazio a voci artistiche diverse.

E.F.: Crede che l’arte contemporanea cinese in Cina possa essere definita “cinese” o sia più di stampo internazionale?

H.H.: Devo dire che è molto internazionale per il suo vocabolario espressivo ma al contempo mantiene degli elementi cinesi. Un po’ come in Italia, la nuova generazione di artisti desidera un’etichetta italiana, perché si è improvvisamente scoperto che essere italiani consente di entrare nell’arena artistica internazionale con maggiore facilità.

E.F.: Cosa ne pensa di artisti del calibro di Cai Guoqiang e Chen Zhen?

H.H.: Credo che loro ad esempio siano stati e rimangano tuttora molto internazionali. Si tratta però di tutt’altra generazione e questo emerge nelle loro realizzazioni. Questi artisti, inoltre, hanno lavorato fuori dai confini cinesi e ciò li ha portati ad elaborare la loro relazione “da esterni” con la Cina.

E.F.: Si può affermare che oggi l’arte cinese abbia un ruolo trainante a livello sociale, tanto da comunicare un messaggio al proprio Paese?

H.H.: Sì, a tutti i livelli, artistici e sociali, dalle alte sfere di potere alla gente comune, si pensa che la Cina debba essere modernizzata, tesa all’apertura. In questo senso credo vi sia una comunione di idee tra arte e società. E’ un po’ come per l’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui emergeva la necessità di rigenerarsi e allo stesso tempo si è dovuto aspettare che la società diventasse più tollerante a nuovi tipi di linguaggio. Anche in Cina naturalmente c’è bisogno di tempo.

E.F.: Perché ha scelto il gruppo Big Tail Elephant per questa Biennale?

H.H.: Credo si tratti di ottimi artisti, attivi negli ultimi 15 anni a Guangzhou e in altri posti. Ritengo sia il fenomeno collettivo più rappresentativo nel campo dell’arte più sperimentale, un ambito che peraltro non ha mai avuto occasione di essere rappresentato in grandi eventi come la Biennale. Questo è dipeso dal fatto che gli artisti non sembrano poi così “cinesi”. Credo sia molto importante promuovere questo genere d’arte. Infatti, per essere un artista si deve dare grande importanza al concetto di individuo, al legame con la sfera personale e alla creatività, piuttosto che rappresentare qualsiasi tipo di cultura o di luogo comune. In questo senso sono convinto che nella cultura e nell’arte cosiddette “internazionali” si tenda a considerare aspetti simbolici che rischiano di trasformarsi in cliché culturali, invece di dare importanza all’individuo.

(Intervista concessa a Erica Fusaro il 15 Giugno 2003 presso l’Arsenale di Venezia)